A GENOVA ANCHE UNA MINESTRA E’POESIA

O MINESTRON

Scegli ‘a verdùa ciù fresca e profumà che nasce in primavèia: faxolin, tomate, fave, puisci, coi, succhin, quarche patatta a tocchi e lascia stà che bògge adaxo tutta ‘na mattin. Quando o l’é giusto de cottùa e de sà, versighe o pesto pronto in to mortà e remescia ogni tanto cian cianin. Caccia poi riso o pasta ‘n pò rezzènte e assàzza spesso in moddo da ese certo che a’ pasta reste ancon ciuttosto ao dente. Servilo intiepidio, pe’ avvèi successo, quando misso in tè xàtte ben coverto o forma ‘a pelle diventando spesso.

da ” I Sonetti” in genovese di Aldo Acquarone

Traduzione per i “Foresti ”

IL MINESTRONE

Scegli la verdura più fresca e profumata che nasce in primavera: fagiolini, pomodori, fave, piselli, cavoli, zucchini qualche patata a pezzi e lascia che stia a bollire lentamente tutta una mattina. Quando é giusto di cottura e di sale, mettici il pesto preparato nel mortaio e rimescola ogni tanto pian piano. Butta poi riso o pasta che tenga la cottura ed assaggia spesso in modo da esser certi che la pasta resti ancora piuttosto al dente. Servilo tiepido, per aver successo, quando messo nelle scodelle ben coperto forma la pelle diventando spesso.

nella foto ” O Minestron con o Scucuzzon ” (*)

(*) Lo Scucuzzon deriva forse il suo nome dal cuscus arabo, é una pasta corta a forma sferica di grano duro tipica del genovesato.

I RISSEU di CARTUSIA

La chiesa parrocchiale di San Bartolomeo della Certosa di Rivarolo, la cui fabbrica iniziò nel lontano 1297, ha due chiostri, uno grande, che al suo tempo fu il più grande della Liguria ed uno più piccolo realizzato nel 1630 circondato da 32 colonne di stile toscano e caratterizzato da una splendida pavimentazione a ” risseu”. Risseu è una parola genovese che significa ciottolo ed i risseu sono una tipicità ligure che consiste nel realizzare una pavimentazione con ciottoli solitamente bianchi e neri che venivano posti sui sacrati delle chiese, dei monasteri e dei conventi; questi ciottoli, presi sulle spiagge e sui greti dei fiumi, venivano disposti in modo da formare disegni dei più vari, solitamente motivi geometrici o fitomorfi desunti forse dalle infiorate che venivano fatte per la solenne processione del Corpus Domini. La posa delle pietre era preceduta da un disegno sui pavimenti destinati ad accoglierli, le pietre venivano scelte con cura e poi poste sopra un fondo composto da malta di calce. Alla Certosa di Rivarolo questa splendida pavimentazione fu realizzata tra il 1572 ed il 1671, si estende per ben 720 metri quadrati lungo il perimetro del chiostro e si sviluppa in 36 riquadri incorniciati e decorati con motivi apparentemente astratti che avevano lo scopo di non distrarre i monaci e favorire la meditazione, in uno di questi é visibile la parola “CARTUSIA” cioè certosa che ricorda come questo complesso monastico sia stato realizzato per la benevolenza della famiglia nobile dei Di Negro che donò il terreno a Bozone priore generale della grande certosa di Grenoble. I certosini restarono in loco sino alla soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone nel1798 e la Certosa fu utilizzata prima come deposito di polveri e poi come ospedale militare, successivamente fu riaperta ed eretta a parrocchia passando al clero secolare. In alcuni punti questo bellissimo pavimento é danneggiato, speriamo che in un prossimo futuro venga restaurato e riportato alla sua primitiva bellezza.

Un Cristo Superstar per un docente di anatomia

A Genova, nel cimitero monumentale di Staglieno, lo scultore Giovanni Battista Villa ( 1839-1899 ) realizzò splendidi gruppi scultorei per le ricche famiglie genovesi, uno di questi fu realizzato nel 1881 dall’artista a ricordo del docente di anatomia dell’Università di Genova Cristoforo Tomati, monumento che fu definito dai critici contemporanei come il suo capolavoro ed anche uno dei più ricchi, rappresentativi e belli della grande Necropoli. Protagonista assoluto della scena é una splendida figura di Cristo vestito con una serica tunica, immaginato dallo scultore come un oratore che con lo sguardo rivolto verso l’alto, impietosito dalla figlia del defunto che lo prega inginocchiata sotto l’arca su cui giace il corpo del padre, intercede per l’anima del trapassato con Dio Padre. Nella volta del sacello si può leggere la frase EGO SUM RESURRECTIO ET VITA ( Io sono la resurrezione e la vita ) frase presa dal vangelo di San Giovanni che continua con : Chi crede in me, anche se muore, vivrà in eterno…L’architettura in cui é inserito il gruppo scultoreo é un abside avente la semi cupola stellata che ricorda i lavori del Bramante. Questa contaminazione tra soggetto sacro e profano é una caratteristica peculiare di questo artista i cui lavori iconografici sono spesso complessi e permeati da realismo, religiosità e mistero, talvolta di tono quasi pre simbolista che alcune volte genera un’atmosfera di ansia e d’inquietudine.

A GENOVA CHI SCAVA TROVA…

Genova fu definita dal poeta Caproni “Città verticale” in una delle sue bellissime poesie, mai definizione fu più appropriata, infatti la città, stretta tra il mare e le montagne che le fanno corona, si sviluppò verticalmente, nel senso che la mancanza di spazio utile fece si che le case vennero realizzate, il più delle volte, in altezza piuttosto che in larghezza sopra i resti delle costruzioni precedenti che venivano interrate; recentemente ne abbiamo avuto un eclatante esempio quando venne rimossa la pavimentazione dell’edificio della cosiddetta Loggia dei Mercanti o della Mercanzia sotto la quale é stata rinvenuta un importante testimonianza della città medioevale e che probabilmente cela a sua volta la città romana che in quell’area aveva i suoi monumenti più rappresentativi. I Genovesi scoprirono la città antica nel 1898 durante i lavori di scavo e successiva costruzione della via XX Settembre, Piazza De Ferrari e via Dante, ceramiche greche ed etrusche vennero ritrovate sotterrate temporibus illis in tombe di ricchi genovesi come corredo funebre, come per esempio quella mostrata nella foto ritrovata durante gli scavi del 1946 nella chiesa di santo Stefano in una tomba, si tratta d’un cratere a calice a figure rosse, reperto greco risalente al 375 avanti Cristo, durante i banchetti, in questa tipologia di vasi biansati, veniva mescolato il vino con acqua e servito ai commensali. La scena principale rappresenta il dio Dioniso ( Il Bacco dei romani ) con diverse figure poste tutte intorno a lui disposte su piani diversi tra cui un genio alato che incorona il dio con una ghirlanda, la sua sposa Arianna ed altri personaggi dei miti dell’Ellade, vaso che potrete ammirare visitando il Museo di archeologia ligure di Pegli.

CARLONE VS PIOLA

Nel XVII secolo a Genova erano attive due grandi famiglie di artisti che si facevano concorrenza senza esclusione di colpi per potersi accaparrare la benevolenza e la stima dei ricchi committenti della Serenissima Repubblica: i Carlone ed i Piola. I Carlone non erano genovesi, provenivano da Rovio, un comune svizzero del Canton Ticino, si trasferirono a Genova nell’ultimo quarto del XVI° secolo, famiglia di scultori e pittori. ebbero grande rinomanza per l’importanza delle opere pubbliche da loro realizzate, come quella mostrata nella foto, affresco dipinto da Giovanni Battista Carlone ( Genova 1603 – Parodi Ligure 1684 ) per la cappella dogale in cui viene raffigurata la presa di Gerusalemme da parte dei genovesi guidati alla vittoria da Guglielmo Embriaco. I Piola, genovesi doc, avevano la loro casa/ laboratorio in fondo a salita san Leonardo, anche loro attivi in Genova dall’ultimo quarto del ‘500. Come detto tutte e due le famiglie cercavano di surclassarsi tra di loro sino a spargere calunnie e vituperi nei confronti degli uni e degli altri non solo in campo artistico, per esempio quando Pellegro Piola fu assassinato, dopo il successo che aveva raggiunto all’età di soli 23 anni per aver dipinto una straordinaria Madonna per la corporazione dei “Fraveghi ” (orefici ), si disse che l’assassino era un sicario pagato dai Carlone per eliminare un pericoloso concorrente, accusa che poi risultò infondata; comunque bisogna precisare che non solo il Caravaggio a Roma fu un pregiudicato, ma anche tra gli artisti che vissero a Genova diversi furono ospiti delle patrie galere, ne faccio qui un breve elenco: Sinibaldo Scorza per lesa maestà, Domenico Fiasella per ferimento, Luciano Borzone per tentato omicidio, Pietro Tempesta per uxoricidio etc. etc. Concludendo, la carta vincete dei Piola fu, a mio avviso, d’essersi imparentati con Gregorio De Ferrari il più grande pittore del periodo barocco che Genova abbia avuto.

Paolo Gerolamo Piola ( Genova 1666-1724 )

Carro allegorico della Liguria trainato da grifi e guidato dalla Prudenza ( maniman…..)(°)

Bozzetto per la sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale

(°) Maniman é un modo di dire genovese che si può tradurre come meglio non rischiare troppo perché ci puoi rimettere tutte le penne della coda.

“LEITUGHE PINN-E” un’antica pietanza genovese

Sin dal lontano 1600 se ne parla di questa pietanza della tradizione genovese, nata probabilmente nei paesini della val Bisagno dove, questa zona particolarmente fertile, fu, sin da tempi remoti, adibita alla coltivazione degli ortaggi che poi venivano portati nei mercati ortofrutticoli genovesi. Questi orticultori vennero detti “besagnini ” per distinguerli da quelli che erano “foresti” ( forestieri, non genovesi ), ritornando alle nostre lattughe ripiene, tradizionalmente si preparano per le feste pasquali e comunque preferite nei mesi invernali, persino poeti ottocenteschi come Nicolò Bacigalupo ne hanno celebrato la bontà. Di questa pietanza ne esistono due versioni, quella più antica era vegetariana (lattughe ripiene di magro ), probabilmente legata alla tradizione del periodo della Quaresima, l’altra, più sostanziosa e ricca, invece contempla un ripieno a base di carne ed era nel passato preferita dalle classi abbienti. Le lattughe ripiene si servono in brodo di pollo accompagnate da crostini di pane abbrustoliti e ….buon appetito.

Lo Sguardo di Colombo

A Genova, di fronte al mare, c’é il “Galata” il più grande ed interessante museo marittimo del Mediterraneo. In una sala dedicata ad uno dei nostri più illustri concittadini, si trova un dipinto realizzato ad olio su tavola ( cm. 53 x cm. 47 ) attribuito a Ridolfo di Domenico Ridolfi ( 1483 – 1561 ) detto Ridolfo del Ghirlandaio che lo avrebbe realizzato postumo nel 1520 circa. L’opera pittorica fu reperita sul mercato antiquario di Firenze verso la metà del XIX secolo da un artista genovese, che riconobbe nei tratti del viso quelli del grande navigatore, questa convinzione fu motivata sia dalla somiglianza del volto con la descrizione fatta dal figlio Fernando, sia per le lettere VS presenti sul dipinto in alto a sinistra facenti parte d’una originale didascalia molto comune nei ritratti del primo ‘500 che presumibilmente era : “ColumbVS novi orbis repertor “. In questo ritratto Colombo viene immaginato con un cappello scuro da cui sporgono disordinatamente i suoi capelli bianchi, non ha vesti preziose, il suo vestito é nero, quasi monacale, senza gioielli ed armi, ritratto a tre quarti con il volto rivolto verso il riguardante ed é proprio qui che l’artista riesce pienamente a cogliere l’aspetto psicologico del personaggio rappresentato, nei tratti fisionomici di questo viso dall’espressione pacata ma con occhi che esprimono grande determinazione insieme ad una ferrea volontà nel perseguire i suoi sogni.