JACOPO DA VARAGINE UN SEPOLCRO SENZA PACE

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Jacopo da Varagine ( Varazze ) nato nel 1228 c. e morto a Genova nel 1292 all’età di 70 anni, fu frate domenicano ed arcivescovo di Genova dal 1292, famoso per aver cercato di pacificare i violenti conflitti cittadini tra la parte Guelfa e quella Ghibellina che erano degenerati a tal punto dall’incendiare la Cattedrale di Genova. Il nostro fu anche storico e autore di testi come la “Legenda Aurea” che per moltissimo tempo influenzarono la iconografia cristiana in Italia ed in Europa. Il suo sepolcro originariamente si trovava nel coro alla sinistra dell’ altar maggiore della chiesa di San Domenico, fu rimosso nel 1592 in ossequio dei dettami controriformistici, nel 1614 le sue ossa furono trasferite in sacrestia e nel 1616 sotto l’ altar maggiore, dopo di che, quando la chiesa di San Domenico fu distrutta per la costruzione del teatro dell’ opera Carlo Felice,  il sarcofago fu nuovamente spostato, oggi lo troviamo nel museo della scultura ligure di Sant’Agostino in Piazza Sarzano. La statua fu  realizzata da un anonimo scultore genovese del XIII secolo in marmo bianco apuano, l’ artista che la scolpì, più che esser fedele alla reale fisionomia del vescovo, si dimostrò più interessato a rendere i tratti del volto compatibili con la severa dignità della carica.

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IL NEOCLASSICISMO DEL RUBATTO

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Carlo Rubatto ( 1810-1891 ) nacque a Genova dove  frequentò L’ Accademia Ligustica di Belle Arti, lì seguì i corsi di Ignazio Peschiera, quindi si recò a Firenze dove terminò i suoi studi, fu uno scultore legato allo stile neoclassico, nella sua maturità artistica fu influenzato dal “Romanticismo” che però non gli fece mai abbandonare l’ impronta classicista dei suoi primi lavori, così come è evidente nella tomba della famiglia Peirano nel cimitero monumentale di Staglieno ( Genova ) realizzata dal nostro  nel 1878 in cui in un contesto architettonico neoclassico si muovono i diversi personaggi improntati di una teatralità propria della corrente romantica.

A PALAZZO SPINOLA RITORNA L’AUTUNNO

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A Palazzo Spinola di Piazza Pellicceria nel centro storico di Genova, c’ è il secondo appuntamento del ciclo dedicato alle quattro stagioni attribuite al pittore veneto del cinquecento Francesco Da Ponte detto ” Bassano” , questo insieme di dipinti costituisce il nucleo più antico del palazzo essendo appartenuti ai Grimaldi a cui si deve la costruzione di questo splendido edificio, l’ incontro, curato da Farida Simonetti, si concluderà nelle antiche cucine del palazzo, dove il titolare della ditta Profumo illustrerà la tecnica di preparazione di alcuni prodotti dolciari tipici dell’ autunno come canditi e marron glacées, la partecipazione all’incontro è inclusa nel biglietto d’ingresso al museo. Ricordate il giorno : giovedì 21 Settembre alle ore 17.

UNA PALA MILIONARIA PER PALAZZO SPINOLA

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Nell’anno del Signore 1483 fu realizzata questa pala a fondo oro per la cappella del notaro Pietro Fazio nell’antica chiesa della Consolazione di Genova. Il dipinto mostra l’ascensione di Gesù Cristo in cielo ha dimensioni importanti essendo alta cm. 258 x cm.123 di base e l’ artefice di questo dipinto fu il pittore Ludovico Brea nato a Nizza verso il 1430 e morto nel 1525 c.. Ludovico era figlio d’ una famiglia di bottai ed esercitò la sua arte soprattutto nel ponente ligure, a Genova lasciò un capolavoro visibile nell’ invisibile cappella Ragusea della chiesa di Santa Maria di Castello, dico invisibile perchè la cappella è nascosta dietro la porta d’un finto armadio della sacrestia della chiesa, qui è conservata la pala di “Ognisanti” detta anche impropriamente “Paradiso” commissionata da Tommasina Spinola quella che s’ era innamorata perdutamente di Luigi XII re di Francia, amore platonico naturalmente, e che alla falsa notizia della morte del re s’ era a sua volta lasciata morire dando il nome alla via dove era la sua casa: piazza dell’ Amor Perfetto.  Ma torniamo alla nostra pala che apparteneva ad una collezione privata acquisita dallo stato e data alla Galleria Nazionale del Palazzo Spinola di Piazza Pellicceria. Un’acquisizione che ha generato un mare di polemiche per l’ alto prezzo pagato ben euro 1.200.000. Gli esperti della Sotheby’s e della Christie’s affermarono che il dipinto era valutabile un terzo del prezzo pagato, e così si scatenò una guerra tra i detrattori ed i difensori di questo acquisto, la verità, a mio avviso, è che anche se il dipinto fu realizzato da un pittore minore rispetto ai grandi artisti prerinascimentali, ci troviamo pur sempre davanti ad un’opera storicamente citata, in uno splendido stato di conservazione e soprattutto di certa attribuzione, per cui è estremamente difficile quotare un’ opera del genere, sommessamente avrei suggerito agli esperti delle famose case d’asta citate di un pò di prudenza nell’ esprimere pareri derisori nei confronti del nostro stato visto che numerose volte le loro quotazioni sono state superate in maniera abnorme, concludendo non sono gli esperti che possono esprimere una valutazione su un dipinto del genere ma è sempre il mercato che ha l’ ultima parola.

 

 

 

LA SALA CAMBIASO DI VILLA IMPERIALE

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Uno dei pittori liguri  più noti fu certamente Luca Cambiaso ( Moneglia 1527 – El Escorial 1585 ), nel 1565 il nostro  realizzò l’ affresco della volta del salone di rappresentanza della villa Cattaneo Imperiale il cui disegno preparatorio è conservato alla National Gallery di Edimburgo in Scozia. L’ iconografia del dipinto a fresco è mediato dalla storia della Roma di Romolo il suo fondatore , ” Il ratto delle Sabine “, nel riquadro centrale la tragicità della scena è evidenziata dai corpi dei romani e delle donne sabine che lottano per cercare di resistere alla violenza del rapimento, mentre l’ uso di colori violenti, della luce  e delle zone d’ ombra accentua ulteriormente la dinamicità del racconto. In questa opera grandiosa  il Cambiaso abbandonò la tecnica della plastica a stucco per evidenziare le partizioni della volta, optando per una decorazione tutta pittorica basata sulla bravura di creare l’ illusione di spazi e profondità. La sequenza dei riquadri intorno all’affresco centrale è tratta dai racconti di Tito Livio e rappresenta gli eventi successivi al rapimento delle donne dei Sabini.

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“Ratto delle Sabine” di Luca Cambiaso ( particolare del riquadro centrale )

 

PETRARCA SULLE CASE DEI GENOVESI

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..Stupende a riguardarsi nell’alto torreggiare le moli di superbi palagi: sorgevano a piè delle rupi le marmoree magioni dé vostri cittadini, splendide al pari delle più splendide regge, e a qual si voglia città nobilissima invidiabil decoro: mentre vincitrice della natura l’arte vestiva gli sterili gioghi dé vostri monti di cedri, di viti, di olivi spiegando all’occhio la pompa di una perfetta verdura…sorretti da travi dorate echeggiavano al suono dei flutti, i quali spumeggiando si rompevano in sull’ingresso e dentro ne spruzzavano le muscose pareti… di quale stupore non lo colpivano le sontuosissime vesti…il vedere nel mezzo dei boschi e delle remote campagne lusso e e delizie da disgranare le urbane magnificenze?  così Francesco Petrarca scrisse nel 1358 a proposito delle case di campagna dei genovesi.

Nella foto il castello duecentesco Simon Boccanegra costruito forse da frate Oliverio in stile gotico, lo stesso artefice  che fece erigere il palazzo del mare ( palazzo San Giorgio ) nel porto antico, il castello, situato nei parchi dell’ ospedale di San Martino di Genova, è ora adibito a centro congressi.

PIETRO TEMPESTA ASSASSINO PER AMORE

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Pieter Mulier il giovane detto “Cavalier Tempesta”, nome poi italianizzato come Pietro Tempesta, fu un pittore olandese nato ad Haarlem nel 1637 e morto a Milano nel 1701, fu apprezzato dalla committenza privata soprattutto per le sue opere a cavalletto raffiguranti per lo più marine tempestose, da qui il nome, o pastorali. La sua carriera cominciò  a Roma dove tra l’ altro affrescò un salone di palazzo Colonna con scene di marine, iconografie che ripropose anche a Genova in Palazzo Lomellino dove recentemente è stata scoperta una sala affrescata dal nostro che arrivò nella nostra città nel 1668, non si conosce la causa del suo trasferimento da Roma, certo non è da escludere che fosse per amore d’ una dama genovese, amore contrastato dal fatto che Pietro era già sposato, per cui quando la moglie si mise in viaggio per ricongiungersi al marito, l’ artista pagò un sicario che la uccise a Sarzana. Provato il fatto,  fu condannato a morte, pena poi commutata in 20 anni di prigione da trascorrere nella torre Grimaldina. Alla fine però restò in prigione solo  dal 1675 al 1684 perché i Borromeo di Milano, suoi protettori, riuscirono a fargli ottenere la grazia, incredibilmente nel XVII secolo la legge non era uguale per tutti….

Nella foto pubblicata, la fuga in Egitto della Sacra Famiglia, un olio su tela di Pietro Tempesta appartenente alla collezione della fondazione  della banca CARIGE di Genova.