DA FARMACIA A MUSEO

“…La strada Lomellina assai larga e spaziosa, dal Fossatello alla strada dei Forni nella direzione di Greco maestosa dirigesi….” così veniva descritta la via Lomellini di Genova da un anonimo viaggiatore del 1818, da tempo dichiarata patrimonio dell’ Umanità dall’ UNESCO, imboccando questa strada da piazza della Zecca verso piazza Fossatello passiamo innanzi a splendide dimore, alla bella chiesa dedicata a san Filippo Neri ed al suo splendido oratorio e dalla parte opposta la facciata d’un palazzo con tre ingressi, da uno inizia un vicolo che conduce alla soprastante via Cairoli, in quello centrale e nel terzo si accede alla casa di Giuseppe Mazzini ora museo del Risorgimento. Viene naturale pensare che per un uomo così grande un prospetto marmoreo con due geni alati contrapposti ed ai lati, vasi istoriati scolpiti in bassorilievo ricolmi di fiori e frutti, siano stati il minimo sindacale per celebrare uno dei protagonisti che contribuirono a costruire la nostra nazione da secoli divisa, ma non é così, quello era l’ingresso d’una farmacia costruita alla fine del XVIII secolo nel palazzo che appartenne agli Adorno, lo stile neoclassico dei fregi ce lo rivela. In questa casa nacque nel 1805 Giuseppe Mazzini che vi visse con la sua famiglia sino al 1809 dopo di ché i Mazzini si trasferirono in un’altra abitazione poco distante. Alla morte del grande patriota avvenuta nel1872, alcuni suoi discepoli comprarono l’appartamento dove nacque per farne un sacrario, dopodiché il sito fu donato al comune di Genova che lo dichiarò monumento nazionale accorpando lì l’Istituto Mazziniano e trasferendo lì il Museo del Risorgimento. Nel Museo sono esposti cimeli delle guerre risorgimentali che si fanno partire dalla ribellione dei Genovesi contro gli austriaci, istigati alla rivolta dal sasso scagliato da un ragazzetto chiamato Balilla contro i soldati che volevano costringere alcuni passanti a spingere un cannone che s’era impantanato a Campetto. Tra i vari oggetti esposti uno mi colpì più degli altri : il bauletto dove furono messi i resti mortali di Nino Bixio, famoso generale di Garibaldi. Dopo la proclamazione del Regno d’ Italia, Bixio s’era imbarcato con Salvatore Calvino nel 1873 partecipando ad un’impresa di navigazione per collegare commercialmente l’Italia con l’Estremo Oriente, in un’isola vicino a Sumatra contrasse il colera e morì, fu seppellito sull’isola di We, ma la tomba fu profanata dagli indigeni, così i poveri resti furono cremati, messi in quel piccolo baule e riportati in patria, dove furono più tardi tumulati nel Pantheon del cimitero monumentale di Staglieno. La scritta in greco sulla porta dell’ex farmacia che corrisponde al latino: “Ars Longa Vita Brevis” sembra una epigrafe dedicata alla sua esistenza.

STURLA antico borgo di pescatori

Sturla é un quartiere di Genova il cui toponimo deriva dal torrente Sturla che divide in due il suo territorio, un corso d’acqua raramente in secca che nasce più a nord nella zona di San Desiderio e per circa dieci chilometri scorre in una stretta valle chiusa dal monte Fasce da una parte e dal monte Ratti dall’altra. Sturla sino alla fine del XIX secolo ed all’inizio del XX aveva pochi insediamenti urbani formati da case sparse di contadini e pescatori. Le notizie più antiche che riguardano questo borgo risalgono al XIV secolo e ci parlano di acerrime lotte tra la fazione guelfa e quella ghibellina, sembra impossibile ma gli uomini, anche se riuniti in piccole comunità che si possono contare sulle dita d’una mano, riescono a litigare ed ad ammazzarsi con estrema determinazione invece di aiutarsi l’un l’altro, come accadde nell’anno del Signore 1322 in cui le forze guelfe attaccarono le forze ghibelline asserragliate nel castello di Sturla e lo bombardarono con l’uso d’un trabucco ( una sorta di catapulta fissa ) costringendo il comandante Antonio Doria alla resa dopo due giorni di lanci incessanti di pietre.

GENOVA IN BIANCO E NERO

A Genova le costruzioni antiche più rappresentative furono costruite in pietra bianca e nera. Sin dalla metà del Duecento al marmo bianco di Carrara veniva contrapposto il nero della pietra di Promontorio. Il Promontorio di Capo di Faro oggi non esiste più se non nel suo punto estremo verso il mare, dove fu costruita la ” Lanterna ” il simbolo di Genova per antonomasia. Anticamente, prima che venisse spianata quest’ area, esisteva una cava da cui veniva estratta questa pietra grigio-nera così simile al marmo, più dura dell’ardesia ma meno facile da lavorare. Contrapponendo la bande bianche alle nere negli edifici e nelle chiese venivano a crearsi splendide geometrie, che viste da distante sembrano tutte uguali ma non é così, se le guardate attentamente vi renderete conto che le strisce nere sono più alte di quelle bianche rispettando una rigorosa proporzione, prendendo per esempio l’antica misura genovese in “palmi ” , quelle nere per ogni palmo ne hanno un decimo di palmo in più, perché il nero alla vista si ritira, un espediente, un illusione se volete, realizzata senza l’ausilio di tecniche astruse o di strumentazione speciale ma solo dall’esperienza tramandata da maestro costruttore a maestro costruttore.

Nella foto una torre della Cattedrale di San Lorenzo.

La Corporazione dei Setaioli

C’era una volta a Genova la potente corporazione dei Seateri ( Setaioli ), nei capitoli dell’arte dei tintori d’éndeghi ( indaci ) e sete della città e dei borghi di Genova, erano raccolte le normative in lingua latina e volgare dei secoli XIV – XVI che riguardavano tra l’altro i colori con i quali era possibile tingere i drappi di seta, colori che andavano dal morello di grana al rosso vermiglio di coconiglia ( cocciniglia ), dal colore negro di vitriola all’éndego ( indaco ) che era una materia tintoria tra le più usate e pregiate. I “Setaioli ” erano per lo più collocati nella città vecchia nella zona di Ponte Reale. Quest’arte si tramandava da padre in figlio ed alcune famiglie, come per esempio la mia, quella dei “Burlando” proveniente da Aggio Ligure, sin dal Medio Evo, si specializzò in questo antico mestiere ed acquisì tanta notorietà da essere pubblicata nel libro delle famiglie blasonate dello Scorza.

Storia d’una Giustizia perduta e poi ritrovata

Nel centro storico di Genova, nascosta come una perla preziosa, é la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola di piazza Pellicceria, tra i tanti capolavori esposti in questo avito palazzo, c’è una statua che rappresenta la Giustizia, sul suo petto fu scolpita una bilancia a significare l’equità del giudizio e sul cartiglio che reca in mano é scritto: ” DILEXISTI IUSTITIAM ODISTI INIQUITATEM ” il cui significato é : amasti la giustizia ed odiasti l’iniquità, frase di derivazione biblica che si dice abbia pronunciato in punto di morte il papa Gregorio VII nel 1085. Questa statua faceva parte del monumento sepolcrale commissionato dall’imperatore di Germania Enrico VII a Giovanni Pisano ( Pisa 1248 c. – 1315 c. ) in memoria della sua amata moglie Margherita di Brabante morta a Genova di peste nel 1311. Il monumento funerario terminato nel 1313 fu posto nella chiesa di san Francesco di Castelletto e da subito meta di pellegrini che venerarono Margherita come una santa. La regina fu rappresentata come un’anima festante sorretta da angeli con lo sguardo sorridente rivolto verso il Cielo ed il suo sarcofago sorretto dalle quattro virtù cardinali : la giustizia, la prudenza, la fortezza e la temperanza. Passarono gli anni e poi i secoli, alla fine del 1500 il monumento venne distrutto, non se ne conoscono le cause ed all’inizio del XIX secolo fu distrutta anche la chiesa di San Francesco di Castelletto della quale resta qualche rara testimonianza, ma dal lontano passato riemersero nel secolo scorso alcuni frammenti di questo capolavoro, i più importanti ritrovati nella villa della duchessa di Galliera a Voltri, oggi conservati nel museo della statuaria medioevale di sant’ Agostino e la statua della Giustizia ritrovata in un giardino d’una villa genovese che ha trovato dimora nella casa che appartenne agli Spinola e prima di loro ai Grimaldi ed ai Doria oggi uno dei più interessanti musei di Genova.

Una Madonna armata contro i crucchi

Quando si visita il parco della Duchessa di Galliera a Voltri ripercorrendo gli antichi sentieri costeggiati da alberi secolari dove i soli rumori sono lo stormire delle fronde scosse dal vento, il canto degli uccelli e d’estate il frinire delle cicale, si arriva in cima alla collina, lì è il santuario di Nostra Signora delle Grazie. Secondo una leggenda, la fondazione di questo tempio risalirebbe ai tempi della predicazione in Liguria di Nazario e Celso, cioè al primo secolo dopo Cristo, ma é più probabile che la primitiva costruzione risalga al 343 così come risulterebbe da una lapide trovata nelle vicinanze. Originariamente la parrocchiale fu dedicata a san Nicolò ed aveva vicino un ospitale per accogliere i pellegrini, più tardi venne edificato un convento affidato ai padri cappuccini. La Duchessa di Galliera comprò l’intero complesso nel 1864 e la chiesa fa adibita a Pantheon della sua famiglia. Il tempio fu restaurato nel XIX secolo in stile romanico pisano così come doveva essere all’origine. Secondo la tradizione, durante la guerra di successione austriaca, dopo che a Genova nel quartiere di Portoria il giovane chiamato “Balilla ” aveva dato inizio ad una rivolta sanguinosa contro gli invasori austriaci nel 1746, l’anno seguente, la Madonna di questo santuario apparve ai soldati nemici che s’erano accampati nelle vicinanze, vestita di turchino e con una spada in mano, costringendoli ad una fuga disordinata. L’apparizione miracolosa é ricordata da un rosone della chiesa in cui é rappresentata la Madonna con Gesù bambino in braccio, sotto l’immagine é un cartiglio che recita testualmente: ” Con la sua apparizione Maria coronò l’opera cominciata in Portoria”.

Storia di Limbania santa bambina

Nell’anno del Signore 1190 l’isola di Cipro faceva parte dell’Impero Romano d’Oriente, l’anno successivo, durante la terza crociata, Riccardo I Plantageneto re d’Inghilterra, passato alla storia come “Cuor di leone” più che per il coraggio per la sua spietatezza nei confronti dei saraceni, conquistò l’isola per usarla come base operativa contro i suoi nemici, in un secondo tempo la vendette ai cavalieri templari che a loro volta la rivendettero a Guido di Lusignano che si proclamò re di Cipro, questa premessa serve per capire che nel 1190 quando nacque Limbania la sua patria era come un vulcano pronto ad eruttare. Limbania che apparteneva ad una famiglia agiata, forse per la crudezza dei tempi in cui visse, forse perché sin da giovanissima sentì la “chiamata” del Signore, desiderava consacrarsi a Dio ed entrare in un convento, ma suo padre era di diverso avviso e la promise in sposa ad un nobile cipriota, quando la bimba aveva solo 12 anni. Limbania provò a convincere il padre a desistere, ma questi sdegnosamente si rifiutò anche di parlarne di questa sua presunta vocazione, allora la bimba fuggì di casa, si recò in porto e lì conobbe un capitano genovese che aveva un vascello ancorato al molo pronto a salpare, lo supplicò in lacrime di portarla via con se e questi sulle prime le disse di si, ma approfittando d’ un momento di distrazione della bambina, fece salpare l’ancora e si diresse verso l’ imboccatura del porto filandosela, come s’usa dire , all’ inglese, quando la nave arrivò in mare aperto onde furiose la risospinsero verso il porto sino al molo dove Limbania lo stava aspettando in lacrime, così la bimba salì a bordo e dopo un viaggio periglioso finalmente la nave arrivò in prossimità di Genova, qui i venti e le correnti meteo marine trascinarono la nave verso la terribile scogliera di San Tommaso vicino all’omonimo convento benedettino, alcuni marinai terrorizzati si gettarono in mare avendo perso completamente il controllo della nave, ma non lei che in piedi a prua, immobile come una polena, attese che la nave si arenasse lì dove oggi nel porto di Genova è la Calata che porta il suo nome, scese e si diresse verso il convento, dove visse tutta la sua vita pregando e facendo penitenza. Si dice che prima di staccarsi definitivamente dal mondo, visse per alcuni anni a Voltri dove esiste una chiesetta a lei dedicata risalente al XIII secolo, proprio lì sembra dimorasse e vivesse in letizia con gli uomini e con Dio. Una curiosità, si narra che il padre furioso per la fuga della figlia pare non abbia trovato di meglio che prendere la campana della loro cappelletta e farla buttare in mare urlando : ” Vai via anche tu! Vai da Limbania ” e la leggenda racconta che la campana, non si sa come, dopo qualche tempo fu ritrovata su una spiaggia genovese.

Luigi Pastorino il parsimonioso.

Il cimitero monumentale di Staglieno, con gli splendidi monumenti sepolcrali posti lungo le pareti dei suoi imponenti porticati neoclassici, è uno dei più importanti musei della scultura otto- novecentesca del mondo. La rappresentazione del dolore umano di fronte alla fine della vita mortale, assunse in questo luogo, nel corso del XIX secolo, forme espressive diverse che ben son rappresentate in questo vero e proprio museo a cielo aperto. Uno degli artefici di questi capolavori fu lo scultore Giuseppe Navone nato a Genova nel 1855 che nel 1902 realizzò un gruppo scultoreo per celebrare la dipartita d’un medico chirurgo che di nome faceva Luigi Pastorini. Il Navone apparteneva alla scuola del cosiddetto ” Realismo Borghese ” uno stile che si configurava in una visione molto realistica del defunto spesso circondato dai suoi famigliari o da persone comunque a lui care. Per il Pastorini il Nostro ideò una complessa allegoria nella quale una donna alata rappresentante la” Medicina”, con l’aiuto d’una altra figura alata rappresentante la ” Munificenza ” volgente lo sguardo verso l’effige del defunto, porge un aiuto concreto ad una suora infermiera che sorregge tra le sue braccia un bambino malato. Bellissimo il contrasto tra la delicatezza quasi eterea delle figure alate ed il crudo realismo con cui lo scultore rappresenta la suora cappellona ed il bambino. Emblematico del personaggio trapassato é l’epitaffio che si legge su un pilastro posto sotto il monumento che recita testualmente : ” A Luigi Pastorini medico chirurgo insigne, della religione osservatissimo, che per sovvenire largamente al povero cui legò il ricco suo censo con operosità ligure accumulato, visse con parsimonia antica”. Per coloro che desiderano visitare Staglieno, é stato recentemente creato al suo ingresso un info point nel quale potrete trovare informazioni su visite guidate e sulla collocazione dei più importanti e significativi gruppi sepolcrali.

LA FINE DI GENOVA

Ci sono momenti nella nostra vita che mai vorremmo rivivere, momenti in cui facciamo un’autoanalisi di quello che é stato e di quello che avrebbe potuto essere, degli amici che non sono più, e di quelle strade che hai percorso faticosamente senza arrivare da nessuna parte, é allora, in quei momenti bui che ti fanno star male e ti senti solo, che più solo non si può, vai a Voltri dove finisce la grande Genova, scendi in spiaggia, siediti e guarda il mare, non sarà la panacea per lenire tutti i tuoi mali ma credimi ….aiuta.

Sant’Eusebio il Bosco dei Briganti

Sant’Eusebio é un quartiere di Genova il cui toponimo deriva dall’omonima parrocchia di cui si hanno notizie sin dal XIII secolo, del borgo che sorge intorno a questo tempio si comincia a parlare quando alla fine del XI secolo i monaci benedettini dell’abbazia di San Siro di Struppa si trasferirono in questo luogo fondandovi una nuova chiesa ed un ospitale destinato a dare ricovero ai pellegrini che attraversavano questa valle diretti alle città sante della cristianità. Il luogo, a quel tempo, era chiamato “Luco ” dal latino “Lucus ” che significa bosco sacro poiché il sito era circondato da boschi rigogliosi, che di sacro per la verità avevano poco e niente, nel senso che si prestavano benissimo a dare ricovero ai briganti i quali, compiute le loro ruberie, potevano indisturbati fuggire in queste foreste che davano loro garanzie di incolumità e di ricovero. Una di queste bande fu colpevole d’un efferato delitto del quale mai si seppe il movente: un sacerdote fu assassinato mentre celebrava la messa proprio nella chiesa di Sant’Eusebio che, per questo fatto di sangue, fu chiusa al culto per molto tempo. Alla fine del XIX secolo, sino alla metà del secolo scorso, Sant’ Eusebio fu chiamata “La Svizzera Genovese” per l’amenità del paesaggio e fu meta di scampagnate domenicali da parte di molte famiglie genovesi compresa la mia essendo presenti nel paese numerose trattorie ed osterie. Vivide nella mia mente le colazioni a base di fave, salame, formaggio sardo e vino bianco.

BAROCCO SEGRETO A GENOVA

Il collezionismo è esistito sin dai tempi dell’impero romano, quando per decorare i giardini e le dimore patrizie si ponevano sculture e manufatti della Magna Grecia. Anche a Genova nei secoli XVII e XVIII, paradossalmente quando la città perse quasi tutte le sue colonie e come potenza marinara era in netta decadenza, una classe dirigente formata dalla vecchia nobiltà e dalla nuova, disponendo d’una enorme capacità finanziaria, volle farsi costruire splendidi palazzi così belli da indurre Rubens a descriverli o meglio celebrarli in un suo libro ed in questi palazzi, come scrigni preziosi, venivano esposti capolavori realizzati da tantissimi artisti italiani e d’oltralpe, attirati come da una calamita dal dio denaro che a Genova sembrava avesse posto la sua dimora. Il nuovo stile “Barocco ” nato proprio per stupire, estasiare ed emozionare con la sua teatralità, era quello che ci voleva per decorare e rendere indimenticabile al visitatore un’esperienza visiva. La mostra ” Barocco Segreto ” allestita nel meraviglioso palazzo detto della Meridiana che appartenne ai Grimaldi, ci mostra ceramiche, argenti e dipinti barocchi appartenenti a collezioni private e quindi per la prima volta accessibili a tutti, alcuni veri e propri ” Cabinet painting” come li chiamano in Inghilterra, destinati ad essere guardati e goduti solo dai fortunati proprietari.

Nella foto sopra : Un dipinto olio su tela del pittore genovese Paolo Gerolamo Piola ( 1666-1724 ) mostra Achille vestito da donna tra le figlie del re Licomede che viene smascherato da Ulisse quando preferisce brandire una spada piuttosto che rivolgere la sua attenzione ai tessuti preziosi ed ai gioielli destinati alle fanciulle.

VIVA IL CRISTO BIANCO

Le Casacce (*) genovesi organizzavano per la settimana santa diversi riti tra cui processioni solenni dove venivano portati trionfalmente fuori dalle pareti degli oratori i Cristi in legno scolpiti e dipinti in policromia. Uno tra i più famosi di questi é il Cristo “bianco” dell’ Oratorio di Sant’Antonio Abate alla Marina mostrato nella foto, questo Cristo morto in croce fu realizzato nel periodo che va dal 1710 al 1715 dallo scultore Anton Maria Maragliano ( Genova 1664 – 1739). La scultura alta cm. 162 ha un peso considerevole, anche se cava all’interno, questo accorgimento fu approntato dall’artista per alleggerirla, dato che i portatori di Cristi non si limitavano a trasportare queste grandi sculture senza l’uso delle mani e delle braccia in bilico con la punta inferiore della croce ficcata dentro un bossolo di cuoio assicurato alla vita da una cintura, ma anche perché, oltre a portarli, saltavano e compivano esercizi alcune volte spericolati tra il tripudio della folla che li incitava gridando in questo caso : ” Viva Il Bianco “.

(*) le “Casacce ” genovesi erano delle Confraternite d’origine molto antica che nacquero per scopi assistenziali e religiosi, composte da membri laici che si riunivano saltuariamente in un oratorio per adempiere a quanto previsto dai loro statuti.

“Gattafura”é la Torta Pasqualina

La torta Pasqualina è una torta salata tipica della Liguria, sostanzialmente era ed é il piatto forte realizzato per festeggiare la santa Pasqua , da qui il nome; attualmente, ma presumo anche prima, si preparava anche per festeggiare l’arrivo della primavera. La sua preparazione non é facilissima, gli ingredienti principali sono una pasta sfoglia ripiena di bietole, uova sgusciate, maggiorana e la “prescinseua” una cagliata fresca che è di difficile reperimento fuori dalla Liguria. La prima documentazione storica sulla Torta pasqualina risale al ‘500, un letterato ed umanista lombardo dal nome di Ortensio Lando da Milano nato nella prima metà del XVI secolo ne dissertò nel suo ” Catalogo degli inventari delle cose che si mangiano et bevono” dichiarando, per quel che lo riguardava, che a lui piaceva più che all’orso il miele. Le uova intere al suo interno sono da considerarsi simbolo di rinascita e le più ardite delle cuoche che si cimentavano nella preparazione della torta, cercavano di farla con ben 33 strati di pasta sfoglia in onore degli anni di Cristo. Una curiosità da mettere in evidenza è che le torte venivano siglate in modo da poterle riconoscere, dato che non tutti possedevano un forno nella loro abitazione, molti si recavano a cuocerle nel forno comunale e quindi era assolutamente necessario distinguerle per evitare appropriazioni indebite. Il Lando chiama la Torta Pasqualina Gattafura perché sembra che il suo gatto amasse saltargli sopra e sfondare la sfoglia con gran disperazione degli astanti. E per finire vi voglio ricordare quanto scrisse il poeta Martin Piaggio a proposito da Pasqualinn-a:

Beneita mille votte e benexia

E benedetta quella magnettinn-a

chi sa fa unn-a tortetta Pasqualinn-a

e ve-a presenta cada e brustolia.

Beneito sae quell’euggio chi l’ammia

e quell’odò ch’a manda da vixinn-a:

L’erbetta, o coccon fresco de pollinn-a

e quella prescinseua chi scappa via;

Beneita segge a meizoa co cannello,

O siaso e a faenn-a chi se lascia tià,

E l’euio chi ven zù comme un spiscioello,

Beneito segge o forno co fornà

O testo, o tondo a ciumma co cotello…

E quella bocca chi ne peu mangià.

Un ringraziamento alla Rosticceria “Gilberto ” di via Galeazzo Alessi di Genova Carignano per la gentile collaborazione.

ANDREA SANTO SUPPLENTE ALLA CHIESA DEL GESU’

Nella bella Piazza Matteotti, che secoli or sono fu la piazza d’armi del Palazzo Ducale, c’é la bellissima chiesa del S.S. Nome di Gesù e dei santi Ambrogio e Andrea, più conosciuta come chiesa del Gesù, stante che fu la Compagnia di Gesù fondata da sant’Ignazio da Loyola a ricostruirla alla fine del ‘500. ora vi racconto un fatto singolare, non tutti sanno che le due statue poste nei nicchioni ai lati del portone d’ingresso della chiesa non sono le originali, quelle che anticamente davano il benvenuto ai fedeli rappresentavano San Francesco Saverio e Sant’Ignazio, in un secondo tempo, un po’ perché il papa Clemente XIV ordinò lo scioglimento dell’Ordine nel 1773, un po’ perché ci furono i moti rivoluzionari della fine del ‘700 ed anche perché nel 1848 i Gesuiti dovettero andarsene stante che il regno di Piemonte e Sardegna aveva fagocitato tutti i beni appartenenti al clero, le statue in quell’anno furono sostituite da quelle di Sant’ Andrea e di Sant’ Ambrogio, realizzate dallo scultore Michele Ramognino ( Varazze 1821 – Genova1881) che da santi supplenti dopo 174 anni di onorato servizio possono pretendere a pieno diritto d’essere considerati Santi Titolari. Singolare è l’atteggiamento di Sant’Andrea che sporgendo dalla sua nicchia sembra dire: ” Pòscito-ese ma a Zena no ciéuve ciù ? “.: Traduzione per i foresti : (Accidenti ma a Genova non piove più ? ).

GENOVA BAROCCA

Lo stile barocco determinò nel XVII° secolo gli stessi sentimenti che alcuni secoli dopo crearono i movimenti artistici della pop art e dell’ espressionismo astratto di Jackson Pollock. Il distacco da schemi precostituiti ha da sempre generato sentimenti di avversione da parte dei fruitori delle opere, così accadde anche a geni assoluti come il Caravaggio al quale i committenti rifiutarono dipinti da lui creati, perché si staccavano in maniera prepotente da quello che era il comune sentire dell’epoca in cui visse. La bella mostra allestita nel palazzo Ducale di Genova ci racconta, attraverso immagini per lo più inedite, quello che accadde nella nostra città dal punto di vista artistico in questo periodo memorabile che, data l’enorme potenza finanziaria della classe oligarchica genovese, attirò a Genova grandi artisti come Rubens e Van Dick, dando inizio ad una stagione per la quale il ‘600 fu chiamato: ” El Siglo de los Genoveses”. La mostra propone opere di scultura e di pittura molto interessanti perché, il più delle volte, provenienti da inaccessibili collezioni private, uno o due per autore, quelle ritenute più emblematiche della sua poetica e del suo stile.

Nella foto: ” Le Danaidi ” dipinto olio su tela realizzato da Valerio Castello ( Genova 1624 – 1659 ) nel 1655 poco prima che la grande pestilenza che decimò la popolazione genovese nel sesto decennio del XVII° secolo lo uccidesse giovanissimo.

BAROCCO LA FORMA DELLA MERAVIGLIA

Il termine “Barocco” deriva dal francese “baroque” con il quale veniva indicata una perla mal formata, questo termine é mediato dalla parola portoghese “barroco” e dallo spagnolo “barrueco ” che sostanzialmente stanno ad indicare una forma fuori dall’ordinario, bizzarra, inconsulta e stravagante insomma uno stile che doveva esser considerato un insulto alla logica ed al buon gusto, pertanto possiamo affermare che, all’inizio del suo percorso, questa corrente artistica venne dai più respinta e derisa, ma a Roma tre artisti la fecero diventare così grande da influenzare la moda e lo stile di tutta Europa, tre uomini geniali il cui cognome iniziava con la lettera “B” Bernini, Borromini e Berrettini meglio conosciuto come Pietro da Cortona. Anche a Genova la stagione “Barocca” ebbe grandi interpreti nella scultura e nella pittura celebrati nella stupenda mostra nel palazzo Ducale di Genova : ” Barocco, l’essenza della meraviglia. ” che invito tutti i miei lettori a visitare, l’allestimento é stupendo e le luci che danno vita alle opere consentono la loro piena leggibilità.

Nella foto : Maria Vergine regina di Genova, realizzata dallo scultore tardo barocco genovese Francesco Maria Schiaffino ( Genova 1689 – 1765 ) collocata sull’altare della cappella Dogale anch’essa visitabile.

ADONE E VENERE A PALAZZO REALE

Nella meravigliosa galleria degli specchi del Palazzo Reale di Genova, si possono ammirare due delle più graziose statue scolpite da Filippo Parodi ( Genova 1630- 1702 ) prestigioso artista genovese discepolo del Bernini. Le due sculture si ispirano alle celeberrime “Metamorfosi ” di Ovidio e rappresentano una Venere la dea dell’amore e l’altra Adone, un bellissimo giovane del quale la dea s’innamorò perdutamente perché, mentre guardava il ragazzo passeggiare nel bosco, si graffiò inavvertitamente con una freccia di Cupido che, come è risaputo, le stava sempre vicino. Il dio Marte, l’amante ufficiale della dea che , per la verità, era sposata con il dio Vulcano, ma questi, abituato ai tradimenti di sua moglie, evidentemente non ci faceva più caso, la prese molto male, s’infuriò come una bestia e sapendo che Adone aveva un debole per la caccia, si trasformò in un feroce cinghiale ed alla prima occasione lo uccise. Venere disperata si rivolse a Giove il re degli dei, il quale mosso a pietà, stabilì che Adone potesse lasciare gli Inferi sei mesi all’anno per poter tornare dalla sua amata Venere, tutto ciò con gran dispetto di Marte e, aggiungo io, con grande gioia del marito Vulcano che, finalmente, poté anch’egli ridere di chi l’aveva cornificato da un’eternità. Attualmente le due statue, in marmo bianco di Carrara parzialmente dorate, sono state spostate insieme a quelle di Clizia e Giacinto. Il nuovo allestimento, ideato dall’architetto Giovanni Tironi, permetterà ai visitatori del museo di poterle ammirare a tutto tondo come prima non era possibile essendo le sculture addossate alla parete. Un grazie per questa felice iniziativa alla direttrice del Palazzo Alessandra Guerrini ed al direttore delle collezioni Luca Leoncini .

CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE….

Con questi versi del Petrarca voglio celebrare un luogo del quale, me compreso, sino a poco tempo fa ignoravo l’esistenza : ” I Laghetti di Nervi ” . L’ antico comune di Nervi, che da molto tempo fa parte della grande Genova, era ed è famoso per il suo microclima dovuto alla protezione dei monti Moro e Giugo che salvaguardano il borgo dai freddi venti invernali, per la sua splendida scogliera che si può ammirare dalla passeggiata a mare intitolata ad Anita Garibaldi, per i suoi magnifici parchi, nonché per i musei che sono ubicati in antiche ville nobiliari ed in palazzi patrizi. Il toponimo ” Nervi ” secondo alcuni deriverebbe dal fatto che in questo sito si erano rifugiati dei soldati romani fedeli all’imperatore Marco Nerva al quale vollero dedicare questo luogo ameno, per altri invece deriverebbe dalla scritta celtica che si poteva leggere sull’antico stemma del comune di Nervi : ” NEAR AV INN ” che significa luogo vicino al mare, ma torniamo a parlare di questi laghetti che ribadisco, sono ignorati dai più, perché la gran parte della gente é attirata dalla parte costiera che é una delle più belle della Liguria; per raggiungere i laghetti bisogna lasciare l’auto parcheggiata all’inizio della via Molinetti di Nervi, poi iniziare un percorso a piedi che, pur essendo ripido in alcuni punti, non presenta grosse difficoltà, vedrete sopra di voi incombere l’imponente viadotto autostradale che porta verso Recco, non fateci caso e proseguite il cammino sino a vedere sulla vostra sinistra un’antico ponte in pietra sotto il quale scorre il torrente Nervi, superato questo sito troverete la prima di queste pozze d’acqua chiamata lago scuro, che in verità scura non é, dovrebbe invece chiamarsi lago smeraldo per il suo colore verde acceso, proseguendo il cammino ne troverete altre, ma vi do un consiglio, aspettate che piova perché dopo mesi e mesi di siccità attualmente sono in secca.

IL MITO DI PACIUGO E PACIUGA

Tra i tanti miti e leggende della città di Genova che ci vengono tramandate, ce n’é una veramente singolare, una storia d’amore, devozione, gelosia, morte e coup de théatre finale che lascia veramente senza fiato, neanche la fervida fantasia di Salgari o Verne sarebbe riuscita ad immaginare un racconto così incredibile. La storia si svolge nella Genova del XI° secolo nella zona di Pré, che prende il nome dai prati che a quel tempo lì erano e degradavano dolcemente verso il mare, costellati di case sparse in una delle quali vissero una coppia di sposi che si amavano teneramente, lui chiamato “Paciugo ” fu un marinaio che spesso si imbarcava per pescare al largo delle coste africane, lei detta ” Paciuga” di professione casalinga. Un giorno Paciugo, mentre era impegnato in una campagna di pesca, fu catturato dai Turchi (vi preciso che, per i genovesi, ” Turchi ” erano tutti gli islamici di colore e non) ridotto in schiavitù e per 12 anni non se ne seppe più niente. Paciuga però mai perse la speranza di rivederlo sano e salvo, tutti i sabati con la pioggia o col sole, si recò a piedi al santuario di Coronata e lì pregò la Madonna di farle riabbracciare suo marito, naturalmente, alcune sue vicine di casa vedendola partire presto e rientrare in serata, cominciarono a sparlare di lei, perché anche nel XI° secolo lo sport preferito da certa gente era la calunnia, e questa calunnia passando di voce in voce divenne certezza: ” quella Paciuga, poco di buono, tradisce spudoratamente e continuamente quel disgraziato di suo marito che ebbe l’unico torto d’aver sempre lavorato come una bestia per farle fare la bella vita”. Dovete sapere che a Genova esisteva una associazione che aveva la “mission” di raggranellare denaro per poter riscattare i cittadini genovesi fatti schiavi, e fu così che, dopo 12 anni di assenza, Paciugo poté ritornare a casa sua, ma essendo di sabato, la trovò deserta, ora diciamocelo, non essendoci all’epoca telefoni, fax o e-mail fu un po’ pretestuoso da parte sua pensare che sua moglie fosse, dalla sera alla mattina, chiusa in casa ad aspettarlo, tuttavia, non trovando la sua donna Paciugo s’incavolò di brutto, uscì dalla magione e cominciò a correre a destra ed a manca chiedendo notizie della sua consorte, naturalmente, da sfigato quale era, chiese anche ad una megera che allegramente gli disse della tresca che sicuramente sua moglie aveva con un non ben definito cavaliere, figuratevi un po’ il pover uomo come ci rimase, male per usare un eufemismo, malissimo rende di più l’idea, così, con questo stato d’animo che lo faceva adirare sempre più, Paciugo aspettò il ritorno di sua moglie, quando la vide sul far della sera rientrare a casa, la fermò, si fece riconoscere ed invece d’abbracciarla l’ accusò d’essere una fedifraga e una sporcacciona, la povera Paciuga ci restò così male che a malapena riuscì a dire che non era vero e che lei pregava per il suo ritorno nel santuario di Coronata, ma lui, accecato dalla rabbia e dall’odio, la trascinò su una barca, si mise ai remi e quando fu al largo la pugnalò al cuore, le mise una pietra al collo e la gettò in mare. Subito dopo aver commesso questo, diremmo oggi, “femminicidio ” Paciugo si pentì del suo insano gesto, ritornò sulla terra ferma e si recò al Santuario di Coronata per chiedere perdono alla Madre di Dio. Giunto al Santuario, che sorge sopra un colle sovrastante la zona di Cornigliano, si prostrò davanti alla statua della Madonna chiedendo perdono piangendo, fu allora che una figura di donna gli si presentò innanzi , subito non la riconobbe perché, avendo la luce alle spalle, la vide come un’immagine trascendentale, poi quando le fu vicino vide che si trattava di Paciuga viva e vegeta, la Vergine Maria l’aveva salvata ed evidentemente resuscitata. La storia quindi finì bene e i due sposi vissero, per il tempo che a loro fu concesso, felici e contenti. Nel Santuario di San Michele e Santa Maria, chiamato dai più Santuario di Coronata, esistono nella navata sinistra due statue di Paciugo e Paciuga con scritta la loro storia, naturalmente, per i non credenti, resta una bella favola, ma, evidentemente, qualcuno pensò che questa storia avesse un qualche fondamento se nel XVII° secolo gli ex-voto per grazia ricevuta in questo Santuario raggiunsero il numero di oltre quarantamila.

Simulacro della statua della Madonna del XI° secolo distrutta da un incendio nel 1600 e ritrovata sotto un altare distrutto nel 1943 da una bomba sganciata da un aereo inglese durante la seconda guerra mondiale.

GENOVA VERTICALE….

A Genova la via Frate Oliverio contraddistingue forse la parte più caratteristica del centro storico cittadino, qui sono i portici di Sottoripa che anticamente erano lambiti dal mare e qui sono le alte palazzate che avevano al piano terreno i magazzini dove venivano accumulate le mercanzie scaricate dalle navi dai “camalli ” . Negli ultimi anni del secolo scorso sono stati fatti numerosi restauri alle facciate di questi palazzi, rimuovendo i vecchi intonaci deteriorati dai venti che spirano dal mare e dal salino, sono riemersi, come naufraghi perduti nell’oceano e poi ritrovati, gli antichi prospetti medievali che ci raccontano la storia millenaria della nostra città e allora ci sentiamo piccoli e ci tornano in mente i versi di Giorgio Caproni quando scrisse: ” …Genova città pulita. Brezza e luce in salita. Genova verticale, vertigine, aria, scale…”.

UNA PORTA DIMENTICATA

In un mio precedente post pubblicato il 22 Dicembre del 2019 vi raccontai la storia della grandiosa Porta di Santo Stefano detta “Degli Archi ” che fu demolita, anzi direi smontata, in occasione dell’allargamento della via Giulia di Genova ridenominata in seguito via XX Settembre. Vi ricordate della Porta che non c’é più e che c’é ancora? ricostruita nel tratto delle mura della prima metà del XVI° secolo che da Carignano porta in via Banderali, ebbene torno in argomento perché nel mio scritto dimenticai di precisare un fatto veramente straordinario: le due antiche ante lignee della grande porta sono ancora esistenti con le loro cerniere di ferro e le loro borchie forgiate a mano, una rarissima testimonianza del nostro passato ignorata dai più tranne che dai vandali e dai graffitari che l’hanno deturpata con le loro scritte senza senso sotto il severo sguardo lella statua di santo Stefano di Taddeo Carlone posta in una nicchia sulla sommità del varco. Ora io mi chiedo, ma é possibile che esistendo un assessorato alla cultura in questa nostra martoriata città, a nessuno sia mai venuto in mente di preservare per le generazioni future questo manufatto, che essendo un unicum assume, a mio avviso, una grande importanza? speriamo che alla fine qualcuno se ne ricordi, perché, come diceva il grande giornalista Indro Montanelli, ” Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.”

LA SALITA DI SAN BERNARDINO

A Genova la salita di san Bernardino dell’antico quartiere del Carmine prende il nome dalla chiesa di San Bernardo dell’Olivella, che originariamente fu la chiesa abbaziale delle monache cistercensi, il portone di questo tempio si trova proprio in cima alla salita, questo sito è un posto veramente singolare considerando che si trova ubicato a due passi dal caotico centro città, eppure così silenzioso e direi nascosto, quasi che sia restio a farsi conoscere e frequentare dalla gente, la luce del sole arriva filtrata dagli alti muri delle case e dai contrafforti che le legano le une alle altre come fossero braccia amorose, nonché dalle funi tese tra gli edifici per stendere i panni freschi di bucato, in questo posto sembra che il tempo si sia fermato e chi sale questa “creuza” parla sotto voce, come se si trovasse all’interno d’una chiesa, timoroso di rompere quel senso di pace e di solitudine che lì si respira.

Il Campanile dagli otto profili

Questa descrizione della torre nolare della chiesa di San Donato di Genova é presa da una poesia di André Frenaud ( Il silenzio di Genova ), il campanile ottogonale, realizzato in pietra di taglio nel XII secolo, sostituì il tiburio a torre ed é composto di tre ordini di colonne sovrapposte, bifore, trifore e quadrifore, queste ultime aggiunte nel XIX° secolo dal D’Andrade. Nel 1650 qui avvenne un fatto veramente singolare, il nobile Stefano Raggio, che aveva la sua dimora vicina alla chiesa, insieme ad un gruppo si sgherri a lui fedeli, salì sulla torre e da lì si mise a sparare con gli archibugi agli sbirri ai quali era stato ordinato d’arrestarlo per alto tradimento, facendone fuori tre o quattro prima d’esser catturato e tradotto nelle patrie galere. Il suo peccato mortale fu d’aver parlato malissimo, anche in pubblico, del Doge Giacomo De Franchi, così, una calunnia tira l’altra, fu accusato di preparare un colpo di stato ed addirittura di voler assassinare il Doge, a nulla valse il fatto che in passato il Raggio ricoprì importanti cariche pubbliche in modo esemplare e che le prove della sua colpevolezza fossero estremamente labili, fu condannato a morte per impiccagione senza tanti complimenti. In prigione, quando capì che non c’era speranza d’una revisione del processo, si fece portare da sua moglie un crocifisso che celava un pugnale e con quello si ferì mortalmente, ma questo non bastò per evitargli la forca, i birri lo presero e lo trascinarono al molo vecchio, dove venivano eseguite le condanne alla pena capitale e lì lo impiccarono per “lesa maestà”. A Genova c’è una leggenda per la quale il fantasma del Raggio si aggirerebbe ancora lì dov’era la sua casa e in autunno talvolta apparirebbe nella chiesa di san Donato appoggiato ad una colonna vestito di rosso.

“Le Casacce ” misericordiosi si ..ma con sfarzo

Come già da me scritto in un mio precedente post, le confraternite genovesi sono gruppi di persone che si riuniscono in associazioni laiche con finalità spirituali ed assistenziali. La loro costituzione si perde nella notte dei tempi, comunque nel 1582 a Genova se ne contavano ben 134, ognuna legata ad un oratorio ( la cosiddetta Casaccia) dedicato ad un santo patrono. Al loro nascere, i membri delle ” Casacce ” si vestivano con abiti penitenziali, alcuni addirittura con teli di sacco ed incappucciati, seguendo la regola evangelica che recitava testualmente: ” ….fai che la tua mano destra non sappia cosa fa la sinistra … ” poi però, con il passare del tempo, gli abiti furono un’ occasione per mostrare lo sfarzo e la ricchezza della ” Casaccia ” di appartenenza, così la cappa rossa contraddistingueva le confraternite Trinitarie, quella azzurra le Mariane, quella nera le confraternite della morte ed orazione, quella marrone di assistenza ai condannati ed i carcerati ed infine quella bianca ( la più comune ) la cura dei pellegrini , dei malati e dei poveri. Questo gareggiare in magnificenza nel XVIII° secolo generò una sorta di acredine tra i membri dei vari oratori che talvolta sfociò in vere e proprie risse da strada quando si incontravano in processione, un fenomeno così preoccupante da spingere i padri del Comune ad emettere una “Grida ” nella quale si regolarono le manifestazioni religiose in modo che le “Casacce ” , diciamo così, rivali o meglio più litigiose, non si incontrassero mai .

nella foto rara mantellina genovese da confraternita in velluto rosso e bordature in gallone dorato con placca in argento sbalzato e cesellato raffigurante il battesimo di Cristo punzonato torretta anno 1820

ZEMIN DE CEIXAI UN PIATTO VEGANO DELLA TRADIZIONE LIGURE

La zuppa di ceci in Zimino è un’antica ricetta della cucina ligure povera, un piatto che una volta, quando mangiare di magro era obbligatorio per i credenti, si consumava il venerdì e nel giorno dei morti, cosa che sembra fosse considerata di buon auspicio. Il nome “Zemin” è un tipo di pietanza per la quale si utilizzano le bietole, ma l’etimologia del nome “Zimino” si ritrova anche in altre regioni con significati diversi, in Liguria significa anche piatto semplice o di magro. si potrebbe affermare, senza timore d’esser smentiti, che la zuppa di ceci in zimino é un piatto vegano per eccellenza, infatti i suoi ingredienti sono tutti rigorosamente vegetali. La ricetta é semplice, ma la zuppa si prepara in due giorni, perché i ceci secchi ( un etto per persona ) devono stare in ammollo per almeno 12 ore, praticamente tutta la notte, gli altri ingredienti sono un trito composto da mezza cipolla , una carota ed un gambo di sedano, 15 grammi di funghi porcini secchi, tre etti di bietole e 150 grammi di pomodori pelati, sale e pepe quanto basta. Ricordatevi di servire la zuppa con fette di pane abbrustolito e buon appetito.

Dedicata a Gloria e a mio figlio Ferruccio

LA MORTE PUO’ESSER VISTA COME UNO SPOSO?

Costruito alla metà del XIX° secolo su progetto di Carlo Barabino e di Giovanni Battista Resasco, il cimitero monumentale di Staglieno è da tutti considerato come uno dei più interessanti ed importanti camposanti del mondo per la quantità delle tombe monumentali che si susseguono in doppia fila nei suoi lunghi corridoi. tra queste ce n’è una realizzata dallo scultore Giovanni Battista Villa ( Genova 1832 – 1899) per il cavalier Antonio Montanaro che vi voglio raccontare per la sua originalità. Una fanciulla vestita all’antica e coronata da un serto di fiori, con un’ampolla accende la fiamma ad un candelabro avente sette bracci, curioso il fatto che il numero sette sia ricorrente nelle sacre scritture, sette sono i vizi capitali e sette le virtù, sette sono i sigilli spezzati dall’angelo nell’Apocalisse di San Giovanni etc. etc. ritornando alla nostra scultura a sinistra, completano l’iconografia, un’anfora dell’olio, un ramo di palma e tralci d’ulivo che adagiati sul pavimento trasmettono messaggi allegorici di gloria e di pace. Questa scena è stata ispirata all’artista dalla parabola delle vergini sagge ( Vangelo di Matteo 25, 1-13 ) che a differenza delle stolte andarono incontro allo sposo nella notte portandosi dietro, oltre che le lampade, anche i vasi d’olio per alimentare le fiamme, restando in vigile attesa d’un appuntamento del quale non conoscevano né il giorno né l’ora, così come avviene per la fine della nostra vita. Singolare è l’identificazione dello sposo con la morte, intesa non come la fine di tutto ma come rinascita in Cristo, contestualmente la fiamma ci ricorda che la memoria del defunto deve essere sempre alimentata per poter superare le nebbie dell’oblio. La scena rappresentata è posta all’interno d’una imponente struttura architettonica neo-rinascimentale con al centro una grande croce che come fondale sovrasta le immagini scolpite, originariamente il bianco statuario della vergine saggia spiccava in forte contrasto con il bronzo dorato del candelabro oggi non più visibile dato l’accumulo pluricentenario di polvere grassa sopra il monumento. Questo originale soggetto realizzato dal Villa fu poi replicato dal Nostro per un’altra tomba nel camposanto di Buenos Aires. Giovanni Battista Villa, formatosi alla scuola di scultura dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, lavorò soprattutto a Genova nel periodo del passaggio stilistico dallo stile realista ad un pre-simbolismo soffuso di mistero, così come detto dalla prof. ssa Giovanna Rotondi Terminiello.

I LAVATOI DEI SERVI

I Lavatoi dei Servi furono l’unica opera pubblica realizzata a Genova nell’evanescente periodo della Repubblica Democratica patrocinata dai francesi, originariamente furono costruiti in via dei Servi sul lato opposto del Rio Torbido, una strada di bottegai, artigiani e popolino per cui quest’opera rispose ad una precisa esigenza di servizio pubblico. Il Barabino, che ne fu l’artefice, sul progetto scrisse di suo pugno: ” …fatti nel 1797 in tempo de’ birboni…” questo per chiarire quanto dovesse essere amato di lì a pochi anni dopo questo “rivoluzionario” periodo storico. La costruzione in stile neoclassico ha un fronte a cinque fornici sormontati da un timpano triangolare sul quale si può leggere: “AL POPOLO SOVRANO, GLI EDILI, LIBERTA’, EGUAGLIANZA, L’ANNO PRIMO DELLA REPUBBLICA LIGURE DEMOCRATICA MDCCXCVII”. Molti anni dopo, negli anni 70 del secolo scorso, uno sciagurato disegno fu portato a compimento, la distruzione quasi totale della “Cheullia” uno dei più antichi e caratteristici quartieri di Genova, con essa scomparvero in una nuvola di calcinacci e macerie la via Madre di Dio, il borgo dei Lanaioli , la via dei Servi ed il passo di Gattamora dove era la casa di Nicolò Paganini. I lavatoi furono risparmiati, smontati e ricostruiti sotto via del Colle vicino a quello che rimane delle antiche mura erette dai genovesi per far fronte agli eserciti dell’imperatore Federico Barbarossa, che giurò di trucidare tutti gli abitanti di Genova stante che si rifiutarono ostinatamente di firmargli un atto di sottomissione. Da allora sono lì abbandonati e preda di vandali e dell’incuria, muto grido di protesta ai giardini sottostanti che furono pomposamente chiamati Baltimora e che i genovesi invece chiamano, in senso dispregiativo, di Plastica. Recentemente il Comune ha deciso un restyling di quest’area in modo da renderla fruibile a tutta la popolazione, é stato detto: ” Il progetto di recupero ( dei giardini Baltimora ) parte dall’obiettivo di rendere i giardini un luogo vivo ed accogliente, dove l’armonia della natura possa innescare la vita sociale, restituiamo alla città un giardino da vivere….” Speriamo che sia vero. qualche segno tangibile in tal senso si comincia a vedere.

CASTELLACCIO DI NOME E DI FATTO

A Genova, dopo il capolinea della funicolare del Righi, imboccando via Peralto, che anticamente era un percorso militare sterrato, si arriva al Forte Castellaccio, visibile solo d’inverno quando cadono le foglie dagli alberi altrimenti è praticamente invisibile circondato come é da una folta vegetazione. Il sito fa venire in mente la favola della Bella addormentata nel bosco, dove una fata malvagia, con un’incantesimo, nascose la reggia e tutti i suoi abitanti in un’intricata foresta di rovi, anche qui sembra che i genovesi abbiano fatto di tutto per dimenticare questa fortezza, che nata come difensiva fu usata anche per scopi molto diversi da quelli per la quale fu costruita. Le prime notizie riguardo ad opere militari in questo sito risalgono all’inizio del XIV secolo quando i “Guelfi ” vi edificarono un castello con un fossato del quale non é rimasto più nulla, dalle illustrazioni dell’epoca sembra avesse due torri quadrate circondate da mura; nel ‘500 e nel ‘600 venne rappresentato come un corpo massiccio e con una specie di torre nella parte centrale, sin dal XVI° secolo qui venivano eseguite le condanne a morte per impiccagione, il sito veniva raggiunto per una via che si chiamava Salita dell’ Agonia e, avvenuto il decesso del reo, la bara veniva trasportata percorrendo la Salita della Morte ( il nome delle due vie fu poi cambiato a seguito di un’accorata richiesta dei residenti ) , successivamente nel 1818, con l’annessione al regno di Piemonte e Sardegna, furono iniziati dei lavori di completa demolizione della antiche strutture e di ricostruzione che trasformarono il Castellaccio nella fortezza che ancora oggi é esistente. Il nuovo Castellaccio fu un forte autonomo avente una capiente cisterna per la conservazione dell’acqua, magazzini per i viveri e due forni che potevano sfornare 640 razioni. il suo scopo non era puramente difensivo ma anche quello di sedare con le sue artiglierie le eventuali sommosse popolari né….. perché ” boja Faùss” questi genovesi riottosi ad accettare le decisioni di quelli che contano, così ” balenghi e ciaparat” che appena gli si fa uno sgarbo cominciano a tirare pietre e tutto quello che gli capita sotto mano in testa a chi comanda, è meglio tenerli sempre con la coda tra le gambe ( persino ai Grifoni che reggono lo stemma della città fu imposto di rappresentarli da allora in avanti con la coda tra le gambe in segno di sottomissione ). La dotazione delle artiglierie del forte comprendeva otto cannoni da 32, quattro da 16, cinque da 8 , tre obici lunghi e due corti, oltre che cinque mortai e e dodici cannoncini. Arrivati al XX* secolo il Castellaccio fu usato durante la prima guerra mondiale come campo di concentramento per i prigionieri austriaci e teatro di fucilazioni di partigiani durante la seconda, insomma un passato pregno di tragedie da dimenticare. Una curiosità, sino alla fine degli anni quaranta del secolo scorso dal Castellaccio un pezzo d’artiglieria sparava un colpo di cannone a mezzogiorno.

VILLA SERRA ..UN EDIFICIO SINGOLARE

A Genova, vicino alla centralissima Piazza Corvetto, svetta una costruzione in stile neogotico realizzata come un piccolo castello, che da tempi biblici é in restauro: il Museo e la Biblioteca dall’attore. Questa singolare costruzione che ha su uno dei suoi spigoli una torre sulla cima della quale si gode un panorama stupendo spaziando a 360° da est a ovest sull’intera città, apparteneva ai marchesi Serra da cui il toponimo. Nel XIX° secolo fu adibita a caffè alla moda e frequentata dalla Genova “Bene “, Luigi Augusto Cervetto nel suo scritto ” L’ Acquasola dai tempi lontanissimi al presente ” edito nel 1919 definisce la Villetta Serra così :” …. osservandola ad una certa distanza essa sembra una fantasia di poeta. ” Questo ritrovo era illuminato alla sera da luci disposte artisticamente e rallegrato da concerti musicali, il caffè veniva aperto in primavera e chiuso all’inizio dell’autunno, sinché nel 1888 fu venduto dai Serra al Comune di Genova per la cifra di 550.000 lire. Il Municipio fece tagliare alcuni alberi secolari per poter costruire nel giardino adiacente un teatro che alternava spettacoli diurni e serali mentre l’edificio fu adibito a sede del Genoa per 13 anni, poi del Club Alpino Italiano per 31 anni sino al 1958, dopo di ché, come detto sopra, fu adibito a museo e biblioteca dell’ attore. Speriamo in questo secolo di poterlo vedere senza impalcature e riportato alla sua originale bellezza.

L’APOTEOSI di SAN FILIPPO NERI

Girovagando per Genova, vicino a largo della Zecca, chiamato così perché sede della Zecca di Genova, trasferita lì nel 1842 da piazza Caricamento dove aveva la sua storica sede ora non più esistente, si diparte una strada dichiarata patrimonio mondiale dell’UNESCO, la Via Lomellini, una via imperdibile per il curioso viaggiatore, perché è la cartina di tornasole che presenta in modo esemplare il centro storico di Genova. Come quando a teatro si apre il sipario e comincia uno spettacolo, l’effetto di questa strada e pressappoco lo stesso, uno splendido palazzo barocco appartenuto ai marchesi Pallavicini ed altre dimore secentesche fanno da cornice a bar, focaccerie con tavoli all’aperto e negozi di alimentari, qui é la casa dove nacque Giuseppe Mazzini con il suo bell’ingresso neoclassico ora museo del Risorgimento e lo stupendo oratorio di san Filippo Neri capolavoro del periodo rococò, vicino è la chiesa filippina che con la sua facciata disadorna e grigiastra viene ignorata dai più, ma se entrerete in questo tempio terminato nel 1712 e costruito per volontà del nobile Camillo Pallavicini , resterete attoniti nell’ammirare la volta sagomata a botte decorata a fresco dal grande quadraturista Antonio Haffner (1654 – 1732 ) con l’apoteosi di San Filippo Neri dipinta dal grande pittore bolognese Marcantonio Franceschini ( 1648 – 1712 ). Tra le stupende opere d’arte qui custodite ogni tanto si nota una stella a cinque punte che é il simbolo dei padri filippini. Per costruire questa chiesa fu demolito il palazzo degli Adorno, dove visse con il marito Giuliano quella che poi salì alla gloria degli altari con il nome di Santa Caterina da Genova, in una cappella laterale a sinistra, per tradizione, si dice che lì era la camera da letto della santa. il cui corpo incorrotto giace in una teca di cristallo nella chiesa della S.S. Annunziata di Portoria.

L’Acqua santa di Genova

Nell’estremo ponente della città di Genova, tanti tanti anni or sono, in una boscareccia di castagni secolari dove era ed ancora scorre il torrente Leira , secondo una leggenda, una sera dei pastori videro una luce arcana riflettersi sulle acque e vicino a questa una statua lignea della Madonna sotto la quale sgorgava una fonte sulfurea che presto si disse avesse poteri miracolosi. Le prime notizie d’una cappella costruita in quei luoghi risalgono al 1465, intorno a questo centro di devozione sorse presto un abitato a cui fu dato il nome di Acquasanta, detto inter nos pare che anche in epoca pre – cristiana esistesse in loco un tempietto pagano dedicato alla ninfa Eja dalla quale sarebbe derivato il nome del torrente ” Leira”. La fama di questa fonte si diffuse presto in tutto il genovesato, tanto da far si che nel 1683 fu posta la prima pietra di quello che é il santuario attuale. Questo tempio terminato nel 1718 su progetto dell’architetto lombardo Carlo Muttone é uno dei santuari mariani più belli della Liguria, al suo interno vi é un altar maggiore spettacolare realizzato da Francesco Maria Schiaffino e dal suo discepolo Carlo Cacciatori nel 1730. La statua della Madonna miracolosa non é lì ma é custodita in una cappelletta tardo settecentesca poco distante, vicina ad un mulino che é adibito a “museo della carta”. La carta genovese era rinomata in tutta l’ Europa del XVIII° secolo, in quest’area si contavano più di 60 cartiere, la carta si faceva con le “strasse” e cioè con degli stracci di lino e canapa che venivano battuti da dei “pilli” ( una specie di pestelli) in vasche di pietra sino a ridurli in poltiglia che poi passata nei telai e nei feltri si trasformava in carta. Questa fiorente industria andò in crisi all’inizio del XIX° secolo con l’ avvento della macchina a vapore sino a sparire quasi del tutto.

L’antica cartiera dei “Piccardo” attiva dal XVIII° secolo ed oggi adibita a museo della carta.

Da Collegio per i Gesuiti a Università

A Genova, nella prestigiosa via Balbi, tra il 1634 ed il 1636 fu realizzato su un’area venduta dai Balbi ai Gesuiti uno splendido palazzo, l’architetto che lo progettò fu Bartolomeo Bianco e per molti anni l’edificio fu adibito a collegio per i Gesuiti, solo nel 1773 la Serenissima Repubblica di Genova lo adibì ad Università degli studi. Un anonimo viaggiatore del 1818 nella sua ” Descrizione della città di Genova” così lo descrive: “….sono da ammirarsi due belle facciate, sulla gran strada…. lo stile della sua architettura lo rende uno dei più pregiati di Genova, ….Per una grande e maestosa marmorea scala, avente in testa due leoni in marmo maestrevolmente scolpiti da Domenico Parodi di Filippo (*) …intorno a cui al di sopra son 12 colonne di marmo disposte, quattro innanzi in due gruppi, e otto ai lati, ascendesi al cortile. E’ questo pur circondato da portici spaziosi aventi un bel colonnato in marmo e a ordine dorico in gruppi distribuito, cioè quattro per parte e due ai lati minori in faccia, più otto colonne ai quattro piloni agli angoli del quadrato, in tutto in numero di trentadue.” Nel secondo quarto del XVII secolo i Carmelitani chiesero ed ottennero il permesso di costruire una loro chiesa nella via Balbi proprio a ridosso dello splendido collegio dei Gesuiti , cosa che questi ultimi non gradirono ed in barba alla cosiddetta carità cristiana, fecero fuoco e fiamme per impedire ai Carmelitani di costruire la loro chiesa che, paradossalmente, fu progettata dallo stesso architetto ( Bartolomeo Bianco ) che aveva precedentemente progettato il loro collegio, dalle male parole presto passarono ai fatti, dispetti di tutti i generi, sassaiole e ferimenti, sinché la giustizia secolare giudicò inesistenti le ragioni dei Gesuiti ( i Carmelitani avrebbero tolto a loro l’aria ) e la vertenza fu risolta a favore dei monaci del Carmelo.

( *) in realtà i leoni furono scolpiti da Francesco Biggi ( Genova 1676 -1736 ) uno dei più valenti collaboratori di Filippo Parodi, di Domenico Parodi é il solo progetto.

Niobe, la regina blasfema a Palazzo Reale

Nel Palazzo Reale di Genova e più precisamente nella sala detta degli “Arazzi “, se ne può ammirare uno della manifattura di Faubourg Saint-Marcel di Parigi databile al primo decennio del XVII° secolo, realizzato in lana, seta, filo d’argento dorato, su anima di seta da Francois De la Planche e da Marc De Comans su cartoni di Toussaint Dubreil. L’arazzo rappresenta ” L’empietà di Niobe “, ora per coloro che non hanno dimestichezza con i miti greci e con le ” Metamorfosi ” di Ovidio spiego che Niobe, figlia dello sfigatissimo re Tantalo, ricordato per il suo singolare supplizio infertogli da Zeus, regina ricca e potente, partorì 7 figli e sette figlie bellissime. In occasione d’una festività dedicata a Leto alias Latona madre di Febo Apollo e di Artemide, pretese che gli onori ed i sacrifici destinati alla dea fossero piuttosto a lei dedicati, giacché lei ne aveva partorito 14 di figli, mentre la dea solo due. Ora si sa che gli dei dell’ Olimpo s’incavolavano per un nonnulla, figuriamoci per una mortale che osava paragonarsi a loro, così Lete chiamò a rapporto i suoi due figli chiedendo loro di vendicarla, immediatamente Apollo prese il suo arco d’argento e uccise i sette figli maschi di Niobe e Artemide ( la Diana dei romani ) in un secondo tempo, fece fuori le sette figlie. La povera Niobe disperata chiese perdono a Zeus il re degli dei che, pietosamente, si fa per dire, la trasformò in una roccia sul monte Sipilo in Lidia dalla quale sgorga una sorgente perenne, che non é altro che le lacrime della regina blasfema condannata a piangere per l’eternità. L’iconografia rappresentata nell’arazzo ci mostra in basso a sinistra la regina Niobe circondata da una folla festante mentre sullo sfondo è la statua di Leto a braccia aperte con nelle sue mani i simboli che contraddistinguono i suoi figli il sole e la luna.

Mazone al Santuario di N.S. del Monte

Dopo il sacco di Genova del 935 d.C., perpetrato dai saraceni che avevano messo a ferro e fuoco la città, su di un monte che domina la parte orientale di Genova, i genovesi in fuga scorsero una luce straordinaria che fu interpretata come un buon augurio. Alcuni anni dopo i genovesi vollero consacrare questo monte all’ Assunta edificandovi sulla sommità una cappella che custodiva una immagine della Vergine. Questa cappelletta nel 1183 fu demolita ed in sito fu costruita una nuova chiesa ed un monastero da parte dei monaci dell’abbazia di Santa Croce di Mortara. Nel XV° secolo il complesso religioso fu abbandonato dai Mortariensi ed andò presto in rovina, a questo punto arrivarono i Francescani che sulle macerie della chiesa primitiva ne costruirono una più ampia a tre navate ed un nuovo convento. Nei primi anni del XVII° secolo ebbe inizio la costruzione del Tempio oggi esistente terminato nel 1658 in forme barocche. Tra le tante opere d’arte custodite nel santuario si può ammirare il polittico dell’ Annunciazione e santi che recentemente é stato attribuito quale opera giovanile del pittore Giovanni Mazone ( Alessandria 1433 – Genova 1511 ), questo maestro possedeva una fiorente bottega a Genova nella contrada di San Siro e pur essendo un artista di primo piano al suo tempo, il “Rinascimento ” e più tardi il ” Manierismo ” lo fecero presto dimenticare, le sue opere furono trascurate, disperse, smembrate e talvolta irrimediabilmente perdute, solo dopo molti secoli lo storico Alizeri dichiarò che il Mazone fu un artista di primo piano nella seconda metà del 400, pittore che talvolta esercitava anche la professione di intagliatore e scultore, peraltro arte assai diffusa tra i pittori dell’epoca, per esempio per costruire le cornici ai loro dipinti, cornici talvolta monumentali e veri e propri capolavori d’intaglio, perché le cornici, a quel tempo, non erano considerate semplici raccordi spaziali ma parti integranti del dipinto stesso.

Niccolò Paganini ( Genova 1782 -1840 ) un genio homeless

Se giunti a Genova vi inoltrerete nei Giardini Baltimora, quelli che i genovesi chiamano “Giardini di Plastica ” , e da questo si capisce come siano stati da sempre considerati una “chiavica “, ad un certo punto vi troverete davanti ad un muretto infestato da erbacce sul quale é posta una malinconica targa marmorea quasi invisibile ai frettolosi passanti, su quella targa é scritto che il grande violinista Niccolò Paganini aveva casa lì in vico Gatta Mora, distrutta nel 1971 come tutto il quartiere di via Madre di Dio per far posto ai giardini ed ad un moderno complesso in ferrocemento. Ci voleva un Principe per onorare questo personaggio che diede lustro e fama alla nostra città, un violinista considerato anche oggi, all’inizio del terzo millennio, il più grande. Domenica 24 Ottobre 2021, il principe Pallavicino, presidente dell’omonima fondazione, il suo direttore artistico Vittorio Sgarbi ed il sindaco Bucci hanno inaugurato, innanzi all’ ingresso del Teatro Carlo Felice, una grande statua in bronzo dorato che lo rappresenta realizzata dallo scultore Livio Scarpella da Brescia. Lo Scarpella, prendendo spunto da un disegno di Jean Auguste Dominique Ingres che ritrae Paganini in posa statica, ha reinterpretato questa immagine dandole vita, il bronzo colpito dalla luce non è più semplice rappresentazione d’un eccelso violinista, ma, anche grazie allo studio fisiognomico e psicologico fatto dal Nostro, sembra divenire un tutt’uno con il suo strumento. Paganini suonò per l’ultima volta in questo teatro nel 1836, lo chiamarono violinista del Diavolo e lui non fece mai nulla per smentire queste dicerie ed anche in questa statua sul suo viso grifagno un qualcosa di diabolico si può scorgere ancora.

NON CANNONATE MA PICNIC PER I SOLDATI DEL RE

A Genova nel secolo XI° , a 161 metri s.l.m., sorgeva una chiesetta dedicata a Santa Tecla oggi non più esistente, in sito, già al tempo della guerra di Successione austriaca ( 1747 ), fu progettata la costruzione d’un forte dall’omonimo nome, che avrebbe dovuto difendere dall’alto i quartieri d’ Albaro e di San Martino. Nel 1800 la fortificazione di Santa Tecla, collegata con il forte Richelieu, costituì il baluardo che avrebbe dovuto difendere la città dagli attacchi di nemici provenienti da oriente, per far ciò, il forte fu munito di 6 cannoni da 24, cinque da 8 , cinque obici lunghi e ben 200 cannoncini. Fatti bellici di rilievo riguardanti questa fortezza francamente non ne ricordo se non uno veramente singolare: durante i moti genovese del 1849, dopo che il re Vittorio Emanuele II firmò l’armistizio di Vignale con L’Austria, il forte fu occupato dagli insorti, ma quando le truppe regie circondarono la fortezza ed intimarono la resa ai suoi occupanti, questi, dopo circa una mezz’ora, ammainarono la loro bandiera ed aprirono le porte, quando i soldati sabaudi penetrarono nel fortilizio, con circospezione pensando ad un’imboscata, insieme ad un silenzio assordante non trovarono nessuno… solo una mensa imbandita e null’altro. Il forte di Santa Tecla restaurato a partire dal 1982 fu chiuso in attesa che il comune di Genova decidesse la sua destinazione, intanto, nelle lungaggini burocratiche, un gruppo di vandali riuscì a penetrare nel complesso deturpando, distruggendo ed incendiando il tetto della caserma. Oggi il forte é nuovamente in fase di restauro, fortunatamente presidiato dai volontari della Protezione Civile.
Stemma marmoreo sabaudo posto sulla porta del forte di Santa Tecla ancora esistente nel 2021

UN’ALLEGORIA FASCINOSA

Nel centro storico di Genova e più precisamente nella Via Lomellini dichiarata dall’ UNESCO patrimonio mondiale dell’ Umanità, dove chi scrive abitò per tre anni, é una chiesa dedicata a San Filippo Neri, in questo tempio che con il suo oratorio é considerato quale uno dei più splendidi esempi dello stile rococò genovese, é la cappella di San Francesco di Sales, qui é collocata una statua il cui artefice fu Domenico Parodi ( Genova 1672 – 1742 ) figlio del grande Filippo allievo del Bernini, dal quale aveva ereditato la bottega e soprattutto i suoi collaboratori tra i quali Francesco Biggi. La statua in marmo bianco raffigura l’allegoria della “Purezza” che il Nostro immagina come una giovinetta coronata di fiori ed avvolta in una serica tunica recante in mano una colomba, i suoi occhi sono socchiusi, l’espressione del viso trasmette pace e serenità così come è illuminata da un dolce sorriso. La colomba fu usata dagli artisti, oltre che per raffigurare la purezza, anche quale allegoria dell’ “Innocenza”.

Il “Poverello di Assisi ” a Genova é nel quartiere dei ricchi

La chiesa di San Francesco d’ Albaro fu costruita a lato d’un antico percorso viario che dal quartiere di San Martino conduceva al mare. Già nel XIII° secolo esisteva in quest’area una chiesetta dedicata a San Michele Arcangelo non più esistente, l’attuale parrocchiale, con annesso convento, fu costruita a partire dalla prima metà del XIV° secolo e terminata nel 1476. Quando la chiesa dei Santi Nazario alias Nazaro e Celso costruita nel X° secolo sulla “Ripa Maris ” sopra una scogliera fu distrutta dalle violente mareggiate che in inverno flagellano quel tratto di costa, la chiesa di San Francesco, nel 1544, fu dedicata anche a loro. Albaro é un quartiere genovese che sino al XIV° secolo secolo era scarsamente popolato, poi tra il XVI ed il XVIII° secolo fu la grande nobiltà genovese a diventare protagonista in quest’ area costruendo palazzi di villeggiatura e grandi ville con splendidi giardini rendendo il paesaggio così idilliaco ed ameno da far scrivere nel 1630 a Anton Giulio Brignole Sale : “…imitando l’ Alba col nome ( Albaro in lingua genovese è Arbà ) viene a superarla in vaghezza”. Ora, nel terzo millennio, questo quartiere di Genova é sempre sinonimo di agiatezza e zona Chic. Singolare é che proprio qui sia sorto un tempio dedicato a San Francesco ” il poverello di Assisi “.

THEATRUM MORTUORUM

Genova, data la conformazione del suo territorio, offre pochi parchi in pianura, uno di questi é la spianata dell’ Acquasola all’inizio del Viale IV Novembre. Dalla parte opposta del viale è un elegante palazzo neoclassico che è oggi adibito a Tribunale dei minori, ma quando fu edificato tra il 1843 ed il 1846 su progetto dell’ architetto Celestino Foppiani aveva una funzione ben diversa, lo chiamavano ” Regio Teatro Anatomico ” , sulla sua elegante facciata neoclassica, al piano terreno dell’edificio, vi sono sei tondi con i profili di personaggi che furono famosi anatomisti quali Andrea Vesalio ed il Morgagni, questo dovrebbe chiarire a cosa era destinato questo palazzo, in pratica vi si portarono i cadaveri provenienti dall’ospedale di Pammatone che qui venivano lavati ed ai quali si faceva l’autopsia. Il Foppiani, artefice di questa costruzione, fu assai criticato dai suoi contemporanei perché, si disse, aveva voluto privilegiare la bellezza estetica della costruzione rispetto alla praticità per quel che doveva servire, in sostanza sacrificò gli spazi interni, che risultarono angusti, le luci erano scarse e le prese d’aria insufficienti proprio lì dove erano poste le sale d’anatomia. Meno male che successivamente ne fu cambiata la destinazione d’uso.

A Genova non si butta via niente

Gironzolando per il centro storico di Genova, se capitate in via al Ponte Calvi, ad un certo punto vi troverete a passare davanti al Palazzo Fabiani che prende il nome dal suo ultimo proprietario. Nell’ingresso di questo palazzo risalente al XVI° secolo, restaurato una trentina d’anni or sono ed oggi adibito ad uffici, in una nicchia, troverete un albero di maestra d’un vascello cinquecentesco, ma che ci fa lì un albero di nave? ebbene durante i lavori di restauro si notò la presenza dell’albero che fu reimpiegato come trave portante del solaio del grande salone del terzo piano nobile, una caratteristica tipica usata nelle costruzioni genovesi in cui é sempre presente la tendenza al riutilizzo di qualunque materiale sia lapideo che ligneo, in questo caso proveniente dal disarmo d’una nave, perché alle navi erano destinate le essenze migliori e le stagionature più accurate. Dopo aver accertato che l’albero s’era spezzato e quindi avrebbe dovuto esser rimosso dalla sua sede originale, il tronco é stato sostituito con una nuova trave. Esaminando il manufatto con la dovuta attenzione si é constatato che il tronco é in pitchpine, una essenza lignea tipica delle zone fredde del nord e da uno studio degli anelli di crescita della pianta, si é accertato che l’albero in origine fu scortecciato in modo da eliminare l’alburno ( parte più esterna del tronco che é meno robusta ) perché il durame ( parte più interna del tronco ) é maggiormente dura e meno attaccabile dagli insetti, si può ipotizzare che il taglio sia avvenuto intorno al 1510 . L’albero di questa nave di cui ignoriamo il nome, ha una decorazione policromatica che comprende un’invocazione con una formula che serviva per allontanare gli influssi magici maligni e lo stemma della famiglia “Castello” in una iconografia che è tipica del periodo cinque/seicentesco. Nulla si sa invece di quando, quest’albero di nave, sia stato impiegato come trave di sostegno di questo bell’edificio.

“Staglieno” il cimitero che piaceva a Mark Twain

Aperto al pubblico dal primo gennaio del 1851, la struttura complessiva del cimitero monumentale di Staglieno a Genova fu completata verso gli anni ’80 del XIX° secolo, le sue gallerie ed i suoi porticati con i loro gruppi scultorei funerari, sin da subito, suscitarono un grandissimo interesse nei visitatori e nei turisti provenienti da tutto il mondo, tanto da far scrivere a Mark Twain :”…Da una parte all’altra ( dei porticati ), avanzando nel mezzo del passaggio, vi sono monumenti, tombe, figure scolpite squisitamente lavorate, tutte grazia e bellezza. Sono nuove, nivee, ogni lineamento é perfetto, ogni tratto esente da mutilazioni, imperfezioni o difetti; perciò, per noi, queste lunghissime file d’incantevoli forme sono cento volte più belle della statuaria danneggiata e sudicia salvata dal naufragio dell’arte antica ed esposta nelle gallerie di Parigi per l’adorazione del mondo.” Questo scriveva il Twain nel 1867, se tornasse oggi a Staglieno noterebbe che, purtroppo, di “niveo” é rimasto ben poco, i gruppi scultorei sono lerci a causa della polvere centenaria che lì si é depositata, la manutenzione è approssimativa ed i restauri, molto spesso, possono contare solo su fondazioni private che intervengono per salvare questi capolavori dai danni inferti dal tempo e dall’incuria di chi dovrebbe invece salvaguardarli. Ogni tanto, l’attento visitatore, ne può scorgere qualcuno che è stato restaurato e riportato alla sua primitiva bellezza come questo gruppo statuario realizzato nel 1882 da Antonio Rota ( Genova 1842 – 1917 ) * per la famiglia Gnecco. In questo artista il tema del “distacco”, come in altre sue sculture, risente della sua poetica legata al ” realismo borghese”. Il Rota propone al riguardante una precisa narrazione, che ci mostra a sinistra una giovane donna inginocchiata a mani giunte con vicino il fratellino che l’abbraccia affettuosamente tenendo in mano il suo cappello, entrambi fissano una porta sbarrata che mai s’aprirà, rappresentante la vita terrena ormai preclusa ai trapassati, l’angelo, alla loro destra li guarda compassionevole ed indica loro il “Cielo” dove l’anima (della madre? ) sta raggiungendo quattro bimbi che fanno capolino tra le nubi e l’accolgono festosi. Gli abiti e le acconciature dei personaggi rappresentati sono contemporanei a quando l’opera scultorea fu realizzata, caratteristica peculiare dello stile detto “Realismo Borghese” che si affermò anche a Genova nella seconda metà del XIX ° secolo.

  • Antonio Rota ( Genova 1842 – 1917 ) all’età di soli 12 anni fu messo a “bottega” nell’atelier dello scultore Santo Varni, dopodiché, probabilmente dopo i sei anni di apprendistato, si iscrisse all’ Accademia Ligustica di Belle Arti, tra il 1870 ed il 1873 espose alle Promotrici Genovesi partecipando ad esposizioni internazionali come quella di Vienna nel 1873 e quella di Parigi nel 1878 , nel cimitero monumentale di Staglieno, oltre la tomba Gnecco, il Nostro realizzò le tombe per le famiglie Campostano, Balleri, Carrara e Berretta.

C’era una volta il Cinema “Parco”

Chi vuol fare acquisti al “Mercato Orientale ” di Genova, se ci va in auto, trova conveniente parcheggiare all’ Auto Park Serra, lì, in un ex giardino d’una villa cinquecentesca, tra eleganti aiuole ed un’antica fontana in pietra, lascia la sua auto ed a piedi raggiunge il mercato che dista circa 100 metri, quasi nessuno nota in quell’area verde un grande arco in cemento parzialmente coperto dalla vegetazione, negli anni ’50 del secolo scorso, in mezzo a quell’arco era posizionato lo schermo del cinema “Parco “. Nelle calde sere estive questo cinema en plein air proponeva la proiezione di film della passata stagione, da bambino, una volta alla settimana, mia madre ed i miei zii mi portavano lì, non so descrivervi la gioia e l’emozione che provavo, sapete, mi rivolgo ai miei lettori più giovani, a quei tempi la televisione l’andavamo a vedere al bar sotto casa ed andare al cinema era, almeno per me, un vero e proprio avvenimento, alla fine del primo tempo si accendevano le luci ed ad un chiosco si potevano comprare bibite e mottarelli, un ricordo bellissimo e con questo ricordo auguro ai miei lettori un buon agosto. Ciao

Mauro Silvio Burlando

La Chiesa dei morituri

Chi visita il porto antico di Genova con le sue attrazioni ed i suoi musei, ad un certo punto si trova innanzi ad una chiesa addossata alle mura del ‘500, questo tempio eretto tra il 1163 ed il 1188 fu dedicato sin dall’ inizio a San Marco, scelta veramente singolare dato che San Marco era ed é il patrono della città di Venezia acerrima nemica dei genovesi. Al tempo dell’arcivescovo Ugone della Volta, nei pressi dello scalo del Mandraccio, un certo Nepitelli che di nome faceva Striggiaporco ( bel nome davvero), ebbe in concessione un terreno e dopo che ebbe ottenuto l’autorizzazione ecclesiastica, fece porre la prima pietra di questa chiesa, i Nepitelli, iscritti successivamente alla nobiltà con il nome di Salvago, avran pensato: ” tenimmose bòn San Marco che maniman…..”. Per molti anni, sino alla metà del XIX secolo il Molo Vecchio fu uno dei luoghi designati ad eseguire le sentenze di morte che solitamente avvenivano per impiccagione, i condannati, maschi o femmine che fossero, venivano vestiti con una cappetta rossa e con delle babbucce gialle, in modo che il popolino potesse immediatamente riconoscerli, portati in processione circondati dai ” Birri ” ed accompagnati dai membri della Confraternita della Morte il cui oratorio anticamente si trovava vicino alla chiesa di San Donato, i quali trasportavano la bara destinata ad accogliere la salma del condannato, tranne che nei casi di delitti particolarmente efferati in cui, dopo l’esecuzione della pena capitale, l’impiccato veniva lasciato sulla forca per giorni e giorni a monito per coloro che si beffavano della giustizia secolare. Prima dell’esecuzione della sentenza, il reo veniva condotto innanzi alla chiesa di San Marco, dove il sacerdote gli impartiva l’ultima benedizione. La chiesa, il 2 novembre d’ogni anno, celebrava una messa di suffragio per tutti i condannati a morte.

il Parco della Duchessa

Tanti tanti anni fa, nell’estremo ponente di Genova esisteva una villa che era chiamata “Paraxo” ( palazzo in antica lingua genovese ) posseduta da un certo Nicolò Mandillo ( cognome singolare che in genovese significa fazzoletto ), nel 1674 la villa ed il terreno circostante furono acquistati dai nobili Brignole Sale per la bella somma di 22.150 lire e da loro fu chiamata “Villa Grande”, immediatamente iniziarono i lavori di trasformazione di questa avita dimora costruita a mezzacosta del colle Castellaro e del suo grande parco concepito come un giardino all’inglese. Il parco, che è molto esteso, inizia in salita in una foresta caratterizzata da pini marittimi centenari e lecci, ai lati del sentiero, asfaltato in alcuni tratti, é un’intricata vegetazione che trasmette un senso di pace e serenità, i rumori dei propri passi sono intramezzati soltanto dal canto degli uccelli, dallo stormire delle fronde scosse dal vento e talvolta dal richiamo delle poiane e dei nibbi che volano in cerca di piccole prede. I viali sono segnalati come “sentiero natura” ed ogni tanto si scorgono alcune costruzioni immerse nel verde tipiche dei giardini romantici progettati alla fine del XIX secolo. Molte sono le aree attrezzate per un picnic all’aperto con tavoli e panche in legno. La parte più bella del parco é, a mio avviso, un’ampia radura erbosa in cui vive un branco di daini e più a monte un’area recintata dove vivono in comunità tante caprette, gioia dei bambini che le vanno a trovare. La Villa ed il suo parco sono conosciuti da tutti con il nome della sua ultima proprietaria la duchessa di Galliera che lo lasciò in eredità al comune di Genova.

IL FORTE MONTERATTI

Sin dall’anno 1747 esistevano sul Monte Ratti di Genova ridotte a difesa di questo punto strategico alto 560 metri s.l.m., postazioni che peraltro si rivelarono insufficienti e facilmente conquistabili da parte degli eserciti nemici, così, dopo che i vincitori di Napoleone donarono ai re Sabaudi Genova ed i suoi possedimenti, il “Genio Piemontese” decise di costruire una fortezza in sito con annessa caserma. Nata con l’obiettivo di difendere Genova dai nemici provenienti dal nord, fu costruita anche perché i Savoia erano a conoscenza dell’insofferenza con la quale i genovesi avevano preso atto dello status quo per il quale la loro indipendenza millenaria era stata definitivamente perduta. Il forte fu costruito sulla piana in cima al monte tra il 1831 ed il 1842, formato da una lunga caserma con il fronte incombente sulla città poteva acquartierare sino a 440 soldati ai quali se ne potevano aggiungere altri 660 che lì si potevano accampare “paglia a terra ” ( e con questa espressione militaresca si capisce che la situazione alberghiera lasciava un po’ a desiderare ), concludendo la guarnigione poteva contare su 1100 soldati pronti a difendere Genova o a sedare qualsiasi tentativo di rivolta, Quando i Savoia nel 1849 furono sconfitti dagli austriaci nella prima guerra d’indipendenza ed il re Carlo Alberto abdicò a favore di suo figlio Vittorio Emanuele II, dopo l’armistizio di Vignale accettato dai Savoia, i genovesi si ribellarono, in parte perché le idee mazziniane avevano fatto presa su molte persone, un po’ perché molti considerarono la resa all’Austria un atto di codardia e un po’ perché molti avevano paura di ripiombare sotto la dominazione dei crucchi. I moti si conclusero con il ” Sacco di Genova ” Il generale dei bersaglieri Alfonso La Marmora ordinò ai suoi soldati di mettere a ferro e fuoco la città, i sardo- piemontesi dilagarono per le vie predando ed uccidendo indiscriminatamente uomini, donne e religiosi, quella che Vittorio Emanuele il ” re galantuomo ” aveva definito in una lettera recapitala al suo generale: ” …vile ed infetta razza di canaglie … ” p.s. gli interni della fortezza sono visitabili ( facendo Attenzione…. )

La Chiesa con la camera nuziale

” Non più mondo, non più peccato ” pensò Caterina Fieschi sposata Adorno nel 1473 dopo aver avuto la visione di Cristo portacroce morto per lei e per tutti in remissione dei peccati. Questo episodio, che segnò un cambiamento radicale nella vita di questa donna straordinaria, avvenne per tradizione in quella che si pensa fosse la sua camera nuziale nel palazzo degli Adorno, lì dove oggi sorge la chiesa di San Filippo Neri in via Lomellini e più precisamente nella cappella della navata sinistra a lei dedicata. Vi ho già raccontato in un altro mio post di questa santa donna il cui corpo incorrotto è custodito in una cassa di cristallo e bronzo nella chiesa della S.S. Annunziata di Portoria, in questo mio scritto voglio farvi partecipi di una cosa di cui non tutti sono a conoscenza, nella cappella a Lei dedicata, vi è una pala d’altare dipinta dal celeberrimo pittore secentesco Domenico Piola che raffigura il momento in cui Caterina ebbe la sua prima visione mistica, dietro questa pala esiste una grande nicchia nascosta dal dipinto nella quale, in origine, veniva custodito un gruppo scultoreo rappresentante un compianto di Cristo, capolavoro dello scultore Anton Maria Maragliano ( Genova 1664 – 1739 ), questa scultura era mostrata ai fedeli solo in occasione della Settimana Santa, per far ciò veniva rimossa la pala d’altare, dopodiché, dopo la santa Pasqua, veniva nuovamente nascosta dietro il dipinto . Oggi, per ragioni di conservazione, il gruppo scultoreo é stato rimosso dalla nicchia dove per secoli fu ospitato ed é visibile in questo tempio capolavoro del barocco.

CROXETTI

I croxetti in lingua genovese o corzetti, che dir si voglia, sono una pasta tipica della Liguria, ne esistono di due tipologie, quelli della Valpolcevera che hanno la forma d’un piccolo otto e quelli del “Levante” cittadino che hanno una forma circolare, un po’ più grandi d’un’ostia per intenderci, e sono stampati al centro con motivi diversi a seconda del gusto del mastro pastaio che li prepara. Lo stampo é fatto in legno, simile ad un timbro circolare e questo accorgimento fu fatto perché la pasta così preparata si adattava meglio ad accogliere il condimento, ovviamente, oltre la produzione fatta a mano sempre più rara, esiste anche una produzione industriale dei croxetti. Questa pasta ha un’origine molto antica, i croxetti vengono citati in documenti che risalgono al basso medio evo, sembra che le famiglie patrizie genovesi, che oltre a grandi appezzamenti di terreno possedevano anche i mulini ed i forni, si facessero fare dai loro cuochi i croxetti i quali da una parte dovevano aver impresso lo stemma del loro casato e dall’ altra una piccola croce stilizzata ( croxetta in lingua genovese ) da cui presero il nome. Nella foto croxetti a-o tòcco de tomate ( pomodori)

Il ponte dei suicidi

A Genova il Ponte di Carignano collega i colli di Sarzano e quello di Carignano scavalcando la valletta del Rio Torbido, come già vi dissi in un mio precedente post, voluto dalla famiglia Sauli per facilitare l’ingresso alla loro stupenda e costosissima basilica, fu costruito dal 1718 al 1724 su committenza di Domenico Sauli dall’architetto francese Gerard De Langlade. Alla fine del XVIII secolo, con l’arrivo dei francesi e la Serenissima Repubblica in piena decadenza, la città ed i suoi abitanti dovettero affrontare una delle pagine più buie della loro storia millenaria, il Generale André Massenà, comandante francese della piazzaforte di Genova si trovò circondato dalle truppe austro- inglesi, che per mare e per terra impedirono qualunque tipo di approvvigionamento alimentare ai genovesi, in questo periodo, finite le scorte di cibo, la fame e la disperazione dilagarono in città, dove gli storici dell’epoca ci ricordano che avvennero tremende risse per impadronirsi d’una lattuga o violenti pestaggi per un carciofo o un pomodoro, nessun animale domestico fu risparmiato, cani e gatti furono mangiati poi, finiti quelli, la gente divorò i topi ed i pipistrelli ( si ragazzi anche i genovesi come i cinesi, ma erano in stato di necessità ), quando non restò più niente, fu la volta degli insetti, anche i più repellenti, dopodiché la gente cominciò a morire d’inedia per le strade, come avveniva ai tempi della peste, fu allora che diverse persone approfittarono del Ponte di Carignano per metter fine ai loro giorni, fu coniato in quei miseri tempi il detto: ” Piggià o ponte de Caignan pe-o schaen da porta ” ( prender il ponte di Carignano come fosse lo scalino per entrare dalla porta di casa ), infine i francesi arrivarono ad accordarsi con gli anglo-austriaci e se ne andarono lasciandosi alle spalle una città che di ” Superba ” non aveva più niente.

“Nunziata del Guastato” un nome sfortunato

A Genova era un sabato come gli altri quel 24 ottobre del 1942, i bambini vennero portati ai giardinetti a giocare, gli scagni del porto aprirono le loro saracinesche, la città si risvegliò con i suoi bar e le sue botteghe, quando ad un tratto la sirena che preannunciava un attacco aereo prese a suonare alla disperata, 95 aerei da bombardamento della Royal Air Force sganciarono su Genova 144 tonnellate di bombe colpendo anche la basilica dell’ Annunziata del Vastato o Guastato che dir si voglia, il 7 novembre un’altra incursione di bombardieri della R.A.F sganciò sulla città 237 tonnellate di bombe e la basilica fu nuovamente colpita, quella che lo storico Federico Alizieri nel 1847 aveva definito chiesa d’una “opulenza” di bellezza arcana, fu ridotta ad un cumulo di macerie fumanti. Vastato significa rovina, era il nome del sito dove sorse la basilica terminata nel1530, in precedenza la località era detta ” il Prato” perché era una vasta zona erbosa fuori delle mura che dal mare si estendeva sino alle falde del colle di Carbonara, fu detta poi Vastato o Guastato perché l’area, dapprima spianata per ragioni difensive, fu usata come discarica dei detriti delle demolizioni fatte per allargare la piazza davanti alla basilica. Oggi questo tempio ci appare ancora splendido, i restauri del dopoguerra sono riusciti in parte a restituirgli la sua incredibile bellezza e ancora una volta ci ricordano che la guerra é sempre una maledizione senza se e senza ma, perché é la negazione del divino che alberga in ogni essere umano.
Nella foto la navata centrale con il Cristo crocifisso di Giacomo Antonio Ponsonelli ( Massa 1654 – Genova 1735), nella volta del coro spicca l’affresco che rappresenta l’ Assunzione di Maria in Cielo di Giulio Benso ( Pieve di Teco 1592 -1668).

La cappelletta per il figlio perduto

Cornigliano é un quartiere di Genova situato a ponente, per alcuni storici il suo nome deriva dalla famiglia romana dei Cornelii che in sito avrebbero avuto possedimenti terrieri, per altri il toponimo avrebbe origine ancora più antica e deriverebbe da “corito” ( personaggio della mitologia greca ) di Giano il dio bifronte al quale alcuni attribuiscono anche l’origine del nome di Genova. Il ponte che unisce le due sponde del torrente Polcevera alla sua foce, consentendo il transito di carri e viandanti tra Sampierdarena e Cornigliano, ha origini che si perdono nella notte dei tempi, sin dal XII secolo esisteva una struttura in legno ma fu solo nel sesto decennio del 1500 che fu costruito un ponte in muratura per volontà del doge Benedetto Gentile, il cui figlio morì affogato cercando di guadare il torrente in piena in sella al suo cavallo. Il ponte, che da sempre é chiamato di Cornigliano, per volontà testamentaria del Gentile doveva avere al centro una Cappelletta dedicata alla Madonna nella quale in determinate festività doveva celebrarsi una messa in suffragio per lui e per suo figlio. La Cappelletta ancor oggi esistente, seppur molte volte ristrutturata, fu protagonista d’un incontro storico eccezionale, qui davanti alla Madonnina nel 4 Giugno del 1800 s’incontrarono il generale di Bonaparte Massena che difendeva Genova, il generale austriaco Peter Karl Ott Von Bàtorkéz e il vice ammiraglio britannico George Elphinstone I visconte Keith, gli austro inglesi da quattro mesi assediavano la città per mare e per terra non permettendo nessun approvvigionamento alimentare alla popolazione, pensate che i prigionieri austriaci chiusi nella darsena adibita a prigione, arrivarono a mangiarsi le scarpe di cuoio per non morire di fame. Massena firmò la capitolazione, ma ottenne l’onore delle armi e se ne andò con il suo esercito sembrando quasi un vincitore anziché uno sconfitto, cosa che é ricordata anche da una lapide posta lì successivamente.

Storia d’una porta perduta e ritrovata

Nel XIV secolo le mura difensive erette dai genovesi per far desistere l’imperatore Federico Barbarossa dall’ideuzza che s’era fatto di radere al suolo la città ribelle e sterminare tutti i suoi abitanti, non furono più sufficienti perché il tessuto urbano era notevolmente in espansione e quindi si rese necessario allargare la cinta difensiva e potenziarla. Uno dei varchi di queste nuove mura fu la Porta detta dell’Olivella che si trovava sopra il convento di Santa Caterina di Portoria nella zona dove successivamente sarebbe stato edificato l’Ospedale di Pammatone ( oggi Palazzo di Giustizia ), da questa porta si accedeva all’antico quartiere di Portoria, singolare fu che, per un certo periodo, custode di questo varco fu messer Domenico Colombo, padre di Cristoforo lo scopritore delle Americhe, che lì vicino abitò per molti anni. Nel XVI° secolo vennero costruite nuove possenti mura, il vecchio varco dell’ Olivella fu interrato ed il nuovo accesso alla città fu dalla porta di Santo Stefano detta anche “Degli Archi” perché, oltre al fornice centrale, ne aveva due più piccoli ciascuno per ogni lato. Passarono altri secoli, sino ad arrivare al XIX°, quando Carlo Barabino riprogettò il centro della città ed il Parco dell’ Acquasola, allora la porta dell’Olivella venne dissotterrata dandole l’aspetto odierno, quando da via Claudio Carcassi ci dirigiamo verso corso Andrea Podestà dobbiamo necessariamente attraversarla, ma a nessuno viene in mente che lì si sta passando sotto 700 anni di storia.

Il Castelluccio di Pra’

Pra’ é un quartiere del ponente genovese, il toponimo deriva dal suo nome latino ” Prata Veituriorum”. I Veiturii erano antiche popolazioni che qui vivevano in età antecedente alla dominazione romana, per cui Pra’ deve scriversi con l’apostrofo non con l’accento poiché é la derivazione d’una elisione del suo antico nome. Anche qui, come sulle altre coste del genovesato, le incursioni di navi nemiche e dei pirati saraceni erano all’ordine del giorno nel XVI° secolo, così la Serenissima Repubblica di Genova qui, come in altri luoghi, fece costruire un’opera di difesa che aveva il duplice scopo di avvistare i vascelli nemici dando l’allarme dell’ incombente pericolo alle popolazioni circostanti mediante segnali di fumo e di fornire un temporaneo rifugio a coloro che non potevano o non volevano fuggire nei paesi dell’entroterra. Il Castelluccio di Pra’ assolveva proprio a questa funzione, fu costruito nel XVI° secolo a levante dell’antico borgo in una zona semi deserta dove in sito esisteva solo una casa colonica e la torre Cambiaso, la sua posizione era strategica, perché eretto su uno sperone di roccia alto circa 20 metri che dominava la spiaggia. originariamente di forma quadrata con bastioni a levante ed a ponente, quando fu costruita la ferrovia, fu demolito l’angolo a nord. Durante la seconda guerra mondiale era lì una batteria antisbarco tedesca. Come molte fortezze liguri anche questa avrebbe bisogno d’essere valorizzata e restaurata.

ALBERGO GIUSTINIANI

Gli “Alberghi dei nobili” erano antiche istituzioni sociali e politiche tipiche della Repubblica Genovese, queste associazioni erano unioni di famiglie sorte in età consolare con l’obiettivo di conciliare vertenze e liti tra quanti ne facevano parte, aiutarsi vicendevolmente, difendere i membri da qualunque attacco esterno, perpetuarne gli usi e le tradizioni; per favorire tutto ciò gli “Alberghi” imponevano la continuità della residenza da parte delle famiglie aderenti che avevano abitazioni adiacenti munite talvolta d’una propria chiesa e d’una torre di difesa, praticamente un piccolo borgo dentro la città, era anche favorita la “endogamia” e cioè sposarsi tra i membri dell’albergo in modo da creare nelle future generazioni legami di sangue e parentela. All’ albergo Giustiniani appartenevano le famiglie dei Longo, dei Moneglia e dei Passano. L’ albergo dei Giustiniani fu fondato nel 1347 per ragioni più che altro commerciali, legate quindi alla “pecunia” che comprendevano la gestione della “Maona” (*) dell’isola greca di Chio restata sotto il dominio dei Giustiniani sino al 1566 quando l’impero degli Ottomani la conquistò e martirizzò tutti i giovani Giustiniani che si rifiutarono di convertirsi all’ ISLAM. Il Palazzo Giustiniani di Genova, che troneggia sull’omonima piazza nel centro storico, in realtà è formato da più edifici, quello contraddistinto dal numero civico 6 fu costruito alla fine del ‘500 dal cardinale Vincenzo Giustiniani (1519- 1582) generale dell’ordine dei Domenicani, la piazza, che é una delle più grandi del centro storico di Genova misurando 12 metri x 26 metri, ricalca grossomodo il tracciato urbano medioevale.
(*) Maona é una parola derivante dall’arabo, fu un’associazione avente carattere finanziario, garantita dalla Repubblica di Genova ma con un’amministrazione autonoma, in pratica i Giustiniani furono i principi dell’isola di Chio per oltre 200 anni.

La Torre che c’é ma non si vede

Delle oltre 70 torri che caratterizzarono nel medio evo la fisionomia della città di Genova, ne son rimaste in piedi ben poche, una di queste é la Torre dei Piccamiglio alta 38 metri e suddivisa in 8 piani dei quali i primi 5 costruiti in pietra nera di Promontorio, presa da una cava che anticamente era ubicata sul promontorio dove alla sua estremità sorge la ” Lanterna “, promontorio oggi non più esistente e gli ultimi tre piani in laterizio, coronati sulla cima da una triplice cornice d’archetti pensili sempre più aggettanti. La torre fu costruita nel XIII secolo a difesa della sottostante chiesa gentilizia di San Marcellino, delle case di proprietà dei Piccamiglio oltre che del loro portico che consentiva di svolgere le operazioni di carico e di scarico delle merci dalle navi ancorate presso la “Ripa Maris “, oltreché svolgere atti notarili anche in avverse condizioni climatiche, già perché i Piccamiglio fecero la loro fortuna come mercanti e navigatori costruendo la loro sede consortile nella zona di “Fossatello” che a sud comunicava con lo scalo marittimo ed a Nord con la zona del ” Campo ” attraversata dal “Carrubeo Recto ” che era la principale arteria di percorrenza del ” Burgus ” ( i sobborghi della città di Genova ). I Piccamiglio, d’origine teutonica, si trasferirono a Genova verso l’anno 1000 ed i loro membri ricoprirono cariche prestigiose in seno alla Serenissima Repubblica di Genova tanto da essere enumerati tra i 74 Alberghi (°) della città nel 1414, poi, come spesso accade nella storia, la famiglia si estinse, ma a loro memoria restò la torre, invisibile ai più, che ancora oggi svetta verso il cielo letteralmente affogata dalle alte palazzate che la circondano.

(°) Gli ” Alberghi ” genovesi furono formati da famiglie nobili che, per meglio difendersi, decisero di vivere insieme, avevano una propria chiesa, un’insieme di case e solitamente una torre.

Forte Puin

Lungo la dorsale che divide la Val Bisagno dalla Val Polcevera a 508 metri d’altitudine sul monte Moisé sorge il forte Puin il cui toponimo deriva dalla settecentesca “Baracca di Puin “situata pressappoco dove oggi é L’Ostaia de Baracche ( L’osteria delle baracche) qui il fratello di mia madre lavorava come barista prima che nel 1942 partisse per la campagna di Russia dalla quale non tornò più. Singolare il nome “Puin” che forse originariamente potrebbe esser stato “Poìn ” che in lingua genovese significa “padrino” e che si pronuncia appunto Puin. Sopra una ridotta preesistente costruita nel 1747 durante la guerra di secessione austriaca fu eretta dal genio sardo tra il 1815 ed il 1830 questa fortificazione che poteva ospitare una guarnigione fissa di 28 soldati i quali disponevano di due cannoni campali da 8, due obici, quattro cannoncini e due petrieri. Il forte, abbandonato definitivamente nel 1908, fu abitato per 20 anni da un privato al quale il comune lo diede in concessione e che lo restaurò a sue spese. Oggi é sempre di proprietà del comune di Genova e pur essendo in discrete condizioni di conservazione non é visitabile se non il sabato e la domenica rivolgendosi all’Associazione ” Forte Puin – Genova “, ma, durante la settimana, é meta di scampagnate e di picnic all’ aperto.

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A bandea de San Zorzo ( la bandiera di San Giorgio )

Come raccontato in un mio precedente post, il culto di san Giorgio fu introdotto a Genova dalle truppe dell’Imperatore d’oriente Giustiniano che fece guerra agli Ostrogoti nel 535 d.C. per riconquistare l’Italia. La città di Genova, che parteggiava per l’ imperatore, diventò una vera e propria testa di ponte per l’esercito bizantino che aveva come protettore San Giorgio, un personaggio mitico già a quei tempi. Il culto per questo santo si diffuse a tal punto nella nostra città da identificarsi con essa. Iacopo da Varagine ( Varazze) arcivescovo di Genova, nella sua “Legenda Aurea” associò il vessillo bianco crociato di rosso con l’immagine di San Giorgio nella seconda metà del XIII secolo, ma sin dal 1113 ” l’insigna cruxata comunis Janue” é rappresentata negli Annales Januenses. “Pé Zena e Pé san Zorzo ” era il grido di guerra dei genovesi e lo fu per secoli, il vessillo della città veniva custodito in una chiesa vicino al foro costruito dai romani che si presume fosse dove oggi possiamo ammirare la chiesa barocca dedicata a San Giorgio nel centro storico di Genova, da lì veniva esposto nelle processioni solenni o consegnato all’ammiraglio delle galee genovesi quando salpavano per dare battaglia.
Nella foto una litografia acquarellata che rappresenta l’ eroismo di un giovanetto genovese all’attacco di Metellino ( 1501) presa dal libro Storia popolare di Genova di Mariano Bargellini edito nel 1869

Un Altare da favola

La “Grande Genova” a ponente termina con il quartiere di Voltri, il toponimo deriva probabilmente dal fatto che anticamente il luogo fu abitato dalla popolazione ligure preromana dei Veituri, una popolazione combattiva, se si considera che nelle mappe antiche uno dei nomi con cui veniva indicato il sito fu Hasta Veiturium ( in latino hasta significa lancia ). A Voltri lungo l’antica via Emilia costruita dai romani nel 105 a.C. fu costruita dagli Ospedalieri di San Giovanni di Prà, nella prima metà del XIII secolo, una cappella dedicata a Sant’Erasmo protettore dei marinai, molti secoli dopo nel 1652 fu eretto il tempio che ancor oggi possiamo ammirare dedicato ai santi Erasmo e Nicolò. Gli interni della chiesa a tre navate sono fastosi, tra le splendide opere d’arte contenute, forse la più spettacolare é l’altare del Rosario costruito nel 1679, che con i suoi marmi policromi intarsiati e le sue colonne tortili realizzate in marmo rosso di Francia esalta la monumentale scultura della Madonna con il Bambino Gesù rappresentata con sulla testa la corona imperiale, opera del grande scultore genovese Domenico Parodi ( 1672 – 1742 ), la Madre di Cristo, lo ricordiamo, fu eletta dai Genovesi regina della città nel 1637. L’ artefice di questo splendido altare fu uno scultore solo recentemente riscoperto: il ” maestro marmararo ” Anselmo Quadro ( 1643 -1693 ).

Il Forte Diamante non brilla più

Sin dal lontano 1395 sul Monte Diamante a 667 metri s.l.m. , tra la val Polcevera e la Val Bisagno, esisteva un’antica postazione militare, l’attuale costruzione “Forte Diamante” fu eretta tra il 1756 e il 1759, costruita grazie al generoso contributo di 50.000 lire del marchese Giacomo Filippo Durazzo. Originariamente, sopra l’ingresso del forte esisteva una targa che ricordava questo gesto generoso e d’amor patrio, targa che oggi più non è in sito, perché qualcuno ha pensato bene di portarsela via come souvenir. Nella primavera del 1800 il forte difeso da circa 250 soldati al comando del francese Bertrand resistette all’esercito austriaco del generale Hohenzollern che li aveva posti sotto assedio, gli austriaci, ad un certo punto riuscirono a conquistare le ridotte dei “Due fratelli” che difendevano il forte Diamante ed intimò la resa a Bertrand dicendogli che altrimenti li avrebbe fatti uccidere tutti ” a fil di spada” la risposta di Bertrand fu: ” Signor Generale, l’onore che é il pregio più caro per i veri soldati, proibisce imperiosamente alla brava guarnigione che io comando, di rendere il forte di cui mi é stato affidato il comando, perché possa acconsentire alla resa per una semplice intimidazione e mi sta troppo a cuore , signor generale, di meritare la vostra stima per dichiararvi che la sola forma e l’impossibilità di difendermi più a lungo, potranno determinarmi a capitolare”. Il presidio non si arrese e la situazione si ribaltò quando da Genova arrivarono dei rinforzi che riuscirono a ricacciare indietro gli austriaci. La fortificazione che era dotata di 6 grossi obici e di due cannoncini fu definitivamente abbandonata nel 1914 e mai più utilizzata, neanche come attrazione turistica, un vero peccato perché questo é uno dei più bei forti di Genova.

“Capella de Luco” una chiesa per un santo foresto ( straniero )

Sant’ Eusebio é un borgo ubicato sulle alture che circondano Genova, prende il nome dalla sua chiesa le cui prime notizie risalgono al 1143 come “Capella de Luco” il toponimo deriva da “Lucus” che in latino significa bosco sacro. Eusebio da Vercelli nato a Cagliari nel 283 d. C. e morto a Vercelli nel 371 d. C. fu il primo vescovo di Vercelli e strenuo oppositore dell’eresia ariana, trovo singolare che tra tutti i santi nostrani a lui sia stato dedicato questo tempio, La chiesa, eretta da monaci benedettini provenienti dalla chiesa di San Siro di Struppa ( un tempo la zona era detta Molaciana ), costruirono qui anche un ospitale per i pellegrini; della costruzione originale resta la torre campanaria eretta in stile romanico. Nella chiesa attuale, più volte rimaneggiata, é una bella pala d’altare del pittore fiammingo Cornelis De Wael che rappresenta Sant’Eusebio tra i santi Giobatta e Sebastiano. In zona non ci sono ville del patriziato genovese, nel secolo scorso la località fu frequentata dai genovesi per le gite fuori porta, le scampagnate domenicali erano giustificate, oltre che per l’amenità del luogo, dalle numerose osterie e trattorie presenti ancor oggi qui. Nei miei ricordi di bambino sant’Eusebio é legato ad un buon panino di salame di sant’Olcese, fave fresche di giornata ed un bicchiere di vino bianco di Coronata, che aveva un sapore unico con un retrogusto di zolfo, un vitigno che non credo esista più. P.S. una volta il vino veniva dato anche ai bambini…. Nella foto la torre campanaria

Santa Maria in via Lata

A Genova, nel quartiere di Carignano c’é una salita che conduce alla piazza di Santa Maria in via Lata ove fu costruita l’omonima chiesa, per questo tempio edificato nel quarto decennio del 300 con la facciata in stile gotico a fasce alternate in marmo bianco e pietra nera di promontorio per volontà del cardinale Luca Fieschi, vale il detto: ” Se la fortuna é cieca la sfiga ci vede benissimo “, perché? ebbene ve lo racconterò in poche parole. Intorno a questa chiesa gentilizia della potente famiglia dei Fieschi sorgevano case ed un maestoso palazzo, forse il più sontuoso e bello della città, dalla sua posizione dominava tutta l’area circostante che, all’epoca in cui fu costruito, era scarsamente edificata, I Fieschi avevano amicizie altolocate sia a Genova sia Oltralpe e apertamente parteggiavano per il re di Francia, altra famiglia VIP del tempo fu quella dei Doria che invece avevano con la Spagna di Carlo V un rapporto privilegiato e che pian piano avevano oscurato la fama ed il potere dei Fieschi, fu così che Gian Luigi Fieschi, all’età di soli 24 anni, ordì una congiura nel 1546 che mirava a distruggere i Doria ed il loro potere. Naturalmente, come in tutte le congiure che si rispettano, il giorno prima Gian Luigi non mancò d’andare a trovare il vecchio Andrea Doria, che alla veneranda età di 80 anni aveva un sacco di magagne tra cui la gotta che spesso lo costringevano a stare a letto e d’ informarsi del suo stato di salute oltre che a quella di suo nipote Giannettino che Andrea aveva designato quale suo erede, mi pare di vederli, il vecchio ottuagenario seduto in poltrona e il Fieschi che gli dice: ” Comme te veddu ben e o te nevo comme o sta? ” e tanto pensava come ammazzarlo. Il giorno dopo, i seguaci dei Fieschi sfruttando l’effetto sorpresa, ebbero la meglio sui Doria, Giannettino alla Porta di San Tommaso fu ferito da un’archibugiata e poi finito con un colpo di scure, i congiurati conquistarono le porte della città e la darsena e qui subentrò la ” Sfiga” Gian Luigi Fieschi mentre conduceva i suoi armigeri all’ attacco della galea ammiraglia dei Doria , cadde da un pontile e la sua pesante armatura lo fece annegare in due metri d’acqua, morto il capo dei congiurati, le sorti della battaglia si invertirono e la vendetta di Andrea Doria fu terribile , tutti i Fieschi, tranne quelli che riuscirono a dimostrare la loro estraneità alla congiura, furono uccisi o cacciati in esilio ed i loro beni espropriati, il loro bel palazzo fu demolito sino alle fondamenta, così come tutte le case circostanti che a loro appartenevano, fu risparmiata solo la loro chiesa gentilizia dalla quale furono scalpellati tutti gli stemmi ed i fregi che inneggiavano alla grandezza dei Fieschi. Oggi, dopo esser stata chiesa, abbazia, mobilificio e magazzino, é sede della Confraternita di Sant’Antonio Abate ed anche atelier di restauro di Nino Silvestri, ma questa é tutta un’altra storia che vi racconterò in un’altra occasione.

Nicolò Tronci chi era costui?

Dalla stazione Brignole di Genova si arriva al mare percorrendo il viale delle Brigate Partigiane, da moltissimi anni sotto sopra per il rifacimento della copertura del torrente Bisagno. In fondo al viale, prospicente a quella che é la foce del torrente, fu collocata nel 1939 la statua detta del “Navigatore” inaugurata per la verità l’anno precedente dall’allora capo del governo Benito Mussolini al quale però, non essendo finita la scultura, fu mostrato un calco in gesso. L’artista che realizzò l’ opera Antonio Maria Morera ( Casale Monferrato 1885 – Genova 1964 ) usò come modello l’atleta genovese Nicolò Tronci, campione italiano di ginnastica che partecipò alle olimpiadi di Berlino del 1936. Lo scultore realizzò quest’opera pensando ad una figura possente dai muscoli guizzanti, che doveva esser completamente nuda ma, data la censura dell’epoca, alla fine gli furono coperte le pudende con un succinto perizoma. Originariamente sul basamento era una scritta che recitava così: ” Giovinezza del Littorio fa di tutti i mari il mare nostro” ,la scritta venne scalpellata alla caduta del regime fascista, mentre invece l’altra scritta sull’ arco, che é dello storico Plutarco, venne lasciata, la scritta latina dice: “Vivere non necesse, navigare necesse est” , Plutarco la attribuisce al triunviro Pompeo che volle affrontare il mare tempestoso con le sue navi per portare il grano d’ Egitto a Roma e poter così sfamare la popolazione. Gabriele d’Annunzio disse a proposito del “Navigatore” che rappresentava l’uomo ligure rude e tenace che con un pesante remo in mano, scruta l’orizzonte alla ricerca di pericoli e nemici pronto a difendere i suoi concittadini da chi avesse osato muovere guerra contro di loro.

Il Fantasma dell’Opera di Genova

A Genova, dove oggi é Piazza De Ferrari, centro ideale della città ed il Teatro dell’opera Carlo Felice, anticamente era ubicata la chiesa ed il monastero di San Domenico. La chiesa fu eretta alla fine del XIV ° secolo dove esisteva un tempio sotterraneo dedicato al dio Mitra e dal 1540 fu sede del famigerato Tribunale della Santa Inquisizione, detto ciò quale antefatto alla nostra storia, in vico del Filo visse ed ebbe una bottega un mastro liutaio che di nome faceva Battista Carbone, il Carbone aveva una figlia di nome Leyla, che oltre ad essere bellissima, suonava il liuto e cantava con una voce dolcissima, così bella da far innamorare il giovane Camillo Negrone, figlio d’una delle più facoltose famiglie patrizie di Genova. Quando l’amore tra i due giovani fu di pubblico dominio, i Negrone si infuriarono all’idea che il loro figlio impalmasse la figlia d’un semplice artigiano ed anche perché loro avevano già promesso il ragazzo ad Isabella figlia della ricca famiglia dei Dureto. La madre di Isabella, venuta a conoscenza che Camillo di sposare sua figlia non ne voleva più sapere, pagò una delinquente di nome Garbarino perché denunciasse Leyla d’aver rubato ostie consacrate dalla chiesa di Santa Maria delle Vigne per poter fare sortilegi e fatture, in pratica l’accusò di stregoneria, dopodiché gli armigeri si presentarono alla casa del Liutaio, presero Leyla e la trascinarono davanti ai giudici del tribunale dell’ Inquisizione i quali le intimarono di confessare spontaneamente le sue colpe e dato che la povera ragazza, che al tempo aveva solo 16 anni, piangendo si dichiarò innocente, la fecero rinchiudere nelle segrete del monastero dove esisteva una stanza detta ” examinatorio ” nella quale con beneplacito papale si poteva esercitare la tortura sino alla piena “spontanea ” confessione del reo, in questo caso della rea, ma Leyla non resse a tante emozioni e cattiverie ed il suo giovane cuore si spezzò. Appena ne fu accertato il decesso, la ragazza fu sepolta in una cripta del Monastero in fretta e furia e di lei non si seppe più nulla. Passarono gli anni, la Serenissima Repubblica cadde con l’arrivo di Bonaparte, poi ci fu l’annessione al regno del Piemonte e Sardegna, il monastero e la chiesa di San Domenico andarono in rovina e furono demoliti definitivamente per volontà del re Carlo Felice, al suo posto venne costruito un monumentale teatro dell’Opera e qui nel 1828 ci fu la prima apparizione, durante una rappresentazione fu vista nel foyer del teatro una bellissima giovane dai capelli lunghi e sciolti, vestita con un abito di velluto scuro che le arrivava sino ai piedi, al suo passaggio restò nell’aria un tenue profumo di rose, il suo viso aveva un’espressione dolce ma triste e come comparve misteriosamente così scomparve. Successivamente molti la videro in altre occasioni ed alcuni affermano che in mano talvolta stringe un liuto sul suo cuore.

L’immagine rappresenta la chiesa ed il monastero di San Domenico in un’incisione di G.B. Probst del 1730

Genova in pandemia

Ho avuto la fortuna di nascere dopo la seconda guerra mondiale, appartengo ad una generazione fortunata, quella per intenderci nata all’inizio degli anni 50 del secolo scorso, no, non era la mitica età dell’oro , la città di Genova era piena di macerie dovute ai terribili bombardamenti degli alleati, c’era l’uomo del ghiaccio che passava ogni mattina con il suo carretto, le massaie scendevano in strada per comprare un cubo di ghiaccio che poi mettevano in ghiacciaia, c’era l’ arrotino che sistemava i coltelli di casa, lo straccivendolo e l’ ombrellaio che riparava gli ombrelli maltrattati dal vento che qui da noi l’ha sempre fatta da padrone, c’era nell’aria una povertà diffusa ma dignitosa e tanta, tantissima speranza nel domani. Oggi negli anni 20 del terzo millennio siamo stati colpiti da un male oscuro al quale non eravamo preparati, stiamo rinchiusi nelle nostre case strapiene di TV , di PC e di cellulari dei quali non possiamo più fare a meno, ma ci manca la possibilità di vedere gli amici, i nostri famigliari, i nipoti perché siamo soggetti a rischio e ci sentiamo soli. Per quelli che hanno le gambe buone, consiglio di fare delle gite ai forti di Genova, immenso patrimonio culturale e storico dimenticato dai più, portatevi poche cose magari un panino con il salame di Sant’Olcese, una borraccia e un termos con il caffè, e passate una giornata in mezzo alla natura, non vi risolverà tutti i problemi che ci ha portato questa maledetta pandemia ma aiuta.

Nella foto vista della città di Genova dal forte Puin

La Misericordia di Strada

Nel centro storico di Genova, vicino alla superba via di San Lorenzo, é un caruggetto chiamato Vico del Gesù, qui dal XVIII secolo fu posta un’edicola votiva con un’immagine sacra oggi di difficile lettura e sotto di essa una piccola nicchia scavata nel muro che conteneva una cassetta destinata alle elemosine per i poveri. A Genova queste cassette chiamiamole “Della Misericordia” erano disseminate in tutta la città, così anche i non credenti, se di buon animo, potevano lasciare un obolo per le classi più disagiate senza necessariamente entrare in una chiesa, ricordo che al tempo in cui fu costruito L’Albergo dei Poveri nel terzo quarto del’600, i poveri a Genova erano un vero e proprio esercito, tanto da creare problemi d’ordine pubblico. Le Cassette delle elemosine oggi non sono più, per la verità qualcuna ancora esiste, ma negli antichi muri l’attento osservatore potrà scorgere le nicchie che le contenevano, li troverete in via della Maddalena, in Piazza Cinque Lampadi, in vico degli Indoratori, nella piazzetta di Santa Maria degli Angeli ed in tanti altri luoghi della città vecchia.

UNA GALLERIA PIENA DI RICORDI

Il 26 Luglio 1874 il Municipio di Genova dichiarò di pubblica utilità il progetto per la costruzione d’una galleria che unisse l’ingresso del teatro dell’opera Carlo Felice alla piazza Corvetto che, per la verità, ancora non esisteva. Per rendere fattibile il progetto fu necessario non solo lo sbancamento d’una parte della collina di Piccapietra e lo sterro d’un tratto del parco dell’ Acquasola, ma anche la totale distruzione di due chiese, quella dedicata a San Sebastiano con annesso convento e quella di San Giuseppe con l’annesso conservatorio, la cui memoria resta in sito nei toponimi. Galleria ” Mazzini ” nacque dunque come una strada pedonale con una copertura di vetro e metallo, posta tra due file di palazzate parallele alla via Roma, l’ingegnere progettista della struttura fu Giovanni Argenti che la concepì come un ” passage de Paris” , sua caratteristica peculiare fu d’avere negozi alla moda e bellissimi locali, soprattutto caffè e ristoranti eleganti come il “caffè Roma” ed “Il Viennese ” centro d’aggregazione di artisti, poeti ed intellettuali. Oggi la galleria Mazzini é una pallida sinopia di quello che era e rappresentava, un restauro iniziato in tempi biblici e mai terminato la avvilisce e la carenza d’illuminazione la rendono cupa e triste, eppure io ricordo che ancora negli anni ’60 del secolo scorso era ancora bella, c’era la boutique Liz, Guido Oliva con i suoi francobolli rari, Bertani con i suoi splendidi mezzeri, Savinelli con le sue pipe capolavoro, Ettore Paganello con i vestiti di Simon Akerman, l’ Abolaffio signora della moda al femminile, Cabib con i suoi bei tappeti e tanti altri che non sono più, era un posto così bello da ispirare poesie come quella di Aurelio Valesi che scriveva nel 1969:
Mia cattedrale laica
tu Galleria Mazzini
trovavo i miei confini
nelle tue opacità.
Sotto le tue vetrate
cercavo un dio sicuro
il mio domani oscuro
perdeva la sua età.
Ai tavolini fuori
anche quando pioveva,
la verità sapeva
la nostra verità.
Sei stata una memoria
di giorni non vissuti
sognati e non avuti:
piccola eternità.

Apologia di Serena Bertolucci

Sul Secolo XIX di ieri ho letto che la mostra allestita nel 2019 nel Teatro del Falcone di Palazzo Reale dedicata allo scultore genovese Anton Maria Maragliano ( Genova 1664 -1739 ) si é classificata nelle top ten del premio ” Art Bonus 2021 “, il riconoscimento del Ministero della Cultura che premia i migliori progetti di restauro e valorizzazione del patrimonio storico e artistico italiano. un risultato importante, considerando che la competizione vedeva in lizza, per così dire, 210 progetti che sono stati votati da oltre 23.000 persone. Questa mostra vista da oltre 20.000 persone fu desiderata, voluta e realizzata da Serena Bertolucci che con un equipe di collaboratori del calibro di Nino Silvestri, uno dei più grandi restauratori di sculture lignee che abbiamo in Italia, riuscì a creare un evento che rimarrà per sempre nella memoria collettiva della nostra città. Lo articolo del nostro quotidiano parla diffusamente di questa bella mostra, parla dell’attuale direttrice si Palazzo Reale Alessandra Guerrini, ma della Bertolucci che fu l’artefice di questo successo neppure una parola, sic transit gloria mundi direte voi ed allora mi permetto di spenderla io una parola per questa signora che io vedo, come disse Sgarbi per Zeri, come una stilita che dall’alto guarda il resto del mondo, una persona che con il suo entusiasmo e la sua bravura riuscì là dove tanti altri non sono riusciti a lasciare alcun segno del loro passaggio. nella foto un padiglione della mostra in cui vennero esposti crocifissi realizzati dal Maragliano un padiglione che, almeno in me, provocò grande emozione.

Il Monumento della Duchessa

L’Ospedale Galliera di Genova nacque dall’Opera Pia De Ferrari Brignole Sale, una diremmo oggi ” Onlus” fondata dalla duchessa Maria Brignole Sale sposa di quel Raffaele De Ferrari a cui Genova dedicò la sua piazza più grande, grata per la donazione di 20 milioni di lire – oro con i quali il comune poté costruire grandi moli foranei indispensabili per poter ampliare e ammodernare il porto della città nel 1874 . Maria aveva soltanto 17 anni quando andò in sposa al bel Raffaele rampollo rampante d’una famiglia di banchieri e finanzieri. Soltanto qualche mese dopo il matrimonio, Raffaele si trovò in un guaio non da poco, era nella sua elegante dimora sita nella piazza che più tardi avrebbe preso il suo nome e trastullandosi con una pistola, inavvertitamente, premette il grilletto ed il fato volle che un domestico si trovasse a passargli davanti proprio in quel momento e ci restasse secco. La tesi della disgrazia fu accettata dalle Autorità , la famiglia dell’ucciso ebbe un congruo risarcimento, al giovine duca fu comminata una pena di tre mesi di detenzione domiciliare da scontarsi nella sua splendida villa di Voltri e tutto fu messo a tacere, ma si sa che, in questi casi, più si cerca di nascondere i fatti e più se ne parla, così il gossip news del popolino non la finiva più di infiorare la vicenda con dicerie sempre più pesanti a proposito delle voglie trasgressive della giovine duchessina e delle corna del giovine duca, così la coppia decise di trasferirsi a Parigi dove visse per quasi tutta la vita. Dopo aver accumulato una fortuna fantasmagorica i coniugi De Ferrari ritornarono a Genova ed iniziarono a finanziare opere a favore della loro città e dei loro concittadini. Alla morte di Maria, avvenuta a Parigi nel suo palazzo in rue de Varennes nell’ inverno del 1888, il Consiglio d’amministrazione della sua Opera Pia decise di dedicarle un monumento davanti ad uno dei tre ospedali genovesi da lei fatti costruire e più precisamente a quello intitolato a Sant’ Andrea sulla spianata di Carignano che lei aveva dedicato a suo figlio Andrea morto all’età di soli 16 anni, nosocomio che più tardi fu chiamato Galliera. Per quest’opera fu incaricato Giulio Monteverde, uno dei più insigni scultori genovesi dell’epoca, che propose due progetti per celebrare la magnificenza di questa nobil donna, il Consiglio decise di accettare quello più costoso ( alla faccia di quelli che dicono:” i genovesi hanno il braccino corto” ) del costo di ben 250.000 lire dell’epoca. Il gruppo statuario in bronzo si compone d’un basamento a colonna in granito all’apice del quale é un seggio sul quale é assisa la duchessa vestita elegantemente con al collo una collana di 12 giri di perle, il suo viso è sereno, distaccato, quasi serafico, ai suoi piedi un’umanità dolente é rappresentata da una madre stremata che con tutte le sue forze tiene il suo bambino e scostato da lei un derelitto zoppo si appoggia nascondendo il viso , tra i due un angelo ad ali spiegate , forse allegoria della carità, guarda la duchessa e con un braccio proteso verso l’alto sembra implorare un suo salvifico intervento. Il ” Galliera” ancor oggi, all’inizio del terzo millennio, è uno dei due ospedali più grandi di Genova, lì dove fu edificato anticamente esistette un grande monastero di monache clarisse cappuccine, oggi della loro memoria restano soltanto le mura sottostanti a loro dedicate.

L’ULTIMO VECCHIO PONTE

Nella valle del torrente Bisagno, l’ex circoscrizione di Molassana, il cui nome deriva da ” Mollicciana “( vulgata per terra mollis), chiamata così per indicare una località contraddistinta da un terreno umido e paludoso ma fertile, é formata da tre unità urbanistiche: Molassana, Sant’ Eusebio e Montesignano, quest’ultima località, che si trova sul lato sinistro della val Bisagno, é citata per la prima volta in un documento del 1061 come Monte Asenino e successivamente nel 1142 come Monteasciano, non é ad oggi conosciuta l’origine di questi antichi toponimi dai quali deriva il nome attuale. Nel XVIII secolo Montesignano fu coinvolta nella guerra di secessione austriaca (1746-1747) e successivamente nel 1800, durante l’assedio di Genova, volontari della Val Bisagno si unirono al generale francese Massenà nella difesa della collina di Montesignano e del ponte Carrega che in zona era l’unico importante collegamento tra le due sponde del torrente. Il Ponte Carrega originariamente fu chiamato Ponte delle Carrare in quanto con le sue 16 arcate consentì il transito di carri da una sponda all’altra del Bisagno, il nome si mutò in Carrega più tardi, prima di questo ponte, esisteva un guado oltremodo pericoloso specialmente d’inverno, dato che il torrente Bisagno é soggetto a piene improvvise e devastanti. Nel 1743, su istanza degli abitanti di Montesignano, fu fatta alla Signoria di Genova la richiesta per la costruzione d’un ponte e dopo soli 45 anni (diconsi quarantacinque) l’ istanza fu accolta…..( eravamo lontanucci dal poter essere citati come “Modello Genova” per la realizzazione d’opere pubbliche di grande importanza ). Il ponte Carrega si rivelò subito importantissimo perché in zona erano numerosi i mulini ed inoltre, data la fertilità del terreno, molti erano i campi coltivati che tramite “i besagnini” ( così furono chiamati gli abitanti della val Bisagno) fornirono ortaggi alla città di Genova trasportati su carri e carretti. Oggi il ponte, ancora esiste ed é usato come passerella pedonale, oserei dire miracolosamente esiste scampato dalle terribili inondazioni e dai bombardamenti subiti nel secolo scorso dalla città di Genova.

Quando “La Tomba” diventa rappresentazione teatrale

Nel cimitero monumentale di Staglieno vi sono molti gruppi statuari nei quali é presente una porta bronzea socchiusa, il significato é evidente, segna il passaggio dal mondo materiale a quello spirituale, per esempio nella tomba della famiglia Peirano contraddistinta dal n. 9 nel settore D una porta socchiusa avente una trabeazione sulla quale é rappresentato un bassorilievo in cui é narrato un episodio del vangelo di Giovanni e precisamente quello in cui Gesù pronuncia la frase riportata sopra: ” Chi crede in me anche se morto vivrà ( in eterno )”, colonne ioniche le fanno da stipiti, mentre un angelo dalle seriche vesti ne impedisce il passaggio, di fronte a lui una donna in atteggiamento supplice sembra pregarlo di lasciarla passare, mentre un uomo vestito all’antica ed una donna recante in una mano un serto di fiori sono posti ai lati d’una scala di tre gradini, l’uomo meditabondo guarda la donna tenendo in una mano fiori, la donna che ha di fronte, ha una mano sul cuore, quasi a voler rappresentare la sua compartecipazione al dolore per la perdita imminente. Questo gruppo statuario é opera di Carlo Rubatto ( Genova 1810- 1891 ) artista che si formò frequentando L’ Accademia delle belle Arti di Genova per poi completare i suoi studi a Firenze, pur restando sempre fedele allo stile neoclassico, in epoca matura permeò le sue opere d’una vena di romanticismo, stile che nella seconda metà del XIX secolo s’era imposto prepotentemente perché più gradito alla ricca borghesia committente.

Un’Abbazia in un Boschetto

Cornigliano é un quartiere di Genova che si trova in periferia a circa 7 chilometri dal centro città, acquisì notorietà internazionale solo quando crollò la campata centrale del ponte Morandi, prima di questo terribile evento che portò lutti e distruzioni, a nessuno sarebbe venuto in mente di farci una scampagnata o d’accompagnarci un visitatore, eppure qui, in un sito denominato “Boschetto” perché in esso era una folta vegetazione, la famiglia nobile dei Grimaldi fece costruire nel 1311 una piccola chiesa dedicata a san Nicolao, chiesa che insieme ad una casupola fu donata ai benedettini anni dopo, i quali nel 1502 realizzarono in sito una chiesa in stile gotico rinascimentale, un’abbazia ed un hospitale per dar ristoro ai pellegrini che attraversavano quei luoghi diretti alla città di Roma. Il complesso di San Nicolò del Boschetto crebbe e prosperò stante che le famiglie dei Grimaldi, dei Doria, dei Lercari e degli Spinola decisero di seppellire qui i loro illustri antenati in sarcofagi marmorei, alcuni dei quali ancor oggi visibili, poi iniziò il periodo della decadenza quando nel 1747, durante la guerra di secessione austriaca, le truppe d’ Austria occuparono la chiesa danneggiando il complesso e le opere d’arte in esso contenute, le leggi emanate da Napoleone, nel primo decennio dell’ottocento, gli diedero il colpo mortale, i benedettini furono mandati via, l’abbazia fu espropriata ed adibita in parte a fabbrica ed in parte ad abitazioni, infine il complesso acquisito dai Delle Piane fu nuovamente riconvertito in chiesa ed abbazia nel 1870, dal 1960 é sede della Piccola Opera della Divina Provvidenza di Don Orione, oggi é visitabile in giornate dedicate, all’ interno della chiesa, oltre che le tombe di cui ho parlato, è interessante visitare l’antica cappella dove erano conservati i ” Teli Della Passione di Cristo “, questi interessantissimi manufatti, oggi non più in loco, sono conservati all’ interno del museo Diocesano di Genova, questi capolavori costituiscono un unicum perché la loro caratteristica peculiare é che furono realizzati nel cinquecento in ” Blue de Genes ” di spesso lino, praticamente in tela Jeans dipinta con tocchi di biacca che esaltano le figure e la drammaticità delle scene rappresentate, lo spettatore rimane veramente impressionato sia dalla bellezza dei dipinti, sia dalla sapiente ambientazione nella quale sono stati collocati.

Presepe Genovese

Nel XVIII secolo Genova divenne uno dei centri più rinomati per la produzione di statuine lignee del presepe insieme a Napoli. Le caratteristiche strutturali dei personaggi costituiti da manichini lignei snodati, scolpiti, dipinti solo nelle parti a vista e rivestiti con abiti di tessuto povero o ricco a seconda dei ruoli interpretati, ci fanno pensare che esistesse una vera e propria catena di montaggio nella quale erano coinvolti scultori, pittori, intagliatori, sarti e ricamatori. La tipologia dei volti dei personaggi era volutamente ripetitiva nel rispetto dei diversi ruoli interpretativi fissati dalla tradizione, da questo si evince una semplificazione a livello progettuale, così come ben evidenziato dalla Galassi nel suo scritto “Artefici e Collezionisti dei presepi genovesi”, per cui le tipologie venivano riproposte e replicate con minime varianti, così abbiamo il mendico, il soldato penitente, il pastore con il suo gregge, il nobiluomo, lo storpio e la contadina oltreché gli artigiani con le loro botteghe, e i ” besagnini”. Non ci sono pervenuti documenti che attestino in quali botteghe o atelier vennero prodotte queste statuine, peraltro é plausibile pensare che anche le prestigiose come quella del Maragliano abbiano prodotto statuine presepiali realizzate dai suoi collaboratori. Più tardi Pasquale Navone, (Genova 1746 -1791 ) non allievo del Maragliano perché nato dopo la sua morte, certamente realizzò splendide statuine presepiali che ancora oggi si possono ammirare in molti presepi allestiti nelle chiese genovesi.

presepe del santuario della Madonnetta di Genova , il Mago nero ed il suo seguito realizzato dallo scultore Pedevilla nella metà del XVIII secolo

Pentema un paese presepe

Nel 1974 nacque un’associazione che si propose di preservare e valorizzare gli aspetti paesaggistici e culturali di Pentema, un paesino sorto sulle pendici del monte Prelà a 839 metri d’altitudine del quale si hanno notizie sin dall’anno 1453. Nonostante la relativa vicinanza con la città di Genova ( circa 45 Km. ), date le difficili per non dire pessime vie di comunicazione, gran parte dei Pentemini emigrò cercando lavoro e fortuna altrove, sino a che il paese, quasi completamente disabitato, cadde nell’oblio dei più. A Genova c’era un detto per quelli che ignoravano i fatti più eclatanti : ” Ma da dove vieni? da Pentema?”. Quanto sopra, peraltro, consentì a questo paesino frazione di Torriglia di conservare e mantenere quasi inalterate le proprie antiche caratteristiche urbanistiche, le case in pietra sono addossate le une alle altre ed intervallate da ripide “creuze” di acciottolato. Nel 1995, da un’idea del parroco don Pietro Cassulo, fu allestito nel periodo natalizio un presepio coinvolgendo l’intero paese nel quale fu ricreato un ambiente di vita contadina dell’ottocento. L’epoca storica viene rappresentata mediante un’attenta ricostruzione di quelli che erano gli ambienti e i mestieri del paese che nel rigido periodo invernale aveva bisogno d’essere autosufficiente perché completamente isolato dalla neve. Questo paesino dell’entroterra genovese sorse forse da fuggitivi dato che, le soldataglie dei vari eserciti contro i quali combatté nei secoli la Serenissima Repubblica Genovese, dove arrivarono, portarono lutti e miseria, depredando ed uccidendo gli abitanti dei borghi genovesi. Il presepe di Pentema é veramente imperdibile, L’ epoca storica viene rappresentata in circa 40 scene con i personaggi esposti che sono a grandezza naturale e vestiti con i panni del XIX secolo, collocati nei punti del paese dove realmente hanno vissuto e lavorato. Quest’ anno, per la pandemia in atto, il presepe non è stato allestito…. un vero peccato.

Genova Città Segreta

Genova Città Segreta

LUNGOMARE LOMBARDO

Il lungomare Lombardo é una creuza che aggira l’antica abbazia di San Giuliano costeggiando parte della spiaggia omonima dove sono numerosi stabilimenti balneari ed un tratto di spiaggia libera. Questa pittoresca viuzza è da un ventennio deturpata da un cantiere edile abbandonato, che fu predisposto per completare i restauri della chiesa dell’abbazia, ultima testimonianza degli edifici religiosi che anticamente erano sparsi lungo il litorale dedicati ai santi Nazario e Celso, San Vito, Santa Giusta e san Luca d’ Albaro ora non più esistenti. Le istituzioni giocano a scarica barile e intanto tutto resta fermo, immobile, nessuno riesce a trovare una soluzione per uscire da questa incresciosa situazione e le persone che passano di lì mugugnano e scuotono la testa consolandosi guardando una casetta di legno prospicente al mare che dipinge di poesia questo pezzetto di Genova.

SCHIAVI DI GENOVA

SCHIAVI DI GENOVA

Genova fu una delle piazze principali del Mediterraneo per la compravendita degli schiavi sino alla fine del 15° secolo quando il monopolio della tratta degli schiavi passò ai portoghesi, ma andiamo con ordine, il commercio alla grande di umana mercanzia iniziò con la prima crociata a cui parteciparono i genovesi capeggiati da Guglielmo Embriaco nell’11° secolo, i crociati genovesi, mettendo a sacco le città ottomane, accumularono grandi ricchezze e schiavi catturati ai loro padroni, le donne venivano messe nelle cucine a fare le sguattere o nei campi come contadine e gli uomini incatenati ai remi delle galee sino a che morte non li separi, morte che di norma avveniva dopo due o tre anni per le fatiche e le violenze a cui erano sottoposti, successivamente Genova, divenuta potenza marinara di tutto rispetto, cominciò ad aprire fondaci e colonie nel Mediterraneo orientale e tra queste Caffa sulla penisola di Crimea nel mar Nero divenne il centro di smistamento degli schiavi slavi ( russi, circassi, magiari etc. ) che a Genova furono sempre preferiti ai neri per la loro pelle chiara, i capelli biondi e gli occhi azzurri. Arriviamo quindi alla fine del 13° secolo quando un navigatore genovese Lanzarotto Maloncelli riscoprì le isole Canarie, conosciute nell’antichità, ma delle quali s’era persa memoria, sbarcando su un’isola ( Lanzarote ) che poi prese il suo nome, qui viveva una pacifica e mite popolazione detta dei ” Guanci” che divenne facile preda degli spregiudicati navigatori che la schiavizzarono e la vendettero sui mercati spagnoli e genovesi. Il periodo più florido per questo turpe mercato per Genova fu il 15° secolo, la città diventata una potenza finanziaria ad altissimo livello, forte dell’alleanza con il regno di Spagna, man mano che quest’ultimo conquistava le città spagnole cacciandone gli arabi, i mercati si riempirono degli schiavi sottratti ai loro padroni, questi comunemente venivano chiamati “Mori” . Gli schiavi non venivano solo comprati dagli aristocratici ma anche dagli artigiani e dai commercianti abbienti, si stima che ci furono momenti in cui gli schiavi a Genova raggiungessero una percentuale del 10% della popolazione. Quando l’impero ottomano riconquistò i territori d’oriente e Genova perse le sue colonie, il flusso degli schiavi invertì la rotta e cominciarono ad arrivare gli africani, vi sono vari dipinti che mostrano membri delle famiglie nobili di Genova accompagnati da schiavi neri come quello dipinto da Van Dick che ritrae Elena Grimaldi Cattaneo ed il suo schiavetto ora esposto nella National Gallery of Art di Washington. Bisogna dire che normalmente, essendo “merce preziosa”, a Genova gli schiavi di casa venivano trattati abbastanza bene, peraltro gli statuti della città non prevedevano alcuna pena o sanzione per il padrone che abusava del diritto di punire lo schiavo di sua proprietà ( ius corrigendi), basta che non usasse armi da fuoco o da taglio, poteva frustarlo o bastonarlo a piacere sino a tramortirlo. Persino Iacopo da Varagine autore della “Legenda Aurea” , teologo domenicano e vescovo di Genova considerava lecito punire con catene, digiuni e bastonate lo schiavo riottoso dato che nella Bibbia ( Ecclesiastico 42, 1-5) si afferma che non bisogna farsi scrupolo di far sanguinare il fianco d’un pessimo schiavo….. alla faccia dell’amor fraterno predicato nel cristianesimo.

I Sauli gente ricca come il mare

San Francesco in estasi – basilica di Santa Maria Assunta di Carignano ( Genova )

Prima che Gian Luigi Fieschi ordisse la famosa congiura per liberare la città di Genova dallo strapotere dei Doria, la famiglia nobile dei Sauli, residente sulla collina di Carignano, usava la chiesa dei Fieschi , da loro poco lontana, per assistere alla celebrazione della messa domenicale, orbene, un giorno una dama Sauli mandò ai Fieschi un valletto chiedendo che ritardassero la funzione religiosa perché non era ancora pronta per uscire e pare che i Fieschi le abbiano risposto: ” Se vuoi fare i tuoi comodi costruisciti una chiesa per conto tuo”. Pare che da questo sgarbo sia nata l’iniziativa da parte dei Sauli di costruire una basilica che, con la sua magnificenza, avrebbe fatto crepare d’invidia quei maleducati dei Fieschi. Per il progetto fu incaricato Galeazzo Alessi da Perugia, i lavori iniziarono nel 1552 e si protrassero per molti anni, per la sua realizzazione furono spesi più di 100.000 scudi d’oro, grandi artisti dell’epoca, furono chiamati per abbellirla e tra questi un pittore emiliano Giovan Francesco Barbieri più noto con il suo soprannome ” Guercino ” ( Cento 1591 -Bologna 1666) che dipinse una pala d’altare con uno splendido San Francesco. Risultando la pala troppo piccola per il sito dove doveva esser posta, fu chiamato il pittore genovese Domenico Piola per dipingere gli sfondi, all’attento osservatore non può sfuggire questa extension che peraltro fu realizzata con rara perizia.

Una distruzione nel nome di Dio

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  • Nell’anno del Signore 1659 quando i Gesuiti di Genova acquistarono dai De Franceschi la  villa patrizia di loro proprietà  per farne la loro casa madre, la prima cosa che fecero fu cercare di cancellare per sempre gli affreschi che decoravano il piano nobile di questa dimora, i dipinti realizzati da Andrea Semino nel 1559 ( Genova 1526 – 1594 )  e dalla sua bottega, si ispiravano ad episodi della storia romana ed alle” Metamorfosi ” di Ovidio. I  seguaci di Sant’Ignazio da Loyola, con feroce determinazione, cercarono, come detto, di distruggerli tutti ritenendoli osceni perché contrari alla morale ed alla fede cristiana. Passarono gli anni ed il complesso dei Gesuiti intitolato a Sant’Ignazio crebbe in spazi e volumi arricchendosi d’una chiesa e d’un seminario, poi arrivarono le riforme napoleoniche con la soppressione degli ordini religiosi ed il complesso si trasformò in caserma. La seconda guerra mondiale, con i bombardamenti che seguirono e la parziale distruzione dell’edificio,  sembrarono scrivere la parola fine a questo sito ridotto in rovina. Nel 1986 il Comune acquisì quest’area  per poter custodire in questo edificio l’ Archivio di Stato di Genova con i suoi tesori cartacei ed incominciò a predisporre una serie di imponenti lavori di restauro, fu a questo punto che sotto numerosi strati d’intonaco furono rinvenuti in alcuni saloni del piano nobile gli affreschi che tutti ritenevano perduti per sempre. Quello mostrato nella foto rappresenta il ratto delle Sabine da parte dei romani. Lo stile del Semino si concentra sugli aspetti salienti della narrazione pittorica trascurandone i dettagli, è uno stile semplice e sobrio dal quale si evince la sua formazione dal manierismo toscano.

Sant’Agata a Genova

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Il culto per questa santa vergine, martirizzata a Catania sotto l’ imperatore Decio nel III secolo, fu portato a Genova da tempi immemorabili, la sua chiesa ed il convento  sorto nella zona di San Fruttuoso, sono citati in atti notarili sin dal 1191 come “Ecclesia de capite pontis Bisannis”, qui oltre il convento, esisteva anche un ospitale per dar rifugio e ristoro ai pellegrini che percorrendo l’ antica via romana si recavano in pellegrinaggio nella Città Eterna; al convento si accedeva attraverso un archivolto ancora esistente sul quale è leggibile un affresco raffigurante  sant’Agata al centro ed ai lati San Fruttuoso di Tarragona e sant’Antonio, nelle vicinanze vi sono due delle 28 arcate del ponte di Sant’Agata murate ma ancora ben visibili, il ponte di sant’ Agata, quasi completamente distrutto dalle devastanti piene del Bisagno, originariamente partendo da Borgo Pila arrivava proprio vicino alla chiesa omonima per una lunghezza di 280 metri. La chiesa  ospitò nei secoli le monache cistercensi, poi le canoniche Lateranensi, poi gli Agostiniani sino alla soppressione degli ordini religiosi quando cadde la Repubblica Aristocratica  di Genova nel 1797.  Il complesso monastico con la sua chiesa  acquistato dalla famiglia Pedemonte nel 1827  fu ceduto alle Maestre Pie di Sant’Agata che lo abitano ancora oggi e vi gestiscono una scuola dell’infanzia. Anticamente intorno alla mura del complesso erano  numerosi abbeveratoi oggi non più esistenti, perché  nella festa dedicata alla santa era d’ uso portare il bestiame per farlo benedire, da lì si sviluppò una fiera che ancora oggi è tradizionalmente la più amata dai genovesi.

 la Chiesa di Sant’ Agata ed il suo  campanile si presentano oggi in forme secentesche perché furono molte volte ricostruiti a seguito dei danni derivanti dalle devastanti piene del Torrente Bisagno.

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Stagione balneare anche per i cinghiali

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A Genova la stagione balneare è cominciata, molti genovesi, nonostante la paura per il contagio del covid 19 e le norme che prescrivono il distanziamento sociale, non rinunciano ad una giornata da trascorrere in spiaggia con gli amici. I cinghiali del parco del Peralto, nel loro piccolo, dopo questo periodo di quarantena che ci ha costretti a stare in casa, si sono fatti più audaci, c’è chi li ha visti passeggiare in via Corsica nell’elegante quartiere di Carignano, chi davanti alla stazione Brignole ed in innumerevoli altri posti della città. Quelli che ho fotografato io, per sfuggire alla calura incipiente, hanno preferito spiaggiarsi sulle rive del Torrente Bisagno all’altezza del ponte Serra, è un’intera famiglia composta da un grosso maschio e da una femmina con numerosa prole, che ogni tanto la rincorre per attaccarsi alle sue mammelle, i passanti incuriositi li guardano dall’alto ma questo non sembra infastidirli , anzi gli esemplari adulti ricambiano gli sguardi e sembrano dire: ” Mi hai portato niente da mettere sotto i denti?”.
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Brodo di trippa per il cigno di Busseto

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La via San Sebastiano di Genova è un vicolo che da Via Roma arriva in Piazza Rovere. Rispetto alla trafficata via Roma, strada per antonomasia destinata allo shopping di lusso, la via San Sebastiano è un oasi di tranquillità, non vi sono negozi lì se non qualche vetrina, il moderno City Hotel della catena  Best Western ed un locale dove la sera si può gustare un apericena coi fiocchi. Due secoli or sono la Via San Sebastiano era un posto frequentato da bohémiennes, da artisti e musicisti perché ad un tiro di schioppo c’era e c’è ancora il teatro dell’opera intitolato al re sabaudo Carlo Felice.  Non ci risulta fosse lì un posto dove far cultura, quelli erano tutti ubicati nei caffè di Galleria Mazzini che a quel tempo fungeva  da  foyer  per il grande teatro neoclassico, in via San Sebastiano c’era invece una trattoria che si chiamava ” Tulidanna” dove si mangiava bene e si spendeva poco. In una fredda sera invernale del 1841 un giovane compositore dal nome di Giuseppe Verdi sedeva tristemente ad un tavolo di questa trattoria con tra le mani una tazza di brodo di trippa, la teneva stretta per potersi scaldare ed intanto probabilmente pensava a come la vita sino ad allora era stata crudele con lui, il successo professionale tardava ad arrivare ed in poco tempo l’angelo della morte s’era portato via sua moglie ed i suoi due figlioletti. L’ opera che aveva presentato a Genova “Oberto conte di Bonifacio” s’era rivelata un flop di pubblico e critica, così il Nostro,  rabbrividendo nel suo paltò, si fece portare una seconda tazza di brodo di trippa che non avrebbe certo lenito il dolore per l’avverso destino, ma almeno gli avrebbe scaldato le mani e lo stomaco.  A Genova la trippa in brodo ha una tradizione molto antica che risale al 1479, la chiamavano “Sbira” , il nome deriva dal fatto che era il piatto forte dei birri o sbirri che dir si voglia.

Coppedè artista innamorato di medioevo

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Gino Coppedè ( Firenze 1866 – Roma 1927 ) fu certamente un artista eclettico, il suo stile architettonico talvolta coincise con lo stile dell’ art nouveau,  ma molte volte si ispirò al gotico fiorentino del ‘400. Il Nostro arrivò a Genova nel 1890 chiamato dal’eccentrico Evan MacKenzie per il quale costruì l’ omonimo castello in piazza Manin. Dopo quest’opera grandiosa, avendo avuto numerosi incarichi, si trasferì a Genova con la sua famiglia dove restò per quasi tutto il resto della sua vita. Numerosi sono gli edifici da lui progettati, una di queste caratteristiche costruzioni si trova sul lungo mare di corso Italia a monte della spiaggia di San Giuliano contraddistinta dal numero civico 26, la villa Canali Gaslini. La villa, una delle sue ultime opere genovesi, fu costruita sopra un poggio per la famiglia Canali che aveva acquistato dai Raggio un vasto terreno edificabile prospiciente al mare, in un secondo tempo l’edificio fu acquistato dai Gaslini, industriali in campo oleario, che per lascito testamentario, quando morì l’ultima discendente della famiglia, lasciarono alla Fondazione Gaslini la casa che divenne così la sede della Fondazione dell’omonimo istituto da loro fondato, una delle eccellenze mondiali in campo pediatrico.

L’edicola sacra di piazza Lavagna

edicola in piazza lavagna

Passeggiando nel centro storico di Genova, se capitate nel sestiere della Maddalena,  uno stretto vicoletto da via Luccoli vi condurrà in Piazza Lavagna, la Piazza deve il suo nome alla famiglia dei Lavagna che evidentemente qui dimorarono. Anni fa questo luogo  era in cattivo stato di conservazione, spazzatura buttata  abrétio ( rinfusa ), donne che esercitavano il mestiere più antico del mondo e muri fatiscenti, c’era però una grande bancarella dove si vendevano cose vecchie, cose antiche e grandissime fregature  che dava colore al sito. Oggi la piazza è meta della movida notturna dei genovesi, specie nelle sere d’estate, perché vi sono locali e bistrot dove si possono gustare aperitivi e apericene. Passeggiando in piazza  vi capiterà di passare davanti al portone del civico numero 4 qui vi è un soprapporta in marmo con sopra scolpito Regina Mater Serenissima protege nos dedicato alla Madonna, sormontato da un’edicola sacra con un gruppo statuario  mutilo che rappresentava la Madre di Dio con Gesù ed un san Giovannino, dico rappresentava perché la statua della Madonna non c’è più, di lei son restate le mani una delle quali stringe il corpo di Gesù bambino e l’altra è appoggiata alla schiena di San Giobatta, questa è un’iconografia comune, anche nella pittura,  nelle rappresentazioni sacre realizzate a Genova e non solo, ma la cosa che mi colpì di più, sin dalla prima volta che lo vidi, fu l’ antica fattura del piccolo gruppo statuario  in stile gotico che daterei al XIV secolo, allora cosa ci fa lì una scultura che ha più di 600 anni? è un mistero…la risposta più ovvia sarebbe  che l’opera proviene da altro sito e lì fu posta da tempo immemorabile, anche la scritta sotto la scultura è intrigante:” LUX OPTA EST IVSTO” che significa: ” La luce ( intesa come verità ) è desiderio dei giusti.

GENOVA E’ POESIA

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BOCADASE

Bocadase paise de foa, mi sòn inamoòu de ti ma no solo da òua ma da sempre, ma te lo pròpio da dì, te lo pròpio da rénde questo servìcio? ma se o san tutti, anche o Bixiou o pescou che da anni cénto? o se ne sta lì areixòu sensa di na paròlla in scia miagetta da teu spiagetta. Bocadase t’è  bella con e teu barche pìnne de tinte con e teu casette un po stinte da prezépio cacciè lì abbretio, chi ven da ti no se n’andieiva ciù via, l’ommo stanco o respia, rapìo, estaxio, o se ne resta lì davànti a-o teu serén e-a o teu mà che o ghe voè ben.

( da un manoscritto di Ernesto Beraldo  storico, araldista e poeta ritrovato in soffitta )

Traduzione per i foresti  ( forestieri )

BOCCADASSE

Boccadasse paese di favola io mi sono innamorato di te ma non solo da adesso ma da sempre, ma te lo devo proprio dire, te lo devo proprio fare questo servizio? ma se lo sanno tutti , anche Bixiou il pescatore che da anni, cento ? se ne sta lì accovacciato senza dire una parola sul muretto della tua spiaggetta . Boccadasse sei bella con le tue barche piene di tinte con le tue casette un po stinte da presepio buttate lì alla rinfusa. Chi viene da te non se ne andrebbe più via, l’uomo stanco respira, rapito, estasiato, se ne resta lì davanti al tuo sereno ed al tuo mare che gli vuole bene.

IL PARCO DELLE MURA

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A pochi minuti d’auto dal centro della città di Genova, in un ambiente naturale in cui ritroviamo la flora tipica dei paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, lontano dal rumoreggiare della città, è il Parco delle Mura. Il toponimo si riferisce al fatto che entro il Parco vi sono le cosiddette Mure Nuove, quelle costruite a difesa della città nel XVII secolo. Il Parco comprende nei suoi 617 ettari di territorio collinare anche fortilizi costruiti tra il XVII secolo ed il XIX secolo abbandonati da molti anni, che si sono perfettamente integrati nel paesaggio talora selvaggio che li circonda, qui oltre ad alberi secolari ed a paesaggi mozzafiato, si possono incontrare animali come i cinghiali ed i caprioli. Nelle giornate in cui soffia la tramontana ed il cielo ha il colore del blu indaco è bello percorrere questi antichi sentieri dove gli unici rumori sono lo stormire dei rami mossi dal vento ed il canto degli uccellini che frullano tra le fronde dei pini.

sentiero delle baracche

LA GALLERIETTA DI PALAZZO REALE

galleria della cappella

In Genova, a metà della via Balbi si trova uno dei più bei palazzi nobiliari della città, appartenuto ai Balbi che lo fecero costruire verso la metà del XVII secolo e poi alla famiglia Durazzo che lo acquisì alla fine del ‘600,  infine fu acquistato dai Savoia nella prima metà del XIX secolo per adibirlo a sede di rappresentanza, da quel momento fu detto “Palazzo Reale”. In questa splendida dimora, oggi museo, si possono ammirare ambienti che hanno resistito ai danni inferti dalla guerra e  dal tempo e che ci fanno capire quanta ricchezza dovesse albergare nel patriziato genovese, c’era un detto antico che diceva l’oro d’America passa dalla Spagna e poi viene sepolto a Genova.  Nel Palazzo Reale c’è un ambiente che veniva chiamato la ” Gallerietta ” per distinguerla dalla splendida “Galleria degli Specchi”, oggi prende il nome dalla piccola cappella a cui si accede dalla galleria. Da questo ambiente centrale si dipartono le  due ali simmetriche del palazzo, gli arredi sono una indovinata fusione tra quelli secenteschi dei Balbi e quelli settecenteschi riferibili ai Durazzo. L’ affresco della volta fu realizzato nel 1654 dal pittore genovese Giovanni Battista Carlone (1603 -1680) rappresenta Giove, il re degli dei dell’Olimpo, che invia sulla terra Astrea che, secondo la mitologia greca, era una dea rappresentante la giustizia scesa dal cielo con sua sorella Pudicizia nell’età dell’oro; nell’ età del bronzo, disgustata da come gli uomini si comportavano, ritornò in cielo insieme a sua sorella ed oggi la possiamo vedere nelle notti stellate nella costellazione della Vergine. Fosse stata inviata sulla terra  ai nostri giorni probabilmente non avrebbe neppure disfatto le valigie e se ne sarebbe tornata da Giove alla velocità della luce.

SCUCUZUN

scucussun

Molte parole in lingua genovese hanno un’origine araba o turca, per esempio  “camallo”   ( lavoratore portuale ) deriva dal’arabo hamal ( facchino) , “Ramaddan” (baccano) deriva dal Ramadan islamico che come tutti sanno comporta il digiuno diurno e le riunioni conviviali la notte, ” Gabibbo” ( un forestiero proveniente dal  sud ) dal’arabo Habib  che significa amico, ” Macramè ” ( asciugamano) da Maqrama che ha lo stesso significato, “Zibibbo” ( uva passa ) da Zabib,  etc. etc. sino ad arrivare allo “Scucuzun”  che deriva dal famoso piatto magrebino Kuskus, una delle paste più usate a Genova per le zuppe ed i minestroni. Forse ha mediato il suo nome per il fatto che con la sua forma sferica più piccola d’un cece ed il suo colore ricorda lontanamente questa pietanza africana. Lo Scucuzun  viene anche usata come pasta per piatti freddi, personalmente a me piace nel passato di verdura o nel minestrone, unico accorgimento fatelo bollire a parte per 5/10 minuti prima di unirlo al brodo in modo che sia ben cotto perché se no rischiate di trovarvi in bocca dei balìn da sccieuppo. ( pallini da fucile)

UN SANTO PER LA GENTE DI MARE

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A Genova, passeggiando lungo il cammino di ronda delle antiche mure delle Grazie, ad un certo punto si arriva in Piazza delle Grazie, qui è stato posto un gruppo scultoreo realizzato  da Guido Galletti ( Londra 1893 – Genova 1977)  dedicato a Padre Santo.  Questo frate cappuccino al secolo Giovanni Croese, prese il nome di Francesco Maria da Camporosso, paese in provincia d’ Imperia che gli diede i natali,  fu frate laico cappuccino questuante, nato nel 1802 e morto durante un’epidemia di colera nel 1866.  Padre Francesco Maria da Camporosso fu ribattezzato Padre santo dalla gente del porto dove assisteva le famiglie dei marinai indigenti e quelle degli immigrati in America, lo si vedeva aggirarsi per i vicoli più sordidi indossando per 45 anni sempre lo stesso saio rattoppato sino all’inverosimile e scalzo sia d’estate che d’inverno,  come cibo pare si accontentasse d’una pagnotta di pane raffermo intinta in acqua calda, severissimo con se stesso, mortificava il suo corpo dormendo su dure assi di legno e facendo continue penitenze, famosissimo per suoi atti d’altruismo, amava i poveri e da essi era riamato così tanto che alla sua morte fu fatta una colletta tra il popolo e gli fu dedicato questo monumento a sua  perenne memoria. Nel 1911 le sue spoglie mortali furono traslate dal cimitero di Staglieno al complesso conventuale della S.S. Concezione in cui trascorse  quasi tutta la sua vita,  fu allora che con gran meraviglia si accorsero che il suo corpo era incorrotto. Oggi riposa in una teca di vetro in una cappella del convento, chi vuole può andare a vederlo e recitare, se credente, una preghiera. Papa Giovanni XXIII lo proclamò santo nel 1962.  A titolo di curiosità in Genova sono custoditi i corpi incorrotti di tre santi e di un beato.

LA TORRE PIACENTINI

 

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Il grattacielo di Genova per antonomasia è quello progettato da Marcello Piacentini e dal’ ingegnere Angelo Invernizi inaugurato nel 1940, fu uno dei primi grattacieli d’Europa con altezza superiore ai 100 metri e con struttura in cemento armato. Quando ero ragazzo sulla sommità c’era la mitica ” Terrazza Martini” dove il barman Agostino preparava dei coctail  supercalifragilistichespiralidosi, io che ho avuto la fortuna di frequentare assiduamente la Terrazza negli anni ’60 del secolo scorso, ho avuto anche la possibilità di vedere l’ arredamento originale progettato da Tomaso Buzzi  ( Sondrio 1900 – Rapallo 1981) celebre interior designer che  fu dagli  anni 30 agli anni 40 del ‘900 uno degli architetti ed arredatori più ricercati dall’alta borghesia lombarda. Nella  Terrazza Martini di Genova fece costruire una nave in legno simile ad un vascello disalberato dove si poteva conversare, fumare ( a quel tempo era consentito) nonché gustare il famoso dry Martini mescolato non agitato reso famoso, tra l’ altro, dagli scritti di Jan Fleming. Oggi la Terrazza si chiama “Colombo” degli arredi originali non c’è più nulla, il vascello, che caratterizzava questo posto incantevole, pare sia stato smontato e buttato in una discarica” Sic transit gloria mundi” , peccato è un altro pezzetto del nostro passato che è andato inesorabilmente perduto.

QUEZZI ROCCAFORTE GHIBELLINA

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Il quartiere di Quezzi ( Queci in lingua genovese) certamente esisteva già prima dell’anno 1000, s’era formato nella parte alta della valle del rio Fereggiano alimentato dai torrenti Molinetto e Finocchiara. L’abitato originariamente era sorto intorno alla chiesa della Natività di Maria Santissima nota sin dal XII secolo, le fonti ci dicono che nel XVII secolo in sito erano 250 fuochi e che  gli abitanti di Quezzi  ghibellini  mal sopportavano quelli di Marassi che da guelfi parteggiavano per il papa, questa rivalità spesso si tradusse in aspre contese che portarono gli abitanti di Quezzi nel 1300  ad erigere una torre di difesa in prossimità della loro chiesa, torre poi trasformata in campanile. Durante il restauro di questo tempio  è stato ritrovato un manoscritto redatto dal campanaro Giovanni Battista Santagata con 45 sonate di campane, manoscritto che era stato dimenticato negli archivi parrocchiali e che costituisce un unicum per le chiese del genovesato, nel 2006 Luca della Casa, un giovane campanaro, li ha utilizzati per un concerto.  Le prime notizie d’una cappella intitolata a Sanctae Mariae de Queci sono state ritrovate in una bolla datata 1158  dell’ unico papa inglese che abbia mai rivestito la carica si san Pietro  mr. Nicholas Breakspear che prese il nome di Adriano IV. La chiesa, rifatta quasi completamente nel 1788, ha al suo interno pregevoli opere d’arte purtroppo in cattive condizioni di conservazione  tra le quali un dipinto di Bernardo Castello ed uno di Luca Cambiaso, grande artefice della stagione pittorica genovese del ‘500, modanati entro pregevoli cornici lignee dorate, la speranza è che in futuro possano entrambi essere restaurati e riportati al loro originale splendore. ( post dedicato al mio amico Sergio )

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Luca Cambiaso ( Moneglia 1527 – El Escorial – Spagna 1585 ) sacra conversazione

Albaro quartiere di ville patrizie

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Tra i quartieri di Genova quello d’Albaro  è da sempre considerato uno dei più chic, sin dal tempo in cui Alessandro Magnasco detto il ” Lissandrino ” perché minuto di costituzione ( Genova 1667- 1749) realizzò il celeberrimo dipinto “Trattenimento in un giardino d’ Albaro” custodito nel museo di Palazzo Bianco in via Garibaldi. Il toponimo d’Albaro pare sia dato dal fatto che il luogo è sito a est rispetto al centro di Genova, cioè da Alba ( arba in lingua genovese ) e Arbà è il nome del quartiere poi italianizzato in Albaro, lo storico G. Poggi afferma invece che il nome deriverebbe da ” raibà” che  in italiano significa  insenatura, esiste anche un’antica famiglia genovese che ha questo nome, ma storicamente non si sa con certezza se è la famiglia ad aver dato il nome al quartiere o viceversa. Tra le splendide ville che ancora oggi si possono ammirare in Albaro c’è Villa Cambiaso, lo stemma araldico di questa famiglia patrizia si può vedere scolpito sopra i pilastri che sostengono il cancello d’entrata a questa dimora prestigiosa, lo stemma mostra una scala sostenuta da due levrieri controrampanti sulla medesima. La villa edificata sulla collina d’ Albaro  fu commissionata dal patrizio genovese Luca Giustiniani che nel 1548 affidò il progetto per la sua costruzione all’architetto  perugino Galeazzo Alessi, questa fu la sua prima opera genovese a cui ne seguirono altre. La struttura cubica tripartita fu  fonte d’ispirazione per altre ville fuori porta e per alcuni palazzi edificati in Strada Nuova ( ora via Garibaldi ), la proprietà restò ai Giustiniani sino al 1787 poi fu acquisita dai Cambiaso, oggi  è sede del Politecnico dell’Università degli Studi di Genova. La villa Giustiniani Cambiaso originariamente era circondata da un grande parco che si estendeva  sin quasi al mare. Il parco, di molto ridimensionato a partire dagli anni 30 del secolo scorso, esiste ancora ed è pubblico.

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“Generale Cantore” la scuola del mio cuore

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Sin dal tempo in cui Marassi fu comune autonomo, prima di essere  fagocitato dal comune di Genova nel 1873, la popolazione marassina sentiva l’esigenza di dare un’istruzione adeguata ai suoi figli, all’ inizio furono le suore brignoline che acquistarono un vasto terreno che si estendeva da Piazza Galileo Ferraris sino in cima alla collina, più tardi il comune fece abbattere la vecchia scuola e nel 1910 fu posta la prima pietra della nuova scuola ultimata nel 1913 intitolata a Raffaele Lambruschini grande pedagogo genovese. Allo scoppio della prima guerra mondiale l’edificio fu  trasformato in ospedale militare sino al 1923, data in cui l’edificio ritornò ad essere  una scuola cambiando il nome in “Generale Cantore”. Passarono gli anni e si arrivò alla seconda guerra mondiale, l’edificio fu in parte bombardato e distrutto, la piazza fu requisita dai tedeschi e poi, dopo la loro resa, occupata dagli inglesi. Nel 1945, a guerra finita, la scuola fu ricostruita e nel 1956 furono costruite le due ali,  mentre la parte centrale fu alzata di un piano, infine nel 1965 il suo nome cambiò nuovamente in scuola elementare Papa Giovanni XXIII. Nel  1954 un  bambino di 6 anni fu accompagnato dalla sua mamma alla scuola Cantore, era il suo primo giorno di scuola e dentro il cuore aveva sentimenti contrastanti, curiosità e batticuore, ma soprattutto una paura indescrivibile di questo mondo sconosciuto che gli si apriva innanzi, quel bambino tremebondo e timidissimo  ero io, mia madre cercò la mia maestra, Maria Casamassima si chiamava e mi affidò a lei,  la ricordo come un angelo buono, anche adesso che siamo  nel terzo millennio ogni tanto la penso ed ancora la ringrazio della pazienza e della gentilezza con la quale  mi ha accompagnato nei miei primi due anni di scuola. Grazie maestra Maria.

P.S.  Gli alberi della piazza Galileo Ferraris li ho piantati io insieme agli  altri bambini della scuola Cantore nel   1956

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IL PONTE DI SAMUELE

ponte sul Polcevera

Eminenti personaggi hanno proposto d’ intitolare il nuovo viadotto sul torrente Polcevera dedicandolo a Renzo Piano, che generosamente ha donato alla città il progetto di questo nuovo ponte semplice e bellissimo, al cantautore Fabrizio De André, a San Giorgio, uno dei primi santi protettori della città, all’Italia o a Genova, io mi permetto sommessamente di suggerire il nome di Samuele, il nome di quel bambino di otto anni che, nel disgraziato giorno in cui il ponte Morandi collassò, morì con negli occhi il desiderio di raggiungere il mare, per me  questo nuovo ponte, nato dalla voglia di resurrezione di Genova e dei Genovesi, dovrebbe chiamarsi il ponte di Samuele.

W MARIA!

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Dopo la proclamazione della Madonna a Regina di Genova nel 1637, in città sorsero moltissime edicole entro le quali venne posta una statua rappresentante la madre di Cristo. Non c’era via, piazzetta o caruggio che mancasse di un’immagine della Madonna, molte di queste sono state sostituite da copie mentre gli originali sono conservati nel museo di Sant’ Agostino a Sarzano, ma qualcuna è ancora lì, sopravvissuta ai danni del tempo, dalle guerre e dagli atti di vandalismo, lì dove diverse centinaia d’anni fa la devozione popolare le aveva poste e ci guardano dall’ alto, ricordandoci del tempo in cui la fede aiutava a superare i momenti bui della nostra vita.

Nella foto edicola barocca posta in via dei Giustiniani rappresentante la Madonna immacolata in un ovale, la perfetta simmetria del manufatto lo datano al primo settecento.

Boggiasco comme t’è bello!

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Bogliasco è il primo comune che s’incontra partendo da Genova verso la riviera ligure di Levante, questo pittoresco paesino nacque alla foce del torrente omonimo dove spiagge pietrose si alternano a pittoresche scogliere. Il suo nome deriva dal fatto che anticamente il corso d’acqua veniva chiamato rio dei Bogli, nome che potrebbe derivare da boeggi (buchi in italiano) per la presenza di numerose pozze d’acqua lungo il suo percorso, mentre “asco” sarebbe invece un suffisso prettamente ligure. Questo ameno paese fu dominato dai bizantini, poi dai longobardi, dai franchi ed infine fece parte dei domini della Serenissima Repubblica Genovese, più volte  fu messo a ferro e fuoco dai nemici di Genova fossero essi i pirati saraceni o i veneziani. Bogliasco oggi si presenta come un piccolo gioiello affacciato sul mare, così vicino ai marosi che pare da un momento all’altro voglia partire verso lontani orizzonti. Quando ero ragazzo, meta obbligatoria domenicale delle calde sere estive, era la gelateria Peruzzi dove preparavano “o’ paciugo” caratteristico gelato sormontato da una montagna di panna e sciroppo d’amarena, indimenticabile….

IL FORTE RICHELIEU

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La catena difensiva posta alle spalle della città di Genova è formata da un’insieme di fortezze oggi abbandonate al degrado subito dal tempo e dagli atti di vandalismo. Uno di questi fortilizi è posto sulla collina dei Camandoli a 415 metri s.l.m. La costruzione risale alla metà del XVIII secolo quando Genova era minacciata dagli austro piemontesi, da sempre interessati ad avere uno sbocco sul mar Tirreno. Il sito dove fu costruita era detto ” Menegu” e la fortezza fu intitolata a Richelieu dal nome di Armand du Plessis de Richelieu maresciallo di Francia che al tempo era alleata con Genova. Il forte a pianta rettangolare è dotato di bastioni ancora in ottimo stato sui quali erano collocate delle artiglierie e poteva ospitare una guarnigione di 80 soldati, originariamente l’ accesso al forte era dotato di ponte levatoio. Oggi la fortezza non è più accessibile perché al suo interno è stato collocato un ripetitore della RAI, questo in parte ha consentito a questa storica costruzione di mantenersi pressoché integra perché i vandali non hanno potuto accedervi limitandosi a distruggere a pietronate lo stemma sabaudo marmoreo posto al suo ingresso.

genova vista dal forte Richelieu

Vista della città di Genova dal forte Richelieu

 

Flora la dea d’un giardino incantevole

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La villa Durazzo Pallavicini, realizzata  a Pegli (GE) per il marchese Ignazio Pallavicini  nella metà del XIX secolo, è considerata uno dei parchi romantici  più belli del mondo, fu concepita da Michele Canzio, scenografo del teatro Carlo Felice di Genova, come un’opera teatrale, il visitatore attraversandola compie  un viaggio iniziatico che lo porta alla fine a raggiungere ” Il Paradiso “, qui è il regno di Flora e dei suoi giardini.  La dea Flora è  intesa come la divinità madre dell’ordine del mondo ed è rappresentata da una statua che sembra librarsi sopra i fiori collocata al centro del ” Viridario” che è il giardino personale della dea, dove essa coltiva le sue piante d’inverno per assicurare la continuità della vita sulla Terra. La dea Flora, immaginata come una silfide alata,  fu realizzata dallo scultore Giovanni Battista Cevasco ( Genova 1817 -1891 ) esponente della corrente naturalista, artefice anche delle statue della primavera e dell’estate che si trovano poco distante.

IMG_2326  Statua allegorica dell’ estate

 

La vita è “dolce” in via del Portello 2

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Passeggiando senza una meta precisa nel centro storico di Genova, è inevitabile ad un certo momento ritrovarsi in via Garibaldi, già via Nuova detta Aurea per lo splendore dei palazzi che vi furono costruiti nel XVII secolo dalle famiglie dell’antica aristocrazia Genovese. Per poter costruire la strada furono rase al suolo un gran numero di casupole adibite a postribolo e occorse anche spianare una parte del monte Albano. Partendo dalla Piazza fontane Marose, all’inizio di via Garibaldi, c’è un vicolo chiamato del Portello perché conduce alla piazza omonima e lì al numero civico 2 c’è l’ antica pasticceria Villa rilevata dai Profumo nel 1968. Questo negozio incantevole fu aperto da Domenico Villa nel 1827 lì dove erano le scuderie dei Lercari, si quelli che hanno in via Garibaldi il palazzo con ai lati del portone due telamoni scolpiti da Taddeo Carlone senza i nasi, tanto per ricordare ai passanti che i Lercari era meglio non farli incazzare. Ritornando alla nostra pasticceria, il fondatore dell’attività, a quel tempo riservata alle classi più abbienti, Domenico Villa per l’appunto, l’aprì sotto la categoria Droghe e Coloniali, trasformandosi poi in rivendita e produzione di pasticceria. Entrando in questo regno dei ghiottoni, la cosa che colpisce immediatamente il visitatore sono gli arredi quasi tutti originali della prima metà del XIX secolo, così come il pavimento marmoreo, mentre le volte a crociera sono più antiche e riafrescate con motivi floreali nel periodo liberty. Negli scaffali son conservati recipienti in vetro con i dolciumi che hanno dato fama a questi mastri pasticceri : olive al cioccolato, marron glacé, cioccolatini ed ogni altro ben di Dio. Marco e Maurizio Profumo continuano la tradizione di famiglia. Qui tutto l’ anno potrete gustare il famoso pandolce genovese, un vero prodotto d’eccellenza ligure.

LA MADONNA REGNA SU GENOVA

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Nell’anno del Signore 1637, il doge di Genova, alla presenza del cardinale  Gio Domenico Spinola, durante una funzione solenne celebrata nella cattedrale di San Lorenzo,  consegnò alla Madonna i simboli del potere temporale della serenissima Repubblica e cioè la corona, lo scettro e la croce degli Zaccaria ( oggi conservata nel museo della cattedrale), da quel momento Genova divenne una monarchia seppure ci permettiamo di dire solo spiritualmente. Perché venne fatto ciò? Ebbene c’erano delle ragioni politiche che consigliarono l’aristocrazia genovese a fare questo escamotage, infatti nella prima metà del XVII secolo Genova rischiava di perdere i suoi antichi privilegi di fronte alla prepotenza ed allo strapotere delle monarchie di Spagna, Francia ed Inghilterra, con questo espediente i padri del Comune invece li rafforzarono poiché nessuno osò contestare questa investitura ne tanto meno criticarla, i detrattori avrebbero potuto passare  per blasfemi. Da quel momento il grido di guerra dell’ antica repubblica cambiò ed al posto di : ” Pe Zena e pe San Zorzo ” ( per Genova e per San Giorgio ) fu  gridato:        ” Viva Maria “. Edicole mariane sorsero in tutti i quartieri della città ed alcune furono poste sulla sommità delle porte d’ingresso nelle nuove mura di difesa,  la scultura  mostrata nella foto  realizzata da Bernardo Carlone nella prima metà del ‘600 originariamente era posta sopra la porta delle mura della Lanterna oggi è conservata nel palazzo di San Giorgio, sulla sua base è posta la  significativa dicitura: “Posuerunt me custodem”.

FRATE OLIVERIO CHI ERA COSTUI?

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Dal punto di vista turistico, uno degli angoli più interessanti della città vecchia, quella per intenderci cantato da Fabrizio De André, è certamente la palazzata della Ripa Maris, chiamata dai genovesi Sotoria. La via sulla quale si affacciano questi palazzi, che per ragioni di spazio insufficiente si svilupparono in altezza, è dedicata a Frate Oliverio, questo mitico personaggio fu un monaco cistercense dell’abbazia di Sant’Andrea di Sestri Ponente, che come architetto progettò il molo vecchio e il Palazzo del Mare nel XIII secolo, palazzo che qualche secolo dopo fu chiamato di San Giorgio perché sede della casa delle Compere e dei banchi di San Giorgio, una delle prime istituzioni bancarie nate nell’Italia dei Comuni.
Il porticato di Sottoripa è uno dei porticati pubblici più antichi d’ Italia, fu costruito dal 1125 al 1133 e deriva il nome dal fatto che le acque del porto originariamente lambivano questi portici le cui fondamenta erano poste sotto la riva del mare, i portici e le retrostanti botteghe erano difesi dalle mareggiate da lunghi e bassi argini in pietra. Nel Medio Evo in questo luogo fu il centro economico della città, le merci venivano scaricate dai “camalli” dalle navi e stipate nei magazzini posti sotto i portici di Sottoripa per essere poi vendute in un secondo tempo o ricaricate per altre destinazioni.

PIAZZA DINEGRO UN POSTO DA FORCHE

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La zona di piazza Dinegro negli antichi tempi era poco edificata, la mappa più vetusta che si è rinvenuta risale al 1537 ed è scarna di particolari mostrandoci in buona sostanza un paesaggio agreste, solo nel XVIII secolo si cominciarono a costruire ville gentilizie tra le quali la più bella: “Villa Rosazza”. La chiesa di San Teodoro, che oggi si può ammirare nelle sue forme neogotiche risale al 1876 , quella primitiva, edificata tra il nono e l’undicesimo secolo d.C., fu demolita nel 1870. Oggi Dinegro è una piazza trafficata, con un mercato storico rionale posto innanzi al terminal traghetti, un grande distributore e la chiesa che con il suo campanile svetta verso il cielo. Questa piazza originariamente era dedicata a san Lazzaro e qui venivano fatte feste popolari con danze e giochi ma anche era luogo di esecuzioni pubbliche, qui venivano drizzate le forche per impiccare i condannati a morte. Ai tempi che furono, i destinati all’impiccagione non potevano godere del privilegio della botola che si spalanca sotto i piedi e che comporta la rottura dell’osso del collo e una morte rapida, nossignore, l’ impiccato veniva tirato su per il collo lentamente con le mani legate dietro la schiena cominciando a sgambettare disperatamente tra le risa del popolo intervenuto per assistere all’ameno spettacolo. Però talvolta le cose non andarono secondo i desiderata dei padri del Comune, gli annali del Giustiniani riportano che nell’anno 1230 quattro corsari furono catturati e condannati a morte, uno era originario di Ventimiglia, due di Portovenere ed il quarto era chiamato Rosso di Morinello, ora dovete sapere che, inspiegabilmente molte persone, tra cui moltissime dame, implorarono le autorità per la concessione della grazia, arrivando anche a tirar sassi al corteo che conduceva i rei alle forche, ebbene due morirono subito ma due di morire non ne volevano sapere. così dopo un bel po’ che erano appesi, vennero tirati giù e riaccompagnati in prigione dove raccontarono con un filo di voce che s’erano raccomandati l’anima alle reliquie di san Giobatta ( Giovanni Battista ), così il Podestà ed il Consiglio, pensando che fossero stati miracolati, fecero loro grazia della vita.

Nella foto la chiesa di San Teodoro

 

 

LA STATUA DELLA PROVVIDENZA PER I POVERI DI GENOVA

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L’ Albergo dei poveri di Genova, è sorto su iniziativa del nobile genovese Emanuele Brignole a metà del XVII secolo come istituzione caritatevole per dare ricovero, alimentazione ed istruzione alla massa dilagante di , oggi diremo homeless, che bivaccavano nel centro storico della città. Questa massa di persone senza lavoro e senza speranza, creava non pochi problemi ai reggitori della Serenissima Repubblica Genovese, per cui l’ idea del Brignole prese corpo e si decise di costruire questo edificio in cima alla collina di Carbonara per concentrare lì il pauperismo genovese. L’ inizio della istituzione non fu facile, anche perché Genova nel terzo quarto del ‘600 fu funestata da una pestilenza che ammazzò i 2/3 degli abitanti, tanto che nei fondi della nuova costruzione si seppellirono in fretta e furia 10.000 cadaveri. Passato questo periodo terribile, i lavori furono portati avanti ma il Brignole non vide mai l’opera finita. L’ Albergo dei Poveri, che è oggi in parte sede Universitaria ed in parte Museo, fu realizzato grazie alla generosità di alcune famiglie nobili che, come il Brignole, misero a disposizione cospicue somme di denaro, questo splendido esempio di altruismo è ben rappresentato dalla statua allegorica della Provvidenza, immaginata come una bella donna con la sua cornucopia ricca di ortaggi e frutti, realizzata in uno dei nicchioni delle scale dallo scultore Giovanni Battista Barberini tra il 1671 ed il 1673. La produzione artistica del Barberini si contraddistingue per l’enfasi empatica caratterizzata dalla retorica dei gesti, delle espressioni nonché dalla elevata qualità esecutiva.

IL MONTE DE “LA GUARDIA” E IL SUO SANTUARIO

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Alle spalle della città di Genova, a circa 20 chilometri di distanza c’è il monte Figogna. Su questa altura, che è elevata a 804 metri s.m. , sorge uno dei santuari mariani più famosi d’ Italia: il santuario di Nostra Signora della Guardia. Il nome deriva dal fatto che anticamente in sito esisteva un posto d’osservazione strategico che consentiva di vedere il nemico avvicinarsi alla città sia dal mare che per terra e prontamente avvertire le altre torri d’avvistamento con segnali di fumo, come facevano i pellerossa in America. Il luogo di culto ha la sua genesi dall’apparizione della Madonna ad un contadino che si chiamava Benedetto Pareto al quale la Vergine chiese le fosse costruita una cappella sul monte, era l’ anno 1487. Il Pareto all’inizio non fu creduto, ma dopo una caduta da un albero per la quale il povero Benedetto stava per morire e la sua miracolosa guarigione, la gente della Valpolcevera cominciò a recarsi nel luogo della visione in pellegrinaggio, una prima cappella fu costruita e nel 1507 venne citata in un documento conservato nell’archivio storico della Curia Arcivescovile di Genova. I lavori per la costruzione dell’ attuale tempio, costruito poco distante dal luogo dell’apparizione, iniziarono nel 1878 e terminarono nel 1899. La chiesa, in stile neo rinascimentale a croce latina ha tre navate, dalla navata di sinistra si accede alla sala degli ex voto dove vengono custoditi innumerevoli testimonianze di riconoscenza alla Vergine Maria per grazia ricevuta, pensate che i cuori d’argento degli ex voto erano così tanti che, molti anni or sono, una certa quantità fu fusa e vennero costruiti gli splendidi candelabri d’argento che si possono ammirare sul’ altare maggiore.

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Altare maggiore del Santuario di N.S. della Guardia

LA CERTOSA CHE DIEDE IL NOME AD UN QUARTIERE DI GENOVA

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Nel 1280 il nobile Bartolino Di Negro fece dono a Bozone, Priore generale della grande certosa di Grenoble, d’ un suo terreno perché vi edificasse un monastero del suo Ordine. Il complesso monastico fu ricostruito nel XVI secolo mantenendo in essere alcune parti più antiche, la chiesa ad un’unica navata era impreziosita da due cappelle, una fatta innalzare da Lazzaro Doria nel 1472 e l’ altra da Giorgio Spinola nel 1480 ambedue demolite nel XIX secolo a parte gli altari che furono smontati e , non chiedetemi come mai, sono oggi visibili in tutto il loro splendore nel museo delle arti decorative di Londra dedicato alla regina Victoria ed a suo marito Albert in Cromwell road. Il complesso monastico ha due chiostri , uno dei due ha 32 colonne realizzate in forme toscaneggianti e risale probabilmente al 1530, nello spazio aperto ci si gioca al pallone. Sarà contento Bozone? speriamo di si.

L’ULTIMO ADDIO A RAFFAELE

 

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Nel cimitero monumentale di Staglieno di Genova, nel settore D contraddistinto dal n. 02, troviamo il monumento sepolcrale commissionato allo scultore Giovan Battista Villa (°) nel 1879 da Virginia Aprile per suo marito Raffaele Pienovi un commerciante, si legge sull’epigrafe, dalla prospera e lodata virtù. La drammaticità della scena è messa in risalto dal’espressione della donna che vorrebbe vedere il volto del marito ancora una volta per dargli l’ultimo addio tenendolo teneramente per la mano coperta da un drappo, ma nel momento in cui sta per scoprire il volto amato, il coraggio sembra venirle a mancare.  Nella seconda metà del XIX secolo la rappresentazione dei defunti da parte della scultoria in voga a quel tempo ci appare sempre meno legata allo stile classicheggiante che si esprimeva con le forme del sonno o della meditazione o ancora con l’allusione alla trascendenza,  mentre invece viene data rilevanza alla crudezza del’evento ” morte” senza alcuna speranza consolatoria.

(°) Giovanni Battista Villa ( Genova 1832 – 1899), dopo il completamento degli studi presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti  di Genova, si arruolò nel’esercito, nel 1866 si dedicò professionalmente al’attività scultorea realizzando opere di ritrattistica e di soggetto religioso, la parte più cospicua della sua produzione è rappresentata dai monumenti funerari eseguiti nel cimitero di Staglieno per la ricca classe borghese del’epoca.

UN CASTELLO COME UN NIDO D’AQUILA

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Nella gola scavata dal torrente Vobbia, a poco più di 30 chilometri dalla città di Genova, stretto da due torrioni di puddinga, come un nido d’aquila è il castello della Pietra posto a guardia della valle. Il maniero, costruito per volontà dei vescovi di Tortona che lo fecero edificare intorno al’ anno 1000, deve il suo nome alla famiglia dei “Della Pietra” che ne furono proprietari sino al 1510, data in cui il fortilizio passò agli Adorno che lo abbandonarono nel 1797 a seguito del trattato di Campoformio. Dal 1993 il castello è pubblico e si può visitare, Gli ambienti interni sono composti dalle segrete, una cisterna, scale, posti di guardia, cammino di ronda ed un’ampia sala centrale dove occasionalmente vengono fatte rappresentazioni teatrali. Il castello si raggiunge a piedi in circa 20 minuti lasciando l’auto parcheggiata sulla strada provinciale.

Genova in stand by per il coronavirus

amerigo vespucci alla fonda Stazione Marittima

Nel’ anno del Signore 1657 Genova fu colpita da una terribile pestilenza, i due terzi della popolazione morì, sicuramente più di 50.000 persone lasciarono questo mondo e tra gli innumerevoli problemi che si crearono per gestire questa immane iattura, ci fu quello che non si sapeva più dove seppellire i cadaveri, così furono creati cimiteri di punto in bianco e l’ Acquasola fu uno di questi cimiteri occasionali, qui i morti, seppelliti in fretta e furia in grandi fosse comuni, generarono dei gas per i quali si spaccarono le possenti mura sottostanti e dalle fenditure la putredine come un orrido fiume si riversò nella sottostante via San Vincenzo. Questo ci fa pensare che in fondo l’ appello del Presidente del Consiglio di restare a casa, non è poi la fine del mondo se serve a salvarci la vita.
In quest’epoca simile al basso medio evo, ci mancava una pestilenza e naturalmente qualcuno ha provveduto. Allora comportiamoci come i personaggi del Decamerone del Boccaccio, è ora di smettere di correre, fermiamoci, ritroviamoci con amici in un posto sicuro ( a distanza di sicurezza mi raccomando ) e raccontiamoci vicendevolmente favole o aneddoti della nostra vita, che alcune volte superano la fantasia dei narratori. Basta apericena, basta locali dove ci si sente come una acciuga in scatola ( ho detto acciuga e non sardina perché non vorrei che pensaste, anche per un solo momento, che desideri dare visibilità a questi giovinotti ai quali consiglio di starsene a casa per un po’), fermiamoci a pensare,  magari ci accorgeremo che questo mondo può essere bello anche senza voler apparire cult a tutti i costi ed essere per forza attori protagonisti, talvolta anche fare la comparsa non è male, soprattutto se il protagonista muore.                          Con affetto vostro            Mauro Silvio

nella foto il veliero Amerigo Vespucci alla fonda nel porto di Genova.

IL PARADISO in villa Pallavicini di Pegli

 

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Quelli che sono di Genova sanno che questa villa straordinaria fu concepita come un’opera teatrale, nella seconda scena del terzo atto si arriva alla fine d’un viaggio iniziatico, questa del lago grande è la scenografia più complessa del parco di villa Pallavicini,  rappresenta il Paradiso al’ interno del quale sono traghettate le anime dopo la catarsi che una volta avveniva negli inferi rappresentati da grotte, ora non più accessibili, che i visitatori dovevano attraversare passando così dal buio alla luce. Al centro del lago c’è un tempietto di Artemide, la Diana dei romani, rappresentante la divinità del luogo, sulle rive si trovano un ponte romano che rappresenta l’ occidente, un chiosco turco che rappresenta il medio oriente, la pagoda cinese che rappresenta l’oriente e un obelisco che ci fa pensare alla Africa. Tutto ciò per unire le varie etnie umane della terra attorno alla divinità. Per chi ama le passeggiate, questo è il tempo giusto per andare a Villa Pallavicini perché è il periodo di  fioritura delle camelie.

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“SGUARDI GENOVESI” da non perdere

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Dal 14 febbraio 2020 e sino al 28 giugno a Genova nel Palazzo detto della Meridiana è stata allestita una bella mostra curata da Anna Orlando e Agnese Marengo dedicata ai ritratti realizzati da insigni pittori genovesi che, nel periodo barocco, dipinsero membri della classi agiate dell’ epoca, per le quali il ritratto non era soltanto un modo per tramandare ai posteri i loro caratteri fisionomici, ma una questione di status symbol imprescindibile per coloro che aspiravano a raggiungere i vertici del potere. La mostra divisa in settori si divide in ” Sguardi colti ed eleganti”, ” Sguardi di bellezza”, ” Sguardi del potere”, “Sguardi oltre l’ immagine” e ” Sguardi Innocenti” . Tra questi ultimi mi ha colpito il ritratto a figura intera d’ una ragazzina in vestito rosso realizzata dal pittore Gio Bernardo Carbone ( Genova 1616 – 1683)  nel sesto decennio del XVII secolo.  Dovete sapere che nel seicento una ragazza di 12/14 anni non veniva considerata un’adolescente, ma una giovane donna pronta per il matrimonio, soprattutto nelle famiglie aristocratiche, nelle quali interessi e convenienze di varia natura surclassavano completamente le ragioni del cuore. La ragazzina effigiata, di cui non conosciamo il nome, è una di queste  mini nobildonne pronta alle nozze, ce lo rivelano una serie di indizi tra i quali i fiori che compaiono sul dipinto, quello bianco a forma di imbuto è una tuberosa che per il suo  profumo inebriante  era chiamato il fiore dal profumo proibito, la nostra fanciulla lo coglie e questo potrebbe sembrare un messaggio anche troppo audace stemperato però dalle margherite che si scorgono sul terreno che invece simboleggiano l’ innocenza, la corretta lettura del dipinto è quindi che questa ragazzina si trova in un momento di passaggio tra l’ amore puro e quello carnale.

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veduta di una sala della mostra ” Da Cambiaso a Magnasco  Sguardi Genovesi”

“Ragusea” la cappella segreta

S.Maria di Castello 4 particolare della sacrestia

Uno dei più antichi sestieri di Genova è quello di “Castello”, dove i Liguri e gli Etruschi si insediarono già in tempi remoti, sino a che  la città, alleata di Roma, fu distrutta dai cartaginesi capeggiati da Magone fratello di Annibale durante la seconda guerra punica.   Verso il nono/ decimo secolo d. C. la zona fu fortificata e dall’alto dominava l’ antico approdo naturale dove molti anni dopo sarebbe stato costruito il porto antico. L’esistenza d’una chiesa in loco d’ epoca longobarda si fa risalire tradizionalmente al 658 d.C. sotto il regno di re Ariperto, il tempio attuale, Santa Maria di Castello, eretto in stile romanico risalente al primo quarto del XII secolo veniva usato dai vescovi della città come cattedrale estiva. In questa chiesa, una delle più interessanti di Genova, si rispecchia appieno il carattere dei genovesi: povera all’esterno e ricca di capolavori al suo interno tanto da farne una chiesa museo, ma non di questo volevo parlarvi, ma di un luogo particolare  che pochi conoscono : la cappella Ragusea di cui scrissi un articolo diversi anni or sono. Dovete sapere che gli abitanti di Dubrovnik , città croata che si affaccia sul mar Adriatico ed anticamente era chiamata Ragusa, avevano a Genova fondaci e magazzini, una comunità di tutta evidenza importante se in una delle chiese più prestigiose della Serenissima Repubblica chiesero ed ottennero d’ avere una cappella a loro dedicata detta appunto” Ragusea”, ma è la sua collocazione ad esser veramente singolare, per accedervi occorre attraversare per tutta la sua lunghezza la navata centrale sino ad arrivare alla sacrestia,  un grande vano con le pareti  rivestite  da boiserie in legno di noce risalenti alla seconda metà del XVII secolo celanti sportelli ed armadi  con ante scolpite a punta di diamante destinate a contenere paramenti liturgici ed arredi sacri, ebbene uno di questi armadi in realtà è una porta segreta  dalla quale si accede alla cappella Ragusea e lì, circondata da altre opere d’arte, troviamo uno dei dipinti più significativi del pittore Ludovico Brea, “la pala dì Ognissanti”  firmata e datata 1513 commissionata all’artista da Teodorina Spinola  la quale, anticipando il giudizio di Dio, si fece ritrarre dal pittore insieme ad una miriade di santi, lei e tutti i suoi figli compresa sua figlia Tommasina, quella che s’era innamorata pazzamente del re Luigi XII di Francia, d’amor platonico naturalmente. Interessante notare che la predella in fondo alla pala in cui è dipinto un compianto di Cristo è inserito un inserto di paesaggio in cui si riconosce un tratto della costa ligure tra Genova ed il monte di Portofino.

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Sant’Andrea della Porta sic transit gloria mundi

chiostro di s.andrea della porta

A Genova al’inizio del XI secolo, accanto al valico della porta orientale detta più tardi Soprana, sorse un monastero di monache benedettine di clausura intitolato a sant’Andrea, il complesso monastico si sviluppò nel tempo sino a raggiungere il suo assetto finale alla fine del XVIII secolo, dopo di che arrivarono i francesi con Napoleone, i religiosi furono cacciati e il monastero fu adibito a carcere sinché, all’inizio del ‘900,  fu demolito per  realizzare la via Dante. Del monastero e della sua chiesa rimane solo l’antico chiostro che fu smontato  messo in un deposito ed in un secondo tempo rimontato in un’area a giardino vicina alla casa dei Colombo in vico dritto Ponticello, l’edificio attuale non è l’ originale ma una ricostruzione del XVIII secolo edificata sopra le macerie della vera casa dei Colombo che era un edificio a più piani con forse un fondaco al pianterreno, distrutta quasi interamente nel 1684 dal bombardamento dei galeoni di Luigi XIV. L’ordine inferiore del chiostro ha un impianto rettangolare mentre la parte superiore è realizzata con una serie di colonnine binate sorreggenti degli archi modanati a sesto acuto, le trentadue coppie di capitelli  costituiscono l’ aspetto più interessante e caratterizzante di questo chiostro per il fatto che ci presentano una serie di  interessanti soluzioni figurative realizzate in un periodo di tempo che va dal 1100 alla fine del XIII secolo, lo stile richiama prepotentemente quello dei ” Magister Antelami” che in quel periodo furono attivi a Genova, il termine “Antelami”  deriva da Antelamus un toponimo alto medioevale  che indica una valle situata tra il lago di Como e  quello di Lugano, ( oggi val d’ Intelvi), queste maestranze che si riunirono in Corporazione nel XII secolo, erano anche specializzate nel riutilizzo dei marmi antichi nelle nuove costruzioni.

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A sinistra capitello figurato con un angelo ( circa 1158 )  chiostro di S.Andrea della Porta.

FOXE DE ZENA ( Foce di Genova )

 

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…Foxe ti te a ciù bella foxe
te cumme u se cu porta tante stelle
San Pe-e a foxe in faccia a to scugge-a
e passeggiate au ma se fan vuente-a
cantemmu a to cansun foxe de Zena
semmu i to canterin che a fan senti.

( da” foce di Genova” di Piccone )

traduzione per i foresti ( forestieri)

…Foce tu sei la più bella Foce
sei come il cielo che porta tante stelle
San Pietro alla foce di fronte alla tua scogliera
le passeggiate al mare si fanno volentieri
cantiamo la tua canzone foce di Genova
siamo i tuoi canterini che la fanno sentire.

Il quartiere della Foce fu comune indipendente sino al 1878, data in cui fu inglobato nel comune di Genova. Nel 1535 il borgo era composto da una decina di case di pescatori e da una cappella dedicata a San Pietro loro protettore praticamente costruita sulla spiaggia sassosa, la chiesetta venne distrutta da una mareggiata nel 1821. Il 29 giugno, festa di San Pietro, tutte le case venivano illuminate con lampioncini colorati, mentre barche sul mare lasciavano cadere nelle onde lumini accesi, un po’ come anche oggi fanno i camogliesi per la festa della “Stella Maris”. Oggi queste tradizioni sono state dimenticate, come anche l’ antico borgo, distrutto quasi interamente dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, oggi si preferisce fare spettacoli pirotecnici che attirano molta gente, insieme alla disperazione di cani e gatti che, terrorizzati, aspettano tremanti che termini la serie dei “botti”. Ma così va il mondo di oggi, al silenzio ed alla meditazione si preferisce il rumore, che più è assordante e più piace, tranne a qualcuno come me, che in quei momenti guardando l’angelo con le sue ali spiegate posto sopra il tetto della casa contraddistinta dal n. 1 di via Casaregis vorrebbe, insieme a lui, volare via lontano.

PANISSA E PANISSETTE

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Chiamata anticamente “maniccia” la panissa genovese è, dopo la focaccia, lo street food per eccellenza, la si può trovare nelle ” Sciamadde”, antiche friggitorie in cui viene servita alternativamente a torte salate e farinata, la ricetta è semplicissima, tanto da esser considerata per lungo tempo cibo da povera gente: farina di ceci, acqua e sale. Le “Sciamadde” erano e restano locali tipici, poco più d’un forno a legna ed un bancone al di la del quale un sudatissimo “fainotto” ( che potrebbe tradursi in farinajolo, venditore di farine ) traffica con grandi testi di rame e contemporaneamente serve la clientela di passaggio, concludendo le Sciamadde possono considerarsi uno dei primi posti dove fu inventato il fast-food. Il nome sciamadda deriva dalla parola fiammata e si riferisce probabilmente alla fiamma delle fascine utilizzate per alimentare il fuoco del forno. Ma se la panissa è buona, le panissette sono una cosa che” ‘ntender non la può chi no la prova…” in pratica si tratta della panissa tagliata a listelle e fritta in un tegame in olio extra vergine d’oliva. Chi non le conosce le provi …ne assaggi una e non smetteresti più.

ZEFIRO E FLORA A PALAZZO REALE

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Nelle ” Metamorfosi ” di Ovidio si legge che in un giorno di primavera una splendida fanciulla di nome Flora passeggiava spensieratamente per i campi, Zefiro, che nella mitologia greca era la rappresentazione divina del vento che soffia da ponente, la vede e se ne innamora perdutamente, ma, invece di corteggiarla per farla innamorare a sua volta, taglia tutti i preliminari e senza tanti complimenti la rapisce e se la sposa, come dono di nozze le consentì di regnare sui fiori, per questo a Flora è legata l’immagine della floridezza e della nascita. Nel Palazzo Reale di Genova c’è una salotto detto del’Aurora dove sulla volta affrescata sono dipinte le nozze tra Zefiro e Flora, l’affresco fu realizzato dal pittore bolognese Jacopo Antonio Boni ( 1688 – 1766 ) nella prima metà del XVIII secolo, I Savoia usarono questa stanza come sala da pranzo, soprattutto in occasione d’incontri politici.

IL CUPOLONE PER LA SANTA DELLE DOMESTICHE

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I Lucchesi, sin dal XII secolo avevano fondaci e botteghe alla foce del torrente Bisagno, avevano scelto Genova per tre ragioni, la prima perché sotto la protezione  del vessillo crociato della città potevano esercitare i loro commerci verso i porti del Mediterraneo orientale con relativa tranquillità, la seconda perché il porto di Genova era un vero e proprio crocevia di mercanti ed un posto dove chi voleva fare affari trovava terreno fertile e la terza, che essendo nemici giurati di Pisa  con la quale Lucca era perennemente in guerra ed essendo Pisa vista dai genovesi come un bruscolo nell’occhio, solo per questo fatto, i lucchesi erano considerati grandi amici di Genova.  Nella zona dove sorge la chiesa attualmente, sin dal XII secolo esisteva un piccolo tempio strutturato come un oratorio dove inizialmente si adorava “Il Volto Santo ” ed in un secondo tempo Santa Zita, una domestica lucchese salita all’onore degli altari per la sua vita tutta dedicata al  lavoro ed ad aiutare i poveri.  Zita visse a Lucca, nata nel 1218 a Monsagrati da una famiglia poverissima, fu mandata a servizio presso i nobili Fatinelli di Lucca  all’ età di 12 anni.  Nella casa di questa famiglia restò per tutta la vita, malvista e maltrattata da tutta la servitù perché le fu affidata la gestione della casa, ricambiò sempre il bene con il male. Il suo miracolo più suggestivo fu che avendo l’ abitudine di portare gli avanzi delle cene ai poveri fu denunciata per questo, fermata sull’uscio di casa le chiesero di mostrare cosa avesse nascosto nel grembiule dove solitamente portava pane e cibarie per i poveretti e queste si tramutarono miracolosamente in fiori. Antistante alla chiesa, era una piazza sempre intitolata a Santa Zita, dove esisteva un pozzo d’acqua sorgiva e diverse osterie e locande dal nome suggestivo quali: ” Il Cillo” ,”La Locanda dei Cipressi”  e  ” Al Cancello di Ferro”,  sulla piazza venivano celebrate le più importanti manifestazioni tra le quali la ” Fiera di Santa Zita”  che ancora ai nostri giorni viene fatta nel quartiere della Foce nella domenica più vicina  alla festa della santa,  è una fiera gastronomica destinata alla vendita di alimenti e di prodotti agricoli, di solito viene anche fatta una processione religiosa con i Cristi lignei organizzata dalla “Confraternita di Santa Zita” che ha sede nella chiesa omonima. Originariamente questa confraternita aveva una statua d’ argento rappresentante la santa, rubata o pardon sequestrata dai francesi durante la dominazione napoleonica ed un Cristo in legno intagliato e scolpito del Maragliano che si salvò perché sepolto sotto il pavimento della chiesa. Il tempio originale fu spazzato via da una delle innumerevoli piene del torrente Bisagno e solo alla fine del XIX secolo venne posata la prima pietra di quello che é oggi la chiesa di Santa Zita con il suo enorme cupolone dal diametro di oltre 31 metri. Al’ interno alcune pregevoli opere d’arte appartenenti alla chiesa primitiva quali ad esempio una statua di Anton Maria Maragliano che raffigura Santa Zita circondata da angioletti.

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STORIA D’UNA PIAZZA VERSATILE

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La piazza della S.S. Annunziata di Genova deriva il suo nome dal grandioso tempio la cui costruzione fu terminata nel 1537, originariamente questa località veniva chiamata” il Prato” e successivamente “il Vastato” toponimo derivato da “Vastinium” che significa macerie, demolizione, poiché, per ragioni difensive, l’area era stata spianata ante le mura erette nel XII secolo per fronteggiare l’esercito dell’imperatore Barbarossa che solo a parlargli dei genovesi si ricopriva d’orticaria. Nel 1228 esisteva qui una piccola chiesa con relativo convento di monaci appartenente agli Umiliati di San Michele d’Alessandria intitolata a Santa Marta del Prato e vicino c’era un’osteria anch’essa con l’insegna dedicata a Santa Marta, inoltre nelle vicinanze esistevano numerosi postriboli alcuni dei quali ancora presenti all’ inizio del secolo scorso nella soprastante via Brignole De Ferrari, comunque, nel medio evo, questo sito era soprattutto famoso per le gare tra balestrieri, per chi non lo sapesse i balestrieri genovesi erano famosi in tutta Europa per la loro perizia nel’ infilzare i nemici, così bravi nel loro mestiere da esser definiti “Maestri”, e qui, come detto, venivano fatte gare di tiro che richiamavano molta gente, uomini e donne che facevano un vero e proprio tifo da stadio per i vari partecipanti, al vincitore veniva consegnato “tazza una de bono ariento” ma era previsto anche un secondo ed un terzo premio, ovviamente oltre che il tifo, gli spettatori scommettevano i loro soldi su chi avrebbe potuto vincere e nel caso di perdita potevano sempre consolarsi al’ osteria o rilassarsi con le signorine che esercitavano il mestiere più antico del mondo.

C’ERA UNA VOLTA IL PALAZZO DELLA “LEVANTE”

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Nella Descrizione della città di Genova redatta da un anonimo del 1818 si legge: ” Appresso al palazzo Balbi Piovera, e parimenti isolato, è quello degli eredi del quondam Gio Batta Cattaneo. E’ un edifizio bello, ma irregolare; termina con la sua prospettiva principale la strada Balbi, una ne ha sulla grande piazza della Nunziata, e il braccio meridionale, che é il più esteso, dalla piazza ripiega obliquamente in un vico. E’ lavorato con moderna architettura, e di qualche pregevole quadro fornito, e tra essi reca ammirazione un superbo ritratto in gran tela d’ un Signore a Cavallo”. In una delle mie vite precedenti a quella attuale ebbi l’ avventura di lavorare per 15 anni in questo palazzo avito che alla fine degli anni 30 del ‘900 fu acquistato dalla famiglia Fassio per la loro compagnia di navigazione e come sede prestigiosa per la Levante Assicurazioni che a loro apparteneva. Il palazzo, posto sul lato a mare della strada finanziata dai Balbi, fu realizzato in primis ampliando e ristrutturando una “Domus Magna” che i Balbi possedevano da molto tempo, parecchio tempo prima che venisse tracciata la via. Nel 1614 in concomitanza con il nuovo tracciato viario, il palazzo venne riprogettato riorganizzando i volumi sia in pianta che in alzato. Alla fine degli anni 70 del XVIII secolo la proprietà passò ai Cattaneo della Volta che incaricarono l’ architetto Gregorio Petondi nel 1776 di progettare l’accesso principale del palazzo direttamente dalla strada e di ridecorare gli interni secondo lo stile in auge a quell’epoca “il Barocchetto genovese”. All’inizio degli anni 70 del secolo scorso, a seguito del fallimento del gruppo Fassio, il palazzo passò di proprietà in proprietà sino ad essere acquistato nel 2001 dall’Università degli studi di Genova. Non posso non ricordare che la “caduta” dei Fassio non fu un fallimento ma un abominio ordito per liberarsi di questa famiglia che evidentemente era priva di appoggi da parte della politica imperante a quel tempo. Quanto da me affermato è provato dal fatto che, pur depauperati di tutte le loro proprietà che furono svendute a prezzi risibili, il fallimento chiuse in attivo.

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Ritratto di Gio Batta Cattaneo in veste dogale di Gio Enrico Veymer  ( quadreria del salone principale del palazzo Balbi Cattaneo di Genova

Gianmaria Assandri mastro Liutaio

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Ogni volta che si passeggia per il centro storico di Genova ci si accorge di non conoscerlo pienamente, ogni angolo, ogni anfratto , ogni caruggio possono rivelare sorprese inaspettate, per esempio la scorsa settimana in salita Pallavicini vidi un cartello appeso ad un’inferriata in cui era scritto: ” Gianmaria Assandri Liutaio” , Impossibile per un curioso come me non suonare al campanello per conoscere uno dei pochissimi che ancora oggi, nel terzo millennio, esercitano questa antica arte.. Lì in mezzo a truccioli di essenze lignee pregiate, ad antichi strumenti da lavoro ed a violini appesi ad una corda da stendere come una volta si faceva nelle case con i ciripà, ho conosciuto Gianmaria Assandri discepolo del grande Federico Lovenberger che a Quinto in via Majorana restaurava e creava strumenti a corda nel secolo scorso, l’ Assandri esercita da tanti anni questa professione che non è solo lavoro per lui ma una grande passione.

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Il teatro Carlo Felice di Genova

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Molti anni or sono la Piazza De Ferrari di Genova si chiamava Piazza San Domenico, questo perché lì era il convento e la chiesa omonimi, uno dei monasteri più grandiosi dell’ Italia Settentrionale, ma già alla fine del XVIII secolo il complesso, che era in piena decadenza, fu adibito a magazzino e caserma. I Savoia, per ingraziarsi la popolazione genovese che masticava amaro per il fatto d’esser stata regalata al regno del Piemonte e Sardegna dai vincitori di Napoleone, pensarono di far costruire nell’ area conventuale un grandioso teatro dell’opera per il quale fu indetto un concorso vinto da Carlo Barabino che lo progettò in stile neoclassico. Il teatro fu inaugurato nel 1828 alla presenza del sovrano Carlo Felice e della regina Maria Cristina. Nel secolo successivo, durante la seconda guerra mondiale, il teatro venne ripetutamente bombardato e quasi del tutto distrutto, si salvarono i portici esterni in pietra di promontorio ed il pronao con il suo genio dell’armonia mutilato che svettava verso il cielo a ricordare i mali che portano tutte le guerre, ricordo il suo splendido sipario dipinto abbandonato alle intemperie che si gonfiava sotto le raffiche di vento come una vela d’ un vascello in un mare in tempesta durante i lunghi inverni del dopoguerra e poi …. la rinascita. Nel 1981 fu bandito un concorso per la ricostruzione del teatro vinto dalla ditta Mario Valle di Arenzano con il progetto degli architetti Rossi, Gadella e Reinhart che furono anche gli artefici dell’orribile, immensa torre posta sul lato posteriore del teatro adibita a contenere il palco, i camerini, le sale prove e le macchine di scena, che dal punto di vista funzionale sarà anche il non plus ultra, ( si possono allestire sino a quattro scenografie contemporaneamente tramite una piattaforma girevole) ma dal punto di vista puramente estetico ha assassinato la piazza più rappresentativa di Genova.

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il Teatro Carlo Felice così come si presentava nell’anno 1985.

IL DOGE DI GENOVA UN ATIPICO “PRIGIONIERO DI STATO”

 

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L’ atrio di palazzo ducale di Genova costituito da due cortili circondati da loggiati, fu progettato dall’architetto Andrea Ceresola detto ” il Vannone” nel XVI secolo. Il Vannone ristrutturò l’edificio unendo diversi corpi di fabbrica d’epoche diverse e trasformandoli in un palazzo fortezza, ricordiamo che dalla parte di Piazza Matteotti esisteva un muro di cinta che chiudeva il lato orientale del palazzo oggi non più esistente. Il Doge, massima carica politica della Serenissima Repubblica, viveva nel palazzo per il periodo della sua investitura ( due anni dopo la riforma del dogato fatta da Andrea Doria ) e non poteva uscirne se non in casi eccezionali, un vero e proprio “Prigioniero di Stato”. Questo stato di cattività poteva essere interrotto solo cinque volte all’anno in date prefissate per poter presenziare a cerimonie ufficiali e per eventuali circostanze eccezionali come la malattia d’un congiunto, uscite che comunque dovevano sempre essere avallate da un decreto del Senato. Nonostante la carica prestigiosa portasse alla famiglia dell’eletto al dogato indubbi vantaggi, le spese di rappresentanza sopportate dalla stessa erano rovinose, tanto che negli ultimi tempi della Repubblica i nobili designati a partecipare all’elezione a doge cercavano di dileguarsi “all’inglese” per evitare d’essere eletti.

LA CHIESA di GENOVA PROTETTA DA SANTA CATERINA

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La  costruzione della chiesa della S.S. Annunziata di Portoria, che tutti conoscono come la chiesa di Santa Caterina da Genova perché contiene il corpo incontaminato di questa donna straordinaria, è legata a quella dell’ospedale di Pammatone,  il cui cortile è oggi inglobato nel Palazzo di Giustizia. Oltre sessant’anni dopo la fondazione dell’ospedale da parte di Bartolomeo Bianco, fu posta la prima pietra della chiesa nel 1488 e questo tempio ancor oggi si può ammirare risparmiato come fu dallo spaventoso bombardamento che nella seconda guerra mondiale distrusse quasi tutta l’ area di Portoria compreso  l’ ospedale di Pammatone. La chiesa è un vero e proprio museo  dell’ arte scultorea e pittorica dei secoli XVI e XVII. Nella foto un dipinto olio su tela di Luca Cambiaso (  Moneglia 1527 – El Escorial 1585 ) realizzato nel 1570 che rappresenta l’ adorazione dei Magi collocato nella cappella detta dei” Re Magi già Zoagli- Cicala”, il personaggio in basso a sinistra del dipinto  recante in mano una specie di pisside ed avente lo sguardo rivolto verso il riguardante, è un’invenzione dell’artista per far si che lo spazio si dilati sino a coinvolgere gli astanti che non sono più semplici fruitori dell’opera pittorica ma ne diventano anch’essi protagonisti.

La porta che non c’è più c’è ancora

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Nell’anno del Signore 1522 le truppe imperiali di Carlo X comandate dal marchese di Pescara misero a ferro e fuoco la città di Genova. Genova a quel tempo era difesa da una cinta di mura obsolete e non più in grado di contrastare il violento attacco d’ un esercito nemico. I mercenari e le truppe regolari dell’imperatore invasero la città, trucidando i genovesi casa per casa, rubando tutto quello che poteva avere valore e violentando ogni donna trovata sul loro cammino, nessuna pietà per nessuno fossero anche vecchi e bambini tutti quelli che non riuscirono a fuggire furono uccisi. Questo fatto terribile, passato alla storia come “il sacco di Genova”, convinse i padri del Comune a predisporre la costruzione di
una possente cinta di nuove mura affidandone la costruzione all’ ingegnere Olgiati e all’architetto San Gallo. Uno dei varchi di queste mura era dove ora è il ponte Monumentale, veniva chiamata la porta di Santo Stefano perché era dominata dall’abbazia di Santo Stefano dove venne battezzato Cristoforo Colombo, era anche detta Porta degli Archi per il fatto che originariamente aveva un’apertura a tre fornici, la porta fu costruita in pietra di finale da Taddeo Carlone, scultore nato a Rovio presso il lago di Lugano nel 1543, con colonne doriche sormontate dalla statua del protomartire. Quando fu deciso l’ allargamento di via Giulia, ora via XX Settembre, nel 1896, la porta fu smontata pezzo per pezzo come fosse un gigantesco lego e rimontata in un varco delle mura del Prato dove ancora oggi è e resiste alle intemperie ed agli atti di vandalismo ignorata dai più.

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La porta di Santo Stefano come si presentava nel XIX secolo

“NATALIN” de NATALE

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I Natalin di Genova sono i Maccaroin de Natale ( maccheroni di Natale), assomigliano alle penne lisce ma sono lunghe circa 20 centimetri, hanno un aspetto leggermente ovale perché vengono essiccati lentamente adagiandoli sui telai, essendo una specialità tutta genovese, sono difficilmente reperibili in altre regioni, vengono cotti in brodo, che la tradizione vorrebbe esser fatto con tre tipi di carni: cappone, manzo e maiale, insieme a piccole sfere di salsiccia che allegoricamente rappresentano le monete e quindi sono simbolo di prosperità.
L’origine dei Natalin è documentata da un atto notarile del 1279 in cui un soldato genovese di nome Ronzio Bastone nel suo testamento lascia ai suoi eredi, oltre ad altri averi ” barixella una piena macaronis” ( un cestello colmo di maccheroni) pasta che ovviamente doveva esser secca.

Santa Maria delle Grazie la nuova

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A Genova, sulla collina di Castello dove nacque il primo insediamento urbano intorno al quinto secolo avanti Cristo, in epoca medioevale le monache agostiniane acquistarono dalla famiglia degli Embriaci un terreno che comprendeva due torri ed un tratto di mura pre-romane  per costruirvi una chiesa ed un convento  al quale più tardi fu inglobato anche un educandato per le figlie delle famiglie facoltose della città.  Il complesso monastico subì diverse ristrutturazioni, vuoi per i danni causati dal tempo, vuoi per gli eventi bellici in cui Genova si trovò coinvolta. Il Monastero e la chiesa furono espropriati nel 1810 quando la Repubblica di Genova fu annessa all’ impero francese da Bonaparte che, come tutti i Corsi, se poteva fare un dispetto ai genovesi godeva come un riccio,  il monastero fu trasformato in abitazioni,  mentre la chiesa inizialmente fu usata come deposito di legname,  poi come teatro nell’ottocento, poi come tipografia, poi come sala da ballo e palestra  ed infine abbandonata e  lasciata in uno stato di grave degrado.  All’inizio del 2000 l’ Università di Genova, in concerto con la Regione Liguria, il comune ed il MIBACT,  acquistò quest’area e diede inizio ad una serie di restauri che la fecero rivivere come una ” Fenice”. Oggi è sede del Centro di ricerca e studi ” Casa Paganini”.

 

IL LAZZARETTO DI GENOVA

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Molti anni fa, nella zona della foce del torrente Bisagno esisteva il “Lazzaretto”, era una grande costruzione, ora non più esistente, dove venivano ricoverati gli appestati ma non solo …. anche coloro che potevano ipoteticamente avere contratto il morbo venivano rinchiusi in questo edificio in quarantena, una specie di Ellis island che lo stato di New York aveva predisposto per gli immigrati, i genovesi lo avevano predisposto per i malati; a chi risultava impestato nel periodo in cui era ospitato nel lazzaretto veniva interdetto l’ ingresso nella città. Le camere dove soggiornavano gli “ospiti” non dovevano essere un gran che letta la descrizione che ne fece Jean Jacques Rousseau nel 1743, anch’egli ricoverato nella struttura. In un brano delle ” Confessioni” lo scrittore racconta della sua singolare esperienza. Rousseau s’era imbarcato a Tolone ma il vascello su cui navigava fu fermato da un’unità inglese proveniente da Messina dove infuriava una grave pestilenza, sicché, giunto a Genova, fu internato nel Lazzaretto, nella sua stanza non c’era alcun mobile, ne un tavolo, ne una sedia e neppure un pagliericcio su cui potersi sdraiare, Rousseau scrisse che, dopo essersi liberato dalle pulci che lo avevano infestato sulla nave, si costruì un materasso con i suoi abiti e le sue camicie, con varie salviette cucite insieme si fece un lenzuolo, con la vestaglia una coperta, con il mantello arrotolato un cuscino, un sedile con la sua valigia e con la seconda valigia posata sul fianco una tavola, oltre alla lettura dei libri che aveva portato con se, poteva ogni giorno fare una passeggiatina nei contiguo cimitero. Rousseau non tornò mai più a Genova nessuno ha mai capito perché.

LAZZARETTO                                                                     D. Del Pino – G.Piaggio  veduta del Lazzaretto alla Foce dalle Mura della Strega                                                                        1818 ( incisione policroma )

PENTEMA UN PAESE PRESEPIO

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Pentema è una frazione del comune di Torriglia, si trova sui fianchi del monte Prelà a quasi 1.000 metri d’altitudine sul livello del mare, nonostante in linea d’aria disti poco meno di 50 chilometri da Genova, questo paesino è vissuto sino a poco tempo fa in un quasi totale isolamento, data la impervia strada che si deve percorrere per raggiungere l’abitato. C’era un detto a Genova a proposito di questo paese, quando si voleva marchiare qualcuno d’ essere fuori dal mondo gli si diceva: ” Ma da dove ti vegni? da Pentema?” . Questo isolamento, se da una parte a fatto si che molti abitanti siano emigrati, d’altro canto ha permesso al paese di conservare le peculiari caratteristiche urbanistiche d’ un sito dell’ interland di Genova come non ne esistono più. Le tipiche “creuze” e le case di pietra addossate le une alle altre, danno vita nel periodo natalizio ad un presepe unico nel suo genere, dove  intorno alla stalla dove è ricoverata la Sacra Famiglia, dai vicoli e dalle antiche dimore, si affacciano manichini a grandezza naturale che ripropongono ai visitatori gli antichi mestieri della valle  ed episodi della vita contadina. Percorrendo questi stretti vicoli di acciottolato il tempo sembra non esistere più, ti siedi su una panca di pietra chiudi gli occhi e l’ unica cosa che si sente e lo stormire dei rami degli alberi  percossi dal vento.

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PIAZZA SANTA CROCE

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  • Nel centro storico di Genova, superata piazza Sarzano, che nel medioevo fu teatro di gare di giostra e di duelli molte volte finiti in maniera cruenta, si arriva in una piazzetta dove il tempo sembra si sia fermato. Piazza Santa Croce è un luogo defilato dove si è lontani dai rumori della city, qui il vento la fa da padrone ed è lui che si fa sentire e delle volte anche ci fa rabbrividire quando soffia violento dal mare. In questo sito esisteva il palazzo del vescovo della città del quale esistono ancora tracce evidenti e una chiesa dedicata alla Santa Croce con annesso ospitale che, dopo gli editti di Napoleone, fu in parte inglobata nei palazzi circostanti ed in parte distrutta. In questa piazza, vi sono panchine dove lo stanco viaggiatore può riposare ed ammirare l’ antica edicola inserita nel muro di una casa con un San Giobatta ( Giovanni battista ) in marmo ed il santo Bambino che porta in braccio un agnellino allegoria della purezza e del sacrificio, peccato che San Giovanni sia monco d’ un braccio, ma considerando quanti secoli sono passati da quando fu collocato lì, beh, diciamolo, poteva andare peggio.
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SANTA MARIA DI PASSIONE

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A Genova sulla collina di Castello nel quartiere del Molo esisteva un tempio mariano intitolato a Santa Maria di Passione. Con la dominazione sabauda, che soppresse gli ordini religiosi, la chiesa venne chiusa e trasformata in caserma, poi fu sede dell’ Opera Nazionale di Maternità ed Infanzia ed infine quasi completamente distrutta nel 1944 dai bombardamenti degli aerei degli alleati durante la seconda guerra mondiale. Le prime notizie relative all’ esistenza di questa chiesa risalgono al 1457 quando le monache agostiniane ne iniziarono la costruzione che terminò nel 1462. Ricostruita quasi completamente nel XVI secolo, subì profonde trasformazioni al suo interno sia per adeguare l’ edificio religioso ai dettami della controriforma, sia per rimodellare gli interni al gusto barocco per la qual cosa furono chiamati grandi artisti quali Gio Andrea Carlone, Valerio Castello e Domenico Piola. Oggi il passante distratto vede solo una grande rovina, della chiesa originaria resta integra solo la torre nolare che svetta ancora verso il cielo, come una muta preghiera a ricordare il dolore e la distruzione portata dalla guerra.

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BERNARDO PIZZORNO IN ARTE STROZZI

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Ho già scritto due  articoli a proposito di questo splendido artista su questo blog, ricordo che in uno dei miei post raccontai le diverse vicende che lo portarono ad esercitare l’ arte pittorica da Genova a Venezia il titolo era : ”  Bernardo Strozzi, Cappuccino per bisogno, prete per opportunità “, il suo vero cognome fu Pizzorno,  probabilmente nato nel 1582 a Campo Ligure come i suoi genitori, un paese della Valle Stura che faceva parte dei possedimenti della Serenissima Repubblica di Genova, a 17 anni restò orfano di padre  cosicché  entrò in convento e si fece frate cappuccino  dopo un alunnato nella bottega genovese del pittore senese Pietro Sorri. Nel 1609 uscì dal convento con la scusa di dover provvedere al mantenimento della madre vedova e della sorella nubile, cambiò il cognome in Strozzi ritornò a Genova ed iniziò un percorso artistico che presto lo porterà ad avere in breve tempo  numerosissime commissioni sia chiesastiche che di committenza privata, la sua fama si accrebbe a tal punto che nella Curia Arcivescovile cominciarono a guardare con sospetto il suo voler  restare a tutti i costi fuori dalle mura del convento, cosicché, dopo l’ ennesimo rifiuto, le autorità ecclesiastiche lo fecero arrestare ed  a causa  d’un tentativo d’evasione tentato dal Nostro con l’ aiuto dei famigliari, lo rinchiusero per tre anni in una segreta d’un convento a Monterosso. Dopo questo periodo di penitenza coatta, Bernardo si finse pentito ed allora i suoi superiori gli consentirono di far visita alla sorella, lì era tutto organizzato per la sua fuga, si tagliò la barba, si travestì da prete e nottetempo si imbarcò su una nave diretta a Venezia dove visse felice e libero da costrizioni per tutto il resto della sua vita. le autorità genovesi fecero il diavolo a quattro per riaverlo e ne chiesero l’estradizione, ma i potenti a cui Strozzi aveva chiesto aiuto lo protessero e risposero picche alle istanze genovesi. A Palazzo Lomellino di via Garibaldi è stata inaugurata recentemente una mostra curata dalla mia amica Anna Orlando e dal prof. Daniele Sanguineti intitolata: “Bernardo Strozzi la conquista del colore”,  splendida carrellata di capolavori alcuni dei quali inediti di collezione privata e quindi esposti alla fruizione pubblica per la prima volta. IMG_3048

Nella foto in alto un dipinto olio su tela rappresentante la sacra Famiglia e san Giovannino  proprietà di Adam Williams Fine Art  ( New York ) realizzato nel 1642 C.

Nella foto in  basso una sala della mostra dedicata al grande maestro genovese allestita  nel palazzo di Nicolosio Lomellino.

L’ANGELO DELLA MORTE

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Giulio Monteverde, nato in Piemonte a Bistagno nel 1837 da una famiglia di braccianti,   dopo la scuola elementare si trasferì a Genova dove iniziò la sua attività di scultore come intagliatore su legno,  in un secondo tempo seguì i corsi serali di Santo Varni all’Accademia Ligustica di Genova e poi un corso di perfezionamento all’ Accademia di San Luca di Roma, divenne uno degli esponenti più rappresentativi della scultura del cosiddetto Realismo Borghese  influenzato nella sua piena maturità artistica  dalla corrente simbolista ben evidente nell’ angelo realizzato nel 1882 che gli fu commissionato dal commerciante Francesco Oneto per adornare il sepolcro della sua famiglia nel cimitero monumentale di Staglieno. L’angelo era detto della Resurrezione perché nella mano destra si appoggia alla tromba del giudizio, più tardi ridenominato della Morte perché, per la verità, non ha un aspetto consolatorio, al di la del fatto che trasuda una evidente sessualità con la sua figura androgina avvolta in una tunica che mette in evidenza le curve del suo corpo sinuoso, il suo sguardo lo fa apparire distaccato e lontano di fronte alla morte di cui è silenzioso testimone, non c’è speranza di resurrezione nella sua postura ma solo la certezza che tutte le cose sono destinate a finire, uno splendido “memento mori” scolpito nel marmo che, al tempo in cui fu realizzato, ebbe un successo strepitoso, tanto che l’ autore dovette farne diverse repliche.

SAN LUCA UNA CHIESA GIOIELLO

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Lungo l’antico Carrubeus rectus, antica arteria viaria occidentale che collegava la città di Genova con il suo ponente, ( oggi via San Luca ) c’era ed ancora esiste una piazzetta intitolata all’evangelista Luca, in questo spazio fu fondata nel 1188 la chiesa di San Luca, tempio gentilizio della potentissima famiglia degli Spinola. La chiesa è un’autentico scrigno di tesori d’arte, gli affreschi databili al tardo XVII secolo furono realizzati dal pittore Domenico Piola   ( Genova 1627 -1703 ), uno dei più rappresentativi artisti del periodo barocco e da suo figlio Paolo Gerolamo con l’ausilio del quadraturista Anton Maria Haffner ( 1654-1704)  figlio d’una guardia svizzera al servizio del papa, che preferì gli studi d’arte alla carriera militare. Nella foto gli affreschi della cupola che rappresentano l’ incoronazione di Maria Vergine in cui  è di tutta  evidenza la lezione del Correggio  le cui opere  il Nostro aveva visto a Parma.

INVITO A PALAZZO

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Sabato prossimo 5 ottobre si potranno  visitare palazzi che solitamente non sono aperti al pubblico  perché sede di lavoro d’ istituti bancari. Due di questi appartengono alla Cassa di Risparmio di Genova ed Imperia, uno è la sede centrale in via Cassa di Risparmio alla quale si accede da piazza De Ferrari e l’ altro è palazzo Doria sempre di proprietà CARIGE in via Davide Chiossone. La manifestazione è promossa dall’ ABI ed è alla sua XVIII edizione. I palazzi saranno aperti dalle ore 10 alle ore 19 ed i visitatori saranno accompagnati da personale specializzato così potranno maggiormente apprezzare le opere pittoriche, ma non solo, esposte nei vari ambienti. Nella foto  un dipinto olio su tela di Giovanni Battista Castiglione detto il Grechetto ( Genova 1609 -Mantova 1664) che rappresenta un episodio del Vecchio Testamento : Giacobbe incontra Rachele al pozzo e se ne innamora, il nostro rappresenta l’attimo dell’ innamoramento mettendo in evidenza la bellezza e la femminilità seduttrice della fanciulla contrapposta alla virilità del giovane Giacobbe circondato da pecore e capre che fanno da comparse, mentre il paesaggio circostante ha quasi una valenza onirica. L’ ingresso è gratuito, cosa che i genovesi da sempre apprezzano.

MEGHI DE ZENA ( MEDICI DI GENOVA)

 

Nei tempi antichi a Genova i medici per poter esercitare la loro professione dovevano superare gli esami di laurea innanzi ai membri del Collegio di Medicina ed un pubblico di notabili, dapprima nella chiesa di San Francesco di Castelletto, oggi incorporata in parte in uno stabile in salita San Francesco ed in parte distrutta e successivamente nella cattedrale di San Lorenzo. Ai candidati non era chiesto dove avessero studiato, ma se avessero collaborato nella bottega d’ un medico conosciuto, in pratica valeva di più sapere da chi avevano imparato l’ arte di medicare piuttosto che in quali studi si erano distinti. comunque era presa in considerazione anche la frequenza presso atenei oltre il confine del Genovesato. Solo dalla metà del ‘500 furono predisposti studi universitari di medicina, per le lezioni veniva usata la lingua latina tranne per quelle di anatomia, dopo quattro anni, per laurearsi, occorreva superare un esame, poi altri esami per essere abilitati come dottori, quando finalmente erano riconosciuti idonei alla libera professione, i neo medici dovevano sempre indossare abiti lunghi sino ai talloni per questo chiamati talari, non potevano partecipare a funerali se non d’un collega o d’ un parente prossimo e non potevano portare abiti a lutto se non per brevi periodo per non spaventare i loro pazienti, inoltre, in caso di pestilenze, dovevano indossare una maschera sagomata a becco di cicogna che conteneva erbe aromatiche e profumate atte ad evitare il contagio, dato che al tempo si pensava che la peste fosse portata da sostanze volatili maligne, a tal proposito ho letto che come cura del terribile morbo veniva consigliato di frantumare pietre preziose, di amalgamarle con acqua e trangugiare la pozione ottenuta, pare che la guarigione dipendesse dalla purezza delle pietre….una soddisfazione per i poveri era constatare che, pietre o non pietre, anche i ricchi morivano come le mosche.

Nella foto navata destra della cattedrale di San Lorenzo

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UN CAPOLAVORO DIMENTICATO

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L’Abbazia di San Nicolò del Boschetto a Cornigliano (GE) nacque per volontà del nobile Magnone Grimaldi nel 1311, un secolo più tardi i Grimaldi donarono la piccola chiesa che avevano costruito ed una casa rurale ai Benedettini che qualche anno più tardi ottennero dal papa Martino V l’ autorizzazione a costruire un monastero. La fabbrica fu finanziata dai Grimaldi, dai Doria, dagli Spinola e dai Lercari che scelsero l’ abbazia come sepolcreto per i loro defunti, così il complesso crebbe e si arricchì di opere d’arte, poi arrivò il periodo della decadenza quando durante la guerra di secessione austriaca  nel 1747 il monastero fu occupato dalle truppe d’oltralpe che arrecarono pesanti danni alle strutture ed alle opere d’ arte, infine il colpo di grazia lo diede Napoleone Bonaparte nel 1810 con le sue leggi che sopprimevano gli ordini religiosi, il convento fu espropriato e l’ingente patrimonio artistico disperso, la chiesa fu trasformata in fabbrica  ed il convento in abitazioni. Nel 1870 i Delle Piane ripristinarono l’abbazia e la riaprirono al culto. Tornando ai giorni nostri, dopo una chiusura durata diversi decenni recentemente è stata riaperta in occasione delle giornate dei “Rolli” e molte persone l’ hanno riscoperta. La prima cosa che stupisce è la vastità della chiesa e i vuoti che la contraddistinguono, gli altari si possono ammirare al Victoria and Albert Museum a Londra, resta poco di quella che doveva essere la magnificenza e la grandiosità delle opere contenute, ma quel che resta stupisce per la sua incredibile bellezza. Tra le opere che sono ancora in sito forse la più interessante è la lastra tombale di Paolo Doria commissionata dallo stesso  nel 1474. La lapide marmorea si compone d’ un riquadro centrale e d’una cornice, in testa della quale è posta l’epigrafe non coeva, nel riquadro  sette angioletti disposti simmetricamente sorreggono una ghirlanda con lo stemma dei Doria che fu abraso dai monaci, nella cornice cordonata da una maschera leonina si dipartono due tralci di vite che si svolgono a girali con grappoli e pampini questi ultimi risolti con sette lobi anziché con i cinque di natura, ai quattro angoli vi sono putti musici. Singolare il fatto del numero 7 ricorrente nell’opera che richiama i sette sigilli dell’angelo dell’Apocalisse,  le 7  virtù teologali e cardinali ed i 7  vizi capitali. La scultura d’altissimo pregio è stata attribuita ai fratelli Gagini o alla loro scuola ed in particolare a Michele D’Aria.

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Il chiostro maggiore  in stile rinascimentale  di forma quadrata fu costruito tra il 1492 ed il 1519, il pozzo al centro probabilmente apparteneva alla primitiva cappella trecentesca.

UN DUOMO DI MILANO A GENOVA

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L’architetto Luigi Rovelli ( Milano 1850 – Rapallo 1911) fu senza dubbio uno dei principali protagonisti dello stile eclettico in Liguria, egli seppe amalgamare il gusto della committenza alto borghese locale con modelli neo-rinascimentali, neo-gotici  e neo-romanici che ebbero grande successo specialmente nelle residenze di villa e nell’edilizia funeraria. Nel cimitero monumentale di Staglieno, per esempio il Rovelli progettò la cappella Raggio nel 1896, Armando Raggio, il committente, fu un finanziere ed industriale genovese che fece costruire questa cappella per accogliere le spoglie della moglie. Il Nostro progettò un edificio in stile gotico adorno di guglie e d’archi rampanti ancora oggi conosciuto come ” Il Duomo di Milano”, alto oltre 28 metri e occupante una superficie di 35 mq. fu interamente rivestito in marmo bianco di Carrara dai fratelli Repetti di Lavagna che impiegarono più di 150 tonnellate del prezioso materiale, sin dal tempo in cui fu realizzato fu annoverato tra i monumenti più grandiosi di questo museo a cielo aperto.

I RISSEU DELLA CERTOSA DI RIVAROLO

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Nell’anno del Signore 1280 il nobile Bartolino Di Negro, ricco mercante genovese esperto di commercio e di finanze, non sapendo come far fruttare le sue terre poste nell’interland di Genova, fece donazione di alcuni suoi possedimenti in Rivarolo (GE) a Bozone Priore generale della grande Certosa di Grenoble, perché fosse edificato un monastero dell’ordine certosino, frati  che erano rinomati anche per la loro bravura nel far fruttare le terre coltivate. I certosini nel 1295 entrarono in possesso dei terreni e cominciarono a fabbricare la  chiesa ed il  convento, tuttora esistenti nonostante che, essendo collocati fuori delle mura di Genova, abbiano sopportato i danni della soldataglia austriaca nel 1746 e poi, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone, i monaci furono allontanati e la chiesa fu utilizzata prima  come deposito di polveri ed in seguito come ospedale militare. Nel complesso vi sono due chiostri, il primo risalente al 1519 più piccolo destinato ai monaci, il secondo, mostrato nella fotografia, con 32 colonne toscaneggianti probabilmente risalente  al 1530 era destinato ai laici ed è circondato da una pavimentazione a risseu  tipica del genovesato che consiste in un mosaico realizzato con acciottolato di pietre solitamente bianche e nere con le quali venivano pavimentati gli spazi esterni.  I Risseu sono stati parzialmente restaurati e sono veramente belli anche se un po’ criptici, nel senso che solo alcuni si riescono ad interpretare compiutamente come quello sottostante in cui è leggibile  la parola Cartusia ( da Chartreuse dove risiedeva la casa madre dell’ordine certosino fondato da San Bruno nel 1084 ).

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A BANDEA DE SAN ZORZO ( la bandiera di san Giorgio)

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Il salvifico vessillo della vera croce, così veniva definita la bandiera di Genova da Jacopo da Varagine nella sua “Legenda aurea”, fu usato sin da tempi remoti, quando l’esercito bizantino stazionava a Genova nel VII secolo ed aveva portato con se il culto per San Giorgio, un soldato romano vissuto alla fine del III secolo dopo Cristo in Cappadocia che,  convertitosi al cristianesimo, fu giustiziato sotto l’ imperatore Diocleziano perché si rifiutò d’adorarlo come fosse una divinità. La bandiera, composta da una croce rossa in campo bianco, sventolava sopra le galee della Repubblica Genovese e questo presto diventò sinonimo di potenza  e predominio sui mari, tanto che il re d’ Inghilterra Riccardo I Plantageneto, ricordato come Riccardo Cuor di Leone, chiese al doge di Genova di concedergli l’ uso del vessillo genovese per le sue navi, cosa che gli venne accordata dietro il pagamento d’ un tributo annuale, a proposito è da qualche secolo che l’ Inghilterra non paga il tributo e considerando anche gli interessi maturati  viene fuori un bel gruzzoletto. Molti credono che l’ emblema dei soldati crociati partiti alla volta della Terra Santa per liberarla dall’occupazione mussulmana  fosse la croce rossa in campo bianco ma così non fu, ogni nazione aveva una croce di diverso colore, gli inglesi per esempio portavano una croce bianca in campo rosso, i fiamminghi l’ avevano verde, i tedeschi nera in campo bianco, gli italiani gialla o azzurra ( curioso che i giocatori della squadra di calcio della Nazionale italiana vengano chiamati ” Azzurri”)  ed i genovesi rossa.

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Litografia raffigurante la battaglia della Meloria tra galee Genovesi e Pisane presa da: ” Storia popolare di Genova ” di Mariano Bargellini edito da Enrico Monni  nel 1869

 

UN CROCIFISSO IMPRESSIONANTE

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Nel centro storico di Genova vi è la bella chiesa gentilizia della famiglia Spinola dedicata a San Luca, qui nella cappella della Vergine addolorata già detta del “Crocifisso” è un Cristo crocifisso in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia dello scultore Domenico Bissone (*) che  fu commissionato all’artista da Gio Domenico Spinola, impressionante per il realismo con cui fu realizzato, l’ artista in quest’opera esalta i simboli della sofferenza ed esprime il culmine del dolore dell’uomo Dio, ( …quando giunsero nel luogo detto Cranio là crocifissero Lui e i due malfattori… Luca 23.3).

(*) Domenico Bissone ( 1597 – 1645 ) figlio di Francesco Gaggini fu chiamato Bissone dal suo luogo di nascita, trasferitosi a Genova ebbe una bottega nella contrada detta “Scuteria” dove fu  chiamato Domenico da Bissone. Nel 1607 gli fu commissionata una cassa processionale per l’oratorio di santa Croce di Sarzana andata perduta, questa opera  gli diede notorietà e fama, numerose “Casacce ” ( oratori ) gli commissionarono lavori d’ogni genere, forse il più famoso dei quali è ” Il Cristo Moro “, un Cristo crocifisso intagliato e scolpito in legno di giuggiolo eseguito per l’ oratorio di San Giacomo della Marina  oggi esposto nella chiesa di San Donato nel centro storico di Genova.

UNA MADONNA GRAZIOSA DI LUCA

 

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Nella bella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena (GE) vi è una pala d’altare che raffigura La Vergine con il Bambino Gesù, San Giovanni Battista, angeli ed in alto Dio Padre. Il dipinto databile all’inizio degli anni 60 del ‘500 è stato realizzato da Luca Cambiaso ( Moneglia 1527- El Escorial 1585), nella foto mostro il particolare più interessante dell’opera pittorica che ci illustra quanto il Correggio lo abbia influenzato in questo periodo.  Il Nostro, rinunciando ad ogni enfatizzazione,  esprime qui una poetica tesa ad una perfetta integrazione tra lo spazio naturale e le figure disponendole nella profondità dello spazio collegando i vari livelli con i loro movimenti, l’angioletto in primo piano  genera attenzione nei confronti del fruitore dell’opera, mentre  la protagonista assoluta di questo capolavoro è la Madonna, mediata dalla Madonna di Bruges di Michelangelo, che ci viene rappresentata con il braccio sinistro posto sull’elemento geometrico formato da un cubo di pietra. La Vergine, con la sua naturalezza, mitiga il geometrismo tendenziale del Cambiaso e lo porta al punto d’arrivo d’una ricerca cominciata agli inizi degli anni cinquanta , una grazia ed una delicatezza tipicamente Correggesca  che qui raggiunge il suo apice, definita dal Magnani  d’una ambigua precarietà.

UN MONUMENTO PER IL BUFFONE DI DIO

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Nel centro storico di Genova e più precisamente in via Lomellini dichiarata patrimonio dell’umanità dall’ UNESCO, c’è una chiesa dedicata a San Filippo Neri. Filippo nato a Firenze nel 1515,  ancora giovane si trasferì a Roma che a quel tempo era in preda alla miseria ed alla corruzione, prese i voti nel 1551 e si dedicò alla missione evangelica di aiutare i ragazzi di strada e ricondurli sulla retta via con metodi a quel tempo assolutamente avveniristici, infatti non percosse o castighi venivano usati per correggere i ragazzi, ma il divertimento, il gioco ed il canto che avvenivano in quello che poi  sarebbe diventato l’ Oratorio. Il papa Gregorio XIII innalzò questo istituto in Congregazione   nel 1575, alcuni anni  dopo la morte di Filippo Neri avvenuta nel 1595, egli fu proclamato santo, venne chiamato il Buffone di Dio  oltreché il Santo dell’allegria. La chiesa Genovese a lui dedicata  fu edificata per volere di Camillo Pallavicini  su progetto di Pietro Antonio Corradi, finita nel 1676  è sicuramente tra i più importanti esempi del barocco genovese, tra le opere d’arte ivi custodite  spicca un gruppo scultoreo  in marmo di Carrara composto dalla statua di San Filippo  sull’altar maggiore  opera dello scultore carrarese  Domenico Guidi ( 1625-1701 ) posta sopra una gloria d’ angeli  opera scultorea del francese Onorato Pellé (1641 -1718) emblematiche dello stile barocco genovese.

LE PORTE DELLA SALA DORATA

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Nella metà del XVI secolo il ricchissimo Tobia Pallavicino si fece costruire a Genova in Via Nuova      ( ora via Garibaldi) uno stupendo palazzo progettato da Giovanni Battista Castello detto “Il Bergamasco”, che oltre ad essere architetto fu anche pittore (  lui fu l’artefice degli affreschi sul soffitto dell’ingresso ) . Tobia aveva fatto la sua fortuna avendo ottenuto il monopolio del commercio dell’allume di Tolfa che al tempo era una sostanza imprescindibile per la conservazione dei pellami. Nel 1704 il palazzo fu acquistato dalla famiglia Carrega che diede il via ad una serie di lavori di ristrutturazione e d’ampliamento affidando la decorazione a Lorenzo De Ferrari                ( Genova 1680 c. – 1744)  che qui coadiuvato da Diego Carlone per gli stucchi, creò il suo capolavoro “La Galleria Dorata”,  un ambiente raffinato e particolare per la sua unicità, infatti in questo salone gli affreschi del Nostro mediati dall’Eneide di Virgilio, il mobilio e le suppellettili formano un unicum di grazia e bellezza, il top del barocchetto genovese. Ma, purtroppo, le cose belle piacciono e sono oggetto di rapina,  così due splendide porte in specchio e bronzi dorati ed una consolle sono solo copie delle originali che furono portate a Parigi nel XIX secolo e lì ancora oggi custodite.

LA CACCIA AD UN AFFRESCO PERDUTO

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Luigi Centurione, che nel terzo decennio del XVII secolo era proprietario del Palazzo Lomellino di via Garibaldi,  nel 1623 si rivolse a Bernardo Strozzi,  al tempo frate cappuccino che come pittore era grandemente apprezzato da committenti pubblici e privati, per affrescare il primo piano nobile del suo palazzo.  Lo Strozzi  avrebbe dovuto portare a termine il suo lavoro in diciotto mesi ma alla data del 24 novembre 1625 l’ artista, in un documento indirizzato al Senato della Repubblica, si lamenta di non esser stato ancora adeguatamente pagato. Il Centurione di fronte all’impudenza dello Strozzi che aveva osato, diciamo così sputtanarlo, di fronte ai maggiorenti di Genova, accusò il pittore di non aver rispettato il contratto ” né nei tempi,né nel lavoro, né per altra cosa…” così si aprì un procedimento legale che comportò la brusca interruzione del lavoro del pittore ed il Centurione fece in due sale picchettare e scialbare alcuni affreschi che non gli piacquero,  mentre tenne quelli realizzati nella sala centrale. Quando, all’inizio del XVIII secolo, la proprietà del palazzo passò ai Pallavicini, per dare maggior importanza al secondo pino nobile, i nuovi proprietari fecero ampliare lo scalone che lo collegava al primo piano e questa ristrutturazione comportò l’ innalzamento d’un nuovo muro portante che restrinse la sala centrale che fu conseguentemente controsoffittata nascondendo gli affreschi dello Strozzi dei quali si perse la memoria. La storica dell’arte Mary Newcome ed il Merlano nel 2004 ebbero l’ intuizione di far fare un foro nella controsoffittatura e si accorsero che questa aveva preservato dai rigori del tempo gli affreschi del grande pittore genovese ritenuti perduti, riportandoli alla luce. L’iconografia  dell’opera si ispira alla Fede che sbarca nel Nuovo Mondo ( L’ America ) e nei pennacchi, a scene della vita degli indios  tra cui anche alcune di cruento cannibalismo.

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IL PALAZZO SQUARCIAFICO

 

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…in piazzetta Squarciafico ( ora Invrea * ) è un palazzo del quondam Ippolito Invrea: in esso dentro nel portico e nella facciata ha dipinte immagini di Dei col Ratto delle Sabine sotto il fregio il già mentovato Ottavio Semino, a cui servirà sempre di gran lodi l’abbaglio o vero o esagerato del celebre Giulio Procaccino il quale,come narra il Soprani,osservando le dette pitture a quei di sua comitiva disse: ” Avete voi si bell’opra di Raffaello e prima d’ora non me la faceste vedere?”. Queste facciate dipinte sono un glorioso reliquato del buon gusto del secolo decimoquinto e ovunque se ne rinvengono fanno un decoro pubblico….è gran danno che invece di rimettersi questo bel modo si vada piuttosto estinguendo e anziché far dipingere nuovamente si imbianchi il dipinto. Così si legge nella Descrizione della città di Genova redatta da un anonimo nel 1818 a proposito del Palazzo Squarciafico che nel XIX secolo era proprietà della famiglia Invrea che poi diede il nome alla piazza. Il palazzo fu edificato nel 1565 su preesistenti palazzi medioevali dei quali ne ingloba una torre.  Singolare il fatto che l’ anonimo scrittore evidenziasse con rammarico l’ atteggiamento dei genovesi più portati a rifare che a restaurare.

 

* nota di chi scrive

C’ERA UNA VOLTA PICCAPIETRA

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La chiesa di Santa Croce e di San Camillo è uno dei pochi edifici di Piccapietra che si è salvato dalla ristrutturazione, alcuni dicono distruzione,  del quartiere avvenuta a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Piccapietra è un antico quartiere genovese il cui toponimo deriva dal fatto che i suoi  abitanti erano prevalentemente scalpellini e tagliapietre. Il nuovo piano regolatore salvò questo tempio dalla distruzione ed oggi circondato come è da palazzate in ferro/cemento e vetro ci sembra una zattera in mezzo ad un oceano ostile. L’autore dell’ edificio fu l’architetto lombardo Carlo Muttone, la facciata presenta due ordini di lesene con capitelli a stucco, sopra il portone due angeli reggono lo stemma dell’ordine dei Camilliani. Il fondatore di quest’ordine Camillo de Lellis nato nel 1550 a Bucchianico, dopo aver fatto lo scavezzacollo in gioventù, a 25 anni si pentì della sua vita dissoluta e si fece frate cappuccino fondando la Congregazione dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi i cosiddetti Camilliani per l’appunto, nel 1594 arrivò a Genova da Milano e con l’ aiuto del nobile Centurione  fece costruire un primo tempio poi demolito  vicino a quello attuale che fu edificato nel 1671. La titolazione alla “Santa Croce” ricorda il ritrovamento della croce su cui fu morì  Cristo da parte di Elena madre dell’imperatore Costantino nel 326 d.C.

MARC’ANTONIO FRANCESCHINI ed i FILIPPINI

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Il pittore Marc’Antonio Franceschini ( Bologna 1648 – 1729 ) dopo esser stato allievo di Giovanni maria Galli, divenne uno dei collaboratori più apprezzati di Carlo Cignani, sotto la direzione di questo insigne maestro il Nostro dipinse ad olio ed a fresco molte opere a Bologna, Modena, Piacenza ed a Reggio Emilia, riscuotendo fama e consensi. Nel 1714 si trasferì a Genova con suo figlio Giacomo, Giacomo Boni ed il quadraturista Mario Hoffner perchè i “Filippini”  gli diedero l’ incarico di affrescare la volta del tempio dedicato a San Filippo Neri in Via Lomellini, inoltre il Franceschini avrebbe dovuto dipingere otto tele che avrebbero dovuto illustrare la vita del santo,  tele che il Nostro realizzò a tempera, per completare il lavoro impiegò sei mesi, oltre all’affresco della volta che  celebra la Gloria di San Filippo Neri, sono suoi anche i medaglioni laterali monocromi ed i quadri sotto il cornicione che illustrano alcuni episodi della vita del santo.

QUARTO DEI MILLE

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Nel 1915,  a Quarto ( Genova ) sul capo di fronte allo scoglio da cui si imbarcarono nel 1860 i mille soldati volontari al seguito di Giuseppe Garibaldi diretti a Marsala, fu eretto un gruppo monumentale in bronzo realizzato dallo scultore Eugenio Baroni ( Taranto 1880 – Genova 1935 ) per ricordare ai posteri l’evento. Il monumento fu inaugurato alla presenza delle massime autorità cittadine  e di Gabriele D’Annunzio che tenne un discorso commemorativo. Il Baroni, allievo di Scanzi all’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, fu influenzato nella sua arte da Rodin e dal simbolismo di Leonardo Bistolfi per giungere poi ad uno stile impregnato d’un espressionismo molto personale. Non molti anni or sono, i nomi di quei garibaldini che per puri ideali accettarono di sacrificarsi per una patria che ancora non esisteva, sono stati impressi in una stele bronzea inchiavardata sugli scogli antistanti al mare così come aveva auspicato Cesare Abba.  20190303_162144

C’ERA UNA VOLTA IL DIO PENN

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Borzonasca è un paesino che fa parte della città metropolitana di Genova, è collocato nell’alta valle Sturla, lì dove il torrente omonimo confluisce nel torrente Penna, confina con il parco naturale dell’Aveto, recentemente assunto all’onore delle cronache per i branchi di cavalli selvaggi che vi vivono. Borzonasca fu dominio dei conti Fieschi di Lavagna che qui costruirono roccaforti e castelli, perché questa zona era strategica essendo un crocevia tra la costa ed il retroterra. Qui, presso la frazione di Borzone, a metà strada tra l’abbazia di Sant’Andrea ed il paese di Borzonasca, c’è una incisione rupestre tra le più grandi di Italia, un’incisione che lascia senza fiato. Una leggenda locale afferma che i monaci della vicina abbazia, una volta all’anno, si recavano sotto questa rupe a pregare, perché in questo viso scolpito nella roccia riconoscevano le sembianze del Cristo. L’incisione rupestre fu scoperta in data relativamente recente,  all’inizio si pensò che fossero stati i monaci della vicina abbazia a scolpire la roccia, ma quando gli studiosi fecero un esame accurato della rupe, con immenso stupore, si resero conto che questo enorme manufatto risaliva a diverse migliaia d’anni fa, probabilmente all’epoca paleolitica, quindi molto prima che i romani conquistassero la Liguria, quando le popolazioni celtiche che qui vivevano adoravano il dio delle montagne chiamato Penn, ( il monte Penna era ritenuto la sua casa) e prima che questo mito fosse sostituito da quello di Giove Pennino. Un’altra cosa mirabolante è che al verso di questa roccia pare sia scolpito un altro viso, come fosse un Giano bifronte, si sarebbe appurato ciò mediante l’uso di un drone, ma questo onestamente non l’ho appurato di persona ma mi è stato detto da un personaggio incontrato in loco. 

LA RIVOLUZIONE DI CARAVAGGIO

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A Genova è stata allestita una splendida mostra nel palazzo della Meridiana dal nome: “Caravaggio e i Genovesi, Committenti, collezionisti, pittori” curata da Anna Orlando, una storica dell’arte che, oltre ad essere una studiosa stimata a livello internazionale, è anche una profonda conoscitrice del patrimonio collezionistico privato. La mostra, pur non essendo grande, ( le opere esposte sono una trentina) è interessantissima perché mostra alcuni dipinti inediti  di collezione privata per la prima volta esposti al pubblico.  La Orlando, partendo dal presupposto che il patriziato genovese fu tra i principali committenti del grande pittore lombardo, asserisce che: ” La rivoluzione di Caravaggio è fatta di luce, di realismo, di teatralità e di enfasi” e questo potente messaggio pittorico non poteva essere ignorato sia dai pittori che lo conobbero personalmente nel suo soggiorno romano, sia da quelli che videro le sue opere straordinarie nelle case dei Giustiniani, dei Doria e degli Imperiale. Caravaggio soggiornò a Genova nel 1605 ed anche se la sua presenza in città fu di breve durata, la poetica caravaggesca ed il suo modo di far pittura conquistarono senza se e senza ma quella parte di collezionisti aperti ad una nuova visione che non fosse quella del tradizionale tardo manierismo imperante a Genova all’inizio del XVII secolo, così vicino a ” l’Ecce Homo”  attribuito al Caravaggio,  troviamo opere dei liguri Strozzi, Fiasella, Assereto e tanti altri che, per la bellezza dei dipinti esposti, vi lasceranno senza fiato. Nella foto un olio su tela di Bernardo Strozzi detto il Cappuccino o il prete genovese ( Genova 1581 – Venezia 1644  ) di proprietà del Museo dell’ Accademia Ligustica di Belle Arti in mostra al Palazzo della Meridiana.

SANTA CATERINA ED IL MIRACOLO DEL SUO CORPO INCORROTTO

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Forse non tutti sanno che nelle chiese genovesi sono conservati i corpi incorrotti di un beato e di tre santi, uno di questi appartiene a Santa Caterina da Genova. Caterina nacque nel 1447 a Genova da una delle più nobili famiglie della Repubblica “I Fieschi”, pur avendo sin da giovane espresso il desiderio di ritirarsi in convento, il padre la diede in sposa appena diciassettenne a Giuliano Adorno a cui non diede eredi. Ad un certo punto della sua esistenza ebbe una visione in cui Cristo la esortava a cambiare il suo stile di vita e da allora Caterina si dedicò anima e corpo alla cura ed all’assistenza dei malati sino alla sua morte avvenuta nel 1510. Caterinetta, così veniva chiamata dai suoi conoscenti, venne messa in una cassa di legno nella chiesa dell’ospedale di Pammatone e murata in un punto dove era malauguratamente stata posta una condotta d’ acqua che perdeva e che alla fine fece tanto gonfiare il legno da scoperchiare la cassa, singolare è la descrizione di come fu rinvenuto il corpo dopo diciotto mesi dalla morte: la cassa di legno era marcita ed i vermi avevano divorato i vestiti e le tele che fasciavano il corpo di Caterina  ma questo risultava incorrotto e con la carne così palpabile che in toccarla pareva carne disseccata…. Dopo la sua canonizzazione nel 1738 il corpo di Santa Caterina fu posto in un’ urna di cristallo e bronzo sorretto da un complesso monumentale in marmo realizzato da Francesco Maria  Schiaffino visibile nella chiesa della S.S.Annunziata di Portoria.

ANSALDO PRECURSORE DEL BAROCCO

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Andrea Ansaldo nato a Voltri (GE) nel 1584 fu definito dal Soprani “pittore prospettico” per la sua grande abilità di costruire lo spazio sia nelle sue opere da cavalletto, sia nella pittura a fresco, suo primo maestro fu Orazio Cambiaso, figlio del grande Luca, del quale si sa poco e niente, poi vengono le influenze dei toscani che passarono da Genova come il Lomi  ed il Passignano ed anche i  lombardi, che fecero grande la pittura milanese del primo ‘600, quali il Cerano, il Morazzone ed il Procaccini ed infine i grandi maestri fiamminghi che, attratti dal mecenatismo  delle famiglie genovesi, soggiornarono a periodi alterni nella nostra città. il Nostro è il pittore che meglio esprime il passaggio tra la vecchia scuola e le nuove tendenze che porteranno alla rivoluzione barocca.  All’inizio Ansaldo privilegia la centralità della figura,  come nel Sant’ Erasmo di Voltri, poi lo schema iconografico si fa più libero ed al grande interesse per l’intensità del colore e per le preziosità delle vesti e dei gioielli, si unisce una poetica in cui è presente un forte contrasto chiaroscurale. Andrea Ansaldo fu l’ artefice degli affreschi della cupola della chiesa dell’Annunziata del Vastato, e guardando quest’opera magistrale si può affermare senza ombra di dubbio che questo maestro realizzò la prima grandiosa affermazione dello stile barocco a Genova. Nella foto la Salomè custodita nel museo di Palazzo Bianco di Via Garibaldi a Genova. A Cadice in Spagna, nella cattedrale vecchia,  si trova una  pala d’ altare a lui attribuita in cui è rappresentato un San Sebastiano, qui i contrasti luce ombra hanno il sopravvento sul colore, la scena è scarna, l’ attenzione del fruitore è concentrata sul martire che è l’ unico protagonista della scena e  l’ angelo dipinto in secondo piano non fa che esaltarne la figura.  L’atto di morte del pittore redatto nel 1638,  che si trova nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Genova lo definisce: ” Pictor egregius et magnae existimationis” .

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UNA CONVERSIONE CAPOLAVORO

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Nel centro storico di Genova, a metà di via san Luca, vi è una piazzetta nascosta dove è uno dei più bei palazzi della città : il Palazzo Spinola di piazza Pellicceria sede della Galleria Nazionale. Oggi 25 Gennaio si festeggia la conversione di San Paolo e per me è occasione per presentarvi questo bel dipinto conservato in questa prestigiosa casa museo, si tratta d’ una grande pala d’altare realizzata dal pittore Valerio Castello                ( Genova 1624 – 1659 ) negli anni 40 del ‘600 per la chiesa di San Paolo di Prè oggi non più esistente, nel 1797 il grande dipinto fu portato nella chiesa di Santo Stefano dove purtroppo fu danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ciononostante, il genio di questo artista, prematuramente stroncato dal’epidemia di peste che a metà del secolo XVII  decimò la popolazione di Genova e uccise gran parte dei pittori protagonisti della svolta artistica generata dalla influenza che ebbe Rubens ed i pittori fiamminghi sugli artisti locali, il genio  del Castello dicevo affiora prepotentemente in questo quadro dove è raffigurata la conversione di Paolo sulla via di Damasco,   un’iconografia ed un modulo compositivo in parte ispirato dalle opere del grande maestro fiammingo, specialmente dal ritratto equestre di Gio Carlo Doria dal quale il Nostro ha mediato l’energica postura del destriero.