Un Altare da favola

La “Grande Genova” a ponente termina con il quartiere di Voltri, il toponimo deriva probabilmente dal fatto che anticamente il luogo fu abitato dalla popolazione ligure preromana dei Veituri, una popolazione combattiva, se si considera che nelle mappe antiche uno dei nomi con cui veniva indicato il sito fu Hasta Veiturium ( in latino hasta significa lancia ). A Voltri lungo l’antica via Emilia costruita dai romani nel 105 a.C. fu costruita dagli Ospedalieri di San Giovanni di Prà, nella prima metà del XIII secolo, una cappella dedicata a Sant’Erasmo protettore dei marinai, molti secoli dopo nel 1652 fu eretto il tempio che ancor oggi possiamo ammirare dedicato ai santi Erasmo e Nicolò. Gli interni della chiesa a tre navate sono fastosi, tra le splendide opere d’arte contenute, forse la più spettacolare é l’altare del Rosario costruito nel 1679, che con i suoi marmi policromi intarsiati e le sue colonne tortili realizzate in marmo rosso di Francia esalta la monumentale scultura della Madonna con il Bambino Gesù rappresentata con sulla testa la corona imperiale, opera del grande scultore genovese Domenico Parodi ( 1672 – 1742 ), la Madre di Cristo, lo ricordiamo, fu eletta dai Genovesi regina della città nel 1637. L’ artefice di questo splendido altare fu uno scultore solo recentemente riscoperto: il ” maestro marmararo ” Anselmo Quadro ( 1643 -1693 ).

Il Forte Diamante non brilla più

Sin dal lontano 1395 sul Monte Diamante a 667 metri s.l.m. , tra la val Polcevera e la Val Bisagno, esisteva un’antica postazione militare, l’attuale costruzione “Forte Diamante” fu eretta tra il 1756 e il 1759, costruita grazie al generoso contributo di 50.000 lire del marchese Giacomo Filippo Durazzo. Originariamente, sopra l’ingresso del forte esisteva una targa che ricordava questo gesto generoso e d’amor patrio, targa che oggi più non è in sito, perché qualcuno ha pensato bene di portarsela via come souvenir. Nella primavera del 1800 il forte difeso da circa 250 soldati al comando del francese Bertrand resistette all’esercito austriaco del generale Hohenzollern che li aveva posti sotto assedio, gli austriaci, ad un certo punto riuscirono a conquistare le ridotte dei “Due fratelli” che difendevano il forte Diamante ed intimò la resa a Bertrand dicendogli che altrimenti li avrebbe fatti uccidere tutti ” a fil di spada” la risposta di Bertrand fu: ” Signor Generale, l’onore che é il pregio più caro per i veri soldati, proibisce imperiosamente alla brava guarnigione che io comando, di rendere il forte di cui mi é stato affidato il comando, perché possa acconsentire alla resa per una semplice intimidazione e mi sta troppo a cuore , signor generale, di meritare la vostra stima per dichiararvi che la sola forma e l’impossibilità di difendermi più a lungo, potranno determinarmi a capitolare”. Il presidio non si arrese e la situazione si ribaltò quando da Genova arrivarono dei rinforzi che riuscirono a ricacciare indietro gli austriaci. La fortificazione che era dotata di 6 grossi obici e di due cannoncini fu definitivamente abbandonata nel 1914 e mai più utilizzata, neanche come attrazione turistica, un vero peccato perché questo é uno dei più bei forti di Genova.

“Capella de Luco” una chiesa per un santo foresto ( straniero )

Sant’ Eusebio é un borgo ubicato sulle alture che circondano Genova, prende il nome dalla sua chiesa le cui prime notizie risalgono al 1143 come “Capella de Luco” il toponimo deriva da “Lucus” che in latino significa bosco sacro. Eusebio da Vercelli nato a Cagliari nel 283 d. C. e morto a Vercelli nel 371 d. C. fu il primo vescovo di Vercelli e strenuo oppositore dell’eresia ariana, trovo singolare che tra tutti i santi nostrani a lui sia stato dedicato questo tempio, La chiesa, eretta da monaci benedettini provenienti dalla chiesa di San Siro di Struppa ( un tempo la zona era detta Molaciana ), costruirono qui anche un ospitale per i pellegrini; della costruzione originale resta la torre campanaria eretta in stile romanico. Nella chiesa attuale, più volte rimaneggiata, é una bella pala d’altare del pittore fiammingo Cornelis De Wael che rappresenta Sant’Eusebio tra i santi Giobatta e Sebastiano. In zona non ci sono ville del patriziato genovese, nel secolo scorso la località fu frequentata dai genovesi per le gite fuori porta, le scampagnate domenicali erano giustificate, oltre che per l’amenità del luogo, dalle numerose osterie e trattorie presenti ancor oggi qui. Nei miei ricordi di bambino sant’Eusebio é legato ad un buon panino di salame di sant’Olcese, fave fresche di giornata ed un bicchiere di vino bianco di Coronata, che aveva un sapore unico con un retrogusto di zolfo, un vitigno che non credo esista più. P.S. una volta il vino veniva dato anche ai bambini…. Nella foto la torre campanaria

Santa Maria in via Lata

A Genova, nel quartiere di Carignano c’é una salita che conduce alla piazza di Santa Maria in via Lata ove fu costruita l’omonima chiesa, per questo tempio edificato nel quarto decennio del 300 con la facciata in stile gotico a fasce alternate in marmo bianco e pietra nera di promontorio per volontà del cardinale Luca Fieschi, vale il detto: ” Se la fortuna é cieca la sfiga ci vede benissimo “, perché? ebbene ve lo racconterò in poche parole. Intorno a questa chiesa gentilizia della potente famiglia dei Fieschi sorgevano case ed un maestoso palazzo, forse il più sontuoso e bello della città, dalla sua posizione dominava tutta l’area circostante che, all’epoca in cui fu costruito, era scarsamente edificata, I Fieschi avevano amicizie altolocate sia a Genova sia Oltralpe e apertamente parteggiavano per il re di Francia, altra famiglia VIP del tempo fu quella dei Doria che invece avevano con la Spagna di Carlo V un rapporto privilegiato e che pian piano avevano oscurato la fama ed il potere dei Fieschi, fu così che Gian Luigi Fieschi, all’età di soli 24 anni, ordì una congiura nel 1546 che mirava a distruggere i Doria ed il loro potere. Naturalmente, come in tutte le congiure che si rispettano, il giorno prima Gian Luigi non mancò d’andare a trovare il vecchio Andrea Doria, che alla veneranda età di 80 anni aveva un sacco di magagne tra cui la gotta che spesso lo costringevano a stare a letto e d’ informarsi del suo stato di salute oltre che a quella di suo nipote Giannettino che Andrea aveva designato quale suo erede, mi pare di vederli, il vecchio ottuagenario seduto in poltrona e il Fieschi che gli dice: ” Comme te veddu ben e o te nevo comme o sta? ” e tanto pensava come ammazzarlo. Il giorno dopo, i seguaci dei Fieschi sfruttando l’effetto sorpresa, ebbero la meglio sui Doria, Giannettino alla Porta di San Tommaso fu ferito da un’archibugiata e poi finito con un colpo di scure, i congiurati conquistarono le porte della città e la darsena e qui subentrò la ” Sfiga” Gian Luigi Fieschi mentre conduceva i suoi armigeri all’ attacco della galea ammiraglia dei Doria , cadde da un pontile e la sua pesante armatura lo fece annegare in due metri d’acqua, morto il capo dei congiurati, le sorti della battaglia si invertirono e la vendetta di Andrea Doria fu terribile , tutti i Fieschi, tranne quelli che riuscirono a dimostrare la loro estraneità alla congiura, furono uccisi o cacciati in esilio ed i loro beni espropriati, il loro bel palazzo fu demolito sino alle fondamenta, così come tutte le case circostanti che a loro appartenevano, fu risparmiata solo la loro chiesa gentilizia dalla quale furono scalpellati tutti gli stemmi ed i fregi che inneggiavano alla grandezza dei Fieschi. Oggi, dopo esser stata chiesa, abbazia, mobilificio e magazzino, é sede della Confraternita di Sant’Antonio Abate ed anche atelier di restauro di Nino Silvestri, ma questa é tutta un’altra storia che vi racconterò in un’altra occasione.

Nicolò Tronci chi era costui?

Dalla stazione Brignole di Genova si arriva al mare percorrendo il viale delle Brigate Partigiane, da moltissimi anni sotto sopra per il rifacimento della copertura del torrente Bisagno. In fondo al viale, prospicente a quella che é la foce del torrente, fu collocata nel 1939 la statua detta del “Navigatore” inaugurata per la verità l’anno precedente dall’allora capo del governo Benito Mussolini al quale però, non essendo finita la scultura, fu mostrato un calco in gesso. L’artista che realizzò l’ opera Antonio Maria Morera ( Casale Monferrato 1885 – Genova 1964 ) usò come modello l’atleta genovese Nicolò Tronci, campione italiano di ginnastica che partecipò alle olimpiadi di Berlino del 1936. Lo scultore realizzò quest’opera pensando ad una figura possente dai muscoli guizzanti, che doveva esser completamente nuda ma, data la censura dell’epoca, alla fine gli furono coperte le pudende con un succinto perizoma. Originariamente sul basamento era una scritta che recitava così: ” Giovinezza del Littorio fa di tutti i mari il mare nostro” ,la scritta venne scalpellata alla caduta del regime fascista, mentre invece l’altra scritta sull’ arco, che é dello storico Plutarco, venne lasciata, la scritta latina dice: “Vivere non necesse, navigare necesse est” , Plutarco la attribuisce al triunviro Pompeo che volle affrontare il mare tempestoso con le sue navi per portare il grano d’ Egitto a Roma e poter così sfamare la popolazione. Gabriele d’Annunzio disse a proposito del “Navigatore” che rappresentava l’uomo ligure rude e tenace che con un pesante remo in mano, scruta l’orizzonte alla ricerca di pericoli e nemici pronto a difendere i suoi concittadini da chi avesse osato muovere guerra contro di loro.

Il Fantasma dell’Opera di Genova

A Genova, dove oggi é Piazza De Ferrari, centro ideale della città ed il Teatro dell’opera Carlo Felice, anticamente era ubicata la chiesa ed il monastero di San Domenico. La chiesa fu eretta alla fine del XIV ° secolo dove esisteva un tempio sotterraneo dedicato al dio Mitra e dal 1540 fu sede del famigerato Tribunale della Santa Inquisizione, detto ciò quale antefatto alla nostra storia, in vico del Filo visse ed ebbe una bottega un mastro liutaio che di nome faceva Battista Carbone, il Carbone aveva una figlia di nome Leyla, che oltre ad essere bellissima, suonava il liuto e cantava con una voce dolcissima, così bella da far innamorare il giovane Camillo Negrone, figlio d’una delle più facoltose famiglie patrizie di Genova. Quando l’amore tra i due giovani fu di pubblico dominio, i Negrone si infuriarono all’idea che il loro figlio impalmasse la figlia d’un semplice artigiano ed anche perché loro avevano già promesso il ragazzo ad Isabella figlia della ricca famiglia dei Dureto. La madre di Isabella, venuta a conoscenza che Camillo di sposare sua figlia non ne voleva più sapere, pagò una delinquente di nome Garbarino perché denunciasse Leyla d’aver rubato ostie consacrate dalla chiesa di Santa Maria delle Vigne per poter fare sortilegi e fatture, in pratica l’accusò di stregoneria, dopodiché gli armigeri si presentarono alla casa del Liutaio, presero Leyla e la trascinarono davanti ai giudici del tribunale dell’ Inquisizione i quali le intimarono di confessare spontaneamente le sue colpe e dato che la povera ragazza, che al tempo aveva solo 16 anni, piangendo si dichiarò innocente, la fecero rinchiudere nelle segrete del monastero dove esisteva una stanza detta ” examinatorio ” nella quale con beneplacito papale si poteva esercitare la tortura sino alla piena “spontanea ” confessione del reo, in questo caso della rea, ma Leyla non resse a tante emozioni e cattiverie ed il suo giovane cuore si spezzò. Appena ne fu accertato il decesso, la ragazza fu sepolta in una cripta del Monastero in fretta e furia e di lei non si seppe più nulla. Passarono gli anni, la Serenissima Repubblica cadde con l’arrivo di Bonaparte, poi ci fu l’annessione al regno del Piemonte e Sardegna, il monastero e la chiesa di San Domenico andarono in rovina e furono demoliti definitivamente per volontà del re Carlo Felice, al suo posto venne costruito un monumentale teatro dell’Opera e qui nel 1828 ci fu la prima apparizione, durante una rappresentazione fu vista nel foyer del teatro una bellissima giovane dai capelli lunghi e sciolti, vestita con un abito di velluto scuro che le arrivava sino ai piedi, al suo passaggio restò nell’aria un tenue profumo di rose, il suo viso aveva un’espressione dolce ma triste e come comparve misteriosamente così scomparve. Successivamente molti la videro in altre occasioni ed alcuni affermano che in mano talvolta stringe un liuto sul suo cuore.

L’immagine rappresenta la chiesa ed il monastero di San Domenico in un’incisione di G.B. Probst del 1730