UN DIPINTO MISTERIOSO

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A Genova, vicino alla fermata del metrò di Sarzano, vi è l’ ingresso del museo di Sant’ Agostino, qui nel settore dedicato all’arte medioevale si può ammirare una misteriosa tavola riportata su tela che raffigura La Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista, Erasmo, Chiara e Francesco d’ Assisi. Il dipinto datato 1466 è firmato ” Leonardo da Papia ” che i critici in primis avevano individuato in Leonardo Vidolenghi pittore pavese, attribuzione peraltro incerta. Opera dunque datata e firmata ed allora vi chiederete perché misteriosa? ebbene la risposta è che di questo dipinto non si conosce la provenienza, né la committenza e neppure la sua collocazione originaria, opera indubbiamente interessante in cui elementi tardo gotici coesistono con altri rinascimentali, ad esempio in una elementare prospettiva il Nostro realizza un’ iconografia su di un unico pannello invece di indirizzarsi verso la struttura tradizionale del polittico suddiviso in scomparti, collocando i personaggi rappresentati in una nicchia avente la parete di fondo decorata con azulejos (*), che erano comuni a Genova come rivestimento parietale in epoca rinascimentale, l’ impiego dell’arco a tutto sesto poi è utilizzato come raccordo spaziale tra l’ osservatore ed il dipinto come fosse una cornice.

(*) Le azulejos sono un tipico ornamento dell’architettura portoghese e spagnola consistente in piastrelle di ceramica non molto spesse e con una superficie smaltata e decorata.

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UN GIARDINO CONCEPITO COME UN’OPERA TEATRALE

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La Villa Durazzo Pallavicini a Pegli ( Genova ) è giustamente famosa per il suo parco che il marchese Ignazio Pallavicini fece progettare dallo scenografo del teatro Carlo Felice Stefano Canzio, i lavori si protrassero per sei anni dal 1840 al 1846 e realizzarono un’ opera considerata uno dei più bei giardini romantici ottocenteschi, un parco concepito come un’ opera teatrale in tre atti con un prologo introduttivo ed un epilogo, ogni atto è composto di quattro scene composte da architetture, torrenti, fontane, laghetti, piante esotiche ed autoctone, scelte una per una per le loro caratteristiche compositive o evocative, si passa da luoghi ombrosi ed inquietanti ad altri sereni e luminosi, da scenografie neoclassiche ad ambientazioni medioevali ed esotiche, vivendo un racconto che porta ad un unico filo conduttore. Nel primo atto si invita il visitatore ad abbandonare le preoccupazioni quotidiane per immergersi nella natura, nel secondo atto viene rappresentata la storia rievocando eventi ispirati al mondo cavalleresco medioevale, il terzo atto è quello della purificazione, attraverso una grotta che rappresenta gli inferi si arriva alla scenografia del lago grande che rappresenta il “Paradiso ” che dovrebbe essere il fine ultimo della nostra esistenza.

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Un ringraziamento alla signora Sara Caprini e all’ ” Arco di Giano ” che mi hanno fornito le belle foto pubblicate in questo post

UNA GALLERIA REGALE

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A Genova, a pochi passi dalla Stazione di Porta Principe, vi è lo splendido palazzo Balbi Durazzo acquisito da casa Savoia all’inizio del XIX secolo come dimora di rappresentanza, qui é la famosa  “Galleria degli Specchi” che aveva nelle sue decorazioni un programma moraleggiante, infatti gli dei rappresentati negli affreschi di Domenico Parodi ( 1672-1742) realizzati nel primo 700 : Venere, Bacco ed Apollo sono le divinità pagane ritenute responsabili della rovina dei grandi regni dell’ antichità ( Assiro, Persiano e Greco-Romano ), l’ affresco del centro della volta mostrato nella foto rappresenta la toeletta di Venere.

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Mèghi a Megùin de Zena ( medici e mediconi di Genova ) contro a peste

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A Genova nel 1515  alla foce del torrente Bisagno, dove oggi è il complesso della Fiera del Mare,  fu ultimato un Lazzareto usato per ricoverare i malati di ” morbo pestifero “. Oggi di questo edificio non resta più niente, anche se, a detta degli storici, era amplissimo. Il Lazzareto si era reso necessario, come detto sopra, per cercare d’ isolare la peste che nel 1656 fece 92.000 vittime riducendo alla metà la popolazione di Genova. Bartolomeo Alizeri ” fisico e medico de primari del grande spedale di Pammatone ” pubblicò un libro a proposito di come ci si doveva comportare in caso di contagio o per evitarlo, la peste fu da lui definita ” un tossico”  fra i veleni corrosivi, fermentativi e vaporosi, per evitarlo i medici, preti e farmacisti, che erano le categorie più esposte al contagio, non dovevano indossare indumenti di lana per il dimostrato loro potere di trattenere il sale venefico e contagioso, dovevano indossare una casacca di tela cerata ed un cappuccio forato all’altezza degli occhi ed una maschera sulla bocca contenente sostanze odorose quali timo, rosmarino e salvia, in mano era d’ obbligo tenere delle palle con balsami, anche queste per allontanare il pericolo di contagio ( da lì forse nacque il detto non raccontiamoci delle palle! ) e come dieta “pesce” perché Aristotele aveva affermato che i pesci erano immuni alla peste. Le cure che andavano per la maggiore erano: la somministrazione di pietre preziose finemente polverizzate dagli ” Speziali “, i massaggi alla regione cardiaca con l’ olio di scorpione….. le piaghe poi venivano lavate con l’ aceto e poi medicate con un miscuglio di sale comune e fuliggine da camino…. da evitare assolutamente gli amuleti perché indegni per dei buoni cristiani.

Nella foto una sala del museo di Palazzo Tursi dedicata agli speziali ed ai cerusici.

 

PICCIONI MONUMENTALI

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Gli italo argentini regalarono a Genova il monumento equestre del generale Manuel Belgrano ( 1770-1820) che dal 1927 troneggia su una base di granito rosso delle Ande in Piazza Tommaseo. Belgrano, il cui padre era Ligure di Oneglia, oltre ad essere generale, fu patriota,  creatore della bandiera dell’ Argentina ed uno dei principali artefici della indipendenza e dall’affrancamento dalla corona spagnola del paese sud americano, pochi sanno che  esiste un altro monumento uguale  nella città argentina di Rosario da Fé. Detto ciò è un peccato che i piccioni di Genova, da quando hanno saputo di vivere nella città che ha dato i natali a Cristoforo Colombo, come affermato dal mio amico Roby Carletta nel suo libro “Genovesi quelli del belandi”.. la fanno cadere dall’alto… e posizionati sull’austero monumento aspettano pazientemente che un malcapitato ci passi sotto per bombardarlo senza pietà.

 

UN ARCILE OSPEDALIERO

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Il grande arcile, in mostra nel Museo dei Beni Culturali Cappuccini di Genova, apparteneva in origine all’antico ospedale di Pammatone oggi non più esistente. L’arcile era un mobile destinato a custodire la farina o le granaglie ed era  caratterizzato da un piano sagomato a schiena d’asino, desume il suo nome dal latino medioevale,  la sua tipica forma   imitava le sepolture gotiche ad arca. L’ arcile mostrato nella foto, realizzato in legno di noce, risale alla metà del XVII secolo ed ha del miracoloso che sia arrivato fino a noi uomini e donne del terzo millennio, infatti questi mobili d’ uso comune erano destinati a diventare legna da caminetto quando perdevano la loro utilità.

CIAETI (chiacchere) PERICOLOSI

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Se a Genova visiterete il Palazzo Ducale ( oddio dovrebbe chiamarsi Dogale dato che era il luogo dove risiedeva il Doge, suprema autorità della Serenissima Repubblica di Genova ), entrando nel Palazzo dall’ingresso posto in Piazza De Ferrari, prima del grande atrio voltato progettato dal Vannone alla fine del XVI secolo, vi troverete nel ” Cortile Minore ” realizzato a cielo aperto, qui incastonato nella parete di sinistra vedrete una specie di buca per le lettere con scritto sopra :” Avvisi alli Illustrissimi Supremi Sindicatori “, cosa serviva?  ebbene chiunque poteva scrivere una lettera firmata o anonima denunciando delitti veri o presunti, anche se non direttamente a conoscenza dei fatti, il tipico modo di dire dei genovesi  m’ han vouxou dì  ( ho sentito dire in giro ), così gli armigeri venivano inviati a casa del denunciato, lo accompagnavano nel palazzetto criminale o alla torre Grimaldina dove c’ era un locale chiamato “Examinatorio” qui il malcapitato veniva coscienziosamente torturato dai giudici ( sempre forestieri per garantire l’ imparzialità del giudizio ) fino alla piena confessione, che, dopo mezzora di “corda “(*) arrivava puntualmente.

(*) La ” Corda ” consisteva nel legare le braccia del’ imputato dietro la schiena con ai piedi dei pesi più o meno gravi   ed alzare il corpo di strappo a qualche palmo da terra.