IL PALAZZO SQUARCIAFICO

 

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…in piazzetta Squarciafico ( ora Invrea * ) è un palazzo del quondam Ippolito Invrea: in esso dentro nel portico e nella facciata ha dipinte immagini di Dei col Ratto delle Sabine sotto il fregio il già mentovato Ottavio Semino, a cui servirà sempre di gran lodi l’abbaglio o vero o esagerato del celebre Giulio Procaccino il quale,come narra il Soprani,osservando le dette pitture a quei di sua comitiva disse: ” Avete voi si bell’opra di Raffaello e prima d’ora non me la faceste vedere?”. Queste facciate dipinte sono un glorioso reliquato del buon gusto del secolo decimoquinto e ovunque se ne rinvengono fanno un decoro pubblico….è gran danno che invece di rimettersi questo bel modo si vada piuttosto estinguendo e anziché far dipingere nuovamente si imbianchi il dipinto. Così si legge nella Descrizione della città di Genova redatta da un anonimo nel 1818 a proposito del Palazzo Squarciafico che nel XIX secolo era proprietà della famiglia Invrea che poi diede il nome alla piazza. Il palazzo fu edificato nel 1565 su preesistenti palazzi medioevali dei quali ne ingloba una torre.  Singolare il fatto che l’ anonimo scrittore evidenziasse con rammarico l’ atteggiamento dei genovesi più portati a rifare che a restaurare.

 

* nota di chi scrive

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C’ERA UNA VOLTA PICCAPIETRA

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La chiesa di Santa Croce e di San Camillo è uno dei pochi edifici di Piccapietra che si è salvato dalla ristrutturazione, alcuni dicono distruzione,  del quartiere avvenuta a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Piccapietra è un antico quartiere genovese il cui toponimo deriva dal fatto che i suoi  abitanti erano prevalentemente scalpellini e tagliapietre. Il nuovo piano regolatore salvò questo tempio dalla distruzione ed oggi circondato come è da palazzate in ferro/cemento e vetro ci sembra una zattera in mezzo ad un oceano ostile. L’autore dell’ edificio fu l’architetto lombardo Carlo Muttone, la facciata presenta due ordini di lesene con capitelli a stucco, sopra il portone due angeli reggono lo stemma dell’ordine dei Camilliani. Il fondatore di quest’ordine Camillo de Lellis nato nel 1550 a Bucchianico, dopo aver fatto lo scavezzacollo in gioventù, a 25 anni si pentì della sua vita dissoluta e si fece frate cappuccino fondando la Congregazione dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi i cosiddetti Camilliani per l’appunto, nel 1594 arrivò a Genova da Milano e con l’ aiuto del nobile Centurione  fece costruire un primo tempio poi demolito  vicino a quello attuale che fu edificato nel 1671. La titolazione alla “Santa Croce” ricorda il ritrovamento della croce su cui fu morì  Cristo da parte di Elena madre dell’imperatore Costantino nel 326 d.C.

MARC’ANTONIO FRANCESCHINI ed i FILIPPINI

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Il pittore Marc’Antonio Franceschini ( Bologna 1648 – 1729 ) dopo esser stato allievo di Giovanni maria Galli, divenne uno dei collaboratori più apprezzati di Carlo Cignani, sotto la direzione di questo insigne maestro il Nostro dipinse ad olio ed a fresco molte opere a Bologna, Modena, Piacenza ed a Reggio Emilia, riscuotendo fama e consensi. Nel 1714 si trasferì a Genova con suo figlio Giacomo, Giacomo Boni ed il quadraturista Mario Hoffner perchè i “Filippini”  gli diedero l’ incarico di affrescare la volta del tempio dedicato a San Filippo Neri in Via Lomellini, inoltre il Franceschini avrebbe dovuto dipingere otto tele che avrebbero dovuto illustrare la vita del santo,  tele che il Nostro realizzò a tempera, per completare il lavoro impiegò sei mesi, oltre all’affresco della volta che  celebra la Gloria di San Filippo Neri, sono suoi anche i medaglioni laterali monocromi ed i quadri sotto il cornicione che illustrano alcuni episodi della vita del santo.

QUARTO DEI MILLE

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Nel 1915,  a Quarto ( Genova ) sul capo di fronte allo scoglio da cui si imbarcarono nel 1860 i mille soldati volontari al seguito di Giuseppe Garibaldi diretti a Marsala, fu eretto un gruppo monumentale in bronzo realizzato dallo scultore Eugenio Baroni ( Taranto 1880 – Genova 1935 ) per ricordare ai posteri l’evento. Il monumento fu inaugurato alla presenza delle massime autorità cittadine  e di Gabriele D’Annunzio che tenne un discorso commemorativo. Il Baroni, allievo di Scanzi all’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, fu influenzato nella sua arte da Rodin e dal simbolismo di Leonardo Bistolfi per giungere poi ad uno stile impregnato d’un espressionismo molto personale. Non molti anni or sono, i nomi di quei garibaldini che per puri ideali accettarono di sacrificarsi per una patria che ancora non esisteva, sono stati impressi in una stele bronzea inchiavardata sugli scogli antistanti al mare così come aveva auspicato Cesare Abba.  20190303_162144

C’ERA UNA VOLTA IL DIO PENN

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Borzonasca è un paesino che fa parte della città metropolitana di Genova, è collocato nell’alta valle Sturla, lì dove il torrente omonimo confluisce nel torrente Penna, confina con il parco naturale dell’Aveto, recentemente assunto all’onore delle cronache per i branchi di cavalli selvaggi che vi vivono. Borzonasca fu dominio dei conti Fieschi di Lavagna che qui costruirono roccaforti e castelli, perché questa zona era strategica essendo un crocevia tra la costa ed il retroterra. Qui, presso la frazione di Borzone, a metà strada tra l’abbazia di Sant’Andrea ed il paese di Borzonasca, c’è una incisione rupestre tra le più grandi di Italia, un’incisione che lascia senza fiato. Una leggenda locale afferma che i monaci della vicina abbazia, una volta all’anno, si recavano sotto questa rupe a pregare, perché in questo viso scolpito nella roccia riconoscevano le sembianze del Cristo. L’incisione rupestre fu scoperta in data relativamente recente,  all’inizio si pensò che fossero stati i monaci della vicina abbazia a scolpire la roccia, ma quando gli studiosi fecero un esame accurato della rupe, con immenso stupore, si resero conto che questo enorme manufatto risaliva a diverse migliaia d’anni fa, probabilmente all’epoca paleolitica, quindi molto prima che i romani conquistassero la Liguria, quando le popolazioni celtiche che qui vivevano adoravano il dio delle montagne chiamato Penn, ( il monte Penna era ritenuto la sua casa) e prima che questo mito fosse sostituito da quello di Giove Pennino. Un’altra cosa mirabolante è che al verso di questa roccia pare sia scolpito un altro viso, come fosse un Giano bifronte, si sarebbe appurato ciò mediante l’uso di un drone, ma questo onestamente non l’ho appurato di persona ma mi è stato detto da un personaggio incontrato in loco. 

LA RIVOLUZIONE DI CARAVAGGIO

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A Genova è stata allestita una splendida mostra nel palazzo della Meridiana dal nome: “Caravaggio e i Genovesi, Committenti, collezionisti, pittori” curata da Anna Orlando, una storica dell’arte che, oltre ad essere una studiosa stimata a livello internazionale, è anche una profonda conoscitrice del patrimonio collezionistico privato. La mostra, pur non essendo grande, ( le opere esposte sono una trentina) è interessantissima perché mostra alcuni dipinti inediti  di collezione privata per la prima volta esposti al pubblico.  La Orlando, partendo dal presupposto che il patriziato genovese fu tra i principali committenti del grande pittore lombardo, asserisce che: ” La rivoluzione di Caravaggio è fatta di luce, di realismo, di teatralità e di enfasi” e questo potente messaggio pittorico non poteva essere ignorato sia dai pittori che lo conobbero personalmente nel suo soggiorno romano, sia da quelli che videro le sue opere straordinarie nelle case dei Giustiniani, dei Doria e degli Imperiale. Caravaggio soggiornò a Genova nel 1605 ed anche se la sua presenza in città fu di breve durata, la poetica caravaggesca ed il suo modo di far pittura conquistarono senza se e senza ma quella parte di collezionisti aperti ad una nuova visione che non fosse quella del tradizionale tardo manierismo imperante a Genova all’inizio del XVII secolo, così vicino a ” l’Ecce Homo”  attribuito al Caravaggio,  troviamo opere dei liguri Strozzi, Fiasella, Assereto e tanti altri che, per la bellezza dei dipinti esposti, vi lasceranno senza fiato. Nella foto un olio su tela di Bernardo Strozzi detto il Cappuccino o il prete genovese ( Genova 1581 – Venezia 1644  ) di proprietà del Museo dell’ Accademia Ligustica di Belle Arti in mostra al Palazzo della Meridiana.

SANTA CATERINA ED IL MIRACOLO DEL SUO CORPO INCORROTTO

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Forse non tutti sanno che nelle chiese genovesi sono conservati i corpi incorrotti di un beato e di tre santi, uno di questi appartiene a Santa Caterina da Genova. Caterina nacque nel 1447 a Genova da una delle più nobili famiglie della Repubblica “I Fieschi”, pur avendo sin da giovane espresso il desiderio di ritirarsi in convento, il padre la diede in sposa appena diciassettenne a Giuliano Adorno a cui non diede eredi. Ad un certo punto della sua esistenza ebbe una visione in cui Cristo la esortava a cambiare il suo stile di vita e da allora Caterina si dedicò anima e corpo alla cura ed all’assistenza dei malati sino alla sua morte avvenuta nel 1510. Caterinetta, così veniva chiamata dai suoi conoscenti, venne messa in una cassa di legno nella chiesa dell’ospedale di Pammatone e murata in un punto dove era malauguratamente stata posta una condotta d’ acqua che perdeva e che alla fine fece tanto gonfiare il legno da scoperchiare la cassa, singolare è la descrizione di come fu rinvenuto il corpo dopo diciotto mesi dalla morte: la cassa di legno era marcita ed i vermi avevano divorato i vestiti e le tele che fasciavano il corpo di Caterina  ma questo risultava incorrotto e con la carne così palpabile che in toccarla pareva carne disseccata…. Dopo la sua canonizzazione nel 1738 il corpo di Santa Caterina fu posto in un’ urna di cristallo e bronzo sorretto da un complesso monumentale in marmo realizzato da Francesco Maria  Schiaffino visibile nella chiesa della S.S.Annunziata di Portoria.