I Sauli gente ricca come il mare

San Francesco in estasi – basilica di Santa Maria Assunta di Carignano ( Genova )

Prima che Gian Luigi Fieschi ordisse la famosa congiura per liberare la città di Genova dallo strapotere dei Doria, la famiglia nobile dei Sauli, residente sulla collina di Carignano, usava la chiesa dei Fieschi , da loro poco lontana, per assistere alla celebrazione della messa domenicale, orbene, un giorno una dama Sauli mandò ai Fieschi un valletto chiedendo che ritardassero la funzione religiosa perché non era ancora pronta per uscire e pare che i Fieschi le abbiano risposto: ” Se vuoi fare i tuoi comodi costruisciti una chiesa per conto tuo”. Pare che da questo sgarbo sia nata l’iniziativa da parte dei Sauli di costruire una basilica che, con la sua magnificenza, avrebbe fatto crepare d’invidia quei maleducati dei Fieschi. Per il progetto fu incaricato Galeazzo Alessi da Perugia, i lavori iniziarono nel 1552 e si protrassero per molti anni, per la sua realizzazione furono spesi più di 100.000 scudi d’oro, grandi artisti dell’epoca, furono chiamati per abbellirla e tra questi un pittore emiliano Giovan Francesco Barbieri più noto con il suo soprannome ” Guercino ” ( Cento 1591 -Bologna 1666) che dipinse una pala d’altare con uno splendido San Francesco. Risultando la pala troppo piccola per il sito dove doveva esser posta, fu chiamato il pittore genovese Domenico Piola per dipingere gli sfondi, all’attento osservatore non può sfuggire questa extension che peraltro fu realizzata con rara perizia.

In evidenza

UN’ARTISTA SENESE PER CELEBRARE LA MADONNA DEL MONTE

Nell’anno del Signore 935 i saraceni fecero diverse incursioni a Genova in una delle quali saccheggiarono e misero a ferro e fuoco la città. Si narra che la popolazione che era riuscita a mettersi in salvo sulle alture, vide una luce soprannaturale accendersi su un monte posto alle spalle della città in fiamme, tutti gridarono al miracolo e quando nel 958 re Berengario II e suo figlio Adalberto riconobbero privilegi ed autonomie alla città, in segno di ringraziamento alla Madonna, consacrarono il monte che avevano visto illuminato alla Madre di Cristo. Una prima cappella fu edificata nel 958 poi ampliata nei secoli successivi sino ad arrivare ai primi anni del XVII secolo quando iniziarono i lavori di ristrutturazione della chiesa che prese l’aspetto attuale in stile barocco. La cripta, insieme al coro soprastante, fu costruita nel secondo decennio del ‘600 su iniziativa della famiglia Saluzzo che ne acquistò il patronato ed il diritto di sepoltura, nel 1630 fu posta sull’altare la statua lignea della Madonna del Monte attribuita allo scultore senese Francesco di Valdambrino ( 1375 c. -1435 ) discepolo di Jacopo della Quercia, gli affreschi della volta, che illustrano episodi della vita della Vergine, sono di Gio. Andrea Ansaldo pittore Voltrese ( 1584-1638). Il paliotto dell’altare non è quello originale che fu rubato, pardon disparu, nel periodo della dominazione napoleonica, l’ attuale è opera di G.B. Semino.

Una distruzione nel nome di Dio

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  • Nell’anno del Signore 1659 quando i Gesuiti di Genova acquistarono dai De Franceschi la  villa patrizia di loro proprietà  per farne la loro casa madre, la prima cosa che fecero fu cercare di cancellare per sempre gli affreschi che decoravano il piano nobile di questa dimora, i dipinti realizzati da Andrea Semino nel 1559 ( Genova 1526 – 1594 )  e dalla sua bottega, si ispiravano ad episodi della storia romana ed alle” Metamorfosi ” di Ovidio. I  seguaci di Sant’Ignazio da Loyola, con feroce determinazione, cercarono, come detto, di distruggerli tutti ritenendoli osceni perché contrari alla morale ed alla fede cristiana. Passarono gli anni ed il complesso dei Gesuiti intitolato a Sant’Ignazio crebbe in spazi e volumi arricchendosi d’una chiesa e d’un seminario, poi arrivarono le riforme napoleoniche con la soppressione degli ordini religiosi ed il complesso si trasformò in caserma. La seconda guerra mondiale, con i bombardamenti che seguirono e la parziale distruzione dell’edificio,  sembrarono scrivere la parola fine a questo sito ridotto in rovina. Nel 1986 il Comune acquisì quest’area  per poter custodire in questo edificio l’ Archivio di Stato di Genova con i suoi tesori cartacei ed incominciò a predisporre una serie di imponenti lavori di restauro, fu a questo punto che sotto numerosi strati d’intonaco furono rinvenuti in alcuni saloni del piano nobile gli affreschi che tutti ritenevano perduti per sempre. Quello mostrato nella foto rappresenta il ratto delle Sabine da parte dei romani. Lo stile del Semino si concentra sugli aspetti salienti della narrazione pittorica trascurandone i dettagli, è uno stile semplice e sobrio dal quale si evince la sua formazione dal manierismo toscano.

Sant’Agata a Genova

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Il culto per questa santa vergine, martirizzata a Catania sotto l’ imperatore Decio nel III secolo, fu portato a Genova da tempi immemorabili, la sua chiesa ed il convento  sorto nella zona di San Fruttuoso, sono citati in atti notarili sin dal 1191 come “Ecclesia de capite pontis Bisannis”, qui oltre il convento, esisteva anche un ospitale per dar rifugio e ristoro ai pellegrini che percorrendo l’ antica via romana si recavano in pellegrinaggio nella Città Eterna; al convento si accedeva attraverso un archivolto ancora esistente sul quale è leggibile un affresco raffigurante  sant’Agata al centro ed ai lati San Fruttuoso di Tarragona e sant’Antonio, nelle vicinanze vi sono due delle 28 arcate del ponte di Sant’Agata murate ma ancora ben visibili, il ponte di sant’ Agata, quasi completamente distrutto dalle devastanti piene del Bisagno, originariamente partendo da Borgo Pila arrivava proprio vicino alla chiesa omonima per una lunghezza di 280 metri. La chiesa  ospitò nei secoli le monache cistercensi, poi le canoniche Lateranensi, poi gli Agostiniani sino alla soppressione degli ordini religiosi quando cadde la Repubblica Aristocratica  di Genova nel 1797.  Il complesso monastico con la sua chiesa  acquistato dalla famiglia Pedemonte nel 1827  fu ceduto alle Maestre Pie di Sant’Agata che lo abitano ancora oggi e vi gestiscono una scuola dell’infanzia. Anticamente intorno alla mura del complesso erano  numerosi abbeveratoi oggi non più esistenti, perché  nella festa dedicata alla santa era d’ uso portare il bestiame per farlo benedire, da lì si sviluppò una fiera che ancora oggi è tradizionalmente la più amata dai genovesi.

 la Chiesa di Sant’ Agata ed il suo  campanile si presentano oggi in forme secentesche perché furono molte volte ricostruiti a seguito dei danni derivanti dalle devastanti piene del Torrente Bisagno.

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Stagione balneare anche per i cinghiali

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A Genova la stagione balneare è cominciata, molti genovesi, nonostante la paura per il contagio del covid 19 e le norme che prescrivono il distanziamento sociale, non rinunciano ad una giornata da trascorrere in spiaggia con gli amici. I cinghiali del parco del Peralto, nel loro piccolo, dopo questo periodo di quarantena che ci ha costretti a stare in casa, si sono fatti più audaci, c’è chi li ha visti passeggiare in via Corsica nell’elegante quartiere di Carignano, chi davanti alla stazione Brignole ed in innumerevoli altri posti della città. Quelli che ho fotografato io, per sfuggire alla calura incipiente, hanno preferito spiaggiarsi sulle rive del Torrente Bisagno all’altezza del ponte Serra, è un’intera famiglia composta da un grosso maschio e da una femmina con numerosa prole, che ogni tanto la rincorre per attaccarsi alle sue mammelle, i passanti incuriositi li guardano dall’alto ma questo non sembra infastidirli , anzi gli esemplari adulti ricambiano gli sguardi e sembrano dire: ” Mi hai portato niente da mettere sotto i denti?”.
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Brodo di trippa per il cigno di Busseto

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La via San Sebastiano di Genova è un vicolo che da Via Roma arriva in Piazza Rovere. Rispetto alla trafficata via Roma, strada per antonomasia destinata allo shopping di lusso, la via San Sebastiano è un oasi di tranquillità, non vi sono negozi lì se non qualche vetrina, il moderno City Hotel della catena  Best Western ed un locale dove la sera si può gustare un apericena coi fiocchi. Due secoli or sono la Via San Sebastiano era un posto frequentato da bohémiennes, da artisti e musicisti perché ad un tiro di schioppo c’era e c’è ancora il teatro dell’opera intitolato al re sabaudo Carlo Felice.  Non ci risulta fosse lì un posto dove far cultura, quelli erano tutti ubicati nei caffè di Galleria Mazzini che a quel tempo fungeva  da  foyer  per il grande teatro neoclassico, in via San Sebastiano c’era invece una trattoria che si chiamava ” Tulidanna” dove si mangiava bene e si spendeva poco. In una fredda sera invernale del 1841 un giovane compositore dal nome di Giuseppe Verdi sedeva tristemente ad un tavolo di questa trattoria con tra le mani una tazza di brodo di trippa, la teneva stretta per potersi scaldare ed intanto probabilmente pensava a come la vita sino ad allora era stata crudele con lui, il successo professionale tardava ad arrivare ed in poco tempo l’angelo della morte s’era portato via sua moglie ed i suoi due figlioletti. L’ opera che aveva presentato a Genova “Oberto conte di Bonifacio” s’era rivelata un flop di pubblico e critica, così il Nostro,  rabbrividendo nel suo paltò, si fece portare una seconda tazza di brodo di trippa che non avrebbe certo lenito il dolore per l’avverso destino, ma almeno gli avrebbe scaldato le mani e lo stomaco.  A Genova la trippa in brodo ha una tradizione molto antica che risale al 1479, la chiamavano “Sbira” , il nome deriva dal fatto che era il piatto forte dei birri o sbirri che dir si voglia.

Coppedè artista innamorato di medioevo

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Gino Coppedè ( Firenze 1866 – Roma 1927 ) fu certamente un artista eclettico, il suo stile architettonico talvolta coincise con lo stile dell’ art nouveau,  ma molte volte si ispirò al gotico fiorentino del ‘400. Il Nostro arrivò a Genova nel 1890 chiamato dal’eccentrico Evan MacKenzie per il quale costruì l’ omonimo castello in piazza Manin. Dopo quest’opera grandiosa, avendo avuto numerosi incarichi, si trasferì a Genova con la sua famiglia dove restò per quasi tutto il resto della sua vita. Numerosi sono gli edifici da lui progettati, una di queste caratteristiche costruzioni si trova sul lungo mare di corso Italia a monte della spiaggia di San Giuliano contraddistinta dal numero civico 26, la villa Canali Gaslini. La villa, una delle sue ultime opere genovesi, fu costruita sopra un poggio per la famiglia Canali che aveva acquistato dai Raggio un vasto terreno edificabile prospiciente al mare, in un secondo tempo l’edificio fu acquistato dai Gaslini, industriali in campo oleario, che per lascito testamentario, quando morì l’ultima discendente della famiglia, lasciarono alla Fondazione Gaslini la casa che divenne così la sede della Fondazione dell’omonimo istituto da loro fondato, una delle eccellenze mondiali in campo pediatrico.

L’edicola sacra di piazza Lavagna

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Passeggiando nel centro storico di Genova, se capitate nel sestiere della Maddalena,  uno stretto vicoletto da via Luccoli vi condurrà in Piazza Lavagna, la Piazza deve il suo nome alla famiglia dei Lavagna che evidentemente qui dimorarono. Anni fa questo luogo  era in cattivo stato di conservazione, spazzatura buttata  abrétio ( rinfusa ), donne che esercitavano il mestiere più antico del mondo e muri fatiscenti, c’era però una grande bancarella dove si vendevano cose vecchie, cose antiche e grandissime fregature  che dava colore al sito. Oggi la piazza è meta della movida notturna dei genovesi, specie nelle sere d’estate, perché vi sono locali e bistrot dove si possono gustare aperitivi e apericene. Passeggiando in piazza  vi capiterà di passare davanti al portone del civico numero 4 qui vi è un soprapporta in marmo con sopra scolpito Regina Mater Serenissima protege nos dedicato alla Madonna, sormontato da un’edicola sacra con un gruppo statuario  mutilo che rappresentava la Madre di Dio con Gesù ed un san Giovannino, dico rappresentava perché la statua della Madonna non c’è più, di lei son restate le mani una delle quali stringe il corpo di Gesù bambino e l’altra è appoggiata alla schiena di San Giobatta, questa è un’iconografia comune, anche nella pittura,  nelle rappresentazioni sacre realizzate a Genova e non solo, ma la cosa che mi colpì di più, sin dalla prima volta che lo vidi, fu l’ antica fattura del piccolo gruppo statuario  in stile gotico che daterei al XIV secolo, allora cosa ci fa lì una scultura che ha più di 600 anni? è un mistero…la risposta più ovvia sarebbe  che l’opera proviene da altro sito e lì fu posta da tempo immemorabile, anche la scritta sotto la scultura è intrigante:” LUX OPTA EST IVSTO” che significa: ” La luce ( intesa come verità ) è desiderio dei giusti.

GENOVA E’ POESIA

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BOCADASE

Bocadase paise de foa, mi sòn inamoòu de ti ma no solo da òua ma da sempre, ma te lo pròpio da dì, te lo pròpio da rénde questo servìcio? ma se o san tutti, anche o Bixiou o pescou che da anni cénto? o se ne sta lì areixòu sensa di na paròlla in scia miagetta da teu spiagetta. Bocadase t’è  bella con e teu barche pìnne de tinte con e teu casette un po stinte da prezépio cacciè lì abbretio, chi ven da ti no se n’andieiva ciù via, l’ommo stanco o respia, rapìo, estaxio, o se ne resta lì davànti a-o teu serén e-a o teu mà che o ghe voè ben.

( da un manoscritto di Ernesto Beraldo  storico, araldista e poeta ritrovato in soffitta )

Traduzione per i foresti  ( foresti )

BOCCADASSE

Boccadasse paese di favola io mi sono innamorato di te ma non solo da adesso ma da sempre, ma te lo devo proprio dire, te lo devo proprio fare questo servizio? ma se lo sanno tutti , anche Bixiou il pescatore che da anni, cento ? se ne sta lì accovacciato senza dire una parola sul muretto della tua spiaggetta . Boccadasse sei bella con le tue barche piene di tinte con le tue casette un po stinte da presepio buttate lì alla rinfusa. Chi viene da te non se ne andrebbe più via, l’uomo stanco respira, rapito, estasiato, se ne resta lì davanti al tuo sereno ed al tuo mare che gli vuole bene.

IL PARCO DELLE MURA

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A pochi minuti d’auto dal centro della città di Genova, in un ambiente naturale in cui ritroviamo la flora tipica dei paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, lontano dal rumoreggiare della città, è il Parco delle Mura. Il toponimo si riferisce al fatto che entro il Parco vi sono le cosiddette Mure Nuove, quelle costruite a difesa della città nel XVII secolo. Il Parco comprende nei suoi 617 ettari di territorio collinare anche fortilizi costruiti tra il XVII secolo ed il XIX secolo abbandonati da molti anni, che si sono perfettamente integrati nel paesaggio talora selvaggio che li circonda, qui oltre ad alberi secolari ed a paesaggi mozzafiato, si possono incontrare animali come i cinghiali ed i caprioli. Nelle giornate in cui soffia la tramontana ed il cielo ha il colore del blu indaco è bello percorrere questi antichi sentieri dove gli unici rumori sono lo stormire dei rami mossi dal vento ed il canto degli uccellini che frullano tra le fronde dei pini.

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LA GALLERIETTA DI PALAZZO REALE

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In Genova, a metà della via Balbi si trova uno dei più bei palazzi nobiliari della città, appartenuto ai Balbi che lo fecero costruire verso la metà del XVII secolo e poi alla famiglia Durazzo che lo acquisì alla fine del ‘600,  infine fu acquistato dai Savoia nella prima metà del XIX secolo per adibirlo a sede di rappresentanza, da quel momento fu detto “Palazzo Reale”. In questa splendida dimora, oggi museo, si possono ammirare ambienti che hanno resistito ai danni inferti dalla guerra e  dal tempo e che ci fanno capire quanta ricchezza dovesse albergare nel patriziato genovese, c’era un detto antico che diceva l’oro d’America passa dalla Spagna e poi viene sepolto a Genova.  Nel Palazzo Reale c’è un ambiente che veniva chiamato la ” Gallerietta ” per distinguerla dalla splendida “Galleria degli Specchi”, oggi prende il nome dalla piccola cappella a cui si accede dalla galleria. Da questo ambiente centrale si dipartono le  due ali simmetriche del palazzo, gli arredi sono una indovinata fusione tra quelli secenteschi dei Balbi e quelli settecenteschi riferibili ai Durazzo. L’ affresco della volta fu realizzato nel 1654 dal pittore genovese Giovanni Battista Carlone (1603 -1680) rappresenta Giove, il re degli dei dell’Olimpo, che invia sulla terra Astrea che, secondo la mitologia greca, era una dea rappresentante la giustizia scesa dal cielo con sua sorella Pudicizia nell’età dell’oro; nell’ età del bronzo, disgustata da come gli uomini si comportavano, ritornò in cielo insieme a sua sorella ed oggi la possiamo vedere nelle notti stellate nella costellazione della Vergine. Fosse stata inviata sulla terra  ai nostri giorni probabilmente non avrebbe neppure disfatto le valigie e se ne sarebbe tornata da Giove alla velocità della luce.

SCUCUZUN

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Molte parole in lingua genovese hanno un’origine araba o turca, per esempio  “camallo”   ( lavoratore portuale ) deriva dal’arabo hamal ( facchino) , “Ramaddan” (baccano) deriva dal Ramadan islamico che come tutti sanno comporta il digiuno diurno e le riunioni conviviali la notte, ” Gabibbo” ( un forestiero proveniente dal  sud ) dal’arabo Habib  che significa amico, ” Macramè ” ( asciugamano) da Maqrama che ha lo stesso significato, “Zibibbo” ( uva passa ) da Zabib,  etc. etc. sino ad arrivare allo “Scucuzun”  che deriva dal famoso piatto magrebino Kuskus, una delle paste più usate a Genova per le zuppe ed i minestroni. Forse ha mediato il suo nome per il fatto che con la sua forma sferica più piccola d’un cece ed il suo colore ricorda lontanamente questa pietanza africana. Lo Scucuzun  viene anche usata come pasta per piatti freddi, personalmente a me piace nel passato di verdura o nel minestrone, unico accorgimento fatelo bollire a parte per 5/10 minuti prima di unirlo al brodo in modo che sia ben cotto perché se no rischiate di trovarvi in bocca dei balìn da sccieuppo. ( pallini da fucile)

UN SANTO PER LA GENTE DI MARE

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A Genova, passeggiando lungo il cammino di ronda delle antiche mure delle Grazie, ad un certo punto si arriva in Piazza delle Grazie, qui è stato posto un gruppo scultoreo realizzato  da Guido Galletti ( Londra 1893 – Genova 1977)  dedicato a Padre Santo.  Questo frate cappuccino al secolo Giovanni Croese, prese il nome di Francesco Maria da Camporosso, paese in provincia d’ Imperia che gli diede i natali,  fu frate laico cappuccino questuante, nato nel 1802 e morto durante un’epidemia di colera nel 1866.  Padre Francesco Maria da Camporosso fu ribattezzato Padre santo dalla gente del porto dove assisteva le famiglie dei marinai indigenti e quelle degli immigrati in America, lo si vedeva aggirarsi per i vicoli più sordidi indossando per 45 anni sempre lo stesso saio rattoppato sino all’inverosimile e scalzo sia d’estate che d’inverno,  come cibo pare si accontentasse d’una pagnotta di pane raffermo intinta in acqua calda, severissimo con se stesso, mortificava il suo corpo dormendo su dure assi di legno e facendo continue penitenze, famosissimo per suoi atti d’altruismo, amava i poveri e da essi era riamato così tanto che alla sua morte fu fatta una colletta tra il popolo e gli fu dedicato questo monumento a sua  perenne memoria. Nel 1911 le sue spoglie mortali furono traslate dal cimitero di Staglieno al complesso conventuale della S.S. Concezione in cui trascorse  quasi tutta la sua vita,  fu allora che con gran meraviglia si accorsero che il suo corpo era incorrotto. Oggi riposa in una teca di vetro in una cappella del convento, chi vuole può andare a vederlo e recitare, se credente, una preghiera. Papa Giovanni XXIII lo proclamò santo nel 1962.  A titolo di curiosità in Genova sono custoditi i corpi incorrotti di tre santi e di un beato.

LA TORRE PIACENTINI

 

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Il grattacielo di Genova per antonomasia è quello progettato da Marcello Piacentini e dal’ ingegnere Angelo Invernizi inaugurato nel 1940, fu uno dei primi grattacieli d’Europa con altezza superiore ai 100 metri e con struttura in cemento armato. Quando ero ragazzo sulla sommità c’era la mitica ” Terrazza Martini” dove il barman Agostino preparava dei coctail  supercalifragilistichespiralidosi, io che ho avuto la fortuna di frequentare assiduamente la Terrazza negli anni ’60 del secolo scorso, ho avuto anche la possibilità di vedere l’ arredamento originale progettato da Tomaso Buzzi  ( Sondrio 1900 – Rapallo 1981) celebre interior designer che  fu dagli  anni 30 agli anni 40 del ‘900 uno degli architetti ed arredatori più ricercati dall’alta borghesia lombarda. Nella  Terrazza Martini di Genova fece costruire una nave in legno simile ad un vascello disalberato dove si poteva conversare, fumare ( a quel tempo era consentito) nonché gustare il famoso dry Martini mescolato non agitato reso famoso, tra l’ altro, dagli scritti di Jan Fleming. Oggi la Terrazza si chiama “Colombo” degli arredi originali non c’è più nulla, il vascello, che caratterizzava questo posto incantevole, pare sia stato smontato e buttato in una discarica” Sic transit gloria mundi” , peccato è un altro pezzetto del nostro passato che è andato inesorabilmente perduto.

QUEZZI ROCCAFORTE GHIBELLINA

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Il quartiere di Quezzi ( Queci in lingua genovese) certamente esisteva già prima dell’anno 1000, s’era formato nella parte alta della valle del rio Fereggiano alimentato dai torrenti Molinetto e Finocchiara. L’abitato originariamente era sorto intorno alla chiesa della Natività di Maria Santissima nota sin dal XII secolo, le fonti ci dicono che nel XVII secolo in sito erano 250 fuochi e che  gli abitanti di Quezzi  ghibellini  mal sopportavano quelli di Marassi che da guelfi parteggiavano per il papa, questa rivalità spesso si tradusse in aspre contese che portarono gli abitanti di Quezzi nel 1300  ad erigere una torre di difesa in prossimità della loro chiesa, torre poi trasformata in campanile. Durante il restauro di questo tempio  è stato ritrovato un manoscritto redatto dal campanaro Giovanni Battista Santagata con 45 sonate di campane, manoscritto che era stato dimenticato negli archivi parrocchiali e che costituisce un unicum per le chiese del genovesato, nel 2006 Luca della Casa, un giovane campanaro, li ha utilizzati per un concerto.  Le prime notizie d’una cappella intitolata a Sanctae Mariae de Queci sono state ritrovate in una bolla datata 1158  dell’ unico papa inglese che abbia mai rivestito la carica si san Pietro  mr. Nicholas Breakspear che prese il nome di Adriano IV. La chiesa, rifatta quasi completamente nel 1788, ha al suo interno pregevoli opere d’arte purtroppo in cattive condizioni di conservazione  tra le quali un dipinto di Bernardo Castello ed uno di Luca Cambiaso, grande artefice della stagione pittorica genovese del ‘500, modanati entro pregevoli cornici lignee dorate, la speranza è che in futuro possano entrambi essere restaurati e riportati al loro originale splendore. ( post dedicato al mio amico Sergio )

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Luca Cambiaso ( Moneglia 1527 – El Escorial – Spagna 1585 ) sacra conversazione

Albaro quartiere di ville patrizie

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Tra i quartieri di Genova quello d’Albaro  è da sempre considerato uno dei più chic, sin dal tempo in cui Alessandro Magnasco detto il ” Lissandrino ” perché minuto di costituzione ( Genova 1667- 1749) realizzò il celeberrimo dipinto “Trattenimento in un giardino d’ Albaro” custodito nel museo di Palazzo Bianco in via Garibaldi. Il toponimo d’Albaro pare sia dato dal fatto che il luogo è sito a est rispetto al centro di Genova, cioè da Alba ( arba in lingua genovese ) e Arbà è il nome del quartiere poi italianizzato in Albaro, lo storico G. Poggi afferma invece che il nome deriverebbe da ” raibà” che  in italiano significa  insenatura, esiste anche un’antica famiglia genovese che ha questo nome, ma storicamente non si sa con certezza se è la famiglia ad aver dato il nome al quartiere o viceversa. Tra le splendide ville che ancora oggi si possono ammirare in Albaro c’è Villa Cambiaso, lo stemma araldico di questa famiglia patrizia si può vedere scolpito sopra i pilastri che sostengono il cancello d’entrata a questa dimora prestigiosa, lo stemma mostra una scala sostenuta da due levrieri controrampanti sulla medesima. La villa edificata sulla collina d’ Albaro  fu commissionata dal patrizio genovese Luca Giustiniani che nel 1548 affidò il progetto per la sua costruzione all’architetto  perugino Galeazzo Alessi, questa fu la sua prima opera genovese a cui ne seguirono altre. La struttura cubica tripartita fu  fonte d’ispirazione per altre ville fuori porta e per alcuni palazzi edificati in Strada Nuova ( ora via Garibaldi ), la proprietà restò ai Giustiniani sino al 1787 poi fu acquisita dai Cambiaso, oggi  è sede del Politecnico dell’Università degli Studi di Genova. La villa Giustiniani Cambiaso originariamente era circondata da un grande parco che si estendeva  sin quasi al mare. Il parco, di molto ridimensionato a partire dagli anni 30 del secolo scorso, esiste ancora ed è pubblico.

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“Generale Cantore” la scuola del mio cuore

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Sin dal tempo in cui Marassi fu comune autonomo, prima di essere  fagocitato dal comune di Genova nel 1873, la popolazione marassina sentiva l’esigenza di dare un’istruzione adeguata ai suoi figli, all’ inizio furono le suore brignoline che acquistarono un vasto terreno che si estendeva da Piazza Galileo Ferraris sino in cima alla collina, più tardi il comune fece abbattere la vecchia scuola e nel 1910 fu posta la prima pietra della nuova scuola ultimata nel 1913 intitolata a Raffaele Lambruschini grande pedagogo genovese. Allo scoppio della prima guerra mondiale l’edificio fu  trasformato in ospedale militare sino al 1923, data in cui l’edificio ritornò ad essere  una scuola cambiando il nome in “Generale Cantore”. Passarono gli anni e si arrivò alla seconda guerra mondiale, l’edificio fu in parte bombardato e distrutto, la piazza fu requisita dai tedeschi e poi, dopo la loro resa, occupata dagli inglesi. Nel 1945, a guerra finita, la scuola fu ricostruita e nel 1956 furono costruite le due ali,  mentre la parte centrale fu alzata di un piano, infine nel 1965 il suo nome cambiò nuovamente in scuola elementare Papa Giovanni XXIII. Nel  1954 un  bambino di 6 anni fu accompagnato dalla sua mamma alla scuola Cantore, era il suo primo giorno di scuola e dentro il cuore aveva sentimenti contrastanti, curiosità e batticuore, ma soprattutto una paura indescrivibile di questo mondo sconosciuto che gli si apriva innanzi, quel bambino tremebondo e timidissimo  ero io, mia madre cercò la mia maestra, Maria Casamassima si chiamava e mi affidò a lei,  la ricordo come un angelo buono, anche adesso che siamo  nel terzo millennio ogni tanto la penso ed ancora la ringrazio della pazienza e della gentilezza con la quale  mi ha accompagnato nei miei primi due anni di scuola. Grazie maestra Maria.

P.S.  Gli alberi della piazza Galileo Ferraris li ho piantati io insieme agli  altri bambini della scuola Cantore nel   1956

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IL PONTE DI SAMUELE

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Eminenti personaggi hanno proposto d’ intitolare il nuovo viadotto sul torrente Polcevera dedicandolo a Renzo Piano, che generosamente ha donato alla città il progetto di questo nuovo ponte semplice e bellissimo, al cantautore Fabrizio De André, a San Giorgio, uno dei primi santi protettori della città, all’Italia o a Genova, io mi permetto sommessamente di suggerire il nome di Samuele, il nome di quel bambino di otto anni che, nel disgraziato giorno in cui il ponte Morandi collassò, morì con negli occhi il desiderio di raggiungere il mare, per me  questo nuovo ponte, nato dalla voglia di resurrezione di Genova e dei Genovesi, dovrebbe chiamarsi il ponte di Samuele.

W MARIA!

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Dopo la proclamazione della Madonna a Regina di Genova nel 1637, in città sorsero moltissime edicole entro le quali venne posta una statua rappresentante la madre di Cristo. Non c’era via, piazzetta o caruggio che mancasse di un’immagine della Madonna, molte di queste sono state sostituite da copie mentre gli originali sono conservati nel museo di Sant’ Agostino a Sarzano, ma qualcuna è ancora lì, sopravvissuta ai danni del tempo, dalle guerre e dagli atti di vandalismo, lì dove diverse centinaia d’anni fa la devozione popolare le aveva poste e ci guardano dall’ alto, ricordandoci del tempo in cui la fede aiutava a superare i momenti bui della nostra vita.

Nella foto edicola barocca posta in via dei Giustiniani rappresentante la Madonna immacolata in un ovale, la perfetta simmetria del manufatto lo datano al primo settecento.

Boggiasco comme t’è bello!

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Bogliasco è il primo comune che s’incontra partendo da Genova verso la riviera ligure di Levante, questo pittoresco paesino nacque alla foce del torrente omonimo dove spiagge pietrose si alternano a pittoresche scogliere. Il suo nome deriva dal fatto che anticamente il corso d’acqua veniva chiamato rio dei Bogli, nome che potrebbe derivare da boeggi (buchi in italiano) per la presenza di numerose pozze d’acqua lungo il suo percorso, mentre “asco” sarebbe invece un suffisso prettamente ligure. Questo ameno paese fu dominato dai bizantini, poi dai longobardi, dai franchi ed infine fece parte dei domini della Serenissima Repubblica Genovese, più volte  fu messo a ferro e fuoco dai nemici di Genova fossero essi i pirati saraceni o i veneziani. Bogliasco oggi si presenta come un piccolo gioiello affacciato sul mare, così vicino ai marosi che pare da un momento all’altro voglia partire verso lontani orizzonti. Quando ero ragazzo, meta obbligatoria domenicale delle calde sere estive, era la gelateria Peruzzi dove preparavano “o’ paciugo” caratteristico gelato sormontato da una montagna di panna e sciroppo d’amarena, indimenticabile….

IL FORTE RICHELIEU

forte Richelieu

La catena difensiva posta alle spalle della città di Genova è formata da un’insieme di fortezze oggi abbandonate al degrado subito dal tempo e dagli atti di vandalismo. Uno di questi fortilizi è posto sulla collina dei Camandoli a 415 metri s.l.m. La costruzione risale alla metà del XVIII secolo quando Genova era minacciata dagli austro piemontesi, da sempre interessati ad avere uno sbocco sul mar Tirreno. Il sito dove fu costruita era detto ” Menegu” e la fortezza fu intitolata a Richelieu dal nome di Armand du Plessis de Richelieu maresciallo di Francia che al tempo era alleata con Genova. Il forte a pianta rettangolare è dotato di bastioni ancora in ottimo stato sui quali erano collocate delle artiglierie e poteva ospitare una guarnigione di 80 soldati, originariamente l’ accesso al forte era dotato di ponte levatoio. Oggi la fortezza non è più accessibile perché al suo interno è stato collocato un ripetitore della RAI, questo in parte ha consentito a questa storica costruzione di mantenersi pressoché integra perché i vandali non hanno potuto accedervi limitandosi a distruggere a pietronate lo stemma sabaudo marmoreo posto al suo ingresso.

genova vista dal forte Richelieu

Vista della città di Genova dal forte Richelieu

 

Flora la dea d’un giardino incantevole

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La villa Durazzo Pallavicini, realizzata  a Pegli (GE) per il marchese Ignazio Pallavicini  nella metà del XIX secolo, è considerata uno dei parchi romantici  più belli del mondo, fu concepita da Michele Canzio, scenografo del teatro Carlo Felice di Genova, come un’opera teatrale, il visitatore attraversandola compie  un viaggio iniziatico che lo porta alla fine a raggiungere ” Il Paradiso “, qui è il regno di Flora e dei suoi giardini.  La dea Flora è  intesa come la divinità madre dell’ordine del mondo ed è rappresentata da una statua che sembra librarsi sopra i fiori collocata al centro del ” Viridario” che è il giardino personale della dea, dove essa coltiva le sue piante d’inverno per assicurare la continuità della vita sulla Terra. La dea Flora, immaginata come una silfide alata,  fu realizzata dallo scultore Giovanni Battista Cevasco ( Genova 1817 -1891 ) esponente della corrente naturalista, artefice anche delle statue della primavera e dell’estate che si trovano poco distante.

IMG_2326  Statua allegorica dell’ estate

 

La vita è “dolce” in via del Portello 2

pasticceria villa

Passeggiando senza una meta precisa nel centro storico di Genova, è inevitabile ad un certo momento ritrovarsi in via Garibaldi, già via Nuova detta Aurea per lo splendore dei palazzi che vi furono costruiti nel XVII secolo dalle famiglie dell’antica aristocrazia Genovese. Per poter costruire la strada furono rase al suolo un gran numero di casupole adibite a postribolo e occorse anche spianare una parte del monte Albano. Partendo dalla Piazza fontane Marose, all’inizio di via Garibaldi, c’è un vicolo chiamato del Portello perché conduce alla piazza omonima e lì al numero civico 2 c’è l’ antica pasticceria Villa rilevata dai Profumo nel 1968. Questo negozio incantevole fu aperto da Domenico Villa nel 1827 lì dove erano le scuderie dei Lercari, si quelli che hanno in via Garibaldi il palazzo con ai lati del portone due telamoni scolpiti da Taddeo Carlone senza i nasi, tanto per ricordare ai passanti che i Lercari era meglio non farli incazzare. Ritornando alla nostra pasticceria, il fondatore dell’attività, a quel tempo riservata alle classi più abbienti, Domenico Villa per l’appunto, l’aprì sotto la categoria Droghe e Coloniali, trasformandosi poi in rivendita e produzione di pasticceria. Entrando in questo regno dei ghiottoni, la cosa che colpisce immediatamente il visitatore sono gli arredi quasi tutti originali della prima metà del XIX secolo, così come il pavimento marmoreo, mentre le volte a crociera sono più antiche e riafrescate con motivi floreali nel periodo liberty. Negli scaffali son conservati recipienti in vetro con i dolciumi che hanno dato fama a questi mastri pasticceri : olive al cioccolato, marron glacé, cioccolatini ed ogni altro ben di Dio. Marco e Maurizio Profumo continuano la tradizione di famiglia. Qui tutto l’ anno potrete gustare il famoso pandolce genovese, un vero prodotto d’eccellenza ligure.

LA MADONNA REGNA SU GENOVA

madonna regina

Nell’anno del Signore 1637, il doge di Genova, alla presenza del cardinale  Gio Domenico Spinola, durante una funzione solenne celebrata nella cattedrale di San Lorenzo,  consegnò alla Madonna i simboli del potere temporale della serenissima Repubblica e cioè la corona, lo scettro e la croce degli Zaccaria ( oggi conservata nel museo della cattedrale), da quel momento Genova divenne una monarchia seppure ci permettiamo di dire solo spiritualmente. Perché venne fatto ciò? Ebbene c’erano delle ragioni politiche che consigliarono l’aristocrazia genovese a fare questo escamotage, infatti nella prima metà del XVII secolo Genova rischiava di perdere i suoi antichi privilegi di fronte alla prepotenza ed allo strapotere delle monarchie di Spagna, Francia ed Inghilterra, con questo espediente i padri del Comune invece li rafforzarono poiché nessuno osò contestare questa investitura ne tanto meno criticarla, i detrattori avrebbero potuto passare  per blasfemi. Da quel momento il grido di guerra dell’ antica repubblica cambiò ed al posto di : ” Pe Zena e pe San Zorzo ” ( per Genova e per San Giorgio ) fu  gridato:        ” Viva Maria “. Edicole mariane sorsero in tutti i quartieri della città ed alcune furono poste sulla sommità delle porte d’ingresso nelle nuove mura di difesa,  la scultura  mostrata nella foto  realizzata da Bernardo Carlone nella prima metà del ‘600 originariamente era posta sopra la porta delle mura della Lanterna oggi è conservata nel palazzo di San Giorgio, sulla sua base è posta la  significativa dicitura: “Posuerunt me custodem”.

FRATE OLIVERIO CHI ERA COSTUI?

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Dal punto di vista turistico, uno degli angoli più interessanti della città vecchia, quella per intenderci cantato da Fabrizio De André, è certamente la palazzata della Ripa Maris, chiamata dai genovesi Sotoria. La via sulla quale si affacciano questi palazzi, che per ragioni di spazio insufficiente si svilupparono in altezza, è dedicata a Frate Oliverio, questo mitico personaggio fu un monaco cistercense dell’abbazia di Sant’Andrea di Sestri Ponente, che come architetto progettò il molo vecchio e il Palazzo del Mare nel XIII secolo, palazzo che qualche secolo dopo fu chiamato di San Giorgio perché sede della casa delle Compere e dei banchi di San Giorgio, una delle prime istituzioni bancarie nate nell’Italia dei Comuni.
Il porticato di Sottoripa è uno dei porticati pubblici più antichi d’ Italia, fu costruito dal 1125 al 1133 e deriva il nome dal fatto che le acque del porto originariamente lambivano questi portici le cui fondamenta erano poste sotto la riva del mare, i portici e le retrostanti botteghe erano difesi dalle mareggiate da lunghi e bassi argini in pietra. Nel Medio Evo in questo luogo fu il centro economico della città, le merci venivano scaricate dai “camalli” dalle navi e stipate nei magazzini posti sotto i portici di Sottoripa per essere poi vendute in un secondo tempo o ricaricate per altre destinazioni.

PIAZZA DINEGRO UN POSTO DA FORCHE

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La zona di piazza Dinegro negli antichi tempi era poco edificata, la mappa più vetusta che si è rinvenuta risale al 1537 ed è scarna di particolari mostrandoci in buona sostanza un paesaggio agreste, solo nel XVIII secolo si cominciarono a costruire ville gentilizie tra le quali la più bella: “Villa Rosazza”. La chiesa di San Teodoro, che oggi si può ammirare nelle sue forme neogotiche risale al 1876 , quella primitiva, edificata tra il nono e l’undicesimo secolo d.C., fu demolita nel 1870. Oggi Dinegro è una piazza trafficata, con un mercato storico rionale posto innanzi al terminal traghetti, un grande distributore e la chiesa che con il suo campanile svetta verso il cielo. Questa piazza originariamente era dedicata a san Lazzaro e qui venivano fatte feste popolari con danze e giochi ma anche era luogo di esecuzioni pubbliche, qui venivano drizzate le forche per impiccare i condannati a morte. Ai tempi che furono, i destinati all’impiccagione non potevano godere del privilegio della botola che si spalanca sotto i piedi e che comporta la rottura dell’osso del collo e una morte rapida, nossignore, l’ impiccato veniva tirato su per il collo lentamente con le mani legate dietro la schiena cominciando a sgambettare disperatamente tra le risa del popolo intervenuto per assistere all’ameno spettacolo. Però talvolta le cose non andarono secondo i desiderata dei padri del Comune, gli annali del Giustiniani riportano che nell’anno 1230 quattro corsari furono catturati e condannati a morte, uno era originario di Ventimiglia, due di Portovenere ed il quarto era chiamato Rosso di Morinello, ora dovete sapere che, inspiegabilmente molte persone, tra cui moltissime dame, implorarono le autorità per la concessione della grazia, arrivando anche a tirar sassi al corteo che conduceva i rei alle forche, ebbene due morirono subito ma due di morire non ne volevano sapere. così dopo un bel po’ che erano appesi, vennero tirati giù e riaccompagnati in prigione dove raccontarono con un filo di voce che s’erano raccomandati l’anima alle reliquie di san Giobatta ( Giovanni Battista ), così il Podestà ed il Consiglio, pensando che fossero stati miracolati, fecero loro grazia della vita.

Nella foto la chiesa di San Teodoro

 

 

LA STATUA DELLA PROVVIDENZA PER I POVERI DI GENOVA

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L’ Albergo dei poveri di Genova, è sorto su iniziativa del nobile genovese Emanuele Brignole a metà del XVII secolo come istituzione caritatevole per dare ricovero, alimentazione ed istruzione alla massa dilagante di , oggi diremo homeless, che bivaccavano nel centro storico della città. Questa massa di persone senza lavoro e senza speranza, creava non pochi problemi ai reggitori della Serenissima Repubblica Genovese, per cui l’ idea del Brignole prese corpo e si decise di costruire questo edificio in cima alla collina di Carbonara per concentrare lì il pauperismo genovese. L’ inizio della istituzione non fu facile, anche perché Genova nel terzo quarto del ‘600 fu funestata da una pestilenza che ammazzò i 2/3 degli abitanti, tanto che nei fondi della nuova costruzione si seppellirono in fretta e furia 10.000 cadaveri. Passato questo periodo terribile, i lavori furono portati avanti ma il Brignole non vide mai l’opera finita. L’ Albergo dei Poveri, che è oggi in parte sede Universitaria ed in parte Museo, fu realizzato grazie alla generosità di alcune famiglie nobili che, come il Brignole, misero a disposizione cospicue somme di denaro, questo splendido esempio di altruismo è ben rappresentato dalla statua allegorica della Provvidenza, immaginata come una bella donna con la sua cornucopia ricca di ortaggi e frutti, realizzata in uno dei nicchioni delle scale dallo scultore Giovanni Battista Barberini tra il 1671 ed il 1673. La produzione artistica del Barberini si contraddistingue per l’enfasi empatica caratterizzata dalla retorica dei gesti, delle espressioni nonché dalla elevata qualità esecutiva.

IL MONTE DE “LA GUARDIA” E IL SUO SANTUARIO

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Alle spalle della città di Genova, a circa 20 chilometri di distanza c’è il monte Figogna. Su questa altura, che è elevata a 804 metri s.m. , sorge uno dei santuari mariani più famosi d’ Italia: il santuario di Nostra Signora della Guardia. Il nome deriva dal fatto che anticamente in sito esisteva un posto d’osservazione strategico che consentiva di vedere il nemico avvicinarsi alla città sia dal mare che per terra e prontamente avvertire le altre torri d’avvistamento con segnali di fumo, come facevano i pellerossa in America. Il luogo di culto ha la sua genesi dall’apparizione della Madonna ad un contadino che si chiamava Benedetto Pareto al quale la Vergine chiese le fosse costruita una cappella sul monte, era l’ anno 1487. Il Pareto all’inizio non fu creduto, ma dopo una caduta da un albero per la quale il povero Benedetto stava per morire e la sua miracolosa guarigione, la gente della Valpolcevera cominciò a recarsi nel luogo della visione in pellegrinaggio, una prima cappella fu costruita e nel 1507 venne citata in un documento conservato nell’archivio storico della Curia Arcivescovile di Genova. I lavori per la costruzione dell’ attuale tempio, costruito poco distante dal luogo dell’apparizione, iniziarono nel 1878 e terminarono nel 1899. La chiesa, in stile neo rinascimentale a croce latina ha tre navate, dalla navata di sinistra si accede alla sala degli ex voto dove vengono custoditi innumerevoli testimonianze di riconoscenza alla Vergine Maria per grazia ricevuta, pensate che i cuori d’argento degli ex voto erano così tanti che, molti anni or sono, una certa quantità fu fusa e vennero costruiti gli splendidi candelabri d’argento che si possono ammirare sul’ altare maggiore.

altar maggiore

Altare maggiore del Santuario di N.S. della Guardia

LA CERTOSA CHE DIEDE IL NOME AD UN QUARTIERE DI GENOVA

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Nel 1280 il nobile Bartolino Di Negro fece dono a Bozone, Priore generale della grande certosa di Grenoble, d’ un suo terreno perché vi edificasse un monastero del suo Ordine. Il complesso monastico fu ricostruito nel XVI secolo mantenendo in essere alcune parti più antiche, la chiesa ad un’unica navata era impreziosita da due cappelle, una fatta innalzare da Lazzaro Doria nel 1472 e l’ altra da Giorgio Spinola nel 1480 ambedue demolite nel XIX secolo a parte gli altari che furono smontati e , non chiedetemi come mai, sono oggi visibili in tutto il loro splendore nel museo delle arti decorative di Londra dedicato alla regina Victoria ed a suo marito Albert in Cromwell road. Il complesso monastico ha due chiostri , uno dei due ha 32 colonne realizzate in forme toscaneggianti e risale probabilmente al 1530, nello spazio aperto ci si gioca al pallone. Sarà contento Bozone? speriamo di si.

L’ULTIMO ADDIO A RAFFAELE

 

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Nel cimitero monumentale di Staglieno di Genova, nel settore D contraddistinto dal n. 02, troviamo il monumento sepolcrale commissionato allo scultore Giovan Battista Villa (°) nel 1879 da Virginia Aprile per suo marito Raffaele Pienovi un commerciante, si legge sull’epigrafe, dalla prospera e lodata virtù. La drammaticità della scena è messa in risalto dal’espressione della donna che vorrebbe vedere il volto del marito ancora una volta per dargli l’ultimo addio tenendolo teneramente per la mano coperta da un drappo, ma nel momento in cui sta per scoprire il volto amato, il coraggio sembra venirle a mancare.  Nella seconda metà del XIX secolo la rappresentazione dei defunti da parte della scultoria in voga a quel tempo ci appare sempre meno legata allo stile classicheggiante che si esprimeva con le forme del sonno o della meditazione o ancora con l’allusione alla trascendenza,  mentre invece viene data rilevanza alla crudezza del’evento ” morte” senza alcuna speranza consolatoria.

(°) Giovanni Battista Villa ( Genova 1832 – 1899), dopo il completamento degli studi presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti  di Genova, si arruolò nel’esercito, nel 1866 si dedicò professionalmente al’attività scultorea realizzando opere di ritrattistica e di soggetto religioso, la parte più cospicua della sua produzione è rappresentata dai monumenti funerari eseguiti nel cimitero di Staglieno per la ricca classe borghese del’epoca.

UN CASTELLO COME UN NIDO D’AQUILA

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Nella gola scavata dal torrente Vobbia, a poco più di 30 chilometri dalla città di Genova, stretto da due torrioni di puddinga, come un nido d’aquila è il castello della Pietra posto a guardia della valle. Il maniero, costruito per volontà dei vescovi di Tortona che lo fecero edificare intorno al’ anno 1000, deve il suo nome alla famiglia dei “Della Pietra” che ne furono proprietari sino al 1510, data in cui il fortilizio passò agli Adorno che lo abbandonarono nel 1797 a seguito del trattato di Campoformio. Dal 1993 il castello è pubblico e si può visitare, Gli ambienti interni sono composti dalle segrete, una cisterna, scale, posti di guardia, cammino di ronda ed un’ampia sala centrale dove occasionalmente vengono fatte rappresentazioni teatrali. Il castello si raggiunge a piedi in circa 20 minuti lasciando l’auto parcheggiata sulla strada provinciale.

Genova in stand by per il coronavirus

amerigo vespucci alla fonda Stazione Marittima

Nel’ anno del Signore 1657 Genova fu colpita da una terribile pestilenza, i due terzi della popolazione morì, sicuramente più di 50.000 persone lasciarono questo mondo e tra gli innumerevoli problemi che si crearono per gestire questa immane iattura, ci fu quello che non si sapeva più dove seppellire i cadaveri, così furono creati cimiteri di punto in bianco e l’ Acquasola fu uno di questi cimiteri occasionali, qui i morti, seppelliti in fretta e furia in grandi fosse comuni, generarono dei gas per i quali si spaccarono le possenti mura sottostanti e dalle fenditure la putredine come un orrido fiume si riversò nella sottostante via San Vincenzo. Questo ci fa pensare che in fondo l’ appello del Presidente del Consiglio di restare a casa, non è poi la fine del mondo se serve a salvarci la vita.
In quest’epoca simile al basso medio evo, ci mancava una pestilenza e naturalmente qualcuno ha provveduto. Allora comportiamoci come i personaggi del Decamerone del Boccaccio, è ora di smettere di correre, fermiamoci, ritroviamoci con amici in un posto sicuro ( a distanza di sicurezza mi raccomando ) e raccontiamoci vicendevolmente favole o aneddoti della nostra vita, che alcune volte superano la fantasia dei narratori. Basta apericena, basta locali dove ci si sente come una acciuga in scatola ( ho detto acciuga e non sardina perché non vorrei che pensaste, anche per un solo momento, che desideri dare visibilità a questi giovinotti ai quali consiglio di starsene a casa per un po’), fermiamoci a pensare,  magari ci accorgeremo che questo mondo può essere bello anche senza voler apparire cult a tutti i costi ed essere per forza attori protagonisti, talvolta anche fare la comparsa non è male, soprattutto se il protagonista muore.                          Con affetto vostro            Mauro Silvio

nella foto il veliero Amerigo Vespucci alla fonda nel porto di Genova.

IL PARADISO in villa Pallavicini di Pegli

 

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Quelli che sono di Genova sanno che questa villa straordinaria fu concepita come un’opera teatrale, nella seconda scena del terzo atto si arriva alla fine d’un viaggio iniziatico, questa del lago grande è la scenografia più complessa del parco di villa Pallavicini,  rappresenta il Paradiso al’ interno del quale sono traghettate le anime dopo la catarsi che una volta avveniva negli inferi rappresentati da grotte, ora non più accessibili, che i visitatori dovevano attraversare passando così dal buio alla luce. Al centro del lago c’è un tempietto di Artemide, la Diana dei romani, rappresentante la divinità del luogo, sulle rive si trovano un ponte romano che rappresenta l’ occidente, un chiosco turco che rappresenta il medio oriente, la pagoda cinese che rappresenta l’oriente e un obelisco che ci fa pensare alla Africa. Tutto ciò per unire le varie etnie umane della terra attorno alla divinità. Per chi ama le passeggiate, questo è il tempo giusto per andare a Villa Pallavicini perché è il periodo di  fioritura delle camelie.

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“SGUARDI GENOVESI” da non perdere

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Dal 14 febbraio 2020 e sino al 28 giugno a Genova nel Palazzo detto della Meridiana è stata allestita una bella mostra curata da Anna Orlando e Agnese Marengo dedicata ai ritratti realizzati da insigni pittori genovesi che, nel periodo barocco, dipinsero membri della classi agiate dell’ epoca, per le quali il ritratto non era soltanto un modo per tramandare ai posteri i loro caratteri fisionomici, ma una questione di status symbol imprescindibile per coloro che aspiravano a raggiungere i vertici del potere. La mostra divisa in settori si divide in ” Sguardi colti ed eleganti”, ” Sguardi di bellezza”, ” Sguardi del potere”, “Sguardi oltre l’ immagine” e ” Sguardi Innocenti” . Tra questi ultimi mi ha colpito il ritratto a figura intera d’ una ragazzina in vestito rosso realizzata dal pittore Gio Bernardo Carbone ( Genova 1616 – 1683)  nel sesto decennio del XVII secolo.  Dovete sapere che nel seicento una ragazza di 12/14 anni non veniva considerata un’adolescente, ma una giovane donna pronta per il matrimonio, soprattutto nelle famiglie aristocratiche, nelle quali interessi e convenienze di varia natura surclassavano completamente le ragioni del cuore. La ragazzina effigiata, di cui non conosciamo il nome, è una di queste  mini nobildonne pronta alle nozze, ce lo rivelano una serie di indizi tra i quali i fiori che compaiono sul dipinto, quello bianco a forma di imbuto è una tuberosa che per il suo  profumo inebriante  era chiamato il fiore dal profumo proibito, la nostra fanciulla lo coglie e questo potrebbe sembrare un messaggio anche troppo audace stemperato però dalle margherite che si scorgono sul terreno che invece simboleggiano l’ innocenza, la corretta lettura del dipinto è quindi che questa ragazzina si trova in un momento di passaggio tra l’ amore puro e quello carnale.

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veduta di una sala della mostra ” Da Cambiaso a Magnasco  Sguardi Genovesi”

“Ragusea” la cappella segreta

S.Maria di Castello 4 particolare della sacrestia

Uno dei più antichi sestieri di Genova è quello di “Castello”, dove i Liguri e gli Etruschi si insediarono già in tempi remoti, sino a che  la città, alleata di Roma, fu distrutta dai cartaginesi capeggiati da Magone fratello di Annibale durante la seconda guerra punica.   Verso il nono/ decimo secolo d. C. la zona fu fortificata e dall’alto dominava l’ antico approdo naturale dove molti anni dopo sarebbe stato costruito il porto antico. L’esistenza d’una chiesa in loco d’ epoca longobarda si fa risalire tradizionalmente al 658 d.C. sotto il regno di re Ariperto, il tempio attuale, Santa Maria di Castello, eretto in stile romanico risalente al primo quarto del XII secolo veniva usato dai vescovi della città come cattedrale estiva. In questa chiesa, una delle più interessanti di Genova, si rispecchia appieno il carattere dei genovesi: povera all’esterno e ricca di capolavori al suo interno tanto da farne una chiesa museo, ma non di questo volevo parlarvi, ma di un luogo particolare  che pochi conoscono : la cappella Ragusea di cui scrissi un articolo diversi anni or sono. Dovete sapere che gli abitanti di Dubrovnik , città croata che si affaccia sul mar Adriatico ed anticamente era chiamata Ragusa, avevano a Genova fondaci e magazzini, una comunità di tutta evidenza importante se in una delle chiese più prestigiose della Serenissima Repubblica chiesero ed ottennero d’ avere una cappella a loro dedicata detta appunto” Ragusea”, ma è la sua collocazione ad esser veramente singolare, per accedervi occorre attraversare per tutta la sua lunghezza la navata centrale sino ad arrivare alla sacrestia,  un grande vano con le pareti  rivestite  da boiserie in legno di noce risalenti alla seconda metà del XVII secolo celanti sportelli ed armadi  con ante scolpite a punta di diamante destinate a contenere paramenti liturgici ed arredi sacri, ebbene uno di questi armadi in realtà è una porta segreta  dalla quale si accede alla cappella Ragusea e lì, circondata da altre opere d’arte, troviamo uno dei dipinti più significativi del pittore Ludovico Brea, “la pala dì Ognissanti”  firmata e datata 1513 commissionata all’artista da Teodorina Spinola  la quale, anticipando il giudizio di Dio, si fece ritrarre dal pittore insieme ad una miriade di santi, lei e tutti i suoi figli compresa sua figlia Tommasina, quella che s’era innamorata pazzamente del re Luigi XII di Francia, d’amor platonico naturalmente. Interessante notare che la predella in fondo alla pala in cui è dipinto un compianto di Cristo è inserito un inserto di paesaggio in cui si riconosce un tratto della costa ligure tra Genova ed il monte di Portofino.

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Sant’Andrea della Porta sic transit gloria mundi

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A Genova al’inizio del XI secolo, accanto al valico della porta orientale detta più tardi Soprana, sorse un monastero di monache benedettine di clausura intitolato a sant’Andrea, il complesso monastico si sviluppò nel tempo sino a raggiungere il suo assetto finale alla fine del XVIII secolo, dopo di che arrivarono i francesi con Napoleone, i religiosi furono cacciati e il monastero fu adibito a carcere sinché, all’inizio del ‘900,  fu demolito per  realizzare la via Dante. Del monastero e della sua chiesa rimane solo l’antico chiostro che fu smontato  messo in un deposito ed in un secondo tempo rimontato in un’area a giardino vicina alla casa dei Colombo in vico dritto Ponticello, l’edificio attuale non è l’ originale ma una ricostruzione del XVIII secolo edificata sopra le macerie della vera casa dei Colombo che era un edificio a più piani con forse un fondaco al pianterreno, distrutta quasi interamente nel 1684 dal bombardamento dei galeoni di Luigi XIV. L’ordine inferiore del chiostro ha un impianto rettangolare mentre la parte superiore è realizzata con una serie di colonnine binate sorreggenti degli archi modanati a sesto acuto, le trentadue coppie di capitelli  costituiscono l’ aspetto più interessante e caratterizzante di questo chiostro per il fatto che ci presentano una serie di  interessanti soluzioni figurative realizzate in un periodo di tempo che va dal 1100 alla fine del XIII secolo, lo stile richiama prepotentemente quello dei ” Magister Antelami” che in quel periodo furono attivi a Genova, il termine “Antelami”  deriva da Antelamus un toponimo alto medioevale  che indica una valle situata tra il lago di Como e  quello di Lugano, ( oggi val d’ Intelvi), queste maestranze che si riunirono in Corporazione nel XII secolo, erano anche specializzate nel riutilizzo dei marmi antichi nelle nuove costruzioni.

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A sinistra capitello figurato con un angelo ( circa 1158 )  chiostro di S.Andrea della Porta.

FOXE DE ZENA ( Foce di Genova )

 

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…Foxe ti te a ciù bella foxe
te cumme u se cu porta tante stelle
San Pe-e a foxe in faccia a to scugge-a
e passeggiate au ma se fan vuente-a
cantemmu a to cansun foxe de Zena
semmu i to canterin che a fan senti.

( da” foce di Genova” di Piccone )

traduzione per i foresti ( forestieri)

…Foce tu sei la più bella Foce
sei come il cielo che porta tante stelle
San Pietro alla foce di fronte alla tua scogliera
le passeggiate al mare si fanno volentieri
cantiamo la tua canzone foce di Genova
siamo i tuoi canterini che la fanno sentire.

Il quartiere della Foce fu comune indipendente sino al 1878, data in cui fu inglobato nel comune di Genova. Nel 1535 il borgo era composto da una decina di case di pescatori e da una cappella dedicata a San Pietro loro protettore praticamente costruita sulla spiaggia sassosa, la chiesetta venne distrutta da una mareggiata nel 1821. Il 29 giugno, festa di San Pietro, tutte le case venivano illuminate con lampioncini colorati, mentre barche sul mare lasciavano cadere nelle onde lumini accesi, un po’ come anche oggi fanno i camogliesi per la festa della “Stella Maris”. Oggi queste tradizioni sono state dimenticate, come anche l’ antico borgo, distrutto quasi interamente dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, oggi si preferisce fare spettacoli pirotecnici che attirano molta gente, insieme alla disperazione di cani e gatti che, terrorizzati, aspettano tremanti che termini la serie dei “botti”. Ma così va il mondo di oggi, al silenzio ed alla meditazione si preferisce il rumore, che più è assordante e più piace, tranne a qualcuno come me, che in quei momenti guardando l’angelo con le sue ali spiegate posto sopra il tetto della casa contraddistinta dal n. 1 di via Casaregis vorrebbe, insieme a lui, volare via lontano.

PANISSA E PANISSETTE

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Chiamata anticamente “maniccia” la panissa genovese è, dopo la focaccia, lo street food per eccellenza, la si può trovare nelle ” Sciamadde”, antiche friggitorie in cui viene servita alternativamente a torte salate e farinata, la ricetta è semplicissima, tanto da esser considerata per lungo tempo cibo da povera gente: farina di ceci, acqua e sale. Le “Sciamadde” erano e restano locali tipici, poco più d’un forno a legna ed un bancone al di la del quale un sudatissimo “fainotto” ( che potrebbe tradursi in farinajolo, venditore di farine ) traffica con grandi testi di rame e contemporaneamente serve la clientela di passaggio, concludendo le Sciamadde possono considerarsi uno dei primi posti dove fu inventato il fast-food. Il nome sciamadda deriva dalla parola fiammata e si riferisce probabilmente alla fiamma delle fascine utilizzate per alimentare il fuoco del forno. Ma se la panissa è buona, le panissette sono una cosa che” ‘ntender non la può chi no la prova…” in pratica si tratta della panissa tagliata a listelle e fritta in un tegame in olio extra vergine d’oliva. Chi non le conosce le provi …ne assaggi una e non smetteresti più.

ZEFIRO E FLORA A PALAZZO REALE

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Nelle ” Metamorfosi ” di Ovidio si legge che in un giorno di primavera una splendida fanciulla di nome Flora passeggiava spensieratamente per i campi, Zefiro, che nella mitologia greca era la rappresentazione divina del vento che soffia da ponente, la vede e se ne innamora perdutamente, ma, invece di corteggiarla per farla innamorare a sua volta, taglia tutti i preliminari e senza tanti complimenti la rapisce e se la sposa, come dono di nozze le consentì di regnare sui fiori, per questo a Flora è legata l’immagine della floridezza e della nascita. Nel Palazzo Reale di Genova c’è una salotto detto del’Aurora dove sulla volta affrescata sono dipinte le nozze tra Zefiro e Flora, l’affresco fu realizzato dal pittore bolognese Jacopo Antonio Boni ( 1688 – 1766 ) nella prima metà del XVIII secolo, I Savoia usarono questa stanza come sala da pranzo, soprattutto in occasione d’incontri politici.

IL CUPOLONE PER LA SANTA DELLE DOMESTICHE

chiesa di santa zita

I Lucchesi, sin dal XII secolo avevano fondaci e botteghe alla foce del torrente Bisagno, avevano scelto Genova per tre ragioni, la prima perché sotto la protezione  del vessillo crociato della città potevano esercitare i loro commerci verso i porti del Mediterraneo orientale con relativa tranquillità, la seconda perché il porto di Genova era un vero e proprio crocevia di mercanti ed un posto dove chi voleva fare affari trovava terreno fertile e la terza, che essendo nemici giurati di Pisa  con la quale Lucca era perennemente in guerra ed essendo Pisa vista dai genovesi come un bruscolo nell’occhio, solo per questo fatto, i lucchesi erano considerati grandi amici di Genova.  Nella zona dove sorge la chiesa attualmente, sin dal XII secolo esisteva un piccolo tempio strutturato come un oratorio dove inizialmente si adorava “Il Volto Santo ” ed in un secondo tempo Santa Zita, una domestica lucchese salita all’onore degli altari per la sua vita tutta dedicata al  lavoro ed ad aiutare i poveri.  Zita visse a Lucca, nata nel 1218 a Monsagrati da una famiglia poverissima, fu mandata a servizio presso i nobili Fatinelli di Lucca  all’ età di 12 anni.  Nella casa di questa famiglia restò per tutta la vita, malvista e maltrattata da tutta la servitù perché le fu affidata la gestione della casa, ricambiò sempre il bene con il male. Il suo miracolo più suggestivo fu che avendo l’ abitudine di portare gli avanzi delle cene ai poveri fu denunciata per questo, fermata sull’uscio di casa le chiesero di mostrare cosa avesse nascosto nel grembiule dove solitamente portava pane e cibarie per i poveretti e queste si tramutarono miracolosamente in fiori. Antistante alla chiesa, era una piazza sempre intitolata a Santa Zita, dove esisteva un pozzo d’acqua sorgiva e diverse osterie e locande dal nome suggestivo quali: ” Il Cillo” ,”La Locanda dei Cipressi”  e  ” Al Cancello di Ferro”,  sulla piazza venivano celebrate le più importanti manifestazioni tra le quali la ” Fiera di Santa Zita”  che ancora ai nostri giorni viene fatta nel quartiere della Foce nella domenica più vicina  alla festa della santa,  è una fiera gastronomica destinata alla vendita di alimenti e di prodotti agricoli, di solito viene anche fatta una processione religiosa con i Cristi lignei organizzata dalla “Confraternita di Santa Zita” che ha sede nella chiesa omonima. Originariamente questa confraternita aveva una statua d’ argento rappresentante la santa, rubata o pardon sequestrata dai francesi durante la dominazione napoleonica ed un Cristo in legno intagliato e scolpito del Maragliano che si salvò perché sepolto sotto il pavimento della chiesa. Il tempio originale fu spazzato via da una delle innumerevoli piene del torrente Bisagno e solo alla fine del XIX secolo venne posata la prima pietra di quello che é oggi la chiesa di Santa Zita con il suo enorme cupolone dal diametro di oltre 31 metri. Al’ interno alcune pregevoli opere d’arte appartenenti alla chiesa primitiva quali ad esempio una statua di Anton Maria Maragliano che raffigura Santa Zita circondata da angioletti.

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STORIA D’UNA PIAZZA VERSATILE

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La piazza della S.S. Annunziata di Genova deriva il suo nome dal grandioso tempio la cui costruzione fu terminata nel 1537, originariamente questa località veniva chiamata” il Prato” e successivamente “il Vastato” toponimo derivato da “Vastinium” che significa macerie, demolizione, poiché, per ragioni difensive, l’area era stata spianata ante le mura erette nel XII secolo per fronteggiare l’esercito dell’imperatore Barbarossa che solo a parlargli dei genovesi si ricopriva d’orticaria. Nel 1228 esisteva qui una piccola chiesa con relativo convento di monaci appartenente agli Umiliati di San Michele d’Alessandria intitolata a Santa Marta del Prato e vicino c’era un’osteria anch’essa con l’insegna dedicata a Santa Marta, inoltre nelle vicinanze esistevano numerosi postriboli alcuni dei quali ancora presenti all’ inizio del secolo scorso nella soprastante via Brignole De Ferrari, comunque, nel medio evo, questo sito era soprattutto famoso per le gare tra balestrieri, per chi non lo sapesse i balestrieri genovesi erano famosi in tutta Europa per la loro perizia nel’ infilzare i nemici, così bravi nel loro mestiere da esser definiti “Maestri”, e qui, come detto, venivano fatte gare di tiro che richiamavano molta gente, uomini e donne che facevano un vero e proprio tifo da stadio per i vari partecipanti, al vincitore veniva consegnato “tazza una de bono ariento” ma era previsto anche un secondo ed un terzo premio, ovviamente oltre che il tifo, gli spettatori scommettevano i loro soldi su chi avrebbe potuto vincere e nel caso di perdita potevano sempre consolarsi al’ osteria o rilassarsi con le signorine che esercitavano il mestiere più antico del mondo.

C’ERA UNA VOLTA IL PALAZZO DELLA “LEVANTE”

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Nella Descrizione della città di Genova redatta da un anonimo del 1818 si legge: ” Appresso al palazzo Balbi Piovera, e parimenti isolato, è quello degli eredi del quondam Gio Batta Cattaneo. E’ un edifizio bello, ma irregolare; termina con la sua prospettiva principale la strada Balbi, una ne ha sulla grande piazza della Nunziata, e il braccio meridionale, che é il più esteso, dalla piazza ripiega obliquamente in un vico. E’ lavorato con moderna architettura, e di qualche pregevole quadro fornito, e tra essi reca ammirazione un superbo ritratto in gran tela d’ un Signore a Cavallo”. In una delle mie vite precedenti a quella attuale ebbi l’ avventura di lavorare per 15 anni in questo palazzo avito che alla fine degli anni 30 del ‘900 fu acquistato dalla famiglia Fassio per la loro compagnia di navigazione e come sede prestigiosa per la Levante Assicurazioni che a loro apparteneva. Il palazzo, posto sul lato a mare della strada finanziata dai Balbi, fu realizzato in primis ampliando e ristrutturando una “Domus Magna” che i Balbi possedevano da molto tempo, parecchio tempo prima che venisse tracciata la via. Nel 1614 in concomitanza con il nuovo tracciato viario, il palazzo venne riprogettato riorganizzando i volumi sia in pianta che in alzato. Alla fine degli anni 70 del XVIII secolo la proprietà passò ai Cattaneo della Volta che incaricarono l’ architetto Gregorio Petondi nel 1776 di progettare l’accesso principale del palazzo direttamente dalla strada e di ridecorare gli interni secondo lo stile in auge a quell’epoca “il Barocchetto genovese”. All’inizio degli anni 70 del secolo scorso, a seguito del fallimento del gruppo Fassio, il palazzo passò di proprietà in proprietà sino ad essere acquistato nel 2001 dall’Università degli studi di Genova. Non posso non ricordare che la “caduta” dei Fassio non fu un fallimento ma un abominio ordito per liberarsi di questa famiglia che evidentemente era priva di appoggi da parte della politica imperante a quel tempo. Quanto da me affermato è provato dal fatto che, pur depauperati di tutte le loro proprietà che furono svendute a prezzi risibili, il fallimento chiuse in attivo.

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Ritratto di Gio Batta Cattaneo in veste dogale di Gio Enrico Veymer  ( quadreria del salone principale del palazzo Balbi Cattaneo di Genova

Gianmaria Assandri mastro Liutaio

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Ogni volta che si passeggia per il centro storico di Genova ci si accorge di non conoscerlo pienamente, ogni angolo, ogni anfratto , ogni caruggio possono rivelare sorprese inaspettate, per esempio la scorsa settimana in salita Pallavicini vidi un cartello appeso ad un’inferriata in cui era scritto: ” Gianmaria Assandri Liutaio” , Impossibile per un curioso come me non suonare al campanello per conoscere uno dei pochissimi che ancora oggi, nel terzo millennio, esercitano questa antica arte.. Lì in mezzo a truccioli di essenze lignee pregiate, ad antichi strumenti da lavoro ed a violini appesi ad una corda da stendere come una volta si faceva nelle case con i ciripà, ho conosciuto Gianmaria Assandri discepolo del grande Federico Lovenberger che a Quinto in via Majorana restaurava e creava strumenti a corda nel secolo scorso, l’ Assandri esercita da tanti anni questa professione che non è solo lavoro per lui ma una grande passione.

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Il teatro Carlo Felice di Genova

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Molti anni or sono la Piazza De Ferrari di Genova si chiamava Piazza San Domenico, questo perché lì era il convento e la chiesa omonimi, uno dei monasteri più grandiosi dell’ Italia Settentrionale, ma già alla fine del XVIII secolo il complesso, che era in piena decadenza, fu adibito a magazzino e caserma. I Savoia, per ingraziarsi la popolazione genovese che masticava amaro per il fatto d’esser stata regalata al regno del Piemonte e Sardegna dai vincitori di Napoleone, pensarono di far costruire nell’ area conventuale un grandioso teatro dell’opera per il quale fu indetto un concorso vinto da Carlo Barabino che lo progettò in stile neoclassico. Il teatro fu inaugurato nel 1828 alla presenza del sovrano Carlo Felice e della regina Maria Cristina. Nel secolo successivo, durante la seconda guerra mondiale, il teatro venne ripetutamente bombardato e quasi del tutto distrutto, si salvarono i portici esterni in pietra di promontorio ed il pronao con il suo genio dell’armonia mutilato che svettava verso il cielo a ricordare i mali che portano tutte le guerre, ricordo il suo splendido sipario dipinto abbandonato alle intemperie che si gonfiava sotto le raffiche di vento come una vela d’ un vascello in un mare in tempesta durante i lunghi inverni del dopoguerra e poi …. la rinascita. Nel 1981 fu bandito un concorso per la ricostruzione del teatro vinto dalla ditta Mario Valle di Arenzano con il progetto degli architetti Rossi, Gadella e Reinhart che furono anche gli artefici dell’orribile, immensa torre posta sul lato posteriore del teatro adibita a contenere il palco, i camerini, le sale prove e le macchine di scena, che dal punto di vista funzionale sarà anche il non plus ultra, ( si possono allestire sino a quattro scenografie contemporaneamente tramite una piattaforma girevole) ma dal punto di vista puramente estetico ha assassinato la piazza più rappresentativa di Genova.

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il Teatro Carlo Felice così come si presentava nell’anno 1985.

IL DOGE DI GENOVA UN ATIPICO “PRIGIONIERO DI STATO”

 

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L’ atrio di palazzo ducale di Genova costituito da due cortili circondati da loggiati, fu progettato dall’architetto Andrea Ceresola detto ” il Vannone” nel XVI secolo. Il Vannone ristrutturò l’edificio unendo diversi corpi di fabbrica d’epoche diverse e trasformandoli in un palazzo fortezza, ricordiamo che dalla parte di Piazza Matteotti esisteva un muro di cinta che chiudeva il lato orientale del palazzo oggi non più esistente. Il Doge, massima carica politica della Serenissima Repubblica, viveva nel palazzo per il periodo della sua investitura ( due anni dopo la riforma del dogato fatta da Andrea Doria ) e non poteva uscirne se non in casi eccezionali, un vero e proprio “Prigioniero di Stato”. Questo stato di cattività poteva essere interrotto solo cinque volte all’anno in date prefissate per poter presenziare a cerimonie ufficiali e per eventuali circostanze eccezionali come la malattia d’un congiunto, uscite che comunque dovevano sempre essere avallate da un decreto del Senato. Nonostante la carica prestigiosa portasse alla famiglia dell’eletto al dogato indubbi vantaggi, le spese di rappresentanza sopportate dalla stessa erano rovinose, tanto che negli ultimi tempi della Repubblica i nobili designati a partecipare all’elezione a doge cercavano di dileguarsi “all’inglese” per evitare d’essere eletti.

LA CHIESA di GENOVA PROTETTA DA SANTA CATERINA

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La  costruzione della chiesa della S.S. Annunziata di Portoria, che tutti conoscono come la chiesa di Santa Caterina da Genova perché contiene il corpo incontaminato di questa donna straordinaria, è legata a quella dell’ospedale di Pammatone,  il cui cortile è oggi inglobato nel Palazzo di Giustizia. Oltre sessant’anni dopo la fondazione dell’ospedale da parte di Bartolomeo Bianco, fu posta la prima pietra della chiesa nel 1488 e questo tempio ancor oggi si può ammirare risparmiato come fu dallo spaventoso bombardamento che nella seconda guerra mondiale distrusse quasi tutta l’ area di Portoria compreso  l’ ospedale di Pammatone. La chiesa è un vero e proprio museo  dell’ arte scultorea e pittorica dei secoli XVI e XVII. Nella foto un dipinto olio su tela di Luca Cambiaso (  Moneglia 1527 – El Escorial 1585 ) realizzato nel 1570 che rappresenta l’ adorazione dei Magi collocato nella cappella detta dei” Re Magi già Zoagli- Cicala”, il personaggio in basso a sinistra del dipinto  recante in mano una specie di pisside ed avente lo sguardo rivolto verso il riguardante, è un’invenzione dell’artista per far si che lo spazio si dilati sino a coinvolgere gli astanti che non sono più semplici fruitori dell’opera pittorica ma ne diventano anch’essi protagonisti.

La porta che non c’è più c’è ancora

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Nell’anno del Signore 1522 le truppe imperiali di Carlo X comandate dal marchese di Pescara misero a ferro e fuoco la città di Genova. Genova a quel tempo era difesa da una cinta di mura obsolete e non più in grado di contrastare il violento attacco d’ un esercito nemico. I mercenari e le truppe regolari dell’imperatore invasero la città, trucidando i genovesi casa per casa, rubando tutto quello che poteva avere valore e violentando ogni donna trovata sul loro cammino, nessuna pietà per nessuno fossero anche vecchi e bambini tutti quelli che non riuscirono a fuggire furono uccisi. Questo fatto terribile, passato alla storia come “il sacco di Genova”, convinse i padri del Comune a predisporre la costruzione di
una possente cinta di nuove mura affidandone la costruzione all’ ingegnere Olgiati e all’architetto San Gallo. Uno dei varchi di queste mura era dove ora è il ponte Monumentale, veniva chiamata la porta di Santo Stefano perché era dominata dall’abbazia di Santo Stefano dove venne battezzato Cristoforo Colombo, era anche detta Porta degli Archi per il fatto che originariamente aveva un’apertura a tre fornici, la porta fu costruita in pietra di finale da Taddeo Carlone, scultore nato a Rovio presso il lago di Lugano nel 1543, con colonne doriche sormontate dalla statua del protomartire. Quando fu deciso l’ allargamento di via Giulia, ora via XX Settembre, nel 1896, la porta fu smontata pezzo per pezzo come fosse un gigantesco lego e rimontata in un varco delle mura del Prato dove ancora oggi è e resiste alle intemperie ed agli atti di vandalismo ignorata dai più.

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La porta di Santo Stefano come si presentava nel XIX secolo

“NATALIN” de NATALE

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I Natalin di Genova sono i Maccaroin de Natale ( maccheroni di Natale), assomigliano alle penne lisce ma sono lunghe circa 20 centimetri, hanno un aspetto leggermente ovale perché vengono essiccati lentamente adagiandoli sui telai, essendo una specialità tutta genovese, sono difficilmente reperibili in altre regioni, vengono cotti in brodo, che la tradizione vorrebbe esser fatto con tre tipi di carni: cappone, manzo e maiale, insieme a piccole sfere di salsiccia che allegoricamente rappresentano le monete e quindi sono simbolo di prosperità.
L’origine dei Natalin è documentata da un atto notarile del 1279 in cui un soldato genovese di nome Ronzio Bastone nel suo testamento lascia ai suoi eredi, oltre ad altri averi ” barixella una piena macaronis” ( un cestello colmo di maccheroni) pasta che ovviamente doveva esser secca.

Santa Maria delle Grazie la nuova

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A Genova, sulla collina di Castello dove nacque il primo insediamento urbano intorno al quinto secolo avanti Cristo, in epoca medioevale le monache agostiniane acquistarono dalla famiglia degli Embriaci un terreno che comprendeva due torri ed un tratto di mura pre-romane  per costruirvi una chiesa ed un convento  al quale più tardi fu inglobato anche un educandato per le figlie delle famiglie facoltose della città.  Il complesso monastico subì diverse ristrutturazioni, vuoi per i danni causati dal tempo, vuoi per gli eventi bellici in cui Genova si trovò coinvolta. Il Monastero e la chiesa furono espropriati nel 1810 quando la Repubblica di Genova fu annessa all’ impero francese da Bonaparte che, come tutti i Corsi, se poteva fare un dispetto ai genovesi godeva come un riccio,  il monastero fu trasformato in abitazioni,  mentre la chiesa inizialmente fu usata come deposito di legname,  poi come teatro nell’ottocento, poi come tipografia, poi come sala da ballo e palestra  ed infine abbandonata e  lasciata in uno stato di grave degrado.  All’inizio del 2000 l’ Università di Genova, in concerto con la Regione Liguria, il comune ed il MIBACT,  acquistò quest’area e diede inizio ad una serie di restauri che la fecero rivivere come una ” Fenice”. Oggi è sede del Centro di ricerca e studi ” Casa Paganini”.

 

IL LAZZARETTO DI GENOVA

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Molti anni fa, nella zona della foce del torrente Bisagno esisteva il “Lazzaretto”, era una grande costruzione, ora non più esistente, dove venivano ricoverati gli appestati ma non solo …. anche coloro che potevano ipoteticamente avere contratto il morbo venivano rinchiusi in questo edificio in quarantena, una specie di Ellis island che lo stato di New York aveva predisposto per gli immigrati, i genovesi lo avevano predisposto per i malati; a chi risultava impestato nel periodo in cui era ospitato nel lazzaretto veniva interdetto l’ ingresso nella città. Le camere dove soggiornavano gli “ospiti” non dovevano essere un gran che letta la descrizione che ne fece Jean Jacques Rousseau nel 1743, anch’egli ricoverato nella struttura. In un brano delle ” Confessioni” lo scrittore racconta della sua singolare esperienza. Rousseau s’era imbarcato a Tolone ma il vascello su cui navigava fu fermato da un’unità inglese proveniente da Messina dove infuriava una grave pestilenza, sicché, giunto a Genova, fu internato nel Lazzaretto, nella sua stanza non c’era alcun mobile, ne un tavolo, ne una sedia e neppure un pagliericcio su cui potersi sdraiare, Rousseau scrisse che, dopo essersi liberato dalle pulci che lo avevano infestato sulla nave, si costruì un materasso con i suoi abiti e le sue camicie, con varie salviette cucite insieme si fece un lenzuolo, con la vestaglia una coperta, con il mantello arrotolato un cuscino, un sedile con la sua valigia e con la seconda valigia posata sul fianco una tavola, oltre alla lettura dei libri che aveva portato con se, poteva ogni giorno fare una passeggiatina nei contiguo cimitero. Rousseau non tornò mai più a Genova nessuno ha mai capito perché.

LAZZARETTO                                                                     D. Del Pino – G.Piaggio  veduta del Lazzaretto alla Foce dalle Mura della Strega                                                                        1818 ( incisione policroma )

PENTEMA UN PAESE PRESEPIO

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Pentema è una frazione del comune di Torriglia, si trova sui fianchi del monte Prelà a quasi 1.000 metri d’altitudine sul livello del mare, nonostante in linea d’aria disti poco meno di 50 chilometri da Genova, questo paesino è vissuto sino a poco tempo fa in un quasi totale isolamento, data la impervia strada che si deve percorrere per raggiungere l’abitato. C’era un detto a Genova a proposito di questo paese, quando si voleva marchiare qualcuno d’ essere fuori dal mondo gli si diceva: ” Ma da dove ti vegni? da Pentema?” . Questo isolamento, se da una parte a fatto si che molti abitanti siano emigrati, d’altro canto ha permesso al paese di conservare le peculiari caratteristiche urbanistiche d’ un sito dell’ interland di Genova come non ne esistono più. Le tipiche “creuze” e le case di pietra addossate le une alle altre, danno vita nel periodo natalizio ad un presepe unico nel suo genere, dove  intorno alla stalla dove è ricoverata la Sacra Famiglia, dai vicoli e dalle antiche dimore, si affacciano manichini a grandezza naturale che ripropongono ai visitatori gli antichi mestieri della valle  ed episodi della vita contadina. Percorrendo questi stretti vicoli di acciottolato il tempo sembra non esistere più, ti siedi su una panca di pietra chiudi gli occhi e l’ unica cosa che si sente e lo stormire dei rami degli alberi  percossi dal vento.

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PIAZZA SANTA CROCE

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  • Nel centro storico di Genova, superata piazza Sarzano, che nel medioevo fu teatro di gare di giostra e di duelli molte volte finiti in maniera cruenta, si arriva in una piazzetta dove il tempo sembra si sia fermato. Piazza Santa Croce è un luogo defilato dove si è lontani dai rumori della city, qui il vento la fa da padrone ed è lui che si fa sentire e delle volte anche ci fa rabbrividire quando soffia violento dal mare. In questo sito esisteva il palazzo del vescovo della città del quale esistono ancora tracce evidenti e una chiesa dedicata alla Santa Croce con annesso ospitale che, dopo gli editti di Napoleone, fu in parte inglobata nei palazzi circostanti ed in parte distrutta. In questa piazza, vi sono panchine dove lo stanco viaggiatore può riposare ed ammirare l’ antica edicola inserita nel muro di una casa con un San Giobatta ( Giovanni battista ) in marmo ed il santo Bambino che porta in braccio un agnellino allegoria della purezza e del sacrificio, peccato che San Giovanni sia monco d’ un braccio, ma considerando quanti secoli sono passati da quando fu collocato lì, beh, diciamolo, poteva andare peggio.
  •                                    piazza santa croce - Copia

SANTA MARIA DI PASSIONE

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A Genova sulla collina di Castello nel quartiere del Molo esisteva un tempio mariano intitolato a Santa Maria di Passione. Con la dominazione sabauda, che soppresse gli ordini religiosi, la chiesa venne chiusa e trasformata in caserma, poi fu sede dell’ Opera Nazionale di Maternità ed Infanzia ed infine quasi completamente distrutta nel 1944 dai bombardamenti degli aerei degli alleati durante la seconda guerra mondiale. Le prime notizie relative all’ esistenza di questa chiesa risalgono al 1457 quando le monache agostiniane ne iniziarono la costruzione che terminò nel 1462. Ricostruita quasi completamente nel XVI secolo, subì profonde trasformazioni al suo interno sia per adeguare l’ edificio religioso ai dettami della controriforma, sia per rimodellare gli interni al gusto barocco per la qual cosa furono chiamati grandi artisti quali Gio Andrea Carlone, Valerio Castello e Domenico Piola. Oggi il passante distratto vede solo una grande rovina, della chiesa originaria resta integra solo la torre nolare che svetta ancora verso il cielo, come una muta preghiera a ricordare il dolore e la distruzione portata dalla guerra.

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BERNARDO PIZZORNO IN ARTE STROZZI

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Ho già scritto due  articoli a proposito di questo splendido artista su questo blog, ricordo che in uno dei miei post raccontai le diverse vicende che lo portarono ad esercitare l’ arte pittorica da Genova a Venezia il titolo era : ”  Bernardo Strozzi, Cappuccino per bisogno, prete per opportunità “, il suo vero cognome fu Pizzorno,  probabilmente nato nel 1582 a Campo Ligure come i suoi genitori, un paese della Valle Stura che faceva parte dei possedimenti della Serenissima Repubblica di Genova, a 17 anni restò orfano di padre  cosicché  entrò in convento e si fece frate cappuccino  dopo un alunnato nella bottega genovese del pittore senese Pietro Sorri. Nel 1609 uscì dal convento con la scusa di dover provvedere al mantenimento della madre vedova e della sorella nubile, cambiò il cognome in Strozzi ritornò a Genova ed iniziò un percorso artistico che presto lo porterà ad avere in breve tempo  numerosissime commissioni sia chiesastiche che di committenza privata, la sua fama si accrebbe a tal punto che nella Curia Arcivescovile cominciarono a guardare con sospetto il suo voler  restare a tutti i costi fuori dalle mura del convento, cosicché, dopo l’ ennesimo rifiuto, le autorità ecclesiastiche lo fecero arrestare ed  a causa  d’un tentativo d’evasione tentato dal Nostro con l’ aiuto dei famigliari, lo rinchiusero per tre anni in una segreta d’un convento a Monterosso. Dopo questo periodo di penitenza coatta, Bernardo si finse pentito ed allora i suoi superiori gli consentirono di far visita alla sorella, lì era tutto organizzato per la sua fuga, si tagliò la barba, si travestì da prete e nottetempo si imbarcò su una nave diretta a Venezia dove visse felice e libero da costrizioni per tutto il resto della sua vita. le autorità genovesi fecero il diavolo a quattro per riaverlo e ne chiesero l’estradizione, ma i potenti a cui Strozzi aveva chiesto aiuto lo protessero e risposero picche alle istanze genovesi. A Palazzo Lomellino di via Garibaldi è stata inaugurata recentemente una mostra curata dalla mia amica Anna Orlando e dal prof. Daniele Sanguineti intitolata: “Bernardo Strozzi la conquista del colore”,  splendida carrellata di capolavori alcuni dei quali inediti di collezione privata e quindi esposti alla fruizione pubblica per la prima volta. IMG_3048

Nella foto in alto un dipinto olio su tela rappresentante la sacra Famiglia e san Giovannino  proprietà di Adam Williams Fine Art  ( New York ) realizzato nel 1642 C.

Nella foto in  basso una sala della mostra dedicata al grande maestro genovese allestita  nel palazzo di Nicolosio Lomellino.

L’ANGELO DELLA MORTE

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Giulio Monteverde, nato in Piemonte a Bistagno nel 1837 da una famiglia di braccianti,   dopo la scuola elementare si trasferì a Genova dove iniziò la sua attività di scultore come intagliatore su legno,  in un secondo tempo seguì i corsi serali di Santo Varni all’Accademia Ligustica di Genova e poi un corso di perfezionamento all’ Accademia di San Luca di Roma, divenne uno degli esponenti più rappresentativi della scultura del cosiddetto Realismo Borghese  influenzato nella sua piena maturità artistica  dalla corrente simbolista ben evidente nell’ angelo realizzato nel 1882 che gli fu commissionato dal commerciante Francesco Oneto per adornare il sepolcro della sua famiglia nel cimitero monumentale di Staglieno. L’angelo era detto della Resurrezione perché nella mano destra si appoggia alla tromba del giudizio, più tardi ridenominato della Morte perché, per la verità, non ha un aspetto consolatorio, al di la del fatto che trasuda una evidente sessualità con la sua figura androgina avvolta in una tunica che mette in evidenza le curve del suo corpo sinuoso, il suo sguardo lo fa apparire distaccato e lontano di fronte alla morte di cui è silenzioso testimone, non c’è speranza di resurrezione nella sua postura ma solo la certezza che tutte le cose sono destinate a finire, uno splendido “memento mori” scolpito nel marmo che, al tempo in cui fu realizzato, ebbe un successo strepitoso, tanto che l’ autore dovette farne diverse repliche.

SAN LUCA UNA CHIESA GIOIELLO

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Lungo l’antico Carrubeus rectus, antica arteria viaria occidentale che collegava la città di Genova con il suo ponente, ( oggi via San Luca ) c’era ed ancora esiste una piazzetta intitolata all’evangelista Luca, in questo spazio fu fondata nel 1188 la chiesa di San Luca, tempio gentilizio della potentissima famiglia degli Spinola. La chiesa è un’autentico scrigno di tesori d’arte, gli affreschi databili al tardo XVII secolo furono realizzati dal pittore Domenico Piola   ( Genova 1627 -1703 ), uno dei più rappresentativi artisti del periodo barocco e da suo figlio Paolo Gerolamo con l’ausilio del quadraturista Anton Maria Haffner ( 1654-1704)  figlio d’una guardia svizzera al servizio del papa, che preferì gli studi d’arte alla carriera militare. Nella foto gli affreschi della cupola che rappresentano l’ incoronazione di Maria Vergine in cui  è di tutta  evidenza la lezione del Correggio  le cui opere  il Nostro aveva visto a Parma.

INVITO A PALAZZO

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Sabato prossimo 5 ottobre si potranno  visitare palazzi che solitamente non sono aperti al pubblico  perché sede di lavoro d’ istituti bancari. Due di questi appartengono alla Cassa di Risparmio di Genova ed Imperia, uno è la sede centrale in via Cassa di Risparmio alla quale si accede da piazza De Ferrari e l’ altro è palazzo Doria sempre di proprietà CARIGE in via Davide Chiossone. La manifestazione è promossa dall’ ABI ed è alla sua XVIII edizione. I palazzi saranno aperti dalle ore 10 alle ore 19 ed i visitatori saranno accompagnati da personale specializzato così potranno maggiormente apprezzare le opere pittoriche, ma non solo, esposte nei vari ambienti. Nella foto  un dipinto olio su tela di Giovanni Battista Castiglione detto il Grechetto ( Genova 1609 -Mantova 1664) che rappresenta un episodio del Vecchio Testamento : Giacobbe incontra Rachele al pozzo e se ne innamora, il nostro rappresenta l’attimo dell’ innamoramento mettendo in evidenza la bellezza e la femminilità seduttrice della fanciulla contrapposta alla virilità del giovane Giacobbe circondato da pecore e capre che fanno da comparse, mentre il paesaggio circostante ha quasi una valenza onirica. L’ ingresso è gratuito, cosa che i genovesi da sempre apprezzano.

MEGHI DE ZENA ( MEDICI DI GENOVA)

 

Nei tempi antichi a Genova i medici per poter esercitare la loro professione dovevano superare gli esami di laurea innanzi ai membri del Collegio di Medicina ed un pubblico di notabili, dapprima nella chiesa di San Francesco di Castelletto, oggi incorporata in parte in uno stabile in salita San Francesco ed in parte distrutta e successivamente nella cattedrale di San Lorenzo. Ai candidati non era chiesto dove avessero studiato, ma se avessero collaborato nella bottega d’ un medico conosciuto, in pratica valeva di più sapere da chi avevano imparato l’ arte di medicare piuttosto che in quali studi si erano distinti. comunque era presa in considerazione anche la frequenza presso atenei oltre il confine del Genovesato. Solo dalla metà del ‘500 furono predisposti studi universitari di medicina, per le lezioni veniva usata la lingua latina tranne per quelle di anatomia, dopo quattro anni, per laurearsi, occorreva superare un esame, poi altri esami per essere abilitati come dottori, quando finalmente erano riconosciuti idonei alla libera professione, i neo medici dovevano sempre indossare abiti lunghi sino ai talloni per questo chiamati talari, non potevano partecipare a funerali se non d’un collega o d’ un parente prossimo e non potevano portare abiti a lutto se non per brevi periodo per non spaventare i loro pazienti, inoltre, in caso di pestilenze, dovevano indossare una maschera sagomata a becco di cicogna che conteneva erbe aromatiche e profumate atte ad evitare il contagio, dato che al tempo si pensava che la peste fosse portata da sostanze volatili maligne, a tal proposito ho letto che come cura del terribile morbo veniva consigliato di frantumare pietre preziose, di amalgamarle con acqua e trangugiare la pozione ottenuta, pare che la guarigione dipendesse dalla purezza delle pietre….una soddisfazione per i poveri era constatare che, pietre o non pietre, anche i ricchi morivano come le mosche.

Nella foto navata destra della cattedrale di San Lorenzo

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UN CAPOLAVORO DIMENTICATO

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L’Abbazia di San Nicolò del Boschetto a Cornigliano (GE) nacque per volontà del nobile Magnone Grimaldi nel 1311, un secolo più tardi i Grimaldi donarono la piccola chiesa che avevano costruito ed una casa rurale ai Benedettini che qualche anno più tardi ottennero dal papa Martino V l’ autorizzazione a costruire un monastero. La fabbrica fu finanziata dai Grimaldi, dai Doria, dagli Spinola e dai Lercari che scelsero l’ abbazia come sepolcreto per i loro defunti, così il complesso crebbe e si arricchì di opere d’arte, poi arrivò il periodo della decadenza quando durante la guerra di secessione austriaca  nel 1747 il monastero fu occupato dalle truppe d’oltralpe che arrecarono pesanti danni alle strutture ed alle opere d’ arte, infine il colpo di grazia lo diede Napoleone Bonaparte nel 1810 con le sue leggi che sopprimevano gli ordini religiosi, il convento fu espropriato e l’ingente patrimonio artistico disperso, la chiesa fu trasformata in fabbrica  ed il convento in abitazioni. Nel 1870 i Delle Piane ripristinarono l’abbazia e la riaprirono al culto. Tornando ai giorni nostri, dopo una chiusura durata diversi decenni recentemente è stata riaperta in occasione delle giornate dei “Rolli” e molte persone l’ hanno riscoperta. La prima cosa che stupisce è la vastità della chiesa e i vuoti che la contraddistinguono, gli altari si possono ammirare al Victoria and Albert Museum a Londra, resta poco di quella che doveva essere la magnificenza e la grandiosità delle opere contenute, ma quel che resta stupisce per la sua incredibile bellezza. Tra le opere che sono ancora in sito forse la più interessante è la lastra tombale di Paolo Doria commissionata dallo stesso  nel 1474. La lapide marmorea si compone d’ un riquadro centrale e d’una cornice, in testa della quale è posta l’epigrafe non coeva, nel riquadro  sette angioletti disposti simmetricamente sorreggono una ghirlanda con lo stemma dei Doria che fu abraso dai monaci, nella cornice cordonata da una maschera leonina si dipartono due tralci di vite che si svolgono a girali con grappoli e pampini questi ultimi risolti con sette lobi anziché con i cinque di natura, ai quattro angoli vi sono putti musici. Singolare il fatto del numero 7 ricorrente nell’opera che richiama i sette sigilli dell’angelo dell’Apocalisse,  le 7  virtù teologali e cardinali ed i 7  vizi capitali. La scultura d’altissimo pregio è stata attribuita ai fratelli Gagini o alla loro scuola ed in particolare a Michele D’Aria.

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Il chiostro maggiore  in stile rinascimentale  di forma quadrata fu costruito tra il 1492 ed il 1519, il pozzo al centro probabilmente apparteneva alla primitiva cappella trecentesca.

UN DUOMO DI MILANO A GENOVA

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L’architetto Luigi Rovelli ( Milano 1850 – Rapallo 1911) fu senza dubbio uno dei principali protagonisti dello stile eclettico in Liguria, egli seppe amalgamare il gusto della committenza alto borghese locale con modelli neo-rinascimentali, neo-gotici  e neo-romanici che ebbero grande successo specialmente nelle residenze di villa e nell’edilizia funeraria. Nel cimitero monumentale di Staglieno, per esempio il Rovelli progettò la cappella Raggio nel 1896, Armando Raggio, il committente, fu un finanziere ed industriale genovese che fece costruire questa cappella per accogliere le spoglie della moglie. Il Nostro progettò un edificio in stile gotico adorno di guglie e d’archi rampanti ancora oggi conosciuto come ” Il Duomo di Milano”, alto oltre 28 metri e occupante una superficie di 35 mq. fu interamente rivestito in marmo bianco di Carrara dai fratelli Repetti di Lavagna che impiegarono più di 150 tonnellate del prezioso materiale, sin dal tempo in cui fu realizzato fu annoverato tra i monumenti più grandiosi di questo museo a cielo aperto.

I RISSEU DELLA CERTOSA DI RIVAROLO

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Nell’anno del Signore 1280 il nobile Bartolino Di Negro, ricco mercante genovese esperto di commercio e di finanze, non sapendo come far fruttare le sue terre poste nell’interland di Genova, fece donazione di alcuni suoi possedimenti in Rivarolo (GE) a Bozone Priore generale della grande Certosa di Grenoble, perché fosse edificato un monastero dell’ordine certosino, frati  che erano rinomati anche per la loro bravura nel far fruttare le terre coltivate. I certosini nel 1295 entrarono in possesso dei terreni e cominciarono a fabbricare la  chiesa ed il  convento, tuttora esistenti nonostante che, essendo collocati fuori delle mura di Genova, abbiano sopportato i danni della soldataglia austriaca nel 1746 e poi, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi voluta da Napoleone, i monaci furono allontanati e la chiesa fu utilizzata prima  come deposito di polveri ed in seguito come ospedale militare. Nel complesso vi sono due chiostri, il primo risalente al 1519 più piccolo destinato ai monaci, il secondo, mostrato nella fotografia, con 32 colonne toscaneggianti probabilmente risalente  al 1530 era destinato ai laici ed è circondato da una pavimentazione a risseu  tipica del genovesato che consiste in un mosaico realizzato con acciottolato di pietre solitamente bianche e nere con le quali venivano pavimentati gli spazi esterni.  I Risseu sono stati parzialmente restaurati e sono veramente belli anche se un po’ criptici, nel senso che solo alcuni si riescono ad interpretare compiutamente come quello sottostante in cui è leggibile  la parola Cartusia ( da Chartreuse dove risiedeva la casa madre dell’ordine certosino fondato da San Bruno nel 1084 ).

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A BANDEA DE SAN ZORZO ( la bandiera di san Giorgio)

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Il salvifico vessillo della vera croce, così veniva definita la bandiera di Genova da Jacopo da Varagine nella sua “Legenda aurea”, fu usato sin da tempi remoti, quando l’esercito bizantino stazionava a Genova nel VII secolo ed aveva portato con se il culto per San Giorgio, un soldato romano vissuto alla fine del III secolo dopo Cristo in Cappadocia che,  convertitosi al cristianesimo, fu giustiziato sotto l’ imperatore Diocleziano perché si rifiutò d’adorarlo come fosse una divinità. La bandiera, composta da una croce rossa in campo bianco, sventolava sopra le galee della Repubblica Genovese e questo presto diventò sinonimo di potenza  e predominio sui mari, tanto che il re d’ Inghilterra Riccardo I Plantageneto, ricordato come Riccardo Cuor di Leone, chiese al doge di Genova di concedergli l’ uso del vessillo genovese per le sue navi, cosa che gli venne accordata dietro il pagamento d’ un tributo annuale, a proposito è da qualche secolo che l’ Inghilterra non paga il tributo e considerando anche gli interessi maturati  viene fuori un bel gruzzoletto. Molti credono che l’ emblema dei soldati crociati partiti alla volta della Terra Santa per liberarla dall’occupazione mussulmana  fosse la croce rossa in campo bianco ma così non fu, ogni nazione aveva una croce di diverso colore, gli inglesi per esempio portavano una croce bianca in campo rosso, i fiamminghi l’ avevano verde, i tedeschi nera in campo bianco, gli italiani gialla o azzurra ( curioso che i giocatori della squadra di calcio della Nazionale italiana vengano chiamati ” Azzurri”)  ed i genovesi rossa.

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Litografia raffigurante la battaglia della Meloria tra galee Genovesi e Pisane presa da: ” Storia popolare di Genova ” di Mariano Bargellini edito da Enrico Monni  nel 1869

 

UN CROCIFISSO IMPRESSIONANTE

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Nel centro storico di Genova vi è la bella chiesa gentilizia della famiglia Spinola dedicata a San Luca, qui nella cappella della Vergine addolorata già detta del “Crocifisso” è un Cristo crocifisso in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia dello scultore Domenico Bissone (*) che  fu commissionato all’artista da Gio Domenico Spinola, impressionante per il realismo con cui fu realizzato, l’ artista in quest’opera esalta i simboli della sofferenza ed esprime il culmine del dolore dell’uomo Dio, ( …quando giunsero nel luogo detto Cranio là crocifissero Lui e i due malfattori… Luca 23.3).

(*) Domenico Bissone ( 1597 – 1645 ) figlio di Francesco Gaggini fu chiamato Bissone dal suo luogo di nascita, trasferitosi a Genova ebbe una bottega nella contrada detta “Scuteria” dove fu  chiamato Domenico da Bissone. Nel 1607 gli fu commissionata una cassa processionale per l’oratorio di santa Croce di Sarzana andata perduta, questa opera  gli diede notorietà e fama, numerose “Casacce ” ( oratori ) gli commissionarono lavori d’ogni genere, forse il più famoso dei quali è ” Il Cristo Moro “, un Cristo crocifisso intagliato e scolpito in legno di giuggiolo eseguito per l’ oratorio di San Giacomo della Marina  oggi esposto nella chiesa di San Donato nel centro storico di Genova.

UNA MADONNA GRAZIOSA DI LUCA

 

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Nella bella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena (GE) vi è una pala d’altare che raffigura La Vergine con il Bambino Gesù, San Giovanni Battista, angeli ed in alto Dio Padre. Il dipinto databile all’inizio degli anni 60 del ‘500 è stato realizzato da Luca Cambiaso ( Moneglia 1527- El Escorial 1585), nella foto mostro il particolare più interessante dell’opera pittorica che ci illustra quanto il Correggio lo abbia influenzato in questo periodo.  Il Nostro, rinunciando ad ogni enfatizzazione,  esprime qui una poetica tesa ad una perfetta integrazione tra lo spazio naturale e le figure disponendole nella profondità dello spazio collegando i vari livelli con i loro movimenti, l’angioletto in primo piano  genera attenzione nei confronti del fruitore dell’opera, mentre  la protagonista assoluta di questo capolavoro è la Madonna, mediata dalla Madonna di Bruges di Michelangelo, che ci viene rappresentata con il braccio sinistro posto sull’elemento geometrico formato da un cubo di pietra. La Vergine, con la sua naturalezza, mitiga il geometrismo tendenziale del Cambiaso e lo porta al punto d’arrivo d’una ricerca cominciata agli inizi degli anni cinquanta , una grazia ed una delicatezza tipicamente Correggesca  che qui raggiunge il suo apice, definita dal Magnani  d’una ambigua precarietà.

UN MONUMENTO PER IL BUFFONE DI DIO

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Nel centro storico di Genova e più precisamente in via Lomellini dichiarata patrimonio dell’umanità dall’ UNESCO, c’è una chiesa dedicata a San Filippo Neri. Filippo nato a Firenze nel 1515,  ancora giovane si trasferì a Roma che a quel tempo era in preda alla miseria ed alla corruzione, prese i voti nel 1551 e si dedicò alla missione evangelica di aiutare i ragazzi di strada e ricondurli sulla retta via con metodi a quel tempo assolutamente avveniristici, infatti non percosse o castighi venivano usati per correggere i ragazzi, ma il divertimento, il gioco ed il canto che avvenivano in quello che poi  sarebbe diventato l’ Oratorio. Il papa Gregorio XIII innalzò questo istituto in Congregazione   nel 1575, alcuni anni  dopo la morte di Filippo Neri avvenuta nel 1595, egli fu proclamato santo, venne chiamato il Buffone di Dio  oltreché il Santo dell’allegria. La chiesa Genovese a lui dedicata  fu edificata per volere di Camillo Pallavicini  su progetto di Pietro Antonio Corradi, finita nel 1676  è sicuramente tra i più importanti esempi del barocco genovese, tra le opere d’arte ivi custodite  spicca un gruppo scultoreo  in marmo di Carrara composto dalla statua di San Filippo  sull’altar maggiore  opera dello scultore carrarese  Domenico Guidi ( 1625-1701 ) posta sopra una gloria d’ angeli  opera scultorea del francese Onorato Pellé (1641 -1718) emblematiche dello stile barocco genovese.

LE PORTE DELLA SALA DORATA

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Nella metà del XVI secolo il ricchissimo Tobia Pallavicino si fece costruire a Genova in Via Nuova      ( ora via Garibaldi) uno stupendo palazzo progettato da Giovanni Battista Castello detto “Il Bergamasco”, che oltre ad essere architetto fu anche pittore (  lui fu l’artefice degli affreschi sul soffitto dell’ingresso ) . Tobia aveva fatto la sua fortuna avendo ottenuto il monopolio del commercio dell’allume di Tolfa che al tempo era una sostanza imprescindibile per la conservazione dei pellami. Nel 1704 il palazzo fu acquistato dalla famiglia Carrega che diede il via ad una serie di lavori di ristrutturazione e d’ampliamento affidando la decorazione a Lorenzo De Ferrari                ( Genova 1680 c. – 1744)  che qui coadiuvato da Diego Carlone per gli stucchi, creò il suo capolavoro “La Galleria Dorata”,  un ambiente raffinato e particolare per la sua unicità, infatti in questo salone gli affreschi del Nostro mediati dall’Eneide di Virgilio, il mobilio e le suppellettili formano un unicum di grazia e bellezza, il top del barocchetto genovese. Ma, purtroppo, le cose belle piacciono e sono oggetto di rapina,  così due splendide porte in specchio e bronzi dorati ed una consolle sono solo copie delle originali che furono portate a Parigi nel XIX secolo e lì ancora oggi custodite.

LA CACCIA AD UN AFFRESCO PERDUTO

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Luigi Centurione, che nel terzo decennio del XVII secolo era proprietario del Palazzo Lomellino di via Garibaldi,  nel 1623 si rivolse a Bernardo Strozzi,  al tempo frate cappuccino che come pittore era grandemente apprezzato da committenti pubblici e privati, per affrescare il primo piano nobile del suo palazzo.  Lo Strozzi  avrebbe dovuto portare a termine il suo lavoro in diciotto mesi ma alla data del 24 novembre 1625 l’ artista, in un documento indirizzato al Senato della Repubblica, si lamenta di non esser stato ancora adeguatamente pagato. Il Centurione di fronte all’impudenza dello Strozzi che aveva osato, diciamo così sputtanarlo, di fronte ai maggiorenti di Genova, accusò il pittore di non aver rispettato il contratto ” né nei tempi,né nel lavoro, né per altra cosa…” così si aprì un procedimento legale che comportò la brusca interruzione del lavoro del pittore ed il Centurione fece in due sale picchettare e scialbare alcuni affreschi che non gli piacquero,  mentre tenne quelli realizzati nella sala centrale. Quando, all’inizio del XVIII secolo, la proprietà del palazzo passò ai Pallavicini, per dare maggior importanza al secondo pino nobile, i nuovi proprietari fecero ampliare lo scalone che lo collegava al primo piano e questa ristrutturazione comportò l’ innalzamento d’un nuovo muro portante che restrinse la sala centrale che fu conseguentemente controsoffittata nascondendo gli affreschi dello Strozzi dei quali si perse la memoria. La storica dell’arte Mary Newcome ed il Merlano nel 2004 ebbero l’ intuizione di far fare un foro nella controsoffittatura e si accorsero che questa aveva preservato dai rigori del tempo gli affreschi del grande pittore genovese ritenuti perduti, riportandoli alla luce. L’iconografia  dell’opera si ispira alla Fede che sbarca nel Nuovo Mondo ( L’ America ) e nei pennacchi, a scene della vita degli indios  tra cui anche alcune di cruento cannibalismo.

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IL PALAZZO SQUARCIAFICO

 

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…in piazzetta Squarciafico ( ora Invrea * ) è un palazzo del quondam Ippolito Invrea: in esso dentro nel portico e nella facciata ha dipinte immagini di Dei col Ratto delle Sabine sotto il fregio il già mentovato Ottavio Semino, a cui servirà sempre di gran lodi l’abbaglio o vero o esagerato del celebre Giulio Procaccino il quale,come narra il Soprani,osservando le dette pitture a quei di sua comitiva disse: ” Avete voi si bell’opra di Raffaello e prima d’ora non me la faceste vedere?”. Queste facciate dipinte sono un glorioso reliquato del buon gusto del secolo decimoquinto e ovunque se ne rinvengono fanno un decoro pubblico….è gran danno che invece di rimettersi questo bel modo si vada piuttosto estinguendo e anziché far dipingere nuovamente si imbianchi il dipinto. Così si legge nella Descrizione della città di Genova redatta da un anonimo nel 1818 a proposito del Palazzo Squarciafico che nel XIX secolo era proprietà della famiglia Invrea che poi diede il nome alla piazza. Il palazzo fu edificato nel 1565 su preesistenti palazzi medioevali dei quali ne ingloba una torre.  Singolare il fatto che l’ anonimo scrittore evidenziasse con rammarico l’ atteggiamento dei genovesi più portati a rifare che a restaurare.

 

* nota di chi scrive

C’ERA UNA VOLTA PICCAPIETRA

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La chiesa di Santa Croce e di San Camillo è uno dei pochi edifici di Piccapietra che si è salvato dalla ristrutturazione, alcuni dicono distruzione,  del quartiere avvenuta a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Piccapietra è un antico quartiere genovese il cui toponimo deriva dal fatto che i suoi  abitanti erano prevalentemente scalpellini e tagliapietre. Il nuovo piano regolatore salvò questo tempio dalla distruzione ed oggi circondato come è da palazzate in ferro/cemento e vetro ci sembra una zattera in mezzo ad un oceano ostile. L’autore dell’ edificio fu l’architetto lombardo Carlo Muttone, la facciata presenta due ordini di lesene con capitelli a stucco, sopra il portone due angeli reggono lo stemma dell’ordine dei Camilliani. Il fondatore di quest’ordine Camillo de Lellis nato nel 1550 a Bucchianico, dopo aver fatto lo scavezzacollo in gioventù, a 25 anni si pentì della sua vita dissoluta e si fece frate cappuccino fondando la Congregazione dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi i cosiddetti Camilliani per l’appunto, nel 1594 arrivò a Genova da Milano e con l’ aiuto del nobile Centurione  fece costruire un primo tempio poi demolito  vicino a quello attuale che fu edificato nel 1671. La titolazione alla “Santa Croce” ricorda il ritrovamento della croce su cui fu morì  Cristo da parte di Elena madre dell’imperatore Costantino nel 326 d.C.

MARC’ANTONIO FRANCESCHINI ed i FILIPPINI

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Il pittore Marc’Antonio Franceschini ( Bologna 1648 – 1729 ) dopo esser stato allievo di Giovanni maria Galli, divenne uno dei collaboratori più apprezzati di Carlo Cignani, sotto la direzione di questo insigne maestro il Nostro dipinse ad olio ed a fresco molte opere a Bologna, Modena, Piacenza ed a Reggio Emilia, riscuotendo fama e consensi. Nel 1714 si trasferì a Genova con suo figlio Giacomo, Giacomo Boni ed il quadraturista Mario Hoffner perchè i “Filippini”  gli diedero l’ incarico di affrescare la volta del tempio dedicato a San Filippo Neri in Via Lomellini, inoltre il Franceschini avrebbe dovuto dipingere otto tele che avrebbero dovuto illustrare la vita del santo,  tele che il Nostro realizzò a tempera, per completare il lavoro impiegò sei mesi, oltre all’affresco della volta che  celebra la Gloria di San Filippo Neri, sono suoi anche i medaglioni laterali monocromi ed i quadri sotto il cornicione che illustrano alcuni episodi della vita del santo.

QUARTO DEI MILLE

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Nel 1915,  a Quarto ( Genova ) sul capo di fronte allo scoglio da cui si imbarcarono nel 1860 i mille soldati volontari al seguito di Giuseppe Garibaldi diretti a Marsala, fu eretto un gruppo monumentale in bronzo realizzato dallo scultore Eugenio Baroni ( Taranto 1880 – Genova 1935 ) per ricordare ai posteri l’evento. Il monumento fu inaugurato alla presenza delle massime autorità cittadine  e di Gabriele D’Annunzio che tenne un discorso commemorativo. Il Baroni, allievo di Scanzi all’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, fu influenzato nella sua arte da Rodin e dal simbolismo di Leonardo Bistolfi per giungere poi ad uno stile impregnato d’un espressionismo molto personale. Non molti anni or sono, i nomi di quei garibaldini che per puri ideali accettarono di sacrificarsi per una patria che ancora non esisteva, sono stati impressi in una stele bronzea inchiavardata sugli scogli antistanti al mare così come aveva auspicato Cesare Abba.  20190303_162144

C’ERA UNA VOLTA IL DIO PENN

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Borzonasca è un paesino che fa parte della città metropolitana di Genova, è collocato nell’alta valle Sturla, lì dove il torrente omonimo confluisce nel torrente Penna, confina con il parco naturale dell’Aveto, recentemente assunto all’onore delle cronache per i branchi di cavalli selvaggi che vi vivono. Borzonasca fu dominio dei conti Fieschi di Lavagna che qui costruirono roccaforti e castelli, perché questa zona era strategica essendo un crocevia tra la costa ed il retroterra. Qui, presso la frazione di Borzone, a metà strada tra l’abbazia di Sant’Andrea ed il paese di Borzonasca, c’è una incisione rupestre tra le più grandi di Italia, un’incisione che lascia senza fiato. Una leggenda locale afferma che i monaci della vicina abbazia, una volta all’anno, si recavano sotto questa rupe a pregare, perché in questo viso scolpito nella roccia riconoscevano le sembianze del Cristo. L’incisione rupestre fu scoperta in data relativamente recente,  all’inizio si pensò che fossero stati i monaci della vicina abbazia a scolpire la roccia, ma quando gli studiosi fecero un esame accurato della rupe, con immenso stupore, si resero conto che questo enorme manufatto risaliva a diverse migliaia d’anni fa, probabilmente all’epoca paleolitica, quindi molto prima che i romani conquistassero la Liguria, quando le popolazioni celtiche che qui vivevano adoravano il dio delle montagne chiamato Penn, ( il monte Penna era ritenuto la sua casa) e prima che questo mito fosse sostituito da quello di Giove Pennino. Un’altra cosa mirabolante è che al verso di questa roccia pare sia scolpito un altro viso, come fosse un Giano bifronte, si sarebbe appurato ciò mediante l’uso di un drone, ma questo onestamente non l’ho appurato di persona ma mi è stato detto da un personaggio incontrato in loco. 

LA RIVOLUZIONE DI CARAVAGGIO

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A Genova è stata allestita una splendida mostra nel palazzo della Meridiana dal nome: “Caravaggio e i Genovesi, Committenti, collezionisti, pittori” curata da Anna Orlando, una storica dell’arte che, oltre ad essere una studiosa stimata a livello internazionale, è anche una profonda conoscitrice del patrimonio collezionistico privato. La mostra, pur non essendo grande, ( le opere esposte sono una trentina) è interessantissima perché mostra alcuni dipinti inediti  di collezione privata per la prima volta esposti al pubblico.  La Orlando, partendo dal presupposto che il patriziato genovese fu tra i principali committenti del grande pittore lombardo, asserisce che: ” La rivoluzione di Caravaggio è fatta di luce, di realismo, di teatralità e di enfasi” e questo potente messaggio pittorico non poteva essere ignorato sia dai pittori che lo conobbero personalmente nel suo soggiorno romano, sia da quelli che videro le sue opere straordinarie nelle case dei Giustiniani, dei Doria e degli Imperiale. Caravaggio soggiornò a Genova nel 1605 ed anche se la sua presenza in città fu di breve durata, la poetica caravaggesca ed il suo modo di far pittura conquistarono senza se e senza ma quella parte di collezionisti aperti ad una nuova visione che non fosse quella del tradizionale tardo manierismo imperante a Genova all’inizio del XVII secolo, così vicino a ” l’Ecce Homo”  attribuito al Caravaggio,  troviamo opere dei liguri Strozzi, Fiasella, Assereto e tanti altri che, per la bellezza dei dipinti esposti, vi lasceranno senza fiato. Nella foto un olio su tela di Bernardo Strozzi detto il Cappuccino o il prete genovese ( Genova 1581 – Venezia 1644  ) di proprietà del Museo dell’ Accademia Ligustica di Belle Arti in mostra al Palazzo della Meridiana.

SANTA CATERINA ED IL MIRACOLO DEL SUO CORPO INCORROTTO

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Forse non tutti sanno che nelle chiese genovesi sono conservati i corpi incorrotti di un beato e di tre santi, uno di questi appartiene a Santa Caterina da Genova. Caterina nacque nel 1447 a Genova da una delle più nobili famiglie della Repubblica “I Fieschi”, pur avendo sin da giovane espresso il desiderio di ritirarsi in convento, il padre la diede in sposa appena diciassettenne a Giuliano Adorno a cui non diede eredi. Ad un certo punto della sua esistenza ebbe una visione in cui Cristo la esortava a cambiare il suo stile di vita e da allora Caterina si dedicò anima e corpo alla cura ed all’assistenza dei malati sino alla sua morte avvenuta nel 1510. Caterinetta, così veniva chiamata dai suoi conoscenti, venne messa in una cassa di legno nella chiesa dell’ospedale di Pammatone e murata in un punto dove era malauguratamente stata posta una condotta d’ acqua che perdeva e che alla fine fece tanto gonfiare il legno da scoperchiare la cassa, singolare è la descrizione di come fu rinvenuto il corpo dopo diciotto mesi dalla morte: la cassa di legno era marcita ed i vermi avevano divorato i vestiti e le tele che fasciavano il corpo di Caterina  ma questo risultava incorrotto e con la carne così palpabile che in toccarla pareva carne disseccata…. Dopo la sua canonizzazione nel 1738 il corpo di Santa Caterina fu posto in un’ urna di cristallo e bronzo sorretto da un complesso monumentale in marmo realizzato da Francesco Maria  Schiaffino visibile nella chiesa della S.S.Annunziata di Portoria.

ANSALDO PRECURSORE DEL BAROCCO

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Andrea Ansaldo nato a Voltri (GE) nel 1584 fu definito dal Soprani “pittore prospettico” per la sua grande abilità di costruire lo spazio sia nelle sue opere da cavalletto, sia nella pittura a fresco, suo primo maestro fu Orazio Cambiaso, figlio del grande Luca, del quale si sa poco e niente, poi vengono le influenze dei toscani che passarono da Genova come il Lomi  ed il Passignano ed anche i  lombardi, che fecero grande la pittura milanese del primo ‘600, quali il Cerano, il Morazzone ed il Procaccini ed infine i grandi maestri fiamminghi che, attratti dal mecenatismo  delle famiglie genovesi, soggiornarono a periodi alterni nella nostra città. il Nostro è il pittore che meglio esprime il passaggio tra la vecchia scuola e le nuove tendenze che porteranno alla rivoluzione barocca.  All’inizio Ansaldo privilegia la centralità della figura,  come nel Sant’ Erasmo di Voltri, poi lo schema iconografico si fa più libero ed al grande interesse per l’intensità del colore e per le preziosità delle vesti e dei gioielli, si unisce una poetica in cui è presente un forte contrasto chiaroscurale. Andrea Ansaldo fu l’ artefice degli affreschi della cupola della chiesa dell’Annunziata del Vastato, e guardando quest’opera magistrale si può affermare senza ombra di dubbio che questo maestro realizzò la prima grandiosa affermazione dello stile barocco a Genova. Nella foto la Salomè custodita nel museo di Palazzo Bianco di Via Garibaldi a Genova. A Cadice in Spagna, nella cattedrale vecchia,  si trova una  pala d’ altare a lui attribuita in cui è rappresentato un San Sebastiano, qui i contrasti luce ombra hanno il sopravvento sul colore, la scena è scarna, l’ attenzione del fruitore è concentrata sul martire che è l’ unico protagonista della scena e  l’ angelo dipinto in secondo piano non fa che esaltarne la figura.  L’atto di morte del pittore redatto nel 1638,  che si trova nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Genova lo definisce: ” Pictor egregius et magnae existimationis” .

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UNA CONVERSIONE CAPOLAVORO

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Nel centro storico di Genova, a metà di via san Luca, vi è una piazzetta nascosta dove è uno dei più bei palazzi della città : il Palazzo Spinola di piazza Pellicceria sede della Galleria Nazionale. Oggi 25 Gennaio si festeggia la conversione di San Paolo e per me è occasione per presentarvi questo bel dipinto conservato in questa prestigiosa casa museo, si tratta d’ una grande pala d’altare realizzata dal pittore Valerio Castello                ( Genova 1624 – 1659 ) negli anni 40 del ‘600 per la chiesa di San Paolo di Prè oggi non più esistente, nel 1797 il grande dipinto fu portato nella chiesa di Santo Stefano dove purtroppo fu danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ciononostante, il genio di questo artista, prematuramente stroncato dal’epidemia di peste che a metà del secolo XVII  decimò la popolazione di Genova e uccise gran parte dei pittori protagonisti della svolta artistica generata dalla influenza che ebbe Rubens ed i pittori fiamminghi sugli artisti locali, il genio  del Castello dicevo affiora prepotentemente in questo quadro dove è raffigurata la conversione di Paolo sulla via di Damasco,   un’iconografia ed un modulo compositivo in parte ispirato dalle opere del grande maestro fiammingo, specialmente dal ritratto equestre di Gio Carlo Doria dal quale il Nostro ha mediato l’energica postura del destriero.

LA MADONNA DEI CAMALLI

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A Genova, nel’area del Porto Antico sul lato mare della palazzina detta del Millo, si trova un bassorilievo in marmo bianco di Carrara che raffigura una Madonnina con in braccio Gesù bambino insieme a San Giovanni Battista protettore della città e Sant’Erasmo protettore dei naviganti e dei pescatori. L’opera databile al XVIII secolo è protetta da una semplice teca in legno provvista di vetro sorretta da una mensola  decorata con marmi policromi. La Madonna è rappresentata con lo scettro in una mano,  ricordiamo che dal 1637  la Madre di Dio fu eletta regina della nostra città e da quel momento fu rappresentata con le insegne regali: scettro e corona imperiale, in alto, spuntano tra le nuvole cherubini ed angeli che le fanno da corona. Prima della ristrutturazione del porto antico realizzata su progetto di Renzo Piano, quest’area anticamente era adibita al carico ed allo scarico delle merci trasportate dalle navi e  questa Madonnina era chiamata la Madonna dei “camalli”,  camallo è una  parola che deriva dal’arabo ” Hammal” che significa facchino o scaricatore che dir si voglia ed i camalli avevano la consuetudine di passare innanzi a questa Madonnina, di segnarsi e invocare la sua protezione prima di iniziare il loro lavoro.

Santa Maria di Castello una chiesa museo

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A Genova nel medioevo c’erano otto “Compagne” ognuna delle quali faceva riferimento ad una zona della città. La Compagna era una specie di sodalizio  nel quale i nobili ed i ricchi mercanti abitanti nella stessa zona  che avevano interessi in comune, si organizzavano dandosi un capo detto Console e  un vice Console  ai quali veniva conferita la potestà di governare, comandare le imprese e giudicare le vertenze tra gli associati, concludendo avevano funzioni amministrative, giudiziarie  e militari ( potevano armare galee). Una delle più antiche Compagne era quella di ” Castello” che risiedeva nell’omonimo sestiere. Il nome di Castello deriva da Castrum poiché su questa collina nacque il primo  insediamento fortificato della città. La chiesa di Santa Maria di Castello fu il primo tempio mariano di Genova ed una delle più antiche chiese della città, si hanno notizie della chiesa sin dal 658 dopo Cristo. Ricostruita nel XI secolo e poi nel XIII sembra che, per un lungo periodo di tempo, sia stata adibita come cattedrale estiva, perché essendo ubicata nel borgo fortificato, era più facile da difendere dalle incursioni dei pirati barbareschi. Al’ interno della chiesa vi sono innumerevoli opere d’ arte, un vero e proprio museo della pittura e della scultura medioevale, la più famosa è quella del Crocifisso barbuto che si dice miracoloso, secondo la tradizione sarebbe stato portato a Genova dalla Terra Santa al tempo delle crociate, conservato in primis nel convento di San Silvestro ed in secundis, dopo che  si verificò un miracolo, nella chiesa di Santa Maria di Castello, la cosa singolare è che il vero crocifisso ligneo  fu restaurato, privato della barba posticcia e dei capelli ed  esposto nella navata centrale della chiesa, ma nessuno lo considera, tutti vanno a pregare davanti alla  copia  del Cristo realizzata nel secolo scorso e posta nella cappella dove era custodito l’ originale. Sul prospetto della  chiesa affacciato sul mare, originariamente era dipinta a fresco una grande immagine di questo Cristo in croce e sino al’inizio del XIX secolo ogni nave da guerra che entrava o usciva dal porto lo salutava con una salva di cannone.

copia cristo moroCopia del crocifisso miracoloso in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia realizzato  il secolo scorso e posizionata dove era l’ originale, nella cappella detta del Crocifisso.

170 TONNELLATE DI MAGNIFICENZA

 

 

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Il monumento dedicato a Raffaele De Ferrari finalmente ha ritrovato una collocazione a Genova, non senza aver suscitato un mare di polemiche, ma si sa che per i genovesi il “Mugugno” è un diritto irrinunciabile. Il gruppo scultoreo è stato posto in fondo a via Corsica nel quartiere di Carignano antistante alla piazza dedicata a San Francesco di Assisi. Originariamente il monumento era sito in Piazza Principe vicino alla casa-reggia di Andrea Doria, fu smontato e collocato in un deposito a cielo aperto in Val Polcevera, per molti anni in balia degli agenti atmosferici ed ai ladri di rame che ne fecero scempio, per consentire i lavori della metropolitana genovese, credo la più breve tratta del mondo, la più costosa e per la quale fu impiegato più tempo che per realizzare il tunnel sotto la Manica. Finalmente, anche grazie alle perorazioni del’ associazione ” A Compagna de Zena” fu restaurato e ricollocato al’onore del mondo. Il gruppo scultoreo fu dedicato al De Ferrari, uno dei più grandi mecenati che la nostra città abbia mai avuto, dopo che egli donò alla città venti milione di lire oro per la costruzione della nuova diga foranea. Per realizzare il monumento fu incaricato nel 1896 l’artista Giulio Monteverde   ( Bistagno 1837-Roma 1917 ) uno degli scultori più rinomati del suo tempo, che avrebbe dovuto rappresentare un’allegoria. Il Monteverde ideò un gruppo scultoreo in cui la protagonista è la Magnificenza,  rappresentata come una matrona coronata e  rivestita da un’ampia  tunica accompagnata dal suo genio alato completamente nudo, cosa che al tempo destò molta ilarità tanto da ispirare un’ opera al poeta Rapallo dove egli ironizzava a proposito del sedere nudo del genio, co-protagonista il dio Mercurio che oltre ad essere messaggero degli dei fu anche dio dei mercanti, del commercio (il nostro Raffaele faceva il banchiere di professione) e, aggiungo sommessamente, dei ladri. La effige del De Ferrari è rappresentata in un medaglione che è posto sul basamento in granito della statua, quasi a voler avere un atteggiamento di basso profilo in un’opera alta 13 metri e pesante 170 tonnellate.

PASQUALE NAVONE EREDE DELLA TRADIZIONE MARAGLIANESCA

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Pasquale Navone nacque a Genova nel 1746 nel sestiere di San Vincenzo, si ipotizza che la sua formazione artistica quale scultore su legno sia avvenuta in una bottega d’ un allievo del Maragliano forse Pietro Galleano. Anche se nacque sette anni dopo la morte del Maragliano, fu ritenuto da molti suo discepolo per le affinità stilistiche con le quali realizzava le sue sculture che senza dubbio richiamavano prepotentemente lo stile del grande Maestro. Nonostante che il Nostro fosse un convinto sostenitore dello stile neoclassico che lentamente stava prendendo piede a Genova, la sua bottega intagliò senza soluzione di continuità figure presepiali tardo barocche alla maniera del Maragliano sino alla sua morte che avvenne all’età di soli 45 anni. Nella foto sopra è raffigurato un gruppo scultoreo in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia che rappresenta San Nicolò  innanzi alla Madonna con ai suoi piedi le anime purganti   collocato in un altare della chiesa di San Nicola da Tolentino  che si trova  nella circonvallazione a monte di Genova, mentre sotto è rappresentato un particolare dello splendido presepe allestito nel museo dell’ Accademia Ligustica di Genova realizzato con figure presepiali del Navone, eccezionali per il loro stato di conservazione, sia delle statuine lignee, sia degli abiti e degli ornamenti con cui sono rivestite, l’ allestimento scenografico è opera di Giulio Sommariva e degli alunni dell’Accademia, le statuine provengono dal museo Luxoro di  Capolungo ( Nervi)  per molti genovesi assolutamente sconosciuto.

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I MACACHI DI ALBISOLA

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Nei presepi della Liguria di ponente sono molto diffusi i “macachi” di Albisola. I macachi originariamente erano prodotti quasi esclusivamente da popolane,  che dovendo occuparsi della prole o di vecchi famigliari  erano gioco forza escluse dal lavoro nelle fabbriche delle ceramiche albisolesi. Le statuine prodotte da queste artiste inconsapevoli vennero chiamate così in senso dispregiativo, perché le sembianze delle statuine erano più simili a quelle delle scimmie che agli esseri umani, ma i macachi costituirono comunque una produzione originale, che non ha uguali in nessuna tipologia presepiale fatto eccezione ai “Santon” provenzali che vengono prodotti ancor oggi e con i quali potrebbero avere avuto una origine comune.  Macaco , che in dialetto significa uomo da poco o sciocco, come detto sopra, fu un termine affibbiato a queste statuine dai ceramisti albisolesi d’inizio ‘900 per sminuirne il valore artistico, in realtà queste statuine popolari godettero di grande diffusione ed ancor oggi sono molto richieste dal mercato antiquario. Concludendo i macachi di Albisola hanno resistito nel tempo, sino a dedicare a queste artiste popolari un monumento realizzato dallo scultore  Umberto Piombino        ( Genova 1920 – 1995) la cui copia in bronzo è collocata nella piazza del comune di Albisola Marina.

Nella foto un presepe con i macachi allestito nella mostra ” Presepi di Liguria, tradizioni,arte,devozioni, curiosità.” nel Museo dei beni culturali Cappuccini di Genova

“Bernardo Strozzi prima e dopo” cappuccino per bisogno, prete per opportunità

Bernardo Strozzi, Vergine addolorata

Bernardo Strozzi ( Genova 1581- Venezia 1644 ), uno dei più grandi pittori che abbia avuto i natali nella nostra città, si fece cappuccino nel convento di San Barnaba perché alla fine del XVI secolo se avevi la sfortuna di nascere in una famiglia senza né arte né parte, per sbarcare il lunario o ti facevi soldato, avendone il fisico, o ti ritiravi in convento, così il Nostro prese i voti, evidentemente senza aver sentito la ” Chiamata ” e cominciò a dipingere soggetti sacri su ordine dei suoi superiori per molti conventi e per  chiese della città,  per la verità senza riscuotere grossi apprezzamenti, sino a che fu scoperto da un mercante d’ arte che di nome faceva Giobatta Riviera che credette in lui e lo convinse ad abbandonare il convento adducendo come scusa quella di dover accudire alla vecchia madre vedova ed alla sorella nubile; grazie all’aiuto del Padre Generale, del quale Bernardo aveva dipinto uno stupefacente ritratto a memoria, il Nostro fu prosciolto dai voti monastici ma sino a che la madre non fosse passata a miglior vita e la sorella si fosse sposata, dopodiché avrebbe dovuto rientrare in convento. Bernardo si stabilì con la famiglia a Campi e lì  ritornò a studiare pittura, con la sorella che gli faceva da modella,  ma tutte le cose belle ahimè son destinare a finire, così morta la madre e la sorella andata sposa, i Cappuccini gli ordinarono di ritornare in convento, Bernardo cercò con mille espedienti di ritardare il suo rientro sino a che dai suoi superiori  fu fatto arrestare e venne trascinato in convento senza tanti complimenti. A Santa Barnaba il nostro povero pittore fu rinchiuso in una vera e propria cella, in isolamento e con il divieto di ricevere visite da parenti, i quali cercarono di farlo evadere, ma il tentativo fallì miseramente e come risultato lo Strozzi fu trasferito nel monastero di Monterosso, (una specie di Alcatraz dell’ epoca)  e rinchiuso in una segreta che da lui fu dipinta. Passarono tre lunghi anni, dopodiché gli fecero rinnovare i voti, lui si mostrò pentito dei suoi trascorsi e fu così convincente che, avendo riconquistato la fiducia dei suoi superiori, gli fu concesso d’ andare a trovare la sorella, raggiunta la casa della sorella si tagliò la barba, si vestì con una tonaca da prete, raggiunse il porto e s’ imbarcò su un vascello che faceva rotta per Venezia, dove personaggi importanti che ammiravano il suo modo di far pittura lo protessero e lo misero al sicuro dalla vendetta dei Cappuccini e della città di Genova che perse così uno degli artisti più grandi del periodo barocco. Emblematico poi fu il suo modo di dipingere che diventò più libero e gli fece raggiungere l’ apice della sua bravura. “Strozzi prima e dopo” si può notare in due dipinti conservati  a Genova nella Galleria Nazionale di Palazzo Spinola in Piazza Pellicceria” La Vergine addolorata” realizzata nel periodo genovese e ” L’ allegoria della Pittura” realizzata nel periodo veneziano.

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IL PRESEPE GENOVESE DEL SETTECENTO

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Fare una ricostruzione storicamente accettabile d’ un presepe genovese del settecento è un’impresa difficile poiché, data la fragilità dei materiali usati nel XVIII secolo per realizzare le scenografie in cui erano poste le statue presepiali, a noi “moderni” è rimasto quasi niente, sappiamo però che in buona sostanza più che ricostruire paesaggi esotici in cui porre la  stalla dove nacque Nostro Signore, si preferì ricostruire con cartoni, legno, paglia, sughero e muschio i paesini che circondavano la città di Genova.  Le figure,  in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia, riproponevano tipologie di personaggi facilmente riscontrabili nel quotidiano, così il pastore con il suo gregge, il contadino con il bue, il vecchio claudicante e mendico, le lavandaie, le comari  che discorrono tra loro o  gli artigiani che attendono ai loro mestieri. Una convinzione molto consolidata ma priva di fondamento, attribuisce al grande scultore su legno Anton Maria Maragliano ( Genova 1664-1739) la paternità di molte sculture presepiali pervenuteci, ma non è mai stato documentato un impegno diretto di questo artista in tal senso, è però certamente possibile ipotizzare che nella sua bottega i suoi allievi abbiano prodotto statuine da presepio, produzione che con la morte del maestro ed il venire meno delle grandi committenze per la costruzione delle imponenti casse processionali, fu certamente indirizzata alla costruzione di sculture presepiali e di devozione domestica. Non il Maragliano ma il più prolifico creatore di figure presepiali fu Pasquale Navone ( Genova 1746 – 1791) un artista la cui poetica fu molto vicina a quella del Maragliano, tanto che, pur non avendo avuto a possibilità di conoscere il maestro che alla sua nascita era già morto da sette anni, fu per molto tempo considerato un suo discepolo e molte delle sue sculture migliori furono dai posteri attribuite al caposcuola come quella mostrata nella foto  presa  dalla mostra ” Presepi di Liguria, tradizione, arte, devozione, curiosità…” nel museo dei beni  culturali  Cappuccini di Genova.

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In alto presepe dell’ Istituto delle Figlie di San Giuseppe di Genova composto da figurine della scuola maraglianesca.

UN ‘EDICOLA BAROCCA IN UN MURO ROMANICO

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La chiesa di San Donato, edificata nell’omonima via probabilmente sulle rovine d’un altro tempio d’epoca longobarda, è tra le più belle del centro storico di Genova. La chiesa che si riconosce anche da lontano per la sua originale torre nolare ottogonale, venne costruita nel cuore della cinta muraria carolingia risalente al IX secolo lungo quel “carrubeus rectus usque in Ponticellum” cioè nel vicolo dritto che arriva sino alla porta di Sant’Andrea detta “Soprana” che consentiva l’accesso alla città di Genova da levante. Superando la piazzetta san Donato, lungo la fiancata sinistra del tempio, là dove inizia lo stradone Sant’Agostino che porta in piazza Sarzano, si scorge, incastonata come una gemma nell’antico muro romanico, una splendida edicola.  L’ edicola fu realizzata con una scenografia tipicamente secentesca, sormontata dallo Spirito Santo in forma di colomba,  con angeli che lateralmente sorreggono un panneggio, quasi come un sipario che s’ apre su un statua della Madonna con tra le braccia il Bambino Gesù, opera dello scultore genovese Tommaso Orsolino ( 1587 – 1675 ). La bella edicola è visibile anche imboccando lo stradone Sant’ Agostino da Piazza Sarzano. La base mistilinea è tipica dello stile barocco come anche il cartiglio sottostante impreziosito da volute e rocaille con al centro uno stemma sormontato da due angioletti che si guardano. Il contrasto tra la semplicità dello stile romanico e l’ ampollosità del barocco è un po’ stridente, non so se rendo l’idea, è un po’ come vedere un’auto panda carrozzata maserati, però alla fine lo sposalizio tra i due stili non risulta sgradevole.

MARAGLIANO SCENOGRAFO DI DIO

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Anton Maria Maragliano, nato a Genova nel 1664, è oggi  protagonista d’ una mostra bellissima allestita nel teatro del Falcone di Palazzo Reale. Questo artista che al tempo si rifiutò d’ entrare nella corporazione dei bancalari ( mobilieri ) proprio perché “artista”, nella sua maturità assunse il ruolo d’ innovatore della tradizionale scultura lignea locale impregnandola di quella poetica barocca che a Genova ebbe grandi interpreti  nelle figure di Filippo Parodi e del Puget per la scultura  e dagli artisti di “Casa Piola”per la pittura. Il Nostro, come era d’ uso a quei tempi, fu discepolo in primis dell’ Arata e poi per sei lunghi anni nella bottega di Giobatta Agnesi mobiliere e scultore su legno, anni in cui,  come del resto tutti gli apprendisti, non venne pagato se non con il vitto, finalmente all’ inizio del XVIII secolo si aprì una bottega sua in via Giulia ( attuale via XX Settembre) che presto diventò famosa in tutto il genovesato per l’ eccellenza con la quale realizzò i suoi lavori, fossero questi Crocifissi o casse processionali. Grazie all’ amicizia che lo legò al pittore Domenico Piola, che talvolta gli fornì disegni e spunti progettuali e più tardi a Gregorio De Ferrari, egli riusci a dare tridimensionalità ai lavori pioleschi, generando  un pàthos nei confronti dei fruitori  delle sue opere  che qualche volta sconfinò in una vera e propria sindrome di Stendhal, per esempio il gruppo scultoreo della deposizione di Cristo, illustrato nella foto soprastante in un particolare, appartenente alla chiesa di Nostra Signora della Visitazione di Genova,  mi ha tanto coinvolto emotivamente da provare dolore, non ero più il semplice visitatore d’ una mostra ma anch’io protagonista in questa scena tragica insieme a  Giovanni d’Arimatea, Nicodemo ed agli altri personaggi rappresentati in questa incredibile composizione.

 

 

 

 

 

STORIA D’UNA FONTANA ERRANTE

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A Genova la fontana posta al centro di Piazza Colombo venne progettata nel 1643 da Pietro Antonio e da Ottavio Corradi, la grande vasca  inferiore  è modanata a segmenti e curve ricorrenti  dalla quale mascheroni  gettano acqua in contenitori sagomati a demì lune  che anticamente servivano per abbeverare i cavalli  che trasportavano su carri merci e derrate alimentari in porto, sopra di questa, quattro delfini legati per la coda dalle cui nari zampilla l’ acqua,  sostengono quattro sirene opera dello scultore Giobatta Orsolino, all’ apice  è una coppa marmorea abbellita da una Fama alata che suona un nicchio opera dello scultore Jacopo Garvo che la realizzò nel 1673.  Come molti monumenti genovesi anche questo antico barchile ( fontana) aveva una diversa collocazione, la fontana si trovava nella zona di Ponte Reale vicino a Palazzo San Giorgio.  Nell’atrio d’ una casa del quartiere di Carignano,  in via Ilva, vi è un affresco realizzato presumibilmente negli anni 60 del secolo scorso preso da un’incisione ottocentesca,  che ben rende l’ idea di come dovesse apparire questa fontana nella sua collocazione originale.

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“SIBERIA” UNA PORTA INDIMENTICABILE

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L’antica porta del Molo detta anche “Porta Siberia” originariamente si chiamava “Porta Cibaria” perché attraverso questo varco transitavano le derrate alimentari che venivano sbarcate dai vascelli e quelle in partenza per altri lidi. La porta, superlativo esempio d’architettura militare, fu ideata nel momento di passaggio dalle armi da lancio a quelle da fuoco, fu pensata con la forma d’una tenaglia e faceva parte della cerchia di mura del XVI secolo progettata dall’architetto perugino Galeazzo Alessi. Oggi il complesso è sede del museo Emanuele Luzzati per il quale, a mio avviso, si poteva trovare un sito più consono, mentre gli interni della poderosa fortificazione in cui è inserita la porta, potevano essere mostrati come dovevano apparire nel ‘500, con cannoni, colubrine e magari figuranti vestiti come soldati dell’ epoca summenzionata, che sicuramente avrebbero attirato i turisti in visita al porto antico come mosche sul miele.  Con il passare dei  secoli quest’area è stata letteralmente stravolta, soprattutto con gli interramenti che hanno fatto arretrare il mare d’un centinaio di metri, se siete curiosi di vedere come doveva apparire la Porta del Molo in origine, ebbene a Genova in via Ilva vi è un affresco nell’atrio d’un palazzo in cui un anonimo  artista dipinse nella seconda metà del secolo scorso la porta Siberia da una incisione del XIX secolo.

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UN MONUMENTO PER UN CHIRURGO

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Nel Cimitero Monumentale di Staglieno (GE), nel settore contraddistinto dalla lettera A,  al n. 28 troviamo il monumento funebre eretto in memoria del chirurgo Luigi Pastorini. L’ artefice di questo gruppo marmoreo fu Giuseppe Navone ( Genova 1855 – 1917 ) che dalla scuola scultorea funebre  del” Realismo Borghese ” cioè a dire una visione molto realistica del defunto, approdò nella sua maturità artistica ad una visione più ” Simbolista”. I Simbolisti avevano come obiettivo quello di cogliere la spiritualità di tutto ciò che esiste nella realtà ma non è  materialmente visibile, praticamente la rappresentazione di idee per mezzo di forme come per esempio in questo monumento funebre dove il Nostro concepì nel marmo una complessa allegoria: due figure femminili alate, che rappresentano rispettivamente la personificazione della Medicina e della Magnificenza, distribuiscono ricchezze  ad una suora che stringe tra le sue braccia un bambino malato. La suora cappellona è emblematica dell’ assistenza ai  bisognosi e dei diseredati, il busto del defunto è posizionato all’ apice del monumento per attestarne l’ importanza ed il valore.

LA MADONNA DEI POVERI E DEI RICCHI

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Nella Genova della metà del XVII secolo i poveri erano un vero e proprio esercito. Miserabili, diseredati, invalidi reduci dalle guerre che molto spesso imperversavano sul suolo italico, homeless e morti di fame ( intesi non in senso figurato ) invadevano le vie e le piazze della Serenissima Repubblica, tanto da essere un vero e proprio problema per l’ ordine pubblico. Nel 1652 il patrizio genovese Emanuele Brignole, su mandato del Senato di Genova,  cercò un sito dove edificare un ricovero che potesse accogliere questa turba di infelici e lo trovò sopra una collina dove scorreva ( ed ancora scorre coperto ) il rio Carbonara. Questo ricovero, oggi conosciuto come Albergo dei Poveri, fu pensato come un enorme complesso a croce latina il cui progetto si ispirò ad ospedali già esistenti a Parigi ed a Milano. I lavori per l’ imponente costruzione si interruppero dopo soli quattro anni, perché Genova fu colpita da una terribile pestilenza che decimò la popolazione, solo per volontà del Brignole, i lavori per la costruzione furono ripresi, ma si conclusero moltissimi anni dopo quando il Brignole era già passato a miglior vita facendosi seppellire nel complesso sotto una lastra di marmo senza nome, questo perché fu accusato d’ aver sperperato le “palanche” della Repubblica più per sua maggior gloria che per fare beneficenza. Obiettivamente in questa costruzione “Ospitaliera” fu adottata una dimensione gigantesca propria del periodo “Barocco” dove tutto doveva stupire per la sua magnificenza e grandiosità tese a testimoniare la gloria di Dio ma anche, lo dico sommessamente, la ricchezza e la potenza dei committenti, così in questo complesso possiamo ammirare sull’altar maggiore della sua chiesa dedicata all’ Immacolata Concezione di Maria, un gruppo statuario in marmo di Carrara realizzato nel 1666 dal celeberrimo scultore marsigliese Pierre Puget ( 1662-1671 ), mentre fuori dalla chiesa possiamo vedere i lunghi corridoi dove venivano posti i letti che dovevano accogliere i poveri, corridoi  dagli alti soffitti nei quali nei mesi invernali ci doveva essere un freddo terrificante che non poteva certamente essere lenito dalla vista dei busti marmorei dei benefattori  del complesso esposti in bell’ordine nelle loro nicchie.

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PRIARUGGIA

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Chiuso tra “Capo San Rocco” e il “Letto del pescecane”, a poca distanza dal monumento di Quarto che ricorda l’ impresa de “I Mille di Garibaldi” c’è un fazzoletto di spiaggia sassosa che prende il nome, come del resto tutto il quartiere alle sue spalle, da uno scoglio di pietra rossa. Priaruggia  nacque come scalo in quest’ansa di mare riparata che consentiva alle piccole imbarcazioni un approdo sicuro e divenne un borgo di pescatori,   i genovesi venivano qui a fare i bagni nelle acque cristalline della piccola insenatura dove sfocia il rio omonimo, le case anticamente erano state costruite praticamente sulla spiaggia, poi le distruzioni dovute ai bombardamenti dell’ ultimo conflitto mondiale le ridussero in macerie ed ora di quelle case non è rimasta memoria se non nelle cartoline dell’ inizio del secolo scorso. Nel 2008 una terribile tempesta spaccò lo scoglio che ha dato il nome a questo luogo lasciandoci tutti attoniti e un po’ più soli.

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barche della Società dei Pescatori Sportivi di Priaruggia

UNA NOBILE ACCADEMIA

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A Genova l’ Accademia Ligustica di Belle Arti fu fondata nel 1751 da Gio Francesco Doria insieme ad un gruppo di artisti e di aristocratici genovesi, il palazzo che la ospita in Piazza De Ferrari fu progettato da Carlo Barabino e sorge dove anticamente era il convento dei frati Domenicani sede della Santa Inquisizione, La chiesa ed il convento furono distrutti all’inizio del XIX secolo ed al loro posto fu costruito un Teatro ed il palazzo dell’Accademia, anche la piazza cambiò  nome da Piazza San Domenico a Piazza De Ferrari quasi a volerne cancellare la memoria. L’ Accademia è  ed è stata una scuola di formazione artistica con al suo interno un interessante museo che custodisce soprattutto opere di pittori liguri che hanno lasciato un’orma profonda nel panorama artistico italiano.

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Compianto di Cristo morto di Andrea Ansaldo (Genova Voltri 1584 – 1638 ) olio su tela

UNA GALLERIA TUTTA D’ORO

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A Genova nella Via Garibaldi già via Nuova, vi è il palazzo che Tobia Pallavicino si fece costruire  tra il 1558 ed il 1561, la proprietà passò nel XVIII secolo alla famiglia Carrega  committente di questa galleria che costituisce uno dei più emblematici ambienti del rococò genovese, quello che molti definiscono Barocchetto.    Lorenzo De Ferrari                 ( Genova 1680 – 1744 ) realizzò qui la sua opera più importante ed il suo capolavoro  terminandola nel 1744 poco prima della sua morte. Lorenzo, figlio del grande pittore Gregorio De Ferrari, fu allievo di suo padre e come il padre dipinse avendo ben presente la lezione del Correggio stemperata in qualche modo dall’ influsso del Maratta e dei Maratteschi che lui aveva avuto modo di conoscere nel 1734 in un suo breve soggiorno romano. La Galleria dorata, che realizzò con la probabile collaborazione del quadriturista ticinese Diego Carlone  artefice degli stucchi,  è interamente decorata a fresco con storie mediate dall’Eneide di Virgilio. Tipica del Barocchetto genovese è la perfetta armonia dell’ ambiente interno con gli arredi e gli altri elementi decorativi della Galleria comprese le specchiere, le poltrone ed i tavoli da muro. Di fronte agli affreschi di Lorenzo si resta attoniti, non pare possibile siano passati più di 274 anni da quando li realizzò, sono così vividi i loro colori che sembrano opere dipinte ad olio e non su intonaci pluricentenari.

I giorni 13 e 14 ottobre 2018 in occasione dei Rolli days sarà possibile visitare gratuitamente questo palazzo oggi sede della Camera di Commercio di Genova.

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Lorenzo De Ferrari ( Enea uccide Turno re dei Rutuli sotto le mura della città di Laurento)  particolare d’ un medaglione dipinto a fresco.

UNA CLIZIA DELIZIOSA

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Nello splendido palazzo Balbi -Durazzo di Genova, conosciuto come Palazzo Reale perché i Savoia lo avevano acquistato dopo l’ annessione di Genova al loro regno per avere una sede di grande rappresentanza, vi è un capolavoro del periodo rococò che noi a Genova chiamiamo barocchetto genovese: la “Galleria degli Specchi”, resa famosa perché usata come location in un recente film su Grace Kelly interpretato da Nicole Kidman. In questa splendida cornice vi sono quattro statue in marmo bianco di Carrara parzialmente dorate del grande scultore Filippo Parodi ( Genova 1630- 1702 ), una delle  opere ispirata alle “Metamorfosi ” di Ovidio rappresenta Clizia la ninfa ondina che innamorata di Febo dio del sole e non corrisposta, si consumò di dolore e dalla disperazione per non poter coronare il suo sogno d’amore, per giorni e giorni non fece che seguire con gli occhi il carro del sole sino a che non si trasformò in un fiore, il girasole appunto. Il Parodi scolpisce la ninfa con il viso rivolto verso il cielo, mentre piano piano si sta trasformando, la torsione del busto dona grazia e leggerezza alla figura che da pietra che è diventa sogno, un messaggio onirico  che ci prende l’ anima e che non ci consente di guardare altro che lei.

 

L’ORATORIO DELLA MORTE

L’ORATORIO DELLA MORTE

Nel centro storico di Genova vicino alla splendida piazza della Nunziata ed alla porta turrita che consentiva l’ accesso alla città medioevale da ponente, vi è un oratorio che la gente del popolo chiama di Santa Sabina, in realtà il suo nome vero derivò dal fatto che in questo oratorio si riuniva la Confraternita “Della Morte ed Orazione” . Federico Alizeri descrive nei suoi scritti perché diverse persone diedero origine a questa “Compagnia” che all’ inizio ebbe la missione di seppellire per carità i cadaveri degli schiavi, la data della sua fondazione può farsi risalire al 1587, anno in cui l’ arcivescovo Sauli ne approvò la costituzione. In breve tempo il numero degli iscritti crebbe  così che la Confraternita poté ampliare i suoi ” Pietosi Uffizi “, che non si limitarono più a dare degna sepoltura  agli schiavi ed ai poveri ma cercarono anche di soccorrerne le famiglie alleviandole dallo stato di miseria in cui versavano. L’ oratorio fu costruito nel quarto decennio del XVII secolo sopra un’ area comprata dal priore della chiesa di Santa Sabina oggi sconsacrata ed adibita a sede d’ una agenzia della banca CARIGE di Genova.

 

 

 

 

TORRI ANTI CORSARI

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La Serenissima repubblica di Genova sino al XVI secolo non intraprese iniziative sistematiche per proteggere i paesi del genovesato con fortificazioni che potessero salvaguardare i suoi abitanti dalle incursioni dei corsari e dei saraceni, i quali molte volte si trovavano di fronte a villaggi più o meno indifesi i cui abitanti trovavano scampo solo fuggendo sulle colline dell’entroterra. Per quanto riguarda il Golfo del Tigullio solo Chiavari e Portofino risultavano avere delle postazioni fortificate degne di questo nome prima del’500, mentre Rapallo, Santa Margherita e Zoagli erano indifese e sovente preda del terribile pirata Toghud-Dragut che seminava il terrore ad ogni suo passaggio come nel 1549 quando il pirata, nativo della Turchia, mise a ferro e fuoco Rapallo, saccheggiando il borgo e riducendo in schiavitù centinaia di uomini e donne. Di fronte a tutto ciò, nei due anni successivi molti borghi si dotarono di fortificazioni, le cosiddette “Torri saracene” ed almeno due di queste furono edificate a Zoagli una a levante del borgo marinaro detta “Guardia dell’Arenella” ed una a ponente detta “Guardia di Scalo”. La torre mostrata nella foto è quella detta ” Torre Saracena ” di Levante, è una costruzione a semplice pianta quadrata eretta su un’alta base a scarpa, all’ interno due stanze sovrapposte con piccole finestrature,

Una dimora principesca pe’ o “Monarca”

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Il Palazzo Tursi  oltre che museo è anche sede del comune di Genova. L’ imponente palazzo, sicuramente il più fastoso di quelli eretti nella seconda metà del XVI secolo in strada Nuova ( ora via Garibaldi ), fu realizzato da Domenico e da Giovanni Ponzello a partire dal 1565 per la committenza del nobile Nicolò Grimaldi detto ” il Monarca ” per il gran numero dei titoli nobiliari che poteva vantare e soprattutto per il fatto che, facendo il banchiere, era il più grosso finanziatore del re di Spagna Filippo II, ma si sa come sono alterne le fortune di questo mondo, Filippo II s’ era messo in testa di dichiarare guerra alla regina d’ Inghilterra Elisabetta I, distruggere la sua flotta ed invadere quel’ isola piena di eretici protestanti con la sua ” invincibile armada”, purtroppo per lui, per una serie di circostanze sfortunate,  fu invece la sua flotta ad essere distrutta e  Nicolò Grimaldi vide con orrore tramontare ogni possibilità di recuperare ” le palanche ” che aveva prestato al re Filippo, fu così che egli, con sommo dispiacere, fu costretto a vendere la sua dimora prestigiosa a Giovanni Andrea Doria che la comprò per suo figlio Carlo duca di Tursi  al quale si deve l’ attuale denominazione del palazzo. Il Palazzo Tursi fa parte dei palazzi de “I Rolli” ed è stato dichiarato patrimonio dell’ umanità dal’UNESCO. Nella foto in basso la torre dell’ orologio visibile dal loggiato superiore del cortile interno.

LA TORRE DELL'OROLOGIO

Giovanni Andrea De Ferrari pittore colto

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Secondo il Soprani, Giovanni Andrea De Ferrari nacque a Genova nel 1598 c. da famiglia benestante, la sua formazione artistica iniziò nella bottega di Bernardo Castello per approdare poi, in un secondo tempo, in quella di Bernardo Strozzi e proprio lì il nostro Giovanni Andrea affinò quel gusto per il colore che in lui divenne strumento di ricerca della ” Verità”. Il Soprani lo definisce elegante, colto e brillante in giovinezza quanto amareggiato e tormentato dalla Gotta negli anni della sua vecchiaia ( muore nel 1669). A Genova presso il Museo dell’ Accademia Ligustica delle belle Arti si può ammirare un suo dipinto rappresentante la famiglia di Giacobbe, in quest’opera è di tutta evidenza la lezione del Bassano per l’ iconografia  e le citazioni dal Roos per la natura morta  che il nostro restituisce con un linguaggio moderno vicino a quello del Grechetto che  Gio. Andrea, all’epoca della sua  maturità, dimostra di comprendere e di far suo.  Questo dipinto, costruito a piani successivi, termina con l’ apertura ad un paesaggio di sfondo ed è una delle opere di questo pittore che farà dire al Longhi”… corrente capitalissima nell’arte in qui giorni, che tocca anche Orazio De Ferrari ed il Vassallo ed eccelle, poco dopo, nel naturalismo venezieggiante di Giovanni Andrea De Ferrari”.  Dagli anni 40 del XVII secolo il pittore adotta una sigla stilistica che manterrà quasi sino alla fine della sua carriera artistica, un modo di dipingere delicato con una pittura stesa a velature sovrapposte, dai toni caldi e dal tocco vibrante. La costruzione iconografica del dipinto è molto simile a quella de ” La riconciliazione di Labano con Giacobbe “realizzato all’ incirca nel quarto decennio del ‘600, dipinto di collezione privata che Anna Orlando ha pubblicato nel suo libro” Dipinti genovesi dal cinquecento al settecento ritrovamenti dal collezionismo privato”.

Agostino Tassi un artista carogna

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Agostino Buonamico ( si fa tanto per dire… il perché lo preciso più avanti ) detto Tassi nacque a Perugia nel 1605, si trasferì giovanissimo a Roma dove fece il suo apprendistato nella bottega del pittore fiammingo Paul Bril, uno degli antesignani del dipinto di paesaggio incluso quello marittimo; a Roma conobbe il pittore Orazio Gentileschi, fecero amicizia e presto diventarono inseparabili compagni di bagordi e gran frequentatori di bordelli e d’ osterie. Il Tassi uomo di natura irruente e rissosa, oggi è soprattutto conosciuto per il fatto d’aver violentato la figlia del suo amico Orazio, la bella Artemisia al tempo diciassettenne, alla quale  doveva insegnare la tecnica della prospettiva ed invece tra una pennellata e l’ altra … fu al tempo celebrato contro di lui anche un processo, perché il buon Orazio, essendo venuto a conoscenza del fatto, lo denunciò e la cosa che più mi colpì di questo processo fu che invece di torturare lui per fargli confessare lo stupro, fu torturata lei perché ammettesse d’ essere stata consenziente, mah… cose che accadevano nel XVII secolo a Roma, oggi non più perché la tortura è un reato… ma torniamo al nostro Agostino, il quale dopo aver lavorato anche a Firenze dove si fece qualche annetto di galea per risse, arrivò finalmente a Genova dove si fermò per qualche tempo dimorando nel popolare quartiere del Carmine, nel ” Galata” il museo del mare c’è un interessante dipinto suo che mostra la costruzione d’ un galeone su un lido sabbioso circondato da un capriccio di paesaggio.

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UN MONUMENTO FUNEBRE FUNESTO

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Nel cimitero monumentale di Staglieno a Genova nel settore D al n. 08 troviamo un gruppo scultoreo realizzato da Santo Varni ( Genova 1807-1885) nel 1864. Il monumento dedicato alla memoria di Maria Bracelli, fu commissionato all’artista dai due figli della defunta Anton Maria e Francesco Spinola, ultimi eredi di questa antichissima famiglia genovese. Il monumento si ispira ai modelli della fine del XVI secolo, il sarcofago è sormontato dalla statua umanizzata della Fede con sotto scritto “Io sola son guida al Cielo”, affiancata in basso da due figure allegoriche che rappresentano una il Sonno eterno con la coroncina di semi di papavero ed il cerchio e l’altra la Speranza con la ancora e lo sguardo rivolto verso la Fede. Quest’ opera è ancora lontana dal “Realismo borghese” che fu un fenomeno artistico dominante nella scultura dell’ ultimo quarto del XIX secolo, realismo che avrebbe eliminato le figure allegoriche rappresentando il             ” Dolore” nella sua concretezza più umana. Questo monumento si pensa porti sfortuna perché durante il trasporto dallo studio del Varni a Staglieno sopra un carro, venne chiesto l’ aiuto d’ un passante, ma la statua scivolò e lo uccise sul colpo restando illesa.

ACQUASOLA UN POSTO DELLA MEMORIA

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In pieno centro di Genova vi è un parco pubblico che in passato ebbe molteplici usi, da leggendario bosco pagano a discarica di detriti, da cimitero per gli appestati  a luogo dove infliggere i supplizi e negli ultimi duecento anni luogo di passeggiate, feste e giochi per bambini ed adulti. Nel settecento e nell’ottocento qui veniva praticato l’ antico gioco del pallone, la palla doveva essere scagliata contro i bastioni delle antiche  mura poste a difesa della città  e poi recuperata dai giocatori di due squadre avversarie che, molto spesso, non molto sportivamente, facevano degenerare il gioco in risse e tumulti, ma stiamo parlando di due secoli or sono, oggi come oggi son cose che  non accadono più, all’ Acquasola naturalmente. Il gioco favoriva anche le scommesse e tra i più illustri scommettitori possiamo annoverare anche Ferdinando IV re delle due Sicilie.  Oggi, dopo anni di abbandono e di liti sull’ utilizzazione di quest’area, Acquasola è tornata ad essere il parco per antonomasia dei genovesi.

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Acquasola in una stampa acquarellata dell’ inizio del XIX secolo

LA VILLA DEI FANTASMI

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A Marassi ( Genova), soffocata dallo stadio di calcio e dai palazzi costruiti nel primo dopo guerra in corso Alessandro de Stefanis, c’è una villa che i nobili Centurione si fecero edificare nella seconda metà del ‘500. La zona a quel tempo era prettamente agricola, gli insediamenti erano rari se si esclude alcune costruzioni rurali ed alcune residenze estive di famiglie aristocratiche genovesi che se le fecero costruire sulla sponda sinistra del torrente Bisagno ai piedi delle colline che lo circondavano. La villa, come detto, perse completamente il suo rapporto con il territorio circostante pur mantenendosi sostanzialmente integra nonostante i diversi passaggi di proprietà, anche la decorazione degli interni è emblematica di quel gruppo di frescanti e decoratori che troviamo in altre dimore patrizie di campagna: Bernardo Castello allievo del Cambiaso, Andrea Semino ed i fratelli Calvi decorarono pareti e soffitti della villa e proprio questi affreschi, a mio avviso, fecero nascere la credenza che la casa fosse infestata dai fantasmi. Nei primi anni 50 del secolo scorso la villa era da molti anni disabitata e con le finestre sfondate, una dimostrazione di coraggio da parte dei ragazzini era penetrare la sera negli antichi ambienti con una candela accesa e resistere almeno mezz’ora, non ricordo, a mia memoria, che qualcuno abbia resistito per più di 10 minuti.

Nella foto “Il ratto di Proserpina” dei fratelli Calvi

ROLLI DAYS

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A Genova ieri e oggi domenica 20 maggio si possono visitare i palazzi dei Rolli, tra i tanti capolavori che avrete l’ opportunità di vedere, visitate la chiesa della Santissima Annunziata del Vastato, li potrete ammirare il dipinto dell’ Ultima Cena realizzato nel 1618 dal pittore Giulio Cesare Procaccini ( Bologna 1574 – Milano 1625 ). E’ un’occasione unica per ammirare quest’ opera a livello del suolo stante che la sua collocazione abituale prima del restauro è nella contro facciata della chiesa a 16 metri d’ altezza. Per capire quest’opera splendida, emblematica del ‘600 lombardo, occorre fare alcune considerazioni, la prima che pittori come il Procaccini bolognese di nascita ma milanese d’adozione, il Cerano ( Giovanni Battista Crespi detto il ) ed il Morazzone ( Pier Francesco Mazzucchelli detto il ) ebbero una formazione dovuta a fattori fondamentali, uno fu la vita e le opere dei due cardinali Borromeo, san Carlo, uno dei principali protagonisti del programma figurativo del concilio di Trento e della contro riforma   e Federico arcivescovo  di Milano che nel 1620 istituirà L’ Accademia Ambrosiana per la formazione degli artisti, che aveva come linea guida quella di diffondere la fede attraverso le immagini sacre. Queste direttive incideranno in maniera sostanziale sul modo di fare pittura dei nostri e sulle scelte iconografiche dei dipinti.  Questo capolavoro dell’ Annunziata, chiaramente ispirato dal “Cenacolo” di Leonardo, ha un effetto scenografico che raggiunge fasi di grande intensità,  finalizzato ad una interpretazione della scena rappresentata  che  coinvolga emotivamente i fruitori del dipinto sul piano emozionale.

UN GIOIELLO PERDUTO NEI CARUGGI

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UN CAPOLAVORO COSTATO 620 LIRE

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La nobile Orietta Spinola all’inizio dell’ottavo decennio del XVII secolo commissionò al grande scultore Filippo Parodi ( Genova 1630 – 1702 ) un Cristo deposto su legno scolpito ed intagliato pagandolo 600 lire, inoltre incaricò il pittore Domenico Piola ( Genova 1628 – 1703), uno dei più grandi interpreti dello stile barocco a Genova, di dipingerlo per 20 lire. Il Parodi, allievo a Roma del Bernini e suggestionato negli anni 60 del ‘600 dalle opere del Puget che a Genova lasciò numerose testimonianze della sua poetica scultorea, in questo Cristo esprime il meglio della sua maturità artistica, la cromia originale del Piola è oggi parzialmente nascosta dalle pesanti ridipinture ottocentesche, ma anche così la figura del Gesù esprime tutta la drammaticità ed il dolore per la morte dell’uomo Dio. La scultura si trova oggi in una cappella della chiesa di san Luca, originariamente chiesa gentilizia della famiglia Spinola che vicino possedeva un grande palazzo oggi sede della Galleria Nazionale ed una torre di difesa  che fu mozzata in tempi antichi ed  inglobata in un edificio.

UN PITTORE FIORENTINO A GENOVA

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Di Sigismondo Betti, pittore fiorentino attivo tra il 1720 ed il 1765, se ne hanno scarse notizie biografiche, non si conosce con assoluta certezza neppure chi fu il suo maestro, alcuni propendono per il Puglieschi allievo del Dandini, altri per il Bonecchi discepolo del Sagrestani, certo è che nei suoi dipinti si nota uno stile piuttosto impersonale ed una certa frettolosa monotonia nella composizione,  il Betti fu molto corretto nel disegno fedele alla tradizione secentesca, a Genova visse per dieci anni e nel 1747 dipinse due affreschi nella chiesa di Santa Maria Maddalena sulle pareti laterali del transetto, raffiguranti episodi della vita di San Gerolamo Emiliani, quello mostrato nella foto, realizzato nella parete di sinistra, mostra la Vergine che libera dal carcere il Santo.

EUROFLORA 2018

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A Nervi (GE) in una serie di parchi d’ ispirazione romantica dal valore naturalistico inestimabile dove la flora mediterranea si sposa con piante tropicali ed esotiche è stata allestita quest’anno 2018 EUROFLORA. Nei parchi di Nervi palme d’ ogni tipo fanno compagnia  a cedri ed araucarie ombreggiate da pini marittimi secolari e da ulivi, ombrosi viali contornano pittoresche scenografie in cui vasti prati degradanti verso le scogliere della costa fanno da cornice, mentre tra il verde intenso dell’ erba fa capolino come un’ apparizione l’ azzurro indaco del mare. In questa meraviglia naturale sono incastonati come pietre preziose il museo Luxoro a Capolungo, il museo d’ arte moderna e la collezione Frugone custodita nella villa Grimaldi che appartenne ai Fassio, prestigiosa famiglia di armatori genovesi che nell’ottavo decennio del secolo scorso fu coinvolta in un fallimento voluto da chi slealmente voleva sbarazzarsi definitivamente di una concorrenza ingombrante e pur depredati di tutti i loro averi i Fassio chiusero il fallimento in attivo. Proprio qui in quest’ angolo di paradiso è stata allestita Euroflora, che pur non avendo le caratteristiche spettacolari dell’edizione 2011 realizzata nel complesso del Palasport di Genova, si è comunque rivelata un grande successo di pubblico con oltre 200.000 biglietti venduti.

euroflora 2011 (2)Euroflora 2011  palasport di Genova anno 2011

UN ANGELO NOCCHIERO

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Nel cimitero monumentale di Staglieno di Genova nel settore A, contraddistinta dal numero 25, vi è la tomba della famiglia Carpaneto per la quale Giovanni Scanzi realizzò nel 1886 questo gruppo statuario.  Lo Scanzi nato a Genova nel 1840 fu allievo alla Accademia Ligustica di Santo Varni e la maggior parte delle sue sculture si trova proprio in questo cimitero dove le famiglie più facoltose di Genova gli commissionarono i loro monumenti funebri. Per i Carpaneto realizzò questo splendido angelo nocchiero che sul piedistallo del monumento ha un’epigrafe che recita testualmente: ” Avventurato chi nel mare della vita ebbe nocchiero si fido “. Nel 1893 l’ imperatrice d’ Austria Elisabetta           ( Sissi per gli amici ) restò a lungo a contemplare questa scultura ammirandone la perfezione formale ed alla fine  fece ricopiare l’ epigrafe sul suo taccuino cosa che però non gli portò fortuna, pochi anni dopo nel 1898 mentre stava passeggiando  lungo le sponde del  lago di Ginevra fu assassinata da un anarchico italiano che la uccise con una lima colpendola al cuore.

I SUPERBI GRIFONI UMILIATI

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Se visiterete il “Galata” museo del mare a Genova, ad un certo punto della vostra visita vi troverete di fronte ad un grande stemma della città realizzato da un anonimo pittore ad olio su ardesia nella metà del XVII secolo, questo stemma  è un’opera proveniente dal palazzo dei Padri del Comune demolito nel 1838, da notare che i grifoni reggenti lo emblema della città, una croce rossa in campo bianco, non avevano le code tra le gambe, fu dopo i moti del 1849, nei quali i genovesi cercarono di riconquistare la libertà dal regno di Piemonte e Sardegna al quale la città fu regalata con i suoi possedimenti dai vincitori di Napoleone al Congresso di Vienna e dopo la feroce repressione perpetrata  dell’ esercito sabaudo  comandato dal generale Alfonso La Marmora, che  il re Vittorio Emanuele II pretese che i grifoni genovesi venissero dipinti con le code tra le gambe in segno di sottomissione, per umiliare la città che aveva osato ribellarsi al suo dominio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VALERIO CASTELLO UN PITTORE PROIETTATO NEL FUTURO

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Nato a Genova nel 1624 e figlio del pittore Bernardo Castello allievo del Semino e più tardi seguace di Luca Cambiaso, Valerio non fu certamente influenzato nell’arte pittorica dal padre che morì quando egli aveva solo cinque anni, anzi la madre cercò d’indirizzarlo verso gli studi letterari. Molto presto, a detta del Soprani, venne invece dirottato verso l’esercizio della pittura per la quale dimostrò grande inclinazione. I suoi primi maestri furono il Fiasella e Gio’ Andrea De Ferrari ai quali però non può considerarsi debitore se non per la tecnica meccanica di preparare i colori e le tele, infatti nel panorama artistico culturale del tempo egli può ben essere considerato un attento autodidatta rivolto a cogliere ogni espressione artistica fuori dalla ristretta e provinciale area del genovesato. Perin del Vaga ed il Procaccini, poi la grande lezione di Rubens e Van Dick, mediatori di alcuni elementi della pittura veneziana del Veronese ed ancora il Correggio ed il Parmigianino, lo portarono a far maturare il suo genio libero ed indipendente per mezzo del quale realizzò nuove ed ardite soluzioni formali, quel gusto del non finito pieno d’ una sensualità  non priva d’ un certo languore, un segno grafico spezzato e guizzante che rappresenta quasi una firma nelle sue opere. Valerio fu un artista dal tratto veloce, tanto che alcuni suoi contemporanei criticarono il suo disegno, a loro avviso poco attento e  quasi bozzettistico, non capendo che la sua sensibilità poetica lo portò a privilegiare la ritmica composizione dei volumi che non l’ ottica verità del particolare. Tutto questo lo portò a creare uno stile unico e personalissimo che si staccò nettamente dalla cultura post-controriformistica della prima metà del XVII secolo, quasi un profeta pre-settecentesco e del gusto barocco. Nei suoi dipinti si riscontra una perfetta fusione tra scenografia ed azione,  colmi di quel sentimento romantico insito nel suo animo condizionato solo dalla sua libertà creatrice, che lo portò a realizzare in un vertiginoso lirismo opere di grande spessore che in un tumultuoso serpeggiare di linee curve e spezzate  sfacevano i volumi per trasformarsi in simboli pittorici d’una rappresentazione poeticamente illusiva.  La morte lo colse nel 1659 alla giovane età di 35 anni ucciso  dalla peste che alla metà del ‘600 decimò la popolazione della città di Genova, nonostante ciò, possiamo affermare che non solo nelle opere di Gregorio De Ferrari e del Lissandrino ma in gran parte della produzione veneziana ed europea del XVIII secolo è riconoscibile l’impronta di questo grande maestro genovese.

Nella foto ” Allegoria dell’ Abbondanza” dipinto realizzato ad olio su tela appartenente al patrimonio artistico della banca CARIGE di Genova.

P.S. per una catalogazione delle opere di questo maestro ed approfondimenti vedi il libro “Valerio Castello” del prof. Camillo Manzitti  edito da Umberto Allemandi

LIGABUE ED IL MALE DI VIVERE

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Una mostra sulle opere di Antonio Ligabue ( Zurigo 1899 – Gualtieri 1965 ) è stata allestita nella Loggia degli Abati del Palazzo Ducale di Genova. La mostra propone 80 opere tra dipinti, disegni e sculture di questo artista che da vivo ebbe pochissimi estimatori. Tra i dipinti vi sono animali selvaggi che lui aveva visto impagliati nei musei di storia naturale, nei circhi e sulle figurine liebig, animali domestici con i quali aveva un rapporto d’ affezione e amore, quell’amore di cui aveva disperatamente bisogno ma che sempre gli fu negato dato il suo stato mentale ed il suo aspetto che incuteva repulsione. Su oltre 800 dipinti realizzati nella sua vita più di 100 sono autoritratti che sembrano voler affermare il suo desiderio di essere visto ed apprezzato nonostante il suo aspetto,  secondo il Parmiggiani, il motore della mostra è  proprio negli autoritratti nei quali il pittore esprime tutto il suo male di vivere e la sua sofferenza…sarebbe riduttivo affermare che ci troviamo solo di fronte ad un pittore naif o  di un artista segnato dalla follia ( diversi furono i suoi internamenti in ospedali psichiatrici ) ma ad un espressionista tragico che fonde esasperazione visionaria con gusto decorativo. Nei suoi dipinti d’ animali selvaggi sono quasi sempre presenti due fattori, il primo la violenza della natura che porta il più forte a sopraffare il più debole, un memento mori che permea le sue opere di tristezza stemperata dai vivacissimi colori con i quali le realizza e il senso di disfacimento e di sporcizia data dalla presenza di insetti come le mosche e gli scarafaggi che allegoricamente ricordano la sua triste condizione di estrema povertà. La mostra terminerà il 1 luglio 2018 andatela a vedere, molte delle opere esposte sono appartenenti a collezioni private e quindi visibili solo occasionalmente.

IL PROLOGO D’ UN PARCO STUPENDO

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Lo scenografo Michele Canzio realizzò il parco della villa Durazzo Pallavicini tra il 1840 ed il 1846, lo realizzò come fosse un’opera teatrale ripartita in tre atti con un prologo ed un epilogo, nel prologo si passa da una intricata foresta di lecci e d’allori, che configura allegoricamente le difficoltà della vita quotidiana ( inevitabile non pensare alla “selva oscura” dantesca), ad un piccolo edificio in stile neoclassico decorato con quattro statue del Rubatto che raffigurano Ebe la coppiera degli dei che rappresenta la gioventù, Flora la dea che rappresenta il rifiorire delle piante dopo la stagione invernale, Leda che rappresenta la donna  per antonomasia e Pomona dea dei frutti, da questo edificio si accede ad un viale che conduce ad un arco di trionfo decorato con statue del Cevasco con scritta un’epigrafe che invita il visitatore ad abbandonare le preoccupazioni ed i dolori che condizionano il suo vissuto ed a godere invece delle opere grandiose della natura, un vero e proprio cammino iniziatico che lo porterà alla fine a riconsiderare quali veramente siano le cose importanti per la nostra vita.

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UN ALBERGO 5 STELLE PER I POVERI DI GENOVA

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Nel XVII secolo una epidemia di peste colpì la città di Genova, quando scoppiò nel 1655  ebbe effetti terrificanti giacché su una popolazione di 90.000 persone ne uccise ben 80.000 lasciandosi alle spalle una spaventosa carestia per la mancanza di uomini dediti al lavoro e la cessazione quasi totale delle attività di commercio. Il numero dei poveri e dei disperati divenne così elevato che il noto filantropo genovese Emanuele Brignole  insieme ad Oberto Torre pensarono di finanziare un’idea  che prevedeva, su progetto dell’ architetto Stefano Scaniglia da Sampierdarena, la costruzione d’ un grande albergo destinato ad ospitarli. Nel 1661 la prima parte dell’ edificio fu completata grazie alle 100.000 lire versate dal Brignole per finanziare l’ opera ed alla sua morte egli lasciò metà del suo patrimonio a questa nuova istituzione creata poco fuori delle mura di Genova sulla collina di Carbonara. Il Brignole volle esser sepolto sotto una lapide senza nome nella chiesa del complesso vestito con gli abiti dei ricoverati. Oggi l’ Albergo dei Poveri è sede della facoltà di Giurisprudenza e di Scienze Politiche dell’ Università di Genova.

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L’ albergo dei Poveri in una litografia acquarellata  del Durau realizzata nella prima metà del XIX secolo

C’ERA UNA VOLTA VILLA SAULI

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La villa Sauli, che ha il suo attuale ingresso in via Colombo, risale al XVI secolo, fu edificata su progetto di Galeazzo Alessi ed intorno ad essa esisteva un grande parco conosciuto come “Orti Sauli” , la villa era conosciuta come “La Vigna” perché la sua facciata era decorata a tralci di vite, nell’ottocento perse i suoi giardini trovandosi in mezzo alle trasformazioni dovute al nuovo piano urbanistico che stravolse l’ aspetto di questa zona di Genova, l’ edificio finì per essere adibito prima come magazzino e poi diviso in appartamenti perdendo quasi tutto del suo originario splendore. Oggi è ancora lì soffocata dalle case circostanti e da una sopraelevazione che ne appesantisce la struttura. Un’anonimo del 1818 così la descriveva: Il palazzo Sauli é ornato da marmo alla porta con altri moduli in rustico. Il portico o atrio ne è formato da ventotto colonne doriche di marmo bianco con quattro busti di marmo. Nella facciata del secondo ordine ammiransi pure altre dodici colonne ioniche ai tre lati: vedonsi poi i piedistalli, su cui abbiano ad essere posate le altre corrispondenti a quelle del primo ordine suaccennato. Alla seconda loggia sopra la porta d’ingresso vedonsi bei rilievi nel volto con quadretti e fioroni nel mezzo, e sette altri busti di marmo. La facciata poi verso il giardino è oltremodo bella ed elegante.

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Villa Sauli in un dipinto realizzato nel 1850 c.  dal pittore Domenico Cambiaso ( 1811-1894) custodito nei depositi del museo di Palazzo Bianco

 

 

I “SEPOLCRI” DI GENOVA

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Sin dal medioevo a Genova era diffusa la consuetudine di addobbare un altare il giovedì prima della Pasqua cristiana per ricordare la morte di Gesù Cristo, i cosiddetti “Sepolcri”. Questi allestimenti erano supportati molte volte dalle Confraternite dei Disciplinati, le cosiddette “Casacce” e  consistevano in addobbi di fiori, stoffe, vasi di grano fatti germogliare all’ombra e candele che i devoti portavano per illuminare la notte della passione di Cristo. Secondo la tradizione popolare vigente ancora oggi, dovevano essere visitate un numero dispari di chiese, nel XIX secolo alcune volte, venivano collocati nei “Sepolcri ” dei figuranti vestiti da antichi soldati romani. I più caratteristici sono quelli della chiesa di San Donato, della chiesa del Gesù e della Cattedrale di San Lorenzo mostrato nella foto dove i i cavalieri di San Giorgio vigilano sul “Sepolcro” collocato nello splendido altare dedicato a San Giovanni Battista patrono di Genova.

CATTERINA BALBI DAMA IN TRASFERTA

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Nella Sala delle Udienze del Palazzo Reale di Genova fa bella mostra di se il dipinto raffigurante il ritratto di Catterina Balbi Durazzo realizzato dal pittore fiammingo Antoon Van Dick ( Anversa 1599 – Londra 1641)  databile al 1624. I Balbi conobbero l’ artista ad Anversa, dove era un fiorente mercato di tessuti dei quali i nobili genovesi facevano commercio. Il dipinto è una delle opere più importanti conservate nel Palazzo di cui i Balbi furono i primi proprietari, l’ opera fu commissionata al grande pittore Anversano in occasione del matrimonio di Catterina con Marcello Durazzo, la dama ritratta con un abito sontuoso, ha dei fiori vicino che allegoricamente suggeriscono lo stato interessante di Catterina parzialmente nascosto dall’abito prezioso. Dopo un accurato restauro, realizzato  dall’atelier genovese  di Nino Silvestri, il dipinto sarà esposto nella mostra ” La Fragilità della Bellezza ” insieme ad oltre duecento manufatti restaurati provenienti da 17 regioni italiane nella Reggia di Venaria in Piemonte.

UNA SPLENDIDA PIANETA

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Nel centro storico di Genova, nella chiesa di Santa Maria delle Vigne è stata allestita recentemente una mostra sui paramenti sacri custoditi in questo tempio millenario, tra questi quello mostrato nella foto, una pianeta a fondo bianco realizzata tra gli ultimi decenni del XVII e l’ inizio del XVIII secolo, la tecnica è quella del “Gros de Tours” laminato in seta bianca ricamato con filo d’oro ( filato, riccio, laminetta e canuttiglia a punto posato) e fili di seta policromi in varie gradazioni a punto raso, i ricami in filo d’ oro nascono da una mensola e creano delle partiture simmetriche a volute da cui nascono elementi floreali in cui si possono riconoscere rose, anemoni doppi ed alcuni fiori di gusto orientaleggiante che ricordano altri parati coevi rinvenuti in area ligure. La mostra è nata da un’ idea della dottoressa Marzia Cataldi Gallo storica del costume presso la Soprintendenza di Genova.

IL VIALE DELLE CAMELIE DI VILLA DURAZZO PALLAVICINI A PEGLI

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Il Parco della villa Durazzo Pallavicini di Pegli ( Genova ) è stato riconosciuto come il più bel parco ottocentesco romantico d’ Italia del quale  le camelie sono uno degli elementi floreali più importanti. Il Viale delle Camelie risale al 1856, fu ampliato dal marchese Ignazio Pallavicini e successivamente da sua figlia Teresa. Dato che il terreno originariamente aveva una consistenza prettamente calcarea qui fu sostituito con terra acida che si rivelò fondamentale per il  mantenimento del camelieto. Oggi queste piante sono dei veri e propri alberi che stupiscono per la loro altezza e che fanno di questo angolo del parco un vero gioiello nel periodo della fioritura. Scenograficamente parlando qui Michele Canzio, l’architetto incaricato della progettazione del giardino,  volle celebrare l’ incontro dell’ uomo con la natura vista dal suo lato più fascinoso: il meraviglioso ed incantevole mondo floreale.

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UN MAGICO VIOLINO

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Bartolomeo Giuseppe Guarneri detto Giuseppe Guarneri del Gesù per la sigla posta sui suoi strumenti a corda,  una IHS sormontata da una croce greca posta accanto alla sua firma, è giustamente considerato il più valente di questa famiglia di liutai cremonesi ed uno dei più grandi del suo tempo, nacque nel 1698 e probabilmente fu allievo del padre  Giuseppe Giovan Battista, nei suoi primi lavori fu influenzato dallo Stradivari ma ben presto se ne discostò adottando un suo personalissimo stile agli strumenti da lui realizzati, per far ciò scelse legni non sempre pregiati ma vernici straordinarie che crearono i presupposti per far si che i suoi violini fossero unici nel loro genere, una leggenda vuole che sia morto in carcere nel 1744 condannato per omicidio, ancora oggi nel terzo millennio nessuno è riuscito a capire quale era il segreto del Guarneri nel rendere il suono dei suoi strumenti così magico.

Nicolò Paganini ( Genova 1782 – 1840 ) possedette un violino del Guarneri del Gesù che chiamava “Il Cannone ” costruito nel 1743, il grande musicista lo lasciò in eredità alla città di Genova  ed oggi è visibile  nella sala Rossa del Museo di Palazzo Tursi, qui è esposto insieme ad altri cimeli dell’artista che, come il costruttore del suo violino, aveva conosciuto la galera e questa non è leggenda ma storia, Paganini fu accusato di violenza sessuale e rinchiuso nella torre Grimaldina di Palazzo Ducale, non per molto però, perché allora come ora  la legge non era uguale per tutti.

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Il salotto delle virtù patrie

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Un ambiente nel Museo di Palazzo Rosso di Genova è detto il Salotto delle Virtù Patrie dai soggetti che sono stati raffigurati sia sulle pareti che sul soffitto, l’ artefice di questa serie di dipinti fu il pittore Lorenzo De Ferrari ( Genova 1680-1744) su commissione di Giovanni Francesco Brignole Sale che in questa stanza aveva collocato il suo studio. Le iconografie sono tratte dalle storie delle antichità romane, nella volta è raffigurata la personificazione del Valore che viene configurata allegoricamente come emblema delle Virtù Patrie ovvero degli atteggiamenti umani tesi ad una rettitudine etica ritenuta fondamentale per governare gli uomini. I putti ed i simboli posti in secondo piano alludono appunto alle virtù quali l’ Intelligenza, Il Consiglio, la Fedeltà, la Concordia, il Soccorso e la Felicità Pubblica. Alle pareti quattro grandi tele  dipinte a tempera dal De Ferrari ripropongono i concetti già espressi negli affreschi illustrando quattro episodi della storia romana antica quali  la continenza di Scipione, la  religiosità di Numa Pompilio, la fortezza di Muzio Scevola e la giustizia di Tito Manlio Torquato.

LA MAIOLICA LIGURE NEI CONTENITORI DA FARMACIA

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Gli originali dei contenitori per i medicamenti appartenenti agli ospedali di Pammatone e degli Incurabili  di Genova oggi non più esistenti sono conservati nel museo delle ceramiche liguri di Palazzo Tursi, i vasi furono realizzati da manifatture savonesi, Albisolesi e genovesi tra il XVI ed il XVII secolo e sono rappresentativi della grande stagione della maiolica ligure conosciuta in tutta l’ Europa per le sue caratteristiche di lucentezza e leggerezza. Le forme dei contenitori furono realizzate al tornio con parti a stampo, i decori furono solitamente ispirati da scene bibliche, mitologiche, allegorie, fiori o animali di gusto orientaleggiante, il colore di fondo era solitamente bianco, i decori e le iscrizioni realizzate in blu.

Le caratteristiche peculiari della maiolica savonese dei secoli XVII /XVIII erano le seguenti:

1) LUCENTEZZA

2) MANCANZA DI CRAQUELEURE

3) DIFETTI DI COTTURA AL VERSO DEL MANUFATTO

4) NEI PUNTI NON INVETRIATI E NELLE SBECCATURE E’ VISIBILE IL COLORE DEL BISCOTTO  MARRONE SCURO

5) LEGGEREZZA RISPETTO AI MANUFATTI DI ALTRE REGIONI

6) PRESENZA D’UNA MARCA SOTTO VERNICE AL VERSO TRANNE CHE NEI MANUFATTI D’ ALTA EPOCA.

 

“GRECHETTO” A PALAZZO BIANCO

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Giovanni Benedetto Castiglione detto “il Grechetto” nacque a Genova nel 1609 e morì a Mantova, dove era stato nominato pittore di corte dai Gonzaga, nel 1664. Il nostro si formò a Genova tra la fine degli anni 20 ed i primi anni 30 del XVII secolo, la sua poetica fu inizialmente  influenzata dal Paggi e dallo Scorza, ma soprattutto dagli artisti fiamminghi che nel primo 600 avevano suscitato nei genovesi il gusto per la pittura nordica ricca di paesaggi, d’ animali e di nature morte, sino ad allora considerata inferiore rispetto ai dipinti di figura e  tra questi pittori soprattutto Jan Roos, così Grechetto scelse di mettere i soggetti animali e le nature morte in primo piano nei suoi dipinti facendoli diventare i veri e propri protagonisti delle sue opere, relegando le scene di carattere religioso negli sfondi, tutto ciò diverrà la caratteristica peculiare della sua pittura. Il dipinto del museo di Palazzo Bianco  ci mostra il sacrificio di Noè dopo essere scampato al diluvio universale, l’ opera  risente solo in parte delle suggestioni Cortonesche acquisite dal Grechetto nel suo soggiorno romano, nella sua tavolozza infatti predomina uno schema compositivo ancora legato alla sua prima maniera dove i rossi ed i bruni predominano sugli altri colori. Questo dipinto faceva parte delle collezioni degli ospedali civili di Genova ed ora, come già detto, fa bella mostra di se nel museo genovese di Palazzo Bianco in Via Garibaldi.

TORPETIUS CHI ERA COSTUI?

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Gaius Silvius Torpetius in un secondo tempo detto “Torpete” e per i francesi Tropez, fu un cortigiano dell’ imperatore Nerone, convertitosi al cristianesimo morì martire per decapitazione nel primo secolo dopo Cristo. Il culto per questo santo fu importato a Genova da mercanti pisani che possedevano una loggia vicino al luogo dove nel XII secolo fu edificato un tempio a lui dedicato. La chiesa più volte rimaneggiata fu ricostruita completamente a causa della sua distruzione avvenuta a seguito del  bombardamento dei vascelli francesi del re Sole nel 1684. Il nuovo tempio fu realizzato nel quarto decennio del 1700 su progetto di Gio. Antonio Ricca il giovane e divenne chiesa gentilizia della potente famiglia Cattaneo. Ogni anno alcuni cittadini di Saint Tropez, cittadina della Costa Azzurra, organizzano una visita devozionale alla chiesa di San Torpete che fa bella mostra di se in piazza San Giorgio nel centro storico di Genova.

“Van Dyck e i suoi amici” una mostra da non perdere

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Rubens, il grande pittore fiammingo, soggiornò a Genova diverse volte dal 1604 al 1606, qui vide palazzi sontuosi e personaggi ricchi come monarchi che vestivano vesti  preziose ed erano disposti a spendere cifre spropositate per abbellire con quadri e suppellettili le loro dimore. La potente classe oligarchica genovese sin dalla fine del XVI secolo s’ era trasformata da mercantile a bancaria, gli interessi sui prestiti fatti ai re di Spagna venivano restituiti in argento  ed un terzo di quello che dalle Americhe arrivava all’ imperatore  finiva nelle tasche dei genovesi per l’ esattezza quasi 2.700 tonnellate tra il 1600 ed il 1680. Rubens ritornato ad Anversa, prese da parte il suo discepolo più capace Antoon Van Dyck allora ventiduenne, gli regalò un cavallo e gli disse di scendere in Italia per visitare prima di tutto Genova dove avrebbe potuto conoscere importanti committenti per il suo futuro lavoro d’ artista. Il giovane Van Dyck ci mise un mese e mezzo per arrivare da noi e qui trovò una comunità di pittori fiamminghi che avevano aperto botteghe ed atelier a Genova e che  avevano in qualche modo già contaminato la cultura pittorica degli artisti locali, Vincent Malò, i fratelli De Wael, Jan Roos, Guglielmo Fiammingo e tanti altri avevano dato una scossa allo ormai stanco tardo manierismo dei pittori autoctoni genovesi convertendoli ad uno stile nordico che la locale importante committenza sembrava ormai gradire.  Questa mostra allestita nello splendido Palazzo della Meridiana e curata da Anna Orlando mette in evidenza proprio questa conversione Malò allievo di Rubens fu maestro del nostro Anton Maria Vassallo, Jan Roos, che cambiò il suo nome in Giovanni Rosa, fu maestro di Stefano Camogli detto ” Il Camoglino “, anche la ritrattistica, nella quale Van Dyck era superlativo, cambia e da immagini stereotipate e prive di vitalità interiore si passa a figure in cui l’ aspetto psicologico è predominante,  il realismo in cui sono dipinti i vari personaggi ci raccontano di uomini, donne e bambini che esprimono con i loro sguardi la grandezza d’ un’ epoca conosciuta come “El Siglo de los Genoveses” un’ epoca d’ arte e di splendore.

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“Sacra Famiglia e San Giovannino” olio su tela di Antoon Van Dyck ( Anversa 1599-Londra 1641)  di proprietà della Fondazione CARIGE in mostra a Palazzo della Meridiana.

UN PITTORE TRECENTESCO PER LA CHIESA DEL CARMINE

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La chiesa di N.S. del Carmine fu edificata nel settimo decennio del XIII secolo da frati carmelitani giunti a Genova al seguito del re Luigi IX di Francia di ritorno dalla settima crociata. L’ impianto della chiesa conserva la struttura gotica con un’abside a pianta rettangolare tipica degli Ordini Mendicanti del XIII  secolo che  costituisce un unicum a Genova, un altro esempio di abside rettangolare era nel monastero di Valle Christi a Rapallo oggi in rovina. Un recente restauro del coro ha riportato alla luce affreschi trecenteschi di scuola giottesca che sono stati attribuiti a Manfredino da Pistoia attivo a Pistoia ed a Genova dal 1280 al 1293, i dipinti murali risalgono al 1292.

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PIERINO BECCARI IL BIMBO CHE NON VOLEVA MORIRE

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A Genova nel Cimitero Monumentale di Staglieno vi è una tomba realizzata nel 1888 da Lorenzo Orengo ( Genova 1838 – 1909 ), il monumento è dedicato al piccolo Pierino Beccari morto all’età di soli cinque anni. L’Orengo frequentò la Accademia Ligustica di Belle Arti ed in seguito, per parecchi anni, l’ atelier di Santo Varni, questo artista,  a buon diritto, è considerato lo scultore più rappresentativo dello stile detto ” Realismo Borghese “,nelle sue opere, pur usando un linguaggio fortemente descrittivo non privo di freschezza rappresentativa, curò anche lo aspetto psicologico dei soggetti rappresentati come per esempio  in questo monumento sepolcrale in cui l’ angelo più che assumere un aspetto consolatorio e di redenzione ci appare come un gendarme con quella sua enorme statura comparata a quella di Pierino minuta e delicata, la mano dell’ angelo non accompagna ma blocca, ferma una vita ancora tutta da vivere, anche l’ espressione del bimbo è rivelatrice, sembra dirci non vorrei andare …. ma devo.

Un Sant’ Antonio Abate d’ un Polittico perduto

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Nel centro storico di Genova e più precisamente in piazza Sarzano è l’ ingresso del museo d’ arte medioevale di Sant’ Agostino, nella parte dedicata ai dipinti è conservata una tavola di pioppo dipinta ad olio rappresentante Sant’Antonio Abate, l’ artefice del dipinto, che è firmato e datato 1504, è Antonio Brea ( attivo tra il 1498 ed il 1527 circa ) che lo realizzò insieme a suo cognato di cui si sa poco e niente. L’ opera proveniente dalla chiesa di Sant’ Antonio Abate di Costarainera ( vicino ad Imperia ) faceva parte d’ un polittico andato perduto, il dipinto a fondo oro del santo, contraddistinto dagli attributi comuni nelle sue rappresentazioni, ( il bastone forcuto al quale sono appese due campanelle ed un maialino ) costituiva la tavola centrale del polittico. Dagli esami riflettologici  all’ infrarosso si è notato che, contrariamente alla pennellata sottile e lineare del  tratto preparatorio di suo fratello Ludovico, Antonio realizzò il disegno preparatorio   con tratti vigorosi nei contorni mentre le zone d’ombra furono  definite  con un tratteggio diagonale.

BALILLA O MANGIAMERDA?

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Di Giovanni Battista Perasso detto “Balilla” ( Genova 1735 -1781 ) storicamente si sa molto poco, comunque, prendendo per buone le tradizioni tramandate dal Sestiere di “Portoria”, questo personaggio mitico sarebbe stato identificato nel ragazzino che nel 1746 scagliò una pietra contro le truppe austriaco/piemontesi che avevano occupato la città di Genova ed a Portoria volevano costringere la popolazione a spingere un pesante cannone che s’era impantanato, cannone che sarebbe stato usato più tardi contro gli stessi genovesi, il Balilla prese dunque un sasso e lo scagliò contro un ufficiale austriaco gridandogli la famosa frase:  “Che l’ inse ? ” ( che la incomincio? ) e la rivolta divampò immediatamente come un furioso incendio. Come detto prove storiche che fosse proprio il Perasso da identificarsi con questo personaggio non se ne hanno, tra l’ altro un testimone oculare dei fatti del 1746, in uno scritto il Bellum Genuense, affermò che il ragazzo aveva un altro soprannome molto meno nobile, soprannome documentato anche dalla Rota Criminale della metà degli anni 50 del ‘700  ovvero ” Mangiamerda”. Questo non impedì nel ventennio dell’ era fascista di farne un’ icona del regime ” Fischia il sasso/ il nome squilla/del ragazzo di Portoria/e l’ intrepido Balilla/ sta gigante nella storia….” Il monumento eretto in suo onore, realizzato dallo scultore Vincenzo Giani         ( Como 1831 – 1900) oggi collocato  di fronte al Palazzo di Giustizia dove anticamente era l’ ospedale di Pammatone, secondo lo storico Federico Donaver, rappresenta, più che il personaggio in se stesso, l’ ardire  generoso d’un popolo che giunto al colmo dell’oppressione, spezza le sue catene e si rivendica la libertà.

LA CUPOLA SALVAGO UN’ARCHITETTURA ISPIRATA DAL MARE?

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La cappella dei Salvago della chiesa di Santa Maria della Cella di Sampierdarena (GE),  è sormontata da una cupola  descritta così dal Ratti nel 1780: ” una bellissima architettura tonda con istucchi d’ottimo gusto”, mentre l’ Alizeri nel 1875 così la descrive: ” ..una gentil cupolina tutta mossa a rilievi di lacunari e rosoni”. L’ artefice sembra esser stato Giovanni Battista Castello detto “Il Bergamasco “( 1509 – 1569)  che tante testimonianze delle sue capacità artistiche  lasciò a Genova  nei palazzi di via Garibaldi. Si tratta sicuramente d’ una  costruzione molto particolare  e guardandola dal basso verso l’alto sembra lo scheletro d’un riccio di mare, un omaggio al mare dunque, mare che, prima del periodo industriale, faceva di Sampierdarena e delle sue  le sue spiagge il  posto prediletto dai genovesi per fare il bagno d’ estate.

Charles Dupaty e Genova

vista del palazzo dal giardino pensile

Nel 1785 Charles Dupaty, giurista, letterato e scrittore francese, nelle sue “Lettres sur l’ Italie ” così descrive Genova: “Esco dai palazzi… sono sconvolto, colpito e rapito, non mi riconosco più. Ho gli occhi pieni d’oro, di marmi, di cristalli…in colonne, capitelli,ornamenti d’ogni genere, d’ ogni forma… se volete vedere la più bella strada che ci sia al mondo, andate in ” Strada Nuova ” ( ora Via Garibaldi  *) a Genova, una folla di palazzi che se la battono per ricchezza, altezza, volume, mostrando i loro portici, le facciate, i peristili che brillano di uno stucco bianco, nero, di mille colori. Sono dei quadri esteriormente.

* nota di chi scrive

Nella foto il Palazzo Lomellino di via Garibaldi visto dal suo splendido  giardino pensile.

UNA MADONNA PER DIVERSE VOCAZIONI

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Nella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena (GE) e più esattamente nel secondo altare della navata sinistra commissionata nell’anno 1602 dal nobile Castellino Pinelli, sopra l’ altare si trova una statua secentesca in marmo bianco di Carrara attribuita a Tomaso Orsolino  ( 1587-1675). la statua  originariamente rappresentava una Madonna del Carmine ma fu adattata successivamente al culto del Santo Rosario., la serie delle quindici tavolette poste a corona nella nicchia con dipinti i “Misteri del Rosario” sono state attribuite al pittore Domenico Fiasella detto il Sarzana ( 1589-1669).

C’ERA UNA VOLTA IL PRESEPE D’UN RE

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C’era una volta un re…così potrebbe iniziare questa storia,un re d’un regno circondato da montagne innevate al quale, per una serie di circostanze, fu regalata Genova ed i suoi possedimenti. Questo re commissionò a Giobatta Garaventa ( Genova 1777-1840), scultore su legno che aveva sin dall’ inizio del secolo XIX un know how di grande prestigio circa la creazione di statuine presepiali, un presepio monumentale composto di statue di grandi dimensioni ( 40-50 cm. h. ) in legno scolpito ed intagliato dipinto in policromia che in origine era composto da ben 87 pezzi tra personaggi ed animali di cui ancora 85 esistenti. Si presume che il reale committente fosse Vittorio Emanuele I e che il presepe fosse destinato alla chiesa di San Filippo di Torino, la sua realizzazione risalirebbe al primo quarto del XIX secolo, proprio quando al Regno di Piemonte e Sardegna fa annessa Genova, il condizionale è d’obbligo perché sin d’ora non è stato trovato alcun carteggio in merito a questa opera post-maraglianesca della quale si persero le tracce sin dall’inizio del secolo scorso fino ad arrivare al 2013 quando, in un’asta, fu messo in vendita l’intero presepe che fu acquistato da un privato ma vincolato dalla Soprintendenza per il suo valore storico artistico.

Oggi solo 27 pezzi degli 85 esistenti sono stati restaurati ed esposti nel salone da ballo del palazzo Reale di Genova dove resteranno in visione ai visitatori del Palazzo sino al 25/3/2018.

Oltre che il restauro delle parti lignee realizzato con grande perizia  dall’ atelier di Nino Silvestri e quello dei tessuti da parte del laboratorio Arachne, il suggestivo allestimento è stato curato da Giulio Sommariva in collaborazione con gli allievi dei corsi di scenografia e decorazione dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.

PALAZZO DUCALE UNA PRIGIONE DORATA

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Il Palazzo Ducale di Genova, che dovrebbe chiamarsi più correttamente Dogale in quanto sede dei Dogi genovesi,  ebbe la sua origine nel periodo che va dal 1291 ed il 1308. Con la riforma politica attuata da Andrea Doria, i dogi da nomina “perpetua” diventarono biennali, tuttavia, dopo la loro elezione, aveva inizio la “reclusione” del Doge al quale era concesso di uscire dal palazzo solamente in cinque occasioni all’anno ed a date prefissate, per cerimonie ufficiali, e talvolta, ma in rare circostanze, per eventi eccezionali, sempre comunque sottoposti all’inflessibile cerimoniale, paradossalmente, anche in caso d’un parente gravemente ammalato, per poterlo visitare al Doge occorreva un decreto del Senato. Tutto quanto sopra aveva lo scopo di non distogliere la massima autorità della Serenissima Repubblica dalle cure del governo, in pratica però il Doge non appena eletto diventava un “prigioniero di stato”. Scaduto il mandato biennale l’ ex Doge doveva per tutto il resto della sua vita improntare la sua esistenza ad una sobria austerità, per cui la suprema carica di rettore dello Stato non da tutti era ambita specialmente alla fine del XVIII secolo quando Genova era in piena decadenza, anzi  molti eran disposti a fare carte false pur di non essere eletti.

“TORRETTA” UN MARCHIO PRESTIGIOSO

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A Genova sin dal 1200  le leghe che venivano usate dagli argentieri per la fabbricazione di oggetti sacri e profani dovevano essere uguali il più possibile a quelle delle monete in circolazione. Tali monete, che potevano essere d’oro, argento o rame, coniate nel palazzo della Zecca, dovevano avere un peso ed un titolo ( rapporto tra metallo nobile e non ) prestabiliti, a questi lo stato dava un valore legale, conseguentemente anche le verghe d’oro e d’argento provenienti dalla Zecca di Genova avevano le stesse caratteristiche delle monete e su di esse veniva posto il marchio della città che garantiva la purezza del metallo nobile. Questo marchio a partire dal 1200 raffigurò un castello stilizzato composto di tre torri, delle quali la centrale più alta, questa marchiatura fu mediata da quella che compariva sul recto delle prime monete d’argento coniate dalla Zecca di Genova e rappresentava simbolicamente l’ antica forma Civitatis Januae già presente sul sigillo plumbeo del Comune, come emblema della città. Tradizionalmente l’ immagine sopra descritta viene associata al “Castrum” ossia alla prima roccaforte posta sul colle di Sarzano nel IX secolo a difesa del nucleo abitato, probabilmente, invece, si ricollega ad un uso alto medioevale di rappresentare la città come una forma chiusa con una grande porta e torri laterali. Il punzone con cui venivano marchiati i metalli era chiamato “Griffo” presumibilmente perché il Grifone, animale fantastico metà leone e metà aquila era ed è tuttora associato allo stemma della città di Genova, successivamente esso venne chiamato in modo improprio “Torretta” ,termine convenzionale ormai accettato e condiviso da tutti……( da Rovereto e il suo territorio di F. Burlando ed. De Ferrari )

Gli oggetti d’ argento punzonati “Torretta” sono tra i più ricercati sul mercato collezionistico ed antiquario, nella foto coppia di doppieri genovesi punzonati Torretta e datati 1819 di collezione privata genovese in vendita a euro 6.000,00 se interessati contattatemi  e- mail maurosilvio.burlando@gmail.com

 

IL COMPLESSO DI SANT’IGNAZIO

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Il complesso di Sant’ Ignazio, attuale sede dell’ Archivio di Stato, ha la sua origine da  una villa sub urbana genovese del XV secolo, ristrutturata dalla famiglia De Franceschi nel XVI secolo con Andrea Semino ( Genova 1526 – 1594 ) e la sua bottega incaricati di affrescare l’ intera magione con episodi di storia romana e con iconografie ispirate dalle ” Metamorfosi ” di Ovidio; nel 1659, acquistata dai gesuiti per farne la sede del loro noviziato, fu ampliata con la costruzione d’ una chiesa ( oggi sala per le conferenze )e da diversi muri perimetrali che chiusero la vista a mare, nel 1773 passò alle monache agostiniane sino ad arrivare al 1810 quando, con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, fu adibita a caserma e tale rimase per molti anni; con i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ormai ridotto in rovina, fu abbandonato l’ intero complesso alle ortiche, sino ad arrivare al 1986 quando si iniziò il restauro degli edifici per poterli adibire alla conservazione del patrimonio cartaceo dell’ Archivio di Stato Genovese. Oggi è meta di tanti studiosi che indagano sulla storia della Serenissima Repubblica di Genova, le ” filze ”  cartacee (°),  conservate in locali privi di luce e di umidità, se messe una dietro l’ altra formerebbero una catena lunga 40 chilometri.

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(°) la conservazione dei documenti cartacei in filze risale al ‘400, consisteva nel prendere i fogli di carta straccia ripiegarli e forarli con un ago e corda legandoli insieme in modo da formare dei gruppi omogenei.

UNA “GIUSTIZIA” INGIUSTAMENTE DIMENTICATA

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Molti anni or sono, nell’anno del Signore 1311,l’ imperatore Arrigo VII scese in Italia con l’ intento di pacificare le diverse fazioni pro o contro l’ imperatore che quotidianamente seminavano lutti e distruzioni, arrivato a Genova la sua amata moglie Margherita di Brabante  contrasse il morbo della peste e morì prematuramente all’età di 35 anni, il suo sposo addoloratissimo chiamò da Pisa Giovanni Pisano ( Pisa 1248 c. – Siena 1315 c.), uno dei più valenti scultori italiani del XIV secolo, chiedendogli di realizzare un monumento funebre per sua moglie Margherita, l’ artista lo realizzò in marmo bianco statuario ed il monumento fu posto nella chiesa genovese di San Francesco di Castelletto. Nel corso dei secoli la chiesa fu colpita da diversi eventi dannosi, ma fu la costruzione nel 1550 della splendida strada Nuova ( ora Via Garibaldi ) che gli diede il colpo di grazia nonché le soppressioni d’epoca napoleonica durante le quali il complesso venne o distrutto o inglobato in altri edifici. Ma che ne fu del monumento funebre della povera Margherita?  il complesso statuario venne smembrato temporibus illis e dopo molti anni si riuscì a recuperare la figura dell’ imperatrice sorretta da due angeli acefali in esposizione nel museo di Santo Agostino, la statua della Giustizia, facente parte del gruppo statuario, fu  invece rinvenuta nel giardino d’ una villa genovese nel 1960 ed  acquistata dallo stato italiano, la potete ammirare nella Galleria Nazionale di Palazzo Spinola di Piazza Pellicceria nel centro storico di Genova.

JACOPO DA VARAGINE UN SEPOLCRO SENZA PACE

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Jacopo da Varagine ( Varazze ) nato nel 1228 c. e morto a Genova nel 1292 all’età di 70 anni, fu frate domenicano ed arcivescovo di Genova dal 1292, famoso per aver cercato di pacificare i violenti conflitti cittadini tra la parte Guelfa e quella Ghibellina che erano degenerati a tal punto dall’incendiare la Cattedrale di Genova. Il nostro fu anche storico e autore di testi come la “Legenda Aurea” che per moltissimo tempo influenzarono la iconografia cristiana in Italia ed in Europa. Il suo sepolcro originariamente si trovava nel coro alla sinistra dell’ altar maggiore della chiesa di San Domenico, fu rimosso nel 1592 in ossequio dei dettami controriformistici, nel 1614 le sue ossa furono trasferite in sacrestia e nel 1616 sotto l’ altar maggiore, dopo di che, quando la chiesa di San Domenico fu distrutta per la costruzione del teatro dell’ opera Carlo Felice,  il sarcofago fu nuovamente spostato, oggi lo troviamo nel museo della scultura ligure di Sant’Agostino in Piazza Sarzano. La statua fu  realizzata da un anonimo scultore genovese del XIII secolo in marmo bianco apuano, l’ artista che la scolpì, più che esser fedele alla reale fisionomia del vescovo, si dimostrò più interessato a rendere i tratti del volto compatibili con la severa dignità della carica.

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IL NEOCLASSICISMO DEL RUBATTO

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Carlo Rubatto ( 1810-1891 ) nacque a Genova dove  frequentò L’ Accademia Ligustica di Belle Arti, lì seguì i corsi di Ignazio Peschiera, quindi si recò a Firenze dove terminò i suoi studi, fu uno scultore legato allo stile neoclassico, nella sua maturità artistica fu influenzato dal “Romanticismo” che però non gli fece mai abbandonare l’ impronta classicista dei suoi primi lavori, così come è evidente nella tomba della famiglia Peirano nel cimitero monumentale di Staglieno ( Genova ) realizzata dal nostro  nel 1878 in cui in un contesto architettonico neoclassico si muovono i diversi personaggi improntati di una teatralità propria della corrente romantica.

A PALAZZO SPINOLA RITORNA L’AUTUNNO

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A Palazzo Spinola di Piazza Pellicceria nel centro storico di Genova, c’ è il secondo appuntamento del ciclo dedicato alle quattro stagioni attribuite al pittore veneto del cinquecento Francesco Da Ponte detto ” Bassano” , questo insieme di dipinti costituisce il nucleo più antico del palazzo essendo appartenuti ai Grimaldi a cui si deve la costruzione di questo splendido edificio, l’ incontro, curato da Farida Simonetti, si concluderà nelle antiche cucine del palazzo, dove il titolare della ditta Profumo illustrerà la tecnica di preparazione di alcuni prodotti dolciari tipici dell’ autunno come canditi e marron glacées, la partecipazione all’incontro è inclusa nel biglietto d’ingresso al museo. Ricordate il giorno : giovedì 21 Settembre alle ore 17.

UNA PALA MILIONARIA PER PALAZZO SPINOLA

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Nell’anno del Signore 1483 fu realizzata questa pala a fondo oro per la cappella del notaro Pietro Fazio nell’antica chiesa della Consolazione di Genova. Il dipinto mostra l’ascensione di Gesù Cristo in cielo ha dimensioni importanti essendo alta cm. 258 x cm.123 di base e l’ artefice di questo dipinto fu il pittore Ludovico Brea nato a Nizza verso il 1430 e morto nel 1525 c.. Ludovico era figlio d’ una famiglia di bottai ed esercitò la sua arte soprattutto nel ponente ligure, a Genova lasciò un capolavoro visibile nell’ invisibile cappella Ragusea della chiesa di Santa Maria di Castello, dico invisibile perchè la cappella è nascosta dietro la porta d’un finto armadio della sacrestia della chiesa, qui è conservata la pala di “Ognisanti” detta anche impropriamente “Paradiso” commissionata da Tommasina Spinola quella che s’ era innamorata perdutamente di Luigi XII re di Francia, amore platonico naturalmente, e che alla falsa notizia della morte del re s’ era a sua volta lasciata morire dando il nome alla via dove era la sua casa: piazza dell’ Amor Perfetto.  Ma torniamo alla nostra pala che apparteneva ad una collezione privata acquisita dallo stato e data alla Galleria Nazionale del Palazzo Spinola di Piazza Pellicceria. Un’acquisizione che ha generato un mare di polemiche per l’ alto prezzo pagato ben euro 1.200.000. Gli esperti della Sotheby’s e della Christie’s affermarono che il dipinto era valutabile un terzo del prezzo pagato, e così si scatenò una guerra tra i detrattori ed i difensori di questo acquisto, la verità, a mio avviso, è che anche se il dipinto fu realizzato da un pittore minore rispetto ai grandi artisti prerinascimentali, ci troviamo pur sempre davanti ad un’opera storicamente citata, in uno splendido stato di conservazione e soprattutto di certa attribuzione, per cui è estremamente difficile quotare un’ opera del genere, sommessamente avrei suggerito agli esperti delle famose case d’asta citate di un pò di prudenza nell’ esprimere pareri derisori nei confronti del nostro stato visto che numerose volte le loro quotazioni sono state superate in maniera abnorme, concludendo non sono gli esperti che possono esprimere una valutazione su un dipinto del genere ma è sempre il mercato che ha l’ ultima parola.

 

 

 

LA SALA CAMBIASO DI VILLA IMPERIALE

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Uno dei pittori liguri  più noti fu certamente Luca Cambiaso ( Moneglia 1527 – El Escorial 1585 ), nel 1565 il nostro  realizzò l’ affresco della volta del salone di rappresentanza della villa Cattaneo Imperiale il cui disegno preparatorio è conservato alla National Gallery di Edimburgo in Scozia. L’ iconografia del dipinto a fresco è mediato dalla storia della Roma di Romolo il suo fondatore , ” Il ratto delle Sabine “, nel riquadro centrale la tragicità della scena è evidenziata dai corpi dei romani e delle donne sabine che lottano per cercare di resistere alla violenza del rapimento, mentre l’ uso di colori violenti, della luce  e delle zone d’ ombra accentua ulteriormente la dinamicità del racconto. In questa opera grandiosa  il Cambiaso abbandonò la tecnica della plastica a stucco per evidenziare le partizioni della volta, optando per una decorazione tutta pittorica basata sulla bravura di creare l’ illusione di spazi e profondità. La sequenza dei riquadri intorno all’affresco centrale è tratta dai racconti di Tito Livio e rappresenta gli eventi successivi al rapimento delle donne dei Sabini.

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“Ratto delle Sabine” di Luca Cambiaso ( particolare del riquadro centrale )

 

PETRARCA SULLE CASE DEI GENOVESI

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..Stupende a riguardarsi nell’alto torreggiare le moli di superbi palagi: sorgevano a piè delle rupi le marmoree magioni dé vostri cittadini, splendide al pari delle più splendide regge, e a qual si voglia città nobilissima invidiabil decoro: mentre vincitrice della natura l’arte vestiva gli sterili gioghi dé vostri monti di cedri, di viti, di olivi spiegando all’occhio la pompa di una perfetta verdura…sorretti da travi dorate echeggiavano al suono dei flutti, i quali spumeggiando si rompevano in sull’ingresso e dentro ne spruzzavano le muscose pareti… di quale stupore non lo colpivano le sontuosissime vesti…il vedere nel mezzo dei boschi e delle remote campagne lusso e e delizie da disgranare le urbane magnificenze?  così Francesco Petrarca scrisse nel 1358 a proposito delle case di campagna dei genovesi.

Nella foto il castello duecentesco Simon Boccanegra costruito forse da frate Oliverio in stile gotico, lo stesso artefice  che fece erigere il palazzo del mare ( palazzo San Giorgio ) nel porto antico, il castello, situato nei parchi dell’ ospedale di San Martino di Genova, è ora adibito a centro congressi.

PIETRO TEMPESTA ASSASSINO PER AMORE

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Pieter Mulier il giovane detto “Cavalier Tempesta”, nome poi italianizzato come Pietro Tempesta, fu un pittore olandese nato ad Haarlem nel 1637 e morto a Milano nel 1701, fu apprezzato dalla committenza privata soprattutto per le sue opere a cavalletto raffiguranti per lo più marine tempestose, da qui il nome, o pastorali. La sua carriera cominciò  a Roma dove tra l’ altro affrescò un salone di palazzo Colonna con scene di marine, iconografie che ripropose anche a Genova in Palazzo Lomellino dove recentemente è stata scoperta una sala affrescata dal nostro che arrivò nella nostra città nel 1668, non si conosce la causa del suo trasferimento da Roma, certo non è da escludere che fosse per amore d’ una dama genovese, amore contrastato dal fatto che Pietro era già sposato, per cui quando la moglie si mise in viaggio per ricongiungersi al marito, l’ artista pagò un sicario che la uccise a Sarzana. Provato il fatto,  fu condannato a morte, pena poi commutata in 20 anni di prigione da trascorrere nella torre Grimaldina. Alla fine però restò in prigione solo  dal 1675 al 1684 perché i Borromeo di Milano, suoi protettori, riuscirono a fargli ottenere la grazia, incredibilmente nel XVII secolo la legge non era uguale per tutti….

Nella foto pubblicata, la fuga in Egitto della Sacra Famiglia, un olio su tela di Pietro Tempesta appartenente alla collezione della fondazione  della banca CARIGE di Genova.

UN INDIMENTICABILE NINFEO

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“Barocco” era una parola  all’inizio usata in senso dispregiativo, in portoghese Barroco era un termine usato per indicare  una perla irregolare, malformata insomma, Baroque nel dizionario della Academie (1694) significava una cosa stravagante e bizzarra,  eppure lo stile barocco, nato a Roma come reazione alla riforma Luterana, fu l’ ultimo stile che ebbe valenza europea, la sua mission fu “stupire” e nell’architettura si realizzò con opere che ancora oggi riescono a catturare l’attenzione anche del più distratto visitatore. In via Garibaldi a Genova l’ atrio di Palazzo Lomellino è impreziosito da un ninfeo monumentale emblematico dello stile tardo barocco probabilmente fatto realizzare dai Pallavicini quando subentrarono nella proprietà del palazzo nel secondo decennio del XVIII secolo, il ninfeo sfruttava la caduta delle acque provenienti dalla cisterna della retrostante collina di Castelletto. L’ opera fu progettata da Domenico Parodi ( Genova 16722-1742 )e realizzata da Francesco Biggi, nella foto un particolare della fonte superiore dove un genietto versa acqua da un’urna.

ninfeo palazzo lomellino in via nuova

parte inferiore del ninfeo con i due tritoni giganteschi che originariamente fungevano da cornice ad una scena ispirata ai miti greci: ” la caduta di Fetonte” gruppo scultoreo realizzato in stucco  che già nel 1875 risultava disperso e la cui attuale collocazione è ignota.

Gian Carlo Dinegro marchese ballerino

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Il marchese Gian Carlo Dinegro nel 1802 comprò il cosiddetto ” Baluardo di Santa Caterina ” impegnandosi a creare una cattedra di botanica  e ad accrescere la vegetazione esotica che già il precedente affittuario aveva fatto piantare in quella che oggi è il parco pubblico ” Villetta Dinegro”.  Il Dinegro fu appassionato compositore di poesie e pur essendo un esteta, pare mai si sia accorto del fatto che  era, come dire, un poeta i cui versi facevano acqua da tutte le parti, i suoi contemporanei, personaggi autorevoli come Guerrazzi e Manzoni, pur essendogli amici, lo definivano come un  ostinato amatore delle Muse, che ogni dì gli chiudevano le finestre in faccia…  oppure il Marchese Dinegro è un uomo che … bisogna mangiare alla sua tavola, non leggere i suoi versi… e volergli bene. Invece per la danza era tutta un’ altra musica, pare che fosse un ballerino eccezionale tanto da superare ed oscurare veri e propri protagonisti del balletto. La Villetta Dinegro fu distrutta dai bombardamenti durante il secondo conflitto mondiale, al suo posto fu costruito il museo d’ arte orientale ” Edoardo Chiossone” da dove è stata scattata la foto con la vista della città, un luogo ameno immerso nel parco che domina la centralissima Piazza Corvetto.

Un monumento per un condannato a morte

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Forse non tutti sanno che il monumento dedicato a Giuseppe Mazzini a Genova che sovrasta una delle più belle piazze della città, fu regalato ai genovesi dalla massoneria italiana, la statua del grande rivoluzionario collocata in cima ad una colonna dorica quasi fosse uno stilita, ha ai lati del basamento due figure allegoriche ” il pensiero ” che ha sembianze femminili, e ” l’azione” che è rappresentata da una figura maschile dall’aspetto fiero che con una mano addita lo stendardo dove è la scritta: “Dio e Popolo”. L’opera scultorea fu realizzata da Pietro Costa ( Celle Ligure 1849- Roma 1901 ) figlio di un povero calzolaio emigrato in America che aveva lasciato la famiglia in Italia,                  ( evidentemente a quei tempi il ricongiungimento familiare non era contemplato ), il Costa frequentò l’ Accademia Ligustica di Belle Arti seguendo i corsi di scultura di Santo Varni e poi perfezionò la sua arte a Firenze e Roma. Il Monumento fu inaugurato nel 1882 con grande presenza di popolo, singolare fu vedere tra i tanti personaggi presenti alla cerimonia numerosi gruppi che sventolavano bandiere con lo stemma reale sabaudo, dico singolare perché quando Mazzini era vivente sulla sua testa pendevano numerose condanne a morte per alto tradimento, condanne emesse dai tribunali del re che vedevano in lui un pericoloso sobillatore di folle. Nel cimitero monumentale di Staglieno ( Genova ) è anche la  tomba dove il corpo di Mazzini fu posto dopo la sua imbalsamazione.IMG_1979

ALESSANDRO DE STEFANIS CHI ERA COSTUI?

alessandro de stefanis oregina

Si può sacrificare la propria vita a 23 anni per un ideale? evidentemente si se questo ideale è la “libertà”. Nel Santuario di Nostra Signora di Loreto ad Oregina ( Genova ), vi é il monumento sepolcrale di Alessandro De Stefanis  nato a Savona nel 1826 e morto a Genova nel 1849. Alessandro fu uno dei tanti patrioti che trovarono la morte nella feroce repressione delle truppe piemontesi, comandate dal generale La Marmora, inviate dal re Vittorio Emanuele II per soffocare la ribellione dei Genovesi contro la decisione presa dalle potenze vincitrici di Napoleone a Vienna di regalare Genova ed i suoi territori al re di Piemonte e Sardegna. Il Nostro aveva già partecipato come volontario alla prima guerra d’ indipendenza distinguendosi per il suo valore, gli venne conferita una medaglia d’ argento proprio da quei piemontesi che poco tempo dopo l’ avrebbero ammazzato.  Alessandro fu assegnato alla difesa del forte Begato posto sulle alture di Genova, durante una perlustrazione rimase coinvolto in un conflitto a fuoco col nemico e fu ferito ad una gamba, riuscì a rifugiarsi in una cascina ma venne trovato dalla soldataglia piemontese che dopo averlo preso a calci infierì su di lui con le baionette colpendolo al basso ventre per rendere più lunga la sua agonia, lo trovò esanime un compagno d’ armi che riuscì a portarlo nell’ospedale di Pammatone e poi a casa sua dove si spense dopo 28 giorni d’ agonia. Il monumento funebre, fatto erigere dal fratello, ha sulla base un’epigrafe che tra l’ altro recita:….lo rattenne in mezzo al cammino la misteriosa fortuna dell’oppressore/ ferito a Genova nei moti d’aprile/ penò 28 dì/poi lo spirito magnanimo volò alla patria dei liberi perdonando….

“TEMPUS FUGIT” UN AFFRESCO ISPIRATO DALLE GEORGICHE DI VIRGILIO

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Il Palazzo Balbi Senarega di Genova  è un edificio contraddistinto dal n. 4 di via Balbi, oggi sede dei dipartimenti delle facoltà umanistiche dell’ Università di Genova, l’ edificio è compreso tra i 42 palazzi iscritti ai Rolli di Genova e cioè tra quelli che potevano essere sorteggiati per accogliere illustri personalità in visita alla Serenissima Repubblica Genovese. Il secondo piano nobile è contraddistinto da grandiosi cicli di affreschi che furono realizzati dai maggiori artisti genovesi nella seconda metà del XVII secolo. Nella foto il soffitto della sala detta ” del Carro del Tempo ” dipinta a fresco da Valerio Castello  nel 1659 poco prima d’ essere ucciso, come gran parte della cittadinanza, dalla grande peste che a Genova fece migliaia di vittime. La copertura del soffitto è ampliata da un grande finto colonnato barocco realizzato dal Seghezzi, mentre uno sfondato da cui si intravede il cielo mostra la corsa del carro del Tempo condotto dal dio Crono che ha in mano una falce ed è raffigurato nell’ atto di divorare i propri figli. Il carro trascinato dalle Ore che reggono una clessidra,  travolge i simboli della ricchezza e delle glorie terrene, facendo intendere che nulla può resistere al passare inesorabile del tempo.           ” SED FUGIT INTEREA FUGIT IRREPARABILE TEMPUS” ( dalle Georgiche di Virgilio )

UNA CHIESETTA DIMENTICATA

 

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Durante le seconda guerra mondiale e più precisamente il 9 Giugno 1944, i bombardieri della R.A.F. rasero al suolo il chiostro quattrocentesco della chiesa sampierdarenese di Santa Maria della Cella, rivelando l’ antichissima chiesetta dedicata a Sant’ Agostino  che era stata inglobata nel chiostro e di cui si era persa la memoria. In questa chiesa nel 725 d.C. vennero custodite temporaneamente le spoglie di Sant’Agostino che Liutprando re dei Longobardi fece trasferire per  nave dalla basilica cagliaritana di San Saturnino dove furono custodite per 300 anni,  tutto ciò per impedire che le sacre reliquie cadessero nella mani dei saraceni che a quel tempo imperversavano in Sardegna e che le avrebbero certamente distrutte. La consegna delle spoglie fu a titolo oneroso poiché Liutprando dovette versare qualcosa come 60.000 scudi d’oro, ma in fine il corpo del santo giunse a  Genova e fu custodito temporaneamente nella cella ( da qui il nome ) della chiesetta, dopo di che fu trasferito definitivamente a Pavia capitale del regno longobardo, nella chiesa di San Pietro in Ciel  D’Oro dove ancora oggi è conservato.

UN CONVENTO SCANDALO PER LE MONACHE DI CLAUSURA

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Anticamente la famosa via Pré di Genova era molto più vicina al mare di come non sia oggi, alle sue spalle prima dell’ anno 1403 c’ era una verdeggiante collina ricca di torrentelli che da lì scendevano verso il mare, contadini ed ortolani, che vivevano in città, la percorrevano per portare i loro prodotti in via Pré dove c’ era un mercato ortofrutticolo, la collina era anche frequentata da donne e bambini che andavano a cogliere ginestre. Un giorno un gruppo di suore agostiniane passando da quei luoghi ameni decise di fermarsi e di fondare un convento professando la regola del Santissimo Salvatore dettata da  santa Brigida, svedese di nascita, vissuta tra il 1303 ed il 1373 che godeva grande fama in Europa per i suoi scritti, le sue profezie ( quelle che riguardavano Genova erano nefaste ) ed i suoi miracoli. L’ arco ancora presente nella salita di S. Brigida segnava l’ entrata del grande complesso monastico che ospitava oltre che le monache anche una comunità di frati, fu questo fatto singolare che alimentò a dismisura ciaeti ( chiacchere ) sulla allegra vita dei religiosi. Il complesso conventuale, che comprendeva anche una chiesa gotica, fu  soppresso dopo 400 anni ed oggi ne  restano poche tracce.