L’ULTIMO VECCHIO PONTE

Nella valle del torrente Bisagno, l’ex circoscrizione di Molassana, il cui nome deriva da ” Mollicciana “( vulgata per terra mollis), chiamata così per indicare una località contraddistinta da un terreno umido e paludoso ma fertile, é formata da tre unità urbanistiche: Molassana, Sant’ Eusebio e Montesignano, quest’ultima località, che si trova sul lato sinistro della val Bisagno, é citata per la prima volta in un documento del 1061 come Monte Asenino e successivamente nel 1142 come Monteasciano, non é ad oggi conosciuta l’origine di questi antichi toponimi dai quali deriva il nome attuale. Nel XVIII secolo Montesignano fu coinvolta nella guerra di secessione austriaca (1746-1747) e successivamente nel 1800, durante l’assedio di Genova, volontari della Val Bisagno si unirono al generale francese Massenà nella difesa della collina di Montesignano e del ponte Carrega che in zona era l’unico importante collegamento tra le due sponde del torrente. Il Ponte Carrega originariamente fu chiamato Ponte delle Carrare in quanto con le sue 16 arcate consentì il transito di carri da una sponda all’altra del Bisagno, il nome si mutò in Carrega più tardi, prima di questo ponte, esisteva un guado oltremodo pericoloso specialmente d’inverno, dato che il torrente Bisagno é soggetto a piene improvvise e devastanti. Nel 1743, su istanza degli abitanti di Montesignano, fu fatta alla Signoria di Genova la richiesta per la costruzione d’un ponte e dopo soli 45 anni (diconsi quarantacinque) l’ istanza fu accolta…..( eravamo lontanucci dal poter essere citati come “Modello Genova” per la realizzazione d’opere pubbliche di grande importanza ). Il ponte Carrega si rivelò subito importantissimo perché in zona erano numerosi i mulini ed inoltre, data la fertilità del terreno, molti erano i campi coltivati che tramite “i besagnini” ( così furono chiamati gli abitanti della val Bisagno) fornirono ortaggi alla città di Genova trasportati su carri e carretti. Oggi il ponte, ancora esiste ed é usato come passerella pedonale, oserei dire miracolosamente esiste scampato dalle terribili inondazioni e dai bombardamenti subiti nel secolo scorso dalla città di Genova.

Quando “La Tomba” diventa rappresentazione teatrale

Nel cimitero monumentale di Staglieno vi sono molti gruppi statuari nei quali é presente una porta bronzea socchiusa, il significato é evidente, segna il passaggio dal mondo materiale a quello spirituale, per esempio nella tomba della famiglia Peirano contraddistinta dal n. 9 nel settore D una porta socchiusa avente una trabeazione sulla quale é rappresentato un bassorilievo in cui é narrato un episodio del vangelo di Giovanni e precisamente quello in cui Gesù pronuncia la frase riportata sopra: ” Chi crede in me anche se morto vivrà ( in eterno )”, colonne ioniche le fanno da stipiti, mentre un angelo dalle seriche vesti ne impedisce il passaggio, di fronte a lui una donna in atteggiamento supplice sembra pregarlo di lasciarla passare, mentre un uomo vestito all’antica ed una donna recante in una mano un serto di fiori sono posti ai lati d’una scala di tre gradini, l’uomo meditabondo guarda la donna tenendo in una mano fiori, la donna che ha di fronte, ha una mano sul cuore, quasi a voler rappresentare la sua compartecipazione al dolore per la perdita imminente. Questo gruppo statuario é opera di Carlo Rubatto ( Genova 1810- 1891 ) artista che si formò frequentando L’ Accademia delle belle Arti di Genova per poi completare i suoi studi a Firenze, pur restando sempre fedele allo stile neoclassico, in epoca matura permeò le sue opere d’una vena di romanticismo, stile che nella seconda metà del XIX secolo s’era imposto prepotentemente perché più gradito alla ricca borghesia committente.