Sant’Agata a Genova

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Il culto per questa santa vergine, martirizzata a Catania sotto l’ imperatore Decio nel III secolo, fu portato a Genova da tempi immemorabili, la sua chiesa ed il convento  sorto nella zona di San Fruttuoso, sono citati in atti notarili sin dal 1191 come “Ecclesia de capite pontis Bisannis”, qui oltre il convento, esisteva anche un ospitale per dar rifugio e ristoro ai pellegrini che percorrendo l’ antica via romana si recavano in pellegrinaggio nella Città Eterna; al convento si accedeva attraverso un archivolto ancora esistente sul quale è leggibile un affresco raffigurante  sant’Agata al centro ed ai lati San Fruttuoso di Tarragona e sant’Antonio, nelle vicinanze vi sono due delle 28 arcate del ponte di Sant’Agata murate ma ancora ben visibili, il ponte di sant’ Agata, quasi completamente distrutto dalle devastanti piene del Bisagno, originariamente partendo da Borgo Pila arrivava proprio vicino alla chiesa omonima per una lunghezza di 280 metri. La chiesa  ospitò nei secoli le monache cistercensi, poi le canoniche Lateranensi, poi gli Agostiniani sino alla soppressione degli ordini religiosi quando cadde la Repubblica Aristocratica  di Genova nel 1797.  Il complesso monastico con la sua chiesa  acquistato dalla famiglia Pedemonte nel 1827  fu ceduto alle Maestre Pie di Sant’Agata che lo abitano ancora oggi e vi gestiscono una scuola dell’infanzia. Anticamente intorno alla mura del complesso erano  numerosi abbeveratoi oggi non più esistenti, perché  nella festa dedicata alla santa era d’ uso portare il bestiame per farlo benedire, da lì si sviluppò una fiera che ancora oggi è tradizionalmente la più amata dai genovesi.

 la Chiesa di Sant’ Agata ed il suo  campanile si presentano oggi in forme secentesche perché furono molte volte ricostruiti a seguito dei danni derivanti dalle devastanti piene del Torrente Bisagno.

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Stagione balneare anche per i cinghiali

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A Genova la stagione balneare è cominciata, molti genovesi, nonostante la paura per il contagio del covid 19 e le norme che prescrivono il distanziamento sociale, non rinunciano ad una giornata da trascorrere in spiaggia con gli amici. I cinghiali del parco del Peralto, nel loro piccolo, dopo questo periodo di quarantena che ci ha costretti a stare in casa, si sono fatti più audaci, c’è chi li ha visti passeggiare in via Corsica nell’elegante quartiere di Carignano, chi davanti alla stazione Brignole ed in innumerevoli altri posti della città. Quelli che ho fotografato io, per sfuggire alla calura incipiente, hanno preferito spiaggiarsi sulle rive del Torrente Bisagno all’altezza del ponte Serra, è un’intera famiglia composta da un grosso maschio e da una femmina con numerosa prole, che ogni tanto la rincorre per attaccarsi alle sue mammelle, i passanti incuriositi li guardano dall’alto ma questo non sembra infastidirli , anzi gli esemplari adulti ricambiano gli sguardi e sembrano dire: ” Mi hai portato niente da mettere sotto i denti?”.
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Brodo di trippa per il cigno di Busseto

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La via San Sebastiano di Genova è un vicolo che da Via Roma arriva in Piazza Rovere. Rispetto alla trafficata via Roma, strada per antonomasia destinata allo shopping di lusso, la via San Sebastiano è un oasi di tranquillità, non vi sono negozi lì se non qualche vetrina, il moderno City Hotel della catena  Best Western ed un locale dove la sera si può gustare un apericena coi fiocchi. Due secoli or sono la Via San Sebastiano era un posto frequentato da bohémiennes, da artisti e musicisti perché ad un tiro di schioppo c’era e c’è ancora il teatro dell’opera intitolato al re sabaudo Carlo Felice.  Non ci risulta fosse lì un posto dove far cultura, quelli erano tutti ubicati nei caffè di Galleria Mazzini che a quel tempo fungeva  da  foyer  per il grande teatro neoclassico, in via San Sebastiano c’era invece una trattoria che si chiamava ” Tulidanna” dove si mangiava bene e si spendeva poco. In una fredda sera invernale del 1841 un giovane compositore dal nome di Giuseppe Verdi sedeva tristemente ad un tavolo di questa trattoria con tra le mani una tazza di brodo di trippa, la teneva stretta per potersi scaldare ed intanto probabilmente pensava a come la vita sino ad allora era stata crudele con lui, il successo professionale tardava ad arrivare ed in poco tempo l’angelo della morte s’era portato via sua moglie ed i suoi due figlioletti. L’ opera che aveva presentato a Genova “Oberto conte di Bonifacio” s’era rivelata un flop di pubblico e critica, così il Nostro,  rabbrividendo nel suo paltò, si fece portare una seconda tazza di brodo di trippa che non avrebbe certo lenito il dolore per l’avverso destino, ma almeno gli avrebbe scaldato le mani e lo stomaco.  A Genova la trippa in brodo ha una tradizione molto antica che risale al 1479, la chiamavano “Sbira” , il nome deriva dal fatto che era il piatto forte dei birri o sbirri che dir si voglia.

Coppedè artista innamorato di medioevo

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Gino Coppedè ( Firenze 1866 – Roma 1927 ) fu certamente un artista eclettico, il suo stile architettonico talvolta coincise con lo stile dell’ art nouveau,  ma molte volte si ispirò al gotico fiorentino del ‘400. Il Nostro arrivò a Genova nel 1890 chiamato dal’eccentrico Evan MacKenzie per il quale costruì l’ omonimo castello in piazza Manin. Dopo quest’opera grandiosa, avendo avuto numerosi incarichi, si trasferì a Genova con la sua famiglia dove restò per quasi tutto il resto della sua vita. Numerosi sono gli edifici da lui progettati, una di queste caratteristiche costruzioni si trova sul lungo mare di corso Italia a monte della spiaggia di San Giuliano contraddistinta dal numero civico 26, la villa Canali Gaslini. La villa, una delle sue ultime opere genovesi, fu costruita sopra un poggio per la famiglia Canali che aveva acquistato dai Raggio un vasto terreno edificabile prospiciente al mare, in un secondo tempo l’edificio fu acquistato dai Gaslini, industriali in campo oleario, che per lascito testamentario, quando morì l’ultima discendente della famiglia, lasciarono alla Fondazione Gaslini la casa che divenne così la sede della Fondazione dell’omonimo istituto da loro fondato, una delle eccellenze mondiali in campo pediatrico.

L’edicola sacra di piazza Lavagna

edicola in piazza lavagna

Passeggiando nel centro storico di Genova, se capitate nel sestiere della Maddalena,  uno stretto vicoletto da via Luccoli vi condurrà in Piazza Lavagna, la Piazza deve il suo nome alla famiglia dei Lavagna che evidentemente qui dimorarono. Anni fa questo luogo  era in cattivo stato di conservazione, spazzatura buttata  abrétio ( rinfusa ), donne che esercitavano il mestiere più antico del mondo e muri fatiscenti, c’era però una grande bancarella dove si vendevano cose vecchie, cose antiche e grandissime fregature  che dava colore al sito. Oggi la piazza è meta della movida notturna dei genovesi, specie nelle sere d’estate, perché vi sono locali e bistrot dove si possono gustare aperitivi e apericene. Passeggiando in piazza  vi capiterà di passare davanti al portone del civico numero 4 qui vi è un soprapporta in marmo con sopra scolpito Regina Mater Serenissima protege nos dedicato alla Madonna, sormontato da un’edicola sacra con un gruppo statuario  mutilo che rappresentava la Madre di Dio con Gesù ed un san Giovannino, dico rappresentava perché la statua della Madonna non c’è più, di lei son restate le mani una delle quali stringe il corpo di Gesù bambino e l’altra è appoggiata alla schiena di San Giobatta, questa è un’iconografia comune, anche nella pittura,  nelle rappresentazioni sacre realizzate a Genova e non solo, ma la cosa che mi colpì di più, sin dalla prima volta che lo vidi, fu l’ antica fattura del piccolo gruppo statuario  in stile gotico che daterei al XIV secolo, allora cosa ci fa lì una scultura che ha più di 600 anni? è un mistero…la risposta più ovvia sarebbe  che l’opera proviene da altro sito e lì fu posta da tempo immemorabile, anche la scritta sotto la scultura è intrigante:” LUX OPTA EST IVSTO” che significa: ” La luce ( intesa come verità ) è desiderio dei giusti.

GENOVA E’ POESIA

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BOCADASE

Bocadase paise de foa, mi sòn inamoòu de ti ma no solo da òua ma da sempre, ma te lo pròpio da dì, te lo pròpio da rénde questo servìcio? ma se o san tutti, anche o Bixiou o pescou che da anni cénto? o se ne sta lì areixòu sensa di na paròlla in scia miagetta da teu spiagetta. Bocadase t’è  bella con e teu barche pìnne de tinte con e teu casette un po stinte da prezépio cacciè lì abbretio, chi ven da ti no se n’andieiva ciù via, l’ommo stanco o respia, rapìo, estaxio, o se ne resta lì davànti a-o teu serén e-a o teu mà che o ghe voè ben.

( da un manoscritto di Ernesto Beraldo  storico, araldista e poeta ritrovato in soffitta )

Traduzione per i foresti  ( foresti )

BOCCADASSE

Boccadasse paese di favola io mi sono innamorato di te ma non solo da adesso ma da sempre, ma te lo devo proprio dire, te lo devo proprio fare questo servizio? ma se lo sanno tutti , anche Bixiou il pescatore che da anni, cento ? se ne sta lì accovacciato senza dire una parola sul muretto della tua spiaggetta . Boccadasse sei bella con le tue barche piene di tinte con le tue casette un po stinte da presepio buttate lì alla rinfusa. Chi viene da te non se ne andrebbe più via, l’uomo stanco respira, rapito, estasiato, se ne resta lì davanti al tuo sereno ed al tuo mare che gli vuole bene.

IL PARCO DELLE MURA

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A pochi minuti d’auto dal centro della città di Genova, in un ambiente naturale in cui ritroviamo la flora tipica dei paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, lontano dal rumoreggiare della città, è il Parco delle Mura. Il toponimo si riferisce al fatto che entro il Parco vi sono le cosiddette Mure Nuove, quelle costruite a difesa della città nel XVII secolo. Il Parco comprende nei suoi 617 ettari di territorio collinare anche fortilizi costruiti tra il XVII secolo ed il XIX secolo abbandonati da molti anni, che si sono perfettamente integrati nel paesaggio talora selvaggio che li circonda, qui oltre ad alberi secolari ed a paesaggi mozzafiato, si possono incontrare animali come i cinghiali ed i caprioli. Nelle giornate in cui soffia la tramontana ed il cielo ha il colore del blu indaco è bello percorrere questi antichi sentieri dove gli unici rumori sono lo stormire dei rami mossi dal vento ed il canto degli uccellini che frullano tra le fronde dei pini.

sentiero delle baracche

LA GALLERIETTA DI PALAZZO REALE

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In Genova, a metà della via Balbi si trova uno dei più bei palazzi nobiliari della città, appartenuto ai Balbi che lo fecero costruire verso la metà del XVII secolo e poi alla famiglia Durazzo che lo acquisì alla fine del ‘600,  infine fu acquistato dai Savoia nella prima metà del XIX secolo per adibirlo a sede di rappresentanza, da quel momento fu detto “Palazzo Reale”. In questa splendida dimora, oggi museo, si possono ammirare ambienti che hanno resistito ai danni inferti dalla guerra e  dal tempo e che ci fanno capire quanta ricchezza dovesse albergare nel patriziato genovese, c’era un detto antico che diceva l’oro d’America passa dalla Spagna e poi viene sepolto a Genova.  Nel Palazzo Reale c’è un ambiente che veniva chiamato la ” Gallerietta ” per distinguerla dalla splendida “Galleria degli Specchi”, oggi prende il nome dalla piccola cappella a cui si accede dalla galleria. Da questo ambiente centrale si dipartono le  due ali simmetriche del palazzo, gli arredi sono una indovinata fusione tra quelli secenteschi dei Balbi e quelli settecenteschi riferibili ai Durazzo. L’ affresco della volta fu realizzato nel 1654 dal pittore genovese Giovanni Battista Carlone (1603 -1680) rappresenta Giove, il re degli dei dell’Olimpo, che invia sulla terra Astrea che, secondo la mitologia greca, era una dea rappresentante la giustizia scesa dal cielo con sua sorella Pudicizia nell’età dell’oro; nell’ età del bronzo, disgustata da come gli uomini si comportavano, ritornò in cielo insieme a sua sorella ed oggi la possiamo vedere nelle notti stellate nella costellazione della Vergine. Fosse stata inviata sulla terra  ai nostri giorni probabilmente non avrebbe neppure disfatto le valigie e se ne sarebbe tornata da Giove alla velocità della luce.

SCUCUZUN

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Molte parole in lingua genovese hanno un’origine araba o turca, per esempio  “camallo”   ( lavoratore portuale ) deriva dal’arabo hamal ( facchino) , “Ramaddan” (baccano) deriva dal Ramadan islamico che come tutti sanno comporta il digiuno diurno e le riunioni conviviali la notte, ” Gabibbo” ( un forestiero proveniente dal  sud ) dal’arabo Habib  che significa amico, ” Macramè ” ( asciugamano) da Maqrama che ha lo stesso significato, “Zibibbo” ( uva passa ) da Zabib,  etc. etc. sino ad arrivare allo “Scucuzun”  che deriva dal famoso piatto magrebino Kuskus, una delle paste più usate a Genova per le zuppe ed i minestroni. Forse ha mediato il suo nome per il fatto che con la sua forma sferica più piccola d’un cece ed il suo colore ricorda lontanamente questa pietanza africana. Lo Scucuzun  viene anche usata come pasta per piatti freddi, personalmente a me piace nel passato di verdura o nel minestrone, unico accorgimento fatelo bollire a parte per 5/10 minuti prima di unirlo al brodo in modo che sia ben cotto perché se no rischiate di trovarvi in bocca dei balìn da sccieuppo. ( pallini da fucile)

UN SANTO PER LA GENTE DI MARE

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A Genova, passeggiando lungo il cammino di ronda delle antiche mure delle Grazie, ad un certo punto si arriva in Piazza delle Grazie, qui è stato posto un gruppo scultoreo realizzato  da Guido Galletti ( Londra 1893 – Genova 1977)  dedicato a Padre Santo.  Questo frate cappuccino al secolo Giovanni Croese, prese il nome di Francesco Maria da Camporosso, paese in provincia d’ Imperia che gli diede i natali,  fu frate laico cappuccino questuante, nato nel 1802 e morto durante un’epidemia di colera nel 1866.  Padre Francesco Maria da Camporosso fu ribattezzato Padre santo dalla gente del porto dove assisteva le famiglie dei marinai indigenti e quelle degli immigrati in America, lo si vedeva aggirarsi per i vicoli più sordidi indossando per 45 anni sempre lo stesso saio rattoppato sino all’inverosimile e scalzo sia d’estate che d’inverno,  come cibo pare si accontentasse d’una pagnotta di pane raffermo intinta in acqua calda, severissimo con se stesso, mortificava il suo corpo dormendo su dure assi di legno e facendo continue penitenze, famosissimo per suoi atti d’altruismo, amava i poveri e da essi era riamato così tanto che alla sua morte fu fatta una colletta tra il popolo e gli fu dedicato questo monumento a sua  perenne memoria. Nel 1911 le sue spoglie mortali furono traslate dal cimitero di Staglieno al complesso conventuale della S.S. Concezione in cui trascorse  quasi tutta la sua vita,  fu allora che con gran meraviglia si accorsero che il suo corpo era incorrotto. Oggi riposa in una teca di vetro in una cappella del convento, chi vuole può andare a vederlo e recitare, se credente, una preghiera. Papa Giovanni XXIII lo proclamò santo nel 1962.  A titolo di curiosità in Genova sono custoditi i corpi incorrotti di tre santi e di un beato.

LA TORRE PIACENTINI

 

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Il grattacielo di Genova per antonomasia è quello progettato da Marcello Piacentini e dal’ ingegnere Angelo Invernizi inaugurato nel 1940, fu uno dei primi grattacieli d’Europa con altezza superiore ai 100 metri e con struttura in cemento armato. Quando ero ragazzo sulla sommità c’era la mitica ” Terrazza Martini” dove il barman Agostino preparava dei coctail  supercalifragilistichespiralidosi, io che ho avuto la fortuna di frequentare assiduamente la Terrazza negli anni ’60 del secolo scorso, ho avuto anche la possibilità di vedere l’ arredamento originale progettato da Tomaso Buzzi  ( Sondrio 1900 – Rapallo 1981) celebre interior designer che  fu dagli  anni 30 agli anni 40 del ‘900 uno degli architetti ed arredatori più ricercati dall’alta borghesia lombarda. Nella  Terrazza Martini di Genova fece costruire una nave in legno simile ad un vascello disalberato dove si poteva conversare, fumare ( a quel tempo era consentito) nonché gustare il famoso dry Martini mescolato non agitato reso famoso, tra l’ altro, dagli scritti di Jan Fleming. Oggi la Terrazza si chiama “Colombo” degli arredi originali non c’è più nulla, il vascello, che caratterizzava questo posto incantevole, pare sia stato smontato e buttato in una discarica” Sic transit gloria mundi” , peccato è un altro pezzetto del nostro passato che è andato inesorabilmente perduto.