Un monumento per un condannato a morte

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Forse non tutti sanno che il monumento dedicato a Giuseppe Mazzini a Genova che sovrasta una delle più belle piazze della città, fu regalato ai genovesi dalla massoneria italiana, la statua del grande rivoluzionario collocata in cima ad una colonna dorica quasi fosse uno stilita, ha ai lati del basamento due figure allegoriche ” il pensiero ” che ha sembianze femminili, e ” l’azione” che è rappresentata da una figura maschile dall’aspetto fiero che con una mano addita lo stendardo dove è la scritta: “Dio e Popolo”. L’opera scultorea fu realizzata da Pietro Costa ( Celle Ligure 1849- Roma 1901 ) figlio di un povero calzolaio emigrato in America che aveva lasciato la famiglia in Italia,                  ( evidentemente a quei tempi il ricongiungimento familiare non era contemplato ), il Costa frequentò l’ Accademia Ligustica di Belle Arti seguendo i corsi di scultura di Santo Varni e poi perfezionò la sua arte a Firenze e Roma. Il Monumento fu inaugurato nel 1882 con grande presenza di popolo, singolare fu vedere tra i tanti personaggi presenti alla cerimonia numerosi gruppi che sventolavano bandiere con lo stemma reale sabaudo, dico singolare perché quando Mazzini era vivente sulla sua testa pendevano numerose condanne a morte per alto tradimento, condanne emesse dai tribunali del re che vedevano in lui un pericoloso sobillatore di folle. Nel cimitero monumentale di Staglieno ( Genova ) è anche la  tomba dove il corpo di Mazzini fu posto dopo la sua imbalsamazione.IMG_1979

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ALESSANDRO DE STEFANIS CHI ERA COSTUI?

alessandro de stefanis oregina

Si può sacrificare la propria vita a 23 anni per un ideale? evidentemente si se questo ideale è la “libertà”. Nel Santuario di Nostra Signora di Loreto ad Oregina ( Genova ), vi é il monumento sepolcrale di Alessandro De Stefanis  nato a Savona nel 1826 e morto a Genova nel 1849. Alessandro fu uno dei tanti patrioti che trovarono la morte nella feroce repressione delle truppe piemontesi, comandate dal generale La Marmora, inviate dal re Vittorio Emanuele II per soffocare la ribellione dei Genovesi contro la decisione presa dalle potenze vincitrici di Napoleone a Vienna di regalare Genova ed i suoi territori al re di Piemonte e Sardegna. Il Nostro aveva già partecipato come volontario alla prima guerra d’ indipendenza distinguendosi per il suo valore, gli venne conferita una medaglia d’ argento proprio da quei piemontesi che poco tempo dopo l’ avrebbero ammazzato.  Alessandro fu assegnato alla difesa del forte Begato posto sulle alture di Genova, durante una perlustrazione rimase coinvolto in un conflitto a fuoco col nemico e fu ferito ad una gamba, riuscì a rifugiarsi in una cascina ma venne trovato dalla soldataglia piemontese che dopo averlo preso a calci infierì su di lui con le baionette colpendolo al basso ventre per rendere più lunga la sua agonia, lo trovò esanime un compagno d’ armi che riuscì a portarlo nell’ospedale di Pammatone e poi a casa sua dove si spense dopo 28 giorni d’ agonia. Il monumento funebre, fatto erigere dal fratello, ha sulla base un’epigrafe che tra l’ altro recita:….lo rattenne in mezzo al cammino la misteriosa fortuna dell’oppressore/ ferito a Genova nei moti d’aprile/ penò 28 dì/poi lo spirito magnanimo volò alla patria dei liberi perdonando….

“TEMPUS FUGIT” UN AFFRESCO ISPIRATO DALLE GEORGICHE DI VIRGILIO

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Il Palazzo Balbi Senarega di Genova  è un edificio contraddistinto dal n. 4 di via Balbi, oggi sede dei dipartimenti delle facoltà umanistiche dell’ Università di Genova, l’ edificio è compreso tra i 42 palazzi iscritti ai Rolli di Genova e cioè tra quelli che potevano essere sorteggiati per accogliere illustri personalità in visita alla Serenissima Repubblica Genovese. Il secondo piano nobile è contraddistinto da grandiosi cicli di affreschi che furono realizzati dai maggiori artisti genovesi nella seconda metà del XVII secolo. Nella foto il soffitto della sala detta ” del Carro del Tempo ” dipinta a fresco da Valerio Castello  nel 1659 poco prima d’ essere ucciso, come gran parte della cittadinanza, dalla grande peste che a Genova fece migliaia di vittime. La copertura del soffitto è ampliata da un grande finto colonnato barocco realizzato dal Seghezzi, mentre uno sfondato da cui si intravede il cielo mostra la corsa del carro del Tempo condotto dal dio Crono che ha in mano una falce ed è raffigurato nell’ atto di divorare i propri figli. Il carro trascinato dalle Ore che reggono una clessidra,  travolge i simboli della ricchezza e delle glorie terrene, facendo intendere che nulla può resistere al passare inesorabile del tempo.           ” SED FUGIT INTEREA FUGIT IRREPARABILE TEMPUS” ( dalle Georgiche di Virgilio )

UNA CHIESETTA DIMENTICATA

 

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Durante le seconda guerra mondiale e più precisamente il 9 Giugno 1944, i bombardieri della R.A.F. rasero al suolo il chiostro quattrocentesco della chiesa sampierdarenese di Santa Maria della Cella, rivelando l’ antichissima chiesetta dedicata a Sant’ Agostino  che era stata inglobata nel chiostro e di cui si era persa la memoria. In questa chiesa nel 725 d.C. vennero custodite temporaneamente le spoglie di Sant’Agostino che Liutprando re dei Longobardi fece trasferire per  nave dalla basilica cagliaritana di San Saturnino dove furono custodite per 300 anni,  tutto ciò per impedire che le sacre reliquie cadessero nella mani dei saraceni che a quel tempo imperversavano in Sardegna e che le avrebbero certamente distrutte. La consegna delle spoglie fu a titolo oneroso poiché Liutprando dovette versare qualcosa come 60.000 scudi d’oro, ma in fine il corpo del santo giunse a  Genova e fu custodito temporaneamente nella cella ( da qui il nome ) della chiesetta, dopo di che fu trasferito definitivamente a Pavia capitale del regno longobardo, nella chiesa di San Pietro in Ciel  D’Oro dove ancora oggi è conservato.

UN CONVENTO SCANDALO PER LE MONACHE DI CLAUSURA

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Anticamente la famosa via Pré di Genova era molto più vicina al mare di come non sia oggi, alle sue spalle prima dell’ anno 1403 c’ era una verdeggiante collina ricca di torrentelli che da lì scendevano verso il mare, contadini ed ortolani, che vivevano in città, la percorrevano per portare i loro prodotti in via Pré dove c’ era un mercato ortofrutticolo, la collina era anche frequentata da donne e bambini che andavano a cogliere ginestre. Un giorno un gruppo di suore agostiniane passando da quei luoghi ameni decise di fermarsi e di fondare un convento professando la regola del Santissimo Salvatore dettata da  santa Brigida, svedese di nascita, vissuta tra il 1303 ed il 1373 che godeva grande fama in Europa per i suoi scritti, le sue profezie ( quelle che riguardavano Genova erano nefaste ) ed i suoi miracoli. L’ arco ancora presente nella salita di S. Brigida segnava l’ entrata del grande complesso monastico che ospitava oltre che le monache anche una comunità di frati, fu questo fatto singolare che alimentò a dismisura ciaeti ( chiacchere ) sulla allegra vita dei religiosi. Il complesso conventuale, che comprendeva anche una chiesa gotica, fu  soppresso dopo 400 anni ed oggi ne  restano poche tracce.

UN COMO’ PER IL DUCA DEGLI ABRUZZI

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Nel Palazzo Reale di Genova, visitando la mostra “Il Duca e il mare” nella quale è possibile visitare gli appartamenti di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, nel cosiddetto “Studio del Re ” ho visto uno splendido comò genovese della fine del XVIII secolo. Il mobile in stile neoclassico ha il fronte a due cassetti e due tiretti soprastanti sostenuti da una catena, sostegni a piramide rovesciata desinenti verso il basso con puntali in bronzo, le ferramenta sono in bronzo dorate al mercurio probabilmente francesi, i montanti sono sporgenti rispetto al corpo del mobile che si presenta lastronato  a lisca di pesce con preziose essenze lignee brasiliane e filettato in bois de violette, il piano è  in marmo. Una curiosità: il piano dei mobili del ‘700 realizzato in marmo era costosissimo, tanto che il grande  Giuseppe Maggiolini da Parabiago realizzava i suoi comò privi di piano, perché se il committente optava per il piano in marmo il costo del mobile aumentava in maniera più che significativa.

C’era una volta Santa Maria Della Pace

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A Genova c’ era una volta una chiesa intitolata a Santa Maria della Pace, questo tempio si trovava nel quartiere di San Vincenzo vicino alla Porta degli Archi oggi non più esistente. La chiesa fu chiusa nel 1810 per le leggi di soppressione napoleoniche ed infine demolita completamente nell’ultimo quarto del XIX secolo, ma, come affermato  dal Lavoisier:  ” nulla si crea,  nulla si distrugge e tutto si trasforma”, ritroviamo nella chiesa di San Teodoro a Di Negro uno splendido gruppo scultoreo in legno dipinto in policromia realizzato da Anton Maria Maragliano ( 1664-1739 ) databile al primo quarto del XVIII secolo rappresentante la Madonna Immacolata con angioletti che originariamente apparteneva alla chiesa di Santa Maria della Pace.