CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE….

Con questi versi del Petrarca voglio celebrare un luogo del quale, me compreso, sino a poco tempo fa ignoravo l’esistenza : ” I Laghetti di Nervi ” . L’ antico comune di Nervi, che da molto tempo fa parte della grande Genova, era ed è famoso per il suo microclima dovuto alla protezione dei monti Moro e Giugo che salvaguardano il borgo dai freddi venti invernali, per la sua splendida scogliera che si può ammirare dalla passeggiata a mare intitolata ad Anita Garibaldi, per i suoi magnifici parchi, nonché per i musei che sono ubicati in antiche ville nobiliari ed in palazzi patrizi. Il toponimo ” Nervi ” secondo alcuni deriverebbe dal fatto che in questo sito si erano rifugiati dei soldati romani fedeli all’imperatore Marco Nerva al quale vollero dedicare questo luogo ameno, per altri invece deriverebbe dalla scritta celtica che si poteva leggere sull’antico stemma del comune di Nervi : ” NEAR AV INN ” che significa luogo vicino al mare, ma torniamo a parlare di questi laghetti che ribadisco, sono ignorati dai più, perché la gran parte della gente é attirata dalla parte costiera che é una delle più belle della Liguria; per raggiungere i laghetti bisogna lasciare l’auto parcheggiata all’inizio della via Molinetti di Nervi, poi iniziare un percorso a piedi che, pur essendo ripido in alcuni punti, non presenta grosse difficoltà, vedrete sopra di voi incombere l’imponente viadotto autostradale che porta verso Recco, non fateci caso e proseguite il cammino sino a vedere sulla vostra sinistra un’antico ponte in pietra sotto il quale scorre il torrente Nervi, superato questo sito troverete la prima di queste pozze d’acqua chiamata lago scuro, che in verità scura non é, dovrebbe invece chiamarsi lago smeraldo per il suo colore verde acceso, proseguendo il cammino ne troverete altre, ma vi do un consiglio, aspettate che piova perché dopo mesi e mesi di siccità attualmente sono in secca.

IL MITO DI PACIUGO E PACIUGA

Tra i tanti miti e leggende della città di Genova che ci vengono tramandate, ce n’é una veramente singolare, una storia d’amore, devozione, gelosia, morte e coup de théatre finale che lascia veramente senza fiato, neanche la fervida fantasia di Salgari o Verne sarebbe riuscita ad immaginare un racconto così incredibile. La storia si svolge nella Genova del XI° secolo nella zona di Pré, che prende il nome dai prati che a quel tempo lì erano e degradavano dolcemente verso il mare, costellati di case sparse in una delle quali vissero una coppia di sposi che si amavano teneramente, lui chiamato “Paciugo ” fu un marinaio che spesso si imbarcava per pescare al largo delle coste africane, lei detta ” Paciuga” di professione casalinga. Un giorno Paciugo, mentre era impegnato in una campagna di pesca, fu catturato dai Turchi (vi preciso che, per i genovesi, ” Turchi ” erano tutti gli islamici di colore e non) ridotto in schiavitù e per 12 anni non se ne seppe più niente. Paciuga però mai perse la speranza di rivederlo sano e salvo, tutti i sabati con la pioggia o col sole, si recò a piedi al santuario di Coronata e lì pregò la Madonna di farle riabbracciare suo marito, naturalmente, alcune sue vicine di casa vedendola partire presto e rientrare in serata, cominciarono a sparlare di lei, perché anche nel XI° secolo lo sport preferito da certa gente era la calunnia, e questa calunnia passando di voce in voce divenne certezza: ” quella Paciuga, poco di buono, tradisce spudoratamente e continuamente quel disgraziato di suo marito che ebbe l’unico torto d’aver sempre lavorato come una bestia per farle fare la bella vita”. Dovete sapere che a Genova esisteva una associazione che aveva la “mission” di raggranellare denaro per poter riscattare i cittadini genovesi fatti schiavi, e fu così che, dopo 12 anni di assenza, Paciugo poté ritornare a casa sua, ma essendo di sabato, la trovò deserta, ora diciamocelo, non essendoci all’epoca telefoni, fax o e-mail fu un po’ pretestuoso da parte sua pensare che sua moglie fosse, dalla sera alla mattina, chiusa in casa ad aspettarlo, tuttavia, non trovando la sua donna Paciugo s’incavolò di brutto, uscì dalla magione e cominciò a correre a destra ed a manca chiedendo notizie della sua consorte, naturalmente, da sfigato quale era, chiese anche ad una megera che allegramente gli disse della tresca che sicuramente sua moglie aveva con un non ben definito cavaliere, figuratevi un po’ il pover uomo come ci rimase, male per usare un eufemismo, malissimo rende di più l’idea, così, con questo stato d’animo che lo faceva adirare sempre più, Paciugo aspettò il ritorno di sua moglie, quando la vide sul far della sera rientrare a casa, la fermò, si fece riconoscere ed invece d’abbracciarla l’ accusò d’essere una fedifraga e una sporcacciona, la povera Paciuga ci restò così male che a malapena riuscì a dire che non era vero e che lei pregava per il suo ritorno nel santuario di Coronata, ma lui, accecato dalla rabbia e dall’odio, la trascinò su una barca, si mise ai remi e quando fu al largo la pugnalò al cuore, le mise una pietra al collo e la gettò in mare. Subito dopo aver commesso questo, diremmo oggi, “femminicidio ” Paciugo si pentì del suo insano gesto, ritornò sulla terra ferma e si recò al Santuario di Coronata per chiedere perdono alla Madre di Dio. Giunto al Santuario, che sorge sopra un colle sovrastante la zona di Cornigliano, si prostrò davanti alla statua della Madonna chiedendo perdono piangendo, fu allora che una figura di donna gli si presentò innanzi , subito non la riconobbe perché, avendo la luce alle spalle, la vide come un’immagine trascendentale, poi quando le fu vicino vide che si trattava di Paciuga viva e vegeta, la Vergine Maria l’aveva salvata ed evidentemente resuscitata. La storia quindi finì bene e i due sposi vissero, per il tempo che a loro fu concesso, felici e contenti. Nel Santuario di San Michele e Santa Maria, chiamato dai più Santuario di Coronata, esistono nella navata sinistra due statue di Paciugo e Paciuga con scritta la loro storia, naturalmente, per i non credenti, resta una bella favola, ma, evidentemente, qualcuno pensò che questa storia avesse un qualche fondamento se nel XVII° secolo gli ex-voto per grazia ricevuta in questo Santuario raggiunsero il numero di oltre quarantamila.

Simulacro della statua della Madonna del XI° secolo distrutta da un incendio nel 1600 e ritrovata sotto un altare distrutto nel 1943 da una bomba sganciata da un aereo inglese durante la seconda guerra mondiale.

GENOVA VERTICALE….

A Genova la via Frate Oliverio contraddistingue forse la parte più caratteristica del centro storico cittadino, qui sono i portici di Sottoripa che anticamente erano lambiti dal mare e qui sono le alte palazzate che avevano al piano terreno i magazzini dove venivano accumulate le mercanzie scaricate dalle navi dai “camalli ” . Negli ultimi anni del secolo scorso sono stati fatti numerosi restauri alle facciate di questi palazzi, rimuovendo i vecchi intonaci deteriorati dai venti che spirano dal mare e dal salino, sono riemersi, come naufraghi perduti nell’oceano e poi ritrovati, gli antichi prospetti medievali che ci raccontano la storia millenaria della nostra città e allora ci sentiamo piccoli e ci tornano in mente i versi di Giorgio Caproni quando scrisse: ” …Genova città pulita. Brezza e luce in salita. Genova verticale, vertigine, aria, scale…”.

UNA PORTA DIMENTICATA

In un mio precedente post pubblicato il 22 Dicembre del 2019 vi raccontai la storia della grandiosa Porta di Santo Stefano detta “Degli Archi ” che fu demolita, anzi direi smontata, in occasione dell’allargamento della via Giulia di Genova ridenominata in seguito via XX Settembre. Vi ricordate della Porta che non c’é più e che c’é ancora? ricostruita nel tratto delle mura della prima metà del XVI° secolo che da Carignano porta in via Banderali, ebbene torno in argomento perché nel mio scritto dimenticai di precisare un fatto veramente straordinario: le due antiche ante lignee della grande porta sono ancora esistenti con le loro cerniere di ferro e le loro borchie forgiate a mano, una rarissima testimonianza del nostro passato ignorata dai più tranne che dai vandali e dai graffitari che l’hanno deturpata con le loro scritte senza senso sotto il severo sguardo lella statua di santo Stefano di Taddeo Carlone posta in una nicchia sulla sommità del varco. Ora io mi chiedo, ma é possibile che esistendo un assessorato alla cultura in questa nostra martoriata città, a nessuno sia mai venuto in mente di preservare per le generazioni future questo manufatto, che essendo un unicum assume, a mio avviso, una grande importanza? speriamo che alla fine qualcuno se ne ricordi, perché, come diceva il grande giornalista Indro Montanelli, ” Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.”

LA SALITA DI SAN BERNARDINO

A Genova la salita di san Bernardino dell’antico quartiere del Carmine prende il nome dalla chiesa di San Bernardo dell’Olivella, che originariamente fu la chiesa abbaziale delle monache cistercensi, il portone di questo tempio si trova proprio in cima alla salita, questo sito è un posto veramente singolare considerando che si trova ubicato a due passi dal caotico centro città, eppure così silenzioso e direi nascosto, quasi che sia restio a farsi conoscere e frequentare dalla gente, la luce del sole arriva filtrata dagli alti muri delle case e dai contrafforti che le legano le une alle altre come fossero braccia amorose, nonché dalle funi tese tra gli edifici per stendere i panni freschi di bucato, in questo posto sembra che il tempo si sia fermato e chi sale questa “creuza” parla sotto voce, come se si trovasse all’interno d’una chiesa, timoroso di rompere quel senso di pace e di solitudine che lì si respira.

Il Campanile dagli otto profili

Questa descrizione della torre nolare della chiesa di San Donato di Genova é presa da una poesia di André Frenaud ( Il silenzio di Genova ), il campanile ottogonale, realizzato in pietra di taglio nel XII secolo, sostituì il tiburio a torre ed é composto di tre ordini di colonne sovrapposte, bifore, trifore e quadrifore, queste ultime aggiunte nel XIX° secolo dal D’Andrade. Nel 1650 qui avvenne un fatto veramente singolare, il nobile Stefano Raggio, che aveva la sua dimora vicina alla chiesa, insieme ad un gruppo si sgherri a lui fedeli, salì sulla torre e da lì si mise a sparare con gli archibugi agli sbirri ai quali era stato ordinato d’arrestarlo per alto tradimento, facendone fuori tre o quattro prima d’esser catturato e tradotto nelle patrie galere. Il suo peccato mortale fu d’aver parlato malissimo, anche in pubblico, del Doge Giacomo De Franchi, così, una calunnia tira l’altra, fu accusato di preparare un colpo di stato ed addirittura di voler assassinare il Doge, a nulla valse il fatto che in passato il Raggio ricoprì importanti cariche pubbliche in modo esemplare e che le prove della sua colpevolezza fossero estremamente labili, fu condannato a morte per impiccagione senza tanti complimenti. In prigione, quando capì che non c’era speranza d’una revisione del processo, si fece portare da sua moglie un crocifisso che celava un pugnale e con quello si ferì mortalmente, ma questo non bastò per evitargli la forca, i birri lo presero e lo trascinarono al molo vecchio, dove venivano eseguite le condanne alla pena capitale e lì lo impiccarono per “lesa maestà”. A Genova c’è una leggenda per la quale il fantasma del Raggio si aggirerebbe ancora lì dov’era la sua casa e in autunno talvolta apparirebbe nella chiesa di san Donato appoggiato ad una colonna vestito di rosso.

“Le Casacce ” misericordiosi si ..ma con sfarzo

Come già da me scritto in un mio precedente post, le confraternite genovesi sono gruppi di persone che si riuniscono in associazioni laiche con finalità spirituali ed assistenziali. La loro costituzione si perde nella notte dei tempi, comunque nel 1582 a Genova se ne contavano ben 134, ognuna legata ad un oratorio ( la cosiddetta Casaccia) dedicato ad un santo patrono. Al loro nascere, i membri delle ” Casacce ” si vestivano con abiti penitenziali, alcuni addirittura con teli di sacco ed incappucciati, seguendo la regola evangelica che recitava testualmente: ” ….fai che la tua mano destra non sappia cosa fa la sinistra … ” poi però, con il passare del tempo, gli abiti furono un’ occasione per mostrare lo sfarzo e la ricchezza della ” Casaccia ” di appartenenza, così la cappa rossa contraddistingueva le confraternite Trinitarie, quella azzurra le Mariane, quella nera le confraternite della morte ed orazione, quella marrone di assistenza ai condannati ed i carcerati ed infine quella bianca ( la più comune ) la cura dei pellegrini , dei malati e dei poveri. Questo gareggiare in magnificenza nel XVIII° secolo generò una sorta di acredine tra i membri dei vari oratori che talvolta sfociò in vere e proprie risse da strada quando si incontravano in processione, un fenomeno così preoccupante da spingere i padri del Comune ad emettere una “Grida ” nella quale si regolarono le manifestazioni religiose in modo che le “Casacce ” , diciamo così, rivali o meglio più litigiose, non si incontrassero mai .

nella foto rara mantellina genovese da confraternita in velluto rosso e bordature in gallone dorato con placca in argento sbalzato e cesellato raffigurante il battesimo di Cristo punzonato torretta anno 1820

ZEMIN DE CEIXAI UN PIATTO VEGANO DELLA TRADIZIONE LIGURE

La zuppa di ceci in Zimino è un’antica ricetta della cucina ligure povera, un piatto che una volta, quando mangiare di magro era obbligatorio per i credenti, si consumava il venerdì e nel giorno dei morti, cosa che sembra fosse considerata di buon auspicio. Il nome “Zemin” è un tipo di pietanza per la quale si utilizzano le bietole, ma l’etimologia del nome “Zimino” si ritrova anche in altre regioni con significati diversi, in Liguria significa anche piatto semplice o di magro. si potrebbe affermare, senza timore d’esser smentiti, che la zuppa di ceci in zimino é un piatto vegano per eccellenza, infatti i suoi ingredienti sono tutti rigorosamente vegetali. La ricetta é semplice, ma la zuppa si prepara in due giorni, perché i ceci secchi ( un etto per persona ) devono stare in ammollo per almeno 12 ore, praticamente tutta la notte, gli altri ingredienti sono un trito composto da mezza cipolla , una carota ed un gambo di sedano, 15 grammi di funghi porcini secchi, tre etti di bietole e 150 grammi di pomodori pelati, sale e pepe quanto basta. Ricordatevi di servire la zuppa con fette di pane abbrustolito e buon appetito.

Dedicata a Gloria e a mio figlio Ferruccio