IL DISCEPOLO CHE SUPERO’ IL SUO MAESTRO

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Gregorio De Ferrari nato a Porto Maurizio ( Imperia ) nel 1647 dopo un alunnato dal Fiasella durato un lustro, soggiornò a Parma nel periodo che va dal 1669 al 1673, lì conobbe il Baciccio ed i dipinti del Correggio che su di lui ebbe un’ influenza riscontrabile in molti dei suoi lavori di frescante. Il suo barocco personalissimo, pur essendo talvolta simile a quello del suocero e suo maestro  Domenico Piola, si staccò decisamente dallo stile di quest’ ultimo per arrivare ad un rococò d’ una luminosità diffusa dove i personaggi sono proiettati in spazi aperti movimentati  in maniera convulsa e vertiginosa dalla sua vibrante pennellata.  A partire dal 1686 Gregorio è impegnato con il Piola nella decorazione del secondo piano nobile del palazzo Rosso di Genova per la committenza di Gio Francesco I Brignole – Sale, nel salotto con sulla volta affrescata ” L’ allegoria della Primavera” realizzata da lui, trionfano al centro dello spazio incorniciato dagli stucchi di Giacomo Maria Muttone la dea Venere, che con atteggiamento seducente trionfa su Marte dio della guerra, mentre Eros a  cavallo d’ un cigno da fuoco ad alcune fiaccole e tutto intorno ninfe e putti festanti giocano tra i fiori.

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L’ARABA FENICE GENOVESE

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A Genova, prima che fosse costruito il ponte monumentale alla fine dell’800, quando esisteva al suo posto la porta di Santo Stefano, nota ai più come porta degli  Archi che consentiva l’accesso alla città dalle cinquecentesche mura progettate dall’Alessi, la via XX Settembre non esisteva ancora, si chiamava via Giulia e nel secondo tratto, superato il fornice della grande porta, si restringeva notevolmente sino ad arrivare a Piazza San Domenico, l’ attuale Piazza De Ferrari. In quel tratto di strada esisteva una chiesa costruita nel 1650 per desiderio del nobile genovese  Gio Tomaso Invrea  dedicata alla Nostra Signora del Rimedio, che per esigenze urbanistiche fu demolita nel 1896. Fino a qui nulla di nuovo sotto il sole, i genovesi, per mancanza oggettiva di spazio, erano specialisti nel demolire e ricostruire , alcune volte con risultati abbastanza discutibili. Bene chi non conosce il mito dell’ araba fenice che giunta alla fine della sua vita bruciando rinasceva dalle sue  fiamme? ebbene questo tempio nel 1899 fu ricostruito così com’era in Piazza  Alimonda indimenticabile nella memoria collettiva per i tragici accadimenti del luglio 2001 durante il G8 di Genova.

CONOSCETE MONSIEUR LACROIX?

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Nelle vite dei pittori, scultori ed architetti genovesi  del Soprani- Ratti edito nel 1769 si legge: verso la fine dell’ ultimo scorcio di secolo ( stiamo parlando del 1600 ) * venne a Genova il signor Lacroix nativo di Borgogna, scultore il cui nome è appresso noi di gran risonanza, costui fu molto eccellente nello scolpire immagini di crocifissi onde le fatture di lui sono tenute in gran pregio. Egli ne formò dei bellissimi in avorio ed alcuni in legno di giuggiolo, lavori, che nelle case dei nostri cittadini, come cose rare li custodiscono. In quei lavori si scorge la diligenza all’ ultimo grado portata e l’ intelligenza condotta ad un modo così perfetto che sembra nulla potervisi desiderare di più.  E’ anche da notarsi che le misure di dette sue immagini d’ ordinario non eccedono la grandezza di un palmo e mezzo ( un palmo genovese è uguale a 25 cm. circa ) * …..Di grandezza maggiore dei nominati crocifissi dovette farne qui uno : ed è quello che sta locato al principale altare dell’ ampia chiesa della Nunziata del Guastato….

Oggi questo crocifisso è visibile nella chiesa sopra menzionata nella cappella di nostra Signora della Mercede, oltre alla sua provenienza dalla Francia  poco si sa del Lacroix, neppure il nome se non l’ iniziale C.  non si conosce la data di nascita ne dove morì, insomma un grande artista che sembra non aver voluto lasciare alcun segno del suo esistere se non un capolavoro che riesce a commuovere chi lo guarda.

  • nota di chi scrive

Andare al “Reginetta “? meglio di no!

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A Genova in via Tomaso Reggio c’è una costruzione dove oggi è l’ Archivio Di Stato, anticamente era ubicato lì il Palazzetto Criminale  dove le celle erano chiamate con nomi decisamente gradevoli come per esempio: Reginetta, Diana, Canto e Stella, gradevoli per il nome, non certamente per chi doveva soggiornarvi ed udire il pianto dei detenuti e le urla di chi subiva i suplizi. Il palazzo esercitava le sue funzioni dalla fine del ‘500, aveva 32 celle  delle quali 18 segrete dedicate agli “ospiti ” che non si desiderava pubblicizzare, 11 palesi e 3 riservate alle signore. Alle finestre erano collocate robuste inferiate di ferro e non c’ era  nessun sistema per chiuderle in modo da proteggersi dal freddo, i letti erano inesistenti, ci si poteva coricare per terra sulla paglia, sempre che il detenuto potesse pagarne l’ acquisto, per pranzo e cena veniva somministrata una pagnotta  di scadente qualità qualche volta accompagnata da una scodella di zuppa d’ olio e acqua  chiamata “opera pia ” fornita da particolari istituzioni religiose.

UN’ESTASI INDIMENTICABILE

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Honoré Pellé, artista nato a Gap nel sud della Francia nel 1641, giunse a Genova presumibilmente nel settimo decennio del XVII secolo, non ci sono cartolari che possano attestare un discepolato presso la bottega di Pierre Puget il cui principale committente fu il marchese Francesco Maria Sauli, tuttavia è probabile che ciò sia avvenuto perchè proprio  il Sauli giudicò il suo primo lavoro documentato e quando il Puget rientrò definitivamente in Francia, il Pellé aprì a Genova una sua bottega dove era possibile lavorare il marmo, il legno e fondere metalli; abitava in via Balbi vicino alla chiesa della S.S. Annunziata del Vastato, e in questo tempio, nella cappella posta nel transetto destro dedicata a Sant’ Antonio da Padova ( o se preferite  da Lisbona dove il santo nacque ),  c’ è un ” S. Antonio da Padova in estasi ” in legno intagliato, scolpito, dipinto in policromia e parzialmente dorato che è stato a lui attribuito, ( attribuzione non da tutti condivisa ) che ci mostra  come  questo maestro  avesse assimilato in pieno la lezione barocca.