PIERINO BECCARI IL BIMBO CHE NON VOLEVA MORIRE

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A Genova nel Cimitero Monumentale di Staglieno vi è una tomba realizzata nel 1888 da Lorenzo Orengo ( Genova 1838 – 1909 ), il monumento è dedicato al piccolo Pierino Beccari morto all’età di soli cinque anni. L’Orengo frequentò la Accademia Ligustica di Belle Arti ed in seguito, per parecchi anni, l’ atelier di Santo Varni, questo artista,  a buon diritto, è considerato lo scultore più rappresentativo dello stile detto ” Realismo Borghese “,nelle sue opere, pur usando un linguaggio fortemente descrittivo non privo di freschezza rappresentativa, curò anche lo aspetto psicologico dei soggetti rappresentati come per esempio  in questo monumento sepolcrale in cui l’ angelo più che assumere un aspetto consolatorio e di redenzione ci appare come un gendarme con quella sua enorme statura comparata a quella di Pierino minuta e delicata, la mano dell’ angelo non accompagna ma blocca, ferma una vita ancora tutta da vivere, anche l’ espressione del bimbo è rivelatrice, sembra dirci non vorrei andare …. ma devo.

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Un Sant’ Antonio Abate d’ un Polittico perduto

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Nel centro storico di Genova e più precisamente in piazza Sarzano è l’ ingresso del museo d’ arte medioevale di Sant’ Agostino, nella parte dedicata ai dipinti è conservata una tavola di pioppo dipinta ad olio rappresentante Sant’Antonio Abate, l’ artefice del dipinto, che è firmato e datato 1504, è Antonio Brea ( attivo tra il 1498 ed il 1527 circa ) che lo realizzò insieme a suo cognato di cui si sa poco e niente. L’ opera proveniente dalla chiesa di Sant’ Antonio Abate di Costarainera ( vicino ad Imperia ) faceva parte d’ un polittico andato perduto, il dipinto a fondo oro del santo, contraddistinto dagli attributi comuni nelle sue rappresentazioni, ( il bastone forcuto al quale sono appese due campanelle ed un maialino ) costituiva la tavola centrale del polittico. Dagli esami riflettologici  all’ infrarosso si è notato che, contrariamente alla pennellata sottile e lineare del  tratto preparatorio di suo fratello Ludovico, Antonio realizzò il disegno preparatorio   con tratti vigorosi nei contorni mentre le zone d’ombra furono  definite  con un tratteggio diagonale.

BALILLA O MANGIAMERDA?

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Di Giovanni Battista Perasso detto “Balilla” ( Genova 1735 -1781 ) storicamente si sa molto poco, comunque, prendendo per buone le tradizioni tramandate dal Sestiere di “Portoria”, questo personaggio mitico sarebbe stato identificato nel ragazzino che nel 1746 scagliò una pietra contro le truppe austriaco/piemontesi che avevano occupato la città di Genova ed a Portoria volevano costringere la popolazione a spingere un pesante cannone che s’era impantanato, cannone che sarebbe stato usato più tardi contro gli stessi genovesi, il Balilla prese dunque un sasso e lo scagliò contro un ufficiale austriaco gridandogli la famosa frase:  “Che l’ inse ? ” ( che la incomincio? ) e la rivolta divampò immediatamente come un furioso incendio. Come detto prove storiche che fosse proprio il Perasso da identificarsi con questo personaggio non se ne hanno, tra l’ altro un testimone oculare dei fatti del 1746, in uno scritto il Bellum Genuense, affermò che il ragazzo aveva un altro soprannome molto meno nobile, soprannome documentato anche dalla Rota Criminale della metà degli anni 50 del ‘700  ovvero ” Mangiamerda”. Questo non impedì nel ventennio dell’ era fascista di farne un’ icona del regime ” Fischia il sasso/ il nome squilla/del ragazzo di Portoria/e l’ intrepido Balilla/ sta gigante nella storia….” Il monumento eretto in suo onore, realizzato dallo scultore Vincenzo Giani         ( Como 1831 – 1900) oggi collocato  di fronte al Palazzo di Giustizia dove anticamente era l’ ospedale di Pammatone, secondo lo storico Federico Donaver, rappresenta, più che il personaggio in se stesso, l’ ardire  generoso d’un popolo che giunto al colmo dell’oppressione, spezza le sue catene e si rivendica la libertà.

LA CUPOLA SALVAGO UN’ARCHITETTURA ISPIRATA DAL MARE?

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La cappella dei Salvago della chiesa di Santa Maria della Cella di Sampierdarena (GE),  è sormontata da una cupola  descritta così dal Ratti nel 1780: ” una bellissima architettura tonda con istucchi d’ottimo gusto”, mentre l’ Alizeri nel 1875 così la descrive: ” ..una gentil cupolina tutta mossa a rilievi di lacunari e rosoni”. L’ artefice sembra esser stato Giovanni Battista Castello detto “Il Bergamasco “( 1509 – 1569)  che tante testimonianze delle sue capacità artistiche  lasciò a Genova  nei palazzi di via Garibaldi. Si tratta sicuramente d’ una  costruzione molto particolare  e guardandola dal basso verso l’alto sembra lo scheletro d’un riccio di mare, un omaggio al mare dunque, mare che, prima del periodo industriale, faceva di Sampierdarena e delle sue  le sue spiagge il  posto prediletto dai genovesi per fare il bagno d’ estate.