A Genova, superata piazza Manin ed imboccato corso Armellini, ad un certo punto si arriva alla chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, fondata nel 1308 da monaci provenienti dalla Montagna Nera in Armenia da cui erano fuggiti per evitare d’essere uccisi dai turchi ottomani. Questa chiesa custodisce da secoli il cosiddetto ” Santo Mandillo ” di cui ho raccontato la storia in un post da me scritto parecchi anni or sono. Questo tempio si riconosce per il suo basso campanile e non per altro, avendo la sua facciata nascosta da una costruzione del XIX secolo che la fa sembrare una casa come tante altre. L’interno, ad un’unica navata, é impreziosito da importanti dipinti tra i quali una tavola realizzata ad olio dal pittore Luca Cambiaso da Moneglia ( Moneglia 1527 – El Escorial 1585 ) che raffigura la Resurrezione di Cristo. Con questa bella immagine auguro una buona Pasqua a tutti voi. Mauro Silvio Burlando
Ai miei quattro lettori, che mi seguono da tanti anni con affetto, vorrei raccontare una storia che comincia nei primi anni 50 del secolo scorso, essendo orfano di padre, vivevo con la nonna materna e con mia madre che per per sbarcare il lunario, come talvolta si dice, lavorava dalla mattina alla sera e ben poco tempo poteva dedicarmi, ma la domenica, nelle settimane antecedenti le festività natalizie, mio zio Ettore mi accompagnava ai cosiddetti “Baracconi ” un luna Park che sino a poco tempo fa veniva montato dai giostrai alla foce del Bisagno, proprio di fronte al mare, prima però, per tradizione, mi portava al “Poggio della Giovine Italia ” un giardino di modeste proporzioni ( circa 1500 mq) originariamente dedicato ai martiri del nostro risorgimento mi pare nel 1898, sopraelevato rispetto alle strade limitrofe consente di godere d’ una bellissima vista panoramica. Lì in mezzo ai palmeti é posto un basamento d’ un monumento che a quel tempo non c’era più e mio zio si divertiva a mettermici sopra ed a fotografarmi in auliche pose. Sono passati tanti anni da quei giorni e un po’ per evitare malinconie ed anche perché avevo timore che il presente avrebbe rovinato il ricordo che portavo dentro me di questo posto magico non ci sono più andato, se non che, pochi giorni fa, arrivato alla fine di via Corsica nel quartiere di Carignano, come in una nota canzone del Festival di San Remo, le mie scarpe mi hanno condotto lì. l’area era interdetta al pubblico perché tutta sottosopra, c’erano ancora le palme e sul basamento del monumento era stato posto un fascio littorio sostenente un elmetto d’un soldato della prima guerra mondiale piantato sopra una pietra del monte Grappa dove avvenne una delle più cruente battaglie contro gli austriaci nel 1918, c’ é anche una targa che la ricorda posta nella ricorrenza del 150° anniversario dell’unità d’ Italia, tutto intorno ruspe, autocarri e transenne, segno, mi auguro d’un restauro che in un prossimo futuro dia a questo piccolo pezzo di paradiso la magia che aveva tanti anni fa.,
Il civico n. 2 di Campetto costruito nel 1586 su commissione del nobile Ottavio Imperiale fu poi acquistato dai marchesi Sauli ed a metà del ‘600 dai De Mari e poi dai Casareto, ma al di là di tutti questi passaggi di proprietà che hanno lasciato preziose testimonianze all’interno del palazzo, già nel XVII secolo l’edificio fu conosciuto come il ” Palazzo del Melograno ” ed ancor più nota fu la sua profezia. Circa 400 anni or sono un piccolo seme di melograno si posò fra il frontone triangolare del portone d’ingresso del palazzo ed il balcone del primo piano, lì , incredibilmente, trovò un ambiente favorevole e crebbe anno dopo anno sino a trasformarsi in un alberello. Nel 2024 quel melograno esiste ancora, ha sfidato il tempo, l’incuria degli uomini, la decadenza della città che da ” Superba “, come la definì il Petrarca, fu assoggettata al regno del Piemonte e Sardegna e più tardi al Regno d’Italia senza che fosse fatto alcun plebiscito, sopravvisse anche a due guerre mondiali, nessuno ha mai osato estirpare quella pianta, perché una profezia tramandata attraverso i secoli afferma : ” sinché vivrà il melograno Genova potrà continuare a crescere e prosperare, ma se la pianta dovesse morire, anche la città cesserà d’esistere.
Nella stupenda cattedrale di San Lorenzo a Genova, la cui facciata é stata recentemente restaurata, è il battistero detto di san Giovanni “il Vecchio”, si chiama così perché nel ‘500 venne edificata la nuova cappella di san Giovanni Battista nella navata sinistra della cattedrale e per questo chiamata san Giovanni “il Nuovo “. Circondata da dipinti di insigni pittori quali Luca Cambiaso, Domenico Fiasella, i Semino ed il Baiardo é posta una grande vasca battesimale ottagonale in marmo bianco realizzata da un ignoto scultore nel tardo XV° secolo, come tutte le vasche battesimali tardo-medioevali é concepita ad immersione, “Battesimo ” deriva dalla parola greca “baptisma” che significa ” immersione ” ed anticamente il sacramento veniva celebrato con la vera e propria immersione del battezzando in una vasca d’acqua, usanza che i cristiani “Ortodossi” portano avanti anche al giorno d’oggi.
Quando parliamo di pietanze nella cucina ligure dobbiamo sempre e comunque ispirarci alla mentalità diciamo parsimoniosa dei genovesi, per esempio alla fine dell’inverno soprattutto nelle campagne alle spalle della città di Genova, si festeggiava l’inizio del ciclo riproduttivo delle galline, dato che le uova erano l’ingrediente principale per fare preparazioni semplici e veloci come per esempio le frittate. Nel XIX secolo, dato che gli orti all’inizio della primavera non producevano ancora verdure adatte per fare le frittate, si ricorreva ad erbe selvatiche come la vitalba e le ortiche, a stagione più avanzata si poteva fare la frità de succhin ( la frittata di zucchini ) che ha il vantaggio d’esser buona sia calda che fredda e quindi, se avanzata, si può consumare anche il giorno dopo la sua cottura, che può essere fatta in padella ( io la preferisco così) o anche al forno. Paolo Spadoni nel suo “Lettere odeporiche sulle montagne Ligustiche ” scritto a Bologna nel1793 scrive che al suo arrivo a Montobbio ( Montoggio ) fu accolto dagli abitanti, dall’Arciprete e dai suoi domestici con una grossa frittata e con vin generoso….quindi si può supporre che la frittata era considerata un cibo apprezzatissimo anche per dare il benvenuto a personalità d’alto ceto.(*)
(°) vedi la cucina tradizionale di Enrichetta Trucco a cura di Emanuela Profumo
La basilica di Nostra Signora delle Vigne ha una storia che si perde nella notte dei tempi, era chiamata così perché in sito erano numerosi vigneti che letteralmente circondavano il tempio sacro, una prima cappella risalirebbe al VI secolo dopo Cristo, mentre, secondo Jacopo da Varagine (Varazze) analista e vescovo della città nel XIII secolo, la chiesa attuale risalirebbe all’anno 991. La maestosa torre nolare in stile romanico-gotico posta a cavallo tra il chiostro ed i muri perimetrali della chiesa sarebbe l’unica parte conservata intatta nel tempo della sua ricostruzione risalente alla metà del XII secolo. La torre ha una base quadrata culminante con una cuspide ottagonale con i caratteristici quattro pinnacoli agli angoli presenti in altre torri della nostra città, la costruzione svetta verso il cielo alzandosi per ben 56 metri dal livello stradale, la parte alta ingentilita da coppie di bifore e di pentafore. Una sua caratteristica peculiare é che per consentire il transito stradale, sin dall’inizio fu concepita con la sua base aperta che, sebbene poggiante su massicci muri di pietra squadrata, la fanno sembrare sospesa.
Ai turisti che visitano Genova può capitare che, andando a vedere la splendida basilica di Santa Maria delle Vigne, attraversino una piccola piazza triangolare senza nessuna attrattiva, il nome ” piazza delle Oche” deriva dal fatto che in questo sito anticamente c’era un cortile dove liberamente scorrazzavano animali domestici e soprattutto oche, probabilmente di proprietà della famiglia dei Vivaldi che qui avevano numerosi palazzi; il luogo non ebbe nella storia della nostra citta alcuna rilevanza se non quella d’ospitare nel XIX secolo il signor Jacob Kock mercante tedesco di grano all’ingrosso, che fu zio del celeberrimo Albert Einstein il quale da Pavia, dove s’erano trasferiti i suoi genitori, andò a trovare lo zio a Genova, giungendovi a piedi attraverso la Val Trebbia. Albert arrivò a Genova nel 1895, aveva solo 16 anni , ma la sua vacanza genovese gli rimase per sempre nel cuore se dopo molti anni scrisse ad una sua amica genovese: “…ma Genova adesso, guardando il mondo con un certo distacco, quella vacanza non la dimentico…” Recentemente, dopo un iter burocratico infinito, é stata posta una lapide per ricordare che in questo sito non solo ci furono oche ma, sebbene solo per qualche mese ci dimorò anche uno dei più grandi geni della fisica.