A creuza do Diao

A Genova, In pieno centro città, tra la miseranda piazza Piccapietra, che prende vita soltanto nel periodo natalizio con il ” Mercatino di San Nicola” e la Galleria Mazzini, una volta considerata il foyer del teatro dell’opera intitolato a Carlo Felice ed a quei tempi piena di vita ed ora triste, per usare un eufemismo, si trova uno stretto caruggio ( vicolo ) enfaticamente chiamato via dei Cebà, nobili genovesi noti sin dal XII secolo, che vedendo la via che li ricorda, si rivoltano sicuramente nei loro sacelli. Questa viuzza asfaltata può essere d’interesse solo per constatare l’enorme scavo che fu fatto alla fine del XIX secolo per la creazione della Galleria Mazzini e della via Roma, evidenziato, guardando verso il cielo, dal portone del civico n.3 che un tempo era all’altezza della strada e adesso si trova sospeso in alto, con sotto un cantiere di non so che cosa posto sopra un terrapieno che restringe ulteriormente la via, abbellita anche da una lunga fila di cassonetti per la spazzatura che, peraltro, viene con disinvoltura depositata anche fuori dai contenitori, una vera esposizione di bancali, scatoloni di ogni tipo e fattura, appendiabiti e quant’altro, una vero e proprio museo della ” rumenta ” ( in lingua genovese spazzatura ). Per completare lo scempio, la strada finisce con un moderno orinatoio a gettone da tempo non funzionante. I perché di tutto questo nessuno lo sa, può darsi che questo pezzetto di Genova sia stato maledetto, infatti nei tempi antichi era chiamato a Creuza do Diao ( salita del diavolo ), evidentemente perché non era molto ben frequentato. Nella prima metà del ‘900 invece fu frequentato anche troppo, perché qui era la più lussuosa casa di tolleranza di Genova, la mitica ” Suprema “, questo bordello fu noto non solo per la pulizia, l’arredamento di gran gusto e per la bellezza delle ragazze che offrivano i loro servizi avvolte in serici veli, ma anche perché frequentato dalla crema dell’aristocrazia cittadina. Quando la legge della senatrice Lina Merlin fu approvata nel 1958, su tutto il territorio nazionale furono chiuse le case di tolleranza, ed anche la “Suprema” dovette chiudere con gran dispetto dei suoi affezionati clienti.

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