Scorza pittore voltaggino d’animo fiammingo

Sinibaldo Scorza ( Voltaggio 1589 – Genova 1631 ) nato in un paesino (Voltaggio) posto tra la Liguria ed il Piemonte, all’età di soli 15 anni si trasferì a Genova e fu accettato come apprendista nella bottega del pittore Gio.Battista Paggi “…ove rivelò, sin dall’inizio, una particolare inclinazione per fiori, paesaggi, uccellini, quadrupedi et altre somiglianti gentilezze…” così scriveva di lui il Soprani nel 1674. Nel 1619 si trasferì a Torino dove perfezionò il suo stile pittorico , quindi nel 1625 ritornò a Genova, ma venne accusato di tradimento ed esiliato a Massa Carrara in Toscana, da lì si trasferì a Roma dove stette due anni, molto proficui per lui, infatti nella città eterna ebbe modo di conoscere numerosi artisti fiamminghi che gravitavano intorno alla corte papale speranzosi di acquisire prestigiose committenze, dopo di che ritornò a Genova nel 1627 e vi risiedette sino alla sua morte. Il Nostro fu uno dei primi artisti che a Genova si dedicarono alla pittura di paesaggio, soprattutto a quella dove protagonisti sono la natura e gli animali. Nonostante abbia viaggiato molto, fece sempre ritorno ai luoghi dove nacque, dai quali trasse l’ispirazione per molti suoi dipinti, anche contaminando la sua pittura con opere di altri artisti che conobbe nei suoi viaggi. La sua poetica é costantemente tesa a dimostrare la bellezza e la tranquillità della vita campestre che porta all’individuo pace e serenità. Il Nostro fu anche miniaturista ed in questa veste fu grandemente apprezzato, peccato che delle sue miniature poco sia rimasto, in quanto disperse in collezioni private, magari attribuite ad anonimi pittori. Il dipinto mostrato nella foto é un opera ad olio su rame di cm. 26 x cm.36 rappresentante un Paesaggio con pastore ed animali, firmato a sinistra in basso in corsivo “Sinibaldo Scorza” e realizzato nel periodo della piena maturità dell’artista, oggi é esposto al Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Questo piccolo capolavoro fu esposto anche nella mostra ” Sinibaldo Scorza” Favole e natura all’alba del Barocco, curata dalla dott.ssa Anna Orlando.

Un Santuario in un parco da sogno

A Voltri, sulla stupenda collina del Castellano, nel parco che appartenne ai duchi di Galliera, é il Santuario di N.S. delle Grazie dove secondo la tradizione popolare la Madonna apparve agli invasori austriaci nel 1747 vestita con una veste azzurra e con una spada in mano a difesa dei genovesi assediati. Singolare questa versione guerresca della madre del Salvatore che comunque non voglio commentare. Il tempio é di fatto molto più antico, le sue origini non documentate alcuni le fanno addirittura risalire alla fine del primo secolo dopo Cristo, anche questa affermazione mi pare abbastanza discutibile perché il cristianesimo della prima ora tendeva a celebrare i suoi riti e diffondeva la “Parola di Gesù ” in clandestinità, stante che i principi d’amore e di fraternità non si conciliavano per niente con l’impero romano e soprattutto con la pax romana , della serie: ho accetti la supremazia di Roma o verrai annientato. La chiesa é a tre navate e custodisce un bel dipinto di Luca Cambiaso (Genova 1527 – Escorial 1585 ) uno dei massimi artisti genovesi del XVI secolo, rappresentante la Vergine e Santi.

Giuseppe Mazzini patriota chitarrista

Passeggiando in via Lomellini, dopo lo splendido oratorio rococò del tempio dedicato a San Filippo Neri, lì vicino vi troverete di fronte ad un portone che é l’ingresso del Museo dedicato al Risorgimento italiano, in realtà originariamente quella fu la casa dove nacque e crebbe Giuseppe Mazzini ( Genova 1805 – Pisa 1872), grande pensatore, rivoluzionario, patriota e pluriricercato non solo dalla polizia austriaca ma anche da quella sabauda che non so cosa avrebbe dato per poterlo ammazzare. Quest’uomo, al quale l’ Italia deve così tanto, nacque in questa casa da una famiglia non nobile ed è ancora visibile la sua stanza studio dove fa bella mostra di se una chitarra…. si perché Mazzini amava questo strumento e lo suonava per suo diletto ed anche per quello dei suoi amici e sostenitori; della serie : non solo di politica vive l’uomo ma anche di musica e convivialità.

“Torretta” un marchio prestigioso

A Genova, sin dal 1200, le leghe che vennero usate dagli argentieri per la fabbricazione degli oggetti sacri e profani, dovevano essere uguali, il più possibile, a quelle delle monete in circolazione; tali monete, che potevano essere in argento , oro o rame, coniate nel palazzo della Zecca, dovevano avere un peso ed un titolo ( rapporto tra metallo nobile e non ) prestabiliti, a questi la Serenissima Repubblica di Genova dava un valore legale. Gli oggetti ritenuti di corretta fabbricazione e provenienza venivano quindi punzonati con il marchio della città, marchio che raffigurava un castello stilizzato composto da tre torri delle quali la centrale più alta, questa marchiatura rappresentava simbolicamente l’antica forma” Civitatis Januae” già presente sul sigillo plumbeo del Comune come emblema della nostra città. Tradizionalmente l’immagine sopra descritta viene associata al “Castrum” ossia alla prima roccaforte posta sul colle di Sarzano nel IX secolo a difesa del primitivo nucleo abitato, probabilmente invece si ricollega allo uso tardo medioevale di rappresentare la città come una forma chiusa con una grande porta e torri laterali. Il punzone non garantiva la qualità artistica del manufatto, ma solo quella del titolo del metallo, inoltre era riscontrabile anche la punzonata della data in cui veniva pagata la tassa all’erario, espressa con le ultime tre cifre dell’anno, gli oggetti ecclesiastici erano esenti dal pagare la tassa.

nella foto in alto un punzone della torretta d’un oggetto tassato nel 1816

nella foto candelieri neoclassici punzonati torretta e datati 1792

dedicato a Ferruccio Burlando ed al suo libro: “Percorsi Devozionali nel Levante Ligure ” da cui ho desunto questo post.

LA CORPORAZIONE DEI FRAVEGHI

l’unione in ” Corporazione ” ( Consortia ) dei fabbri argentieri genovesi risale al 24 Febbraio 1248 così come si evince dagli atti del notaro Bartolomeo dè Fornari, il quale ne registrò gli statuti nella chiesa delle Vigne di Genova proprio in quella data. Il termine “fravego “, per indicare i lavoratori dell’argento, é un toponimo dialettale derivato dal luogo dove anticamente gli orafi avevano concentrato le loro botteghe, questo spiazzo venne chiamato sin dal 1251 ” Campetus Fabrorum ” ossia Campo dei Fabbri, l’odierno Campetto di Genova. Gli argentieri genovesi, pur subendo le influenze dapprima del Gotico internazionale ed a partire dal regno del re Luigi XIV, dall’arte francese, raggiunsero le vette più eccelse e furono apprezzati dai più importanti committenti, non solo italiani, per i loro splendidi manufatti. Il periodo barocco fu oggettivamente quello più fecondo, ma gli oggetti che più facilmente si possono reperire di questo periodo sono quelli chiesastici, anche se quelli profani dovettero essere molto più numerosi, questo perché l’uso sacro ha contribuito alla loro conservazione che non quello privato il quale, al contrario, ha favorito la loro dispersione.

Nella foto Caffettiera di stile impero datata 1816 ( Collezione privata genovese )

dedicato a Ferruccio Burlando ed al suo libro: “Percorsi Devozionali nel Levante Ligure ” da cui ho desunto questo post.

Viaggio senza ritorno per un capolavoro dei Carlone

A Genova, in piazza Fossatello il cui toponimo deriva dal fatto che lì, oggi interrato, scorre il rio Fossatello, c’é un palazzo che una volta faceva parte dei palazzi dei Rolli e cioè di quelli che al tempo della Serenissima Repubblica Genovese erano destinati ad accogliere ospiti illustri. Il palazzo appartenne a Cipriano Pallavicini ed aveva natali antichi risalendo al XV secolo, quando due palazzi medioevali furono uniti in un unicum, con sottostanti cisterne d’acqua e botteghe. Dopo numerosi passaggi di proprietà nel 1840 fu venduto a Federico Rayper, padre del pittore Ernesto Rayper, che fece elevare l’edificio di due piani e lo ristrutturò come casa da civile abitazione divisa in appartamenti con una facciata in stile neoclassico. Tutto andò perduto compreso il meraviglioso portale scolpito in marmo di Carrara, capolavoro del barocco genovese realizzato dagli scultori Michele ed Antonio Carlone membri d’una famiglia d’artisti che vissero e realizzarono grandi opere nella nostra città. Il portale per la verità esiste ancora, se vi venisse voglia di vederlo dovete andare a Londra nel Museo delle arti decorative intitolato a Albert and Victoria, lì si trova da un centinaio d’anni con sotto una targhetta che lo dichiara opera genovese di autore ignoto….son soddisfazioni!

Tavella e la pittura di paesaggio

La pittura di paesaggio a Genova nel XVII secolo ebbe Antonio Travi detto ” il Sestri ” come uno dei massimi esponenti di quest’arte ritenuta a torto minore rispetto a quella di “Storia”, ma é nel XVIII secolo che questo genere pittorico si afferma alla grande nella nostra città con Carlo Antonio Tavella ( Milano 1668 – Genova 1718). Il Nostro nacque a Milano da genitori Genovesi, cominciò a lavorare giovanissimo, prima nella bottega del Merati e poi da Jan Grevenbroech che lo instradò verso la pittura di paesaggio, poi, per studiare ed arricchire il suo saper fare, viaggiò in Emilia e Toscana, ma la svolta alla sua poetica sicuramente gliela diede Pieter Mulier il giovane detto Cavalier Tempesta, che lui ebbe occasione di conoscere a Milano dove dipingeva per i Borromeo ai quali era particolarmente affezionato stante che l’avevano aiutato ad uscire dalle prigioni genovesi dove languiva da parecchi anni per aver fatto assassinare la moglie. Il Tempesta influenzò tantissimo il suo stile, tanto che talvolta non é facilissimo distinguere l’uno dall’altro, tuttavia nelle figurette che popolano i suoi paesaggi si notano delle differenze, il Tempesta é più preciso nel definirle, mentre quelle del Tavella sono per lo più realizzate con pennellate veloci, sintetiche e lievemente tortuose. Questo artista lavorò soprattutto a Genova dove visse per tutta la sua vita ed a Genova vidi questi due capolavori in una collezione privata, dipinti realizzati nella sua piena maturità artistica e databili alla fine del primo ventennio del XVIII secolo.

Castelletto un oasi di tranquillità

.”..Quando mi sarò deciso d’andarci in Paradiso. ci andrò con l’ascensore di Castelletto, nelle ore notturne, rubando un poco di tempo al mio riposo…” così scriveva il poeta Giorgio Caproni nella sua poesia “L’Ascensore”. Il quartiere di Castelletto sorge su una collina che domina il porto di Genova, rinomato per la sua “Spianata ” una grande terrazza che offre un favoloso panorama del porto e del centro storico, un’oasi di tranquillità e di pace lontano e pur così vicino al traffico cittadino. Sulla Spianata o lì vicino, ci sono gelaterie e bar dove godersi il fresco nei mesi estivi sempre affollati da genovesi e turisti, ma il turista curioso si chiederà senza dubbio dov’ é il Castelletto? bene la risposta é che il Castelletto non c’é, o meglio c’era una volta, più che un castelletto fu una fortezza di cui si hanno notizie sin dal X secolo, fu costruita in loco perché dall’alto poteva controllare la città ed il porto, lo scopo originale era costruire un baluardo contro i nemici, ma in seguito servì soprattutto a sedare le rivolte del popolo genovese. Durante la dominazione francese fu ampliato e divenne sede del governatorato, quando nel 1528 i genovesi scacciarono i francesi riconquistando la loro libertà, la prima cosa che fecero fu di demolire la fortezza simbolo degli oppressori stranieri. Trecento anni dopo, quando Genova fu annessa al regno di Piemonte e Sardegna, il governo sabaudo, per prevenire sommosse e rivolte da parte della popolazione, la ricostruì ma nuovamente fu rasa al suolo dai genovesi durante l’insurrezione del 1849. Là dove si trovava la fortezza, a metà dell’800, vennero edificate case per la ricca borghesia genovese.

Dipinto del pittore Domenico Cambiaso ( Genova 1811 – 1894 ) ” Il Castelletto ” nel 1848, un anno prima che venisse distrutto dai genovesi in rivolta. Opera conservata nel Museo del Risorgimento già Casa di Giuseppe Mazzini in Via Lomellini di Genova

Il Presepe di scuola genovese

Le origini del presepe genovese sono difficili da datarsi, un po’ perché delle parti effimere c’é rimasto poco e niente, e un po’ perché per molto tempo non fu considerato opera d’arte in senso stretto, ma un’opera destinata alla devozione popolare e come tale non meritoria di particolari attenzioni, pensate che persino il grandissimo scultore su legno Maragliano realizzatore di grandi casse processionali, veri e propri capolavori, ebbe difficoltà a farsi riconoscere come artista, stante che le ” Corporazioni Genovesi ” lo volevano iscrivere tra i “Bancalari ” cioè i fabbricanti di mobili. Detto ciò, possiamo affermare che dalla fine del XVII secolo e soprattutto nel ‘700 gli artisti genovesi ebbero grande successo, quasi alla pari dei Napoletani, quali artefici di magnifici presepi composti da statuine realizzate come manichini articolati in legno intagliato e scolpito in policromia per le parti a vista e vestiti con abiti d’epoca settecentesca. Nella chiesa di Santa Maria di Castello di Genova, che per molto tempo fu la cattedrale estiva della città, fu attiva una Compagnia del Santo Presepio, il primo presepio documentato nacque lì, dopo di ché tutte le chiese e gli oratori genovesi fecero a gara per realizzare presepi sempre più belli e sontuosi. A Genova, forse il più famoso e quello del santuario della Madonnetta, ma bellissimo é anche quello delle suore Giuseppine, oltre che quello del museo Luxoro di Nervi. Una precisazione devo farla, anche perché recentemente ho letto che le più belle statuine presepiali sono spesso attribuite allo scultore Anton Maria Maragliano ( Genova 1664 – 1739 ), già lo dissi in altri miei scritti e lo ribadisco in questo mio post: non esiste nessuna prova che questo grande scultore si sia mai dedicato a realizzare statuine da presepe, non è da escludere che qualche collaboratore della sua bottega lo abbia fatto, ma non ci é pervenuto nessuno scritto in proposito, mentre invece nel ‘700 fu Pasquale Navone ( Genova 1746 – 1791 ) che impropriamente fu definito allievo del Maragliano, cosa impossibile perché nato 5 anni dopo la morte del grande artista, a realizzare statuine anche di grandi proporzioni d’una bellezza straordinaria.

Nella Foto il presepe allestito al pian terreno del museo di Palazzo Rosso di via Garibaldi a Genova con statuine del ‘700 ed alle spalle una scenografia ispirata ai palazzi di via Garibaldi già via Nuova illustrati in un libro da Rubens.

Gio. Andrea De Ferrari un Velasquez genovese

Il grande storico dell’arte Roberto Longhi nell’ormai lontano 1916 scrisse: ” … Valse insomma il Gentileschi ( Orazio Gentileschi 1563 – 1639 ) sempre attraverso il Fiasella ( Domenico Fiasella 1589-1669 ), a rafforzare questa corrente di pura visione che culmina nel sovrano esecutore di vita , nell’ignaro Velasco ( Velasquez) di Genova che risponde al nome di Giovanni Andrea De Ferrari”. Il Nostro, secondo il Soprani celeberrimo biografo degli artisti di Liguria, nacque a Genova da una famiglia agiata che lo instradò alle scuole. La sua formazione artistica iniziò nella bottega di Bernardo Castello e poi in quella, molto più aperta al “nuovo “, di Bernardo Strozzi, qui Gio. Andrea affinò il suo gusto per il colore che divenne per lui lo strumento per la ricerca del “vero” . A partire dal luglio del 1634 risulta essere iscritto nell’ Accademia di San Luca a Roma dove, a quel tempo, tutti gli artisti venivano registrati pagando un tributo alla Chiesa; a partire dagli anni 40 del ‘600, oltreché dalla scuola del “Sarzana”, saranno i fiamminghi e soprattutto Van Dick ad influenzare la sua poetica, che diverrà più originale contraddistinta da un tocco delicato e un’abbandono graduale allo stile narrativo tipico del Fiasella, per una ricerca d’una maggiore intensità espressiva ed emozionale. Amante dell’eleganza , colto e brillante in gioventù, terminò la sua vita infelice poiché si ammalò di chiragra una malattia che lo colpì nelle articolazioni delle dita delle mani impedendogli di dipingere.

Nella foto: un dipinto raffigurante l’adorazione dei pastori, in primo piano uno dei più stupendi brani di natura morta prodotti dal ‘600 non solo italiano …. ” fiori frutti e animali, figure picciole e grandi, e componimenti di qualsivoglia historia, portata alla maggiore eccellenza dell’arte” ( Soprani 1674 ).

Il dipinto già nella Cappella del Rosario della chiesa di San Domenico, oggi fa parte delle collezioni dell’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova.