DA PRATO A BASILICA IN SOLI 4 SECOLI

A Genova esisteva anticamente un’area chiamata “il Prato ” a metà del secolo XII fu ridenominata “Vastato ” o Guastato che dir si voglia, toponimo che deriva dal fatto che s’erano volute creare delle aree libere da costruzioni ed ostacoli intorno alle mura difensive erette nel 1155 per far fronte alle armate dell’imperatore Federico detto il Barbarossa che al sol parlare dei Genovesi gli veniva l’orticaria, visto che s’erano rifiutati di diventare suoi vassalli e lui s’era ripromesso di sterminarli tutti. In realtà nel Prato e poi nel Vastato c’era un gande andirivieni di persone, un po’ perché li erano parecchie casucce in cui alcune signore esercitavano il mestiere più antico del mondo e numerose osterie ed anche perché lì andavano ad esercitarsi al tiro i balestrieri della Serenissima Repubblica di Genova, così che, tra un tiro e l’altro, avevano la possibilità di rilassarsi, diciamo così, ed anche di farsi una bevuta con gli amici. In sito fu eretta una chiesetta nel 1228 intitolata a Santa Maria del Prato, nel 1528 padre Cristoforo degli Umiliati la fece demolire perché ridotta ad un rudere e grazie alla munificenza della famiglia Lomellini, fu costruito un nuovo tempio con annesso convento pressoché finito nel 1537. La chiesa venne intitolata alla S.S. Annunziata e resa splendida nei suoi interni composti da ben 18 cappelle. Questo tempio, che da il nome anche alla piazza sottostante, in alcune occasioni fu usato come mensa per i poveri ed i derelitti su iniziativa della comunità di Sant’ Egidio.

UNA FARMACIA ULTRACENTENARIA

A Genova, nel quartiere di Castelletto, c’era ed ancora c’é un convento di frati Carmelitani Scalzi, l’edificio, di cui si hanno notizie dall’inizio del XVII secolo, é posto sulla sommità del poggio Baschernia dal quale si può godere d’una splendida vista della città vecchia, quella cantata da Fabrizio De André, quella per intenderci” …. dove il sole del buon Dio non da i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi… ” . Vicino al convento é la chiesa di Sant’ Anna con i suoi interni in stile barocchetto genovese ed i suoi silenzi che invitano alla preghiera ed al raccoglimento. All’interno del convento c’é una preziosa biblioteca che conserva rari libri di erbari e saggi di botanica, ma la cosa più interessante di questo sito é l’antica farmacia sant’ Anna alla quale si accede dall’esterno percorrendo un vialetto ed attraversando un antico portale, qui troverete inseriti entro preziose boiserie i preparati dei frati intramezzati da antiche preziose ceramiche d’epoca. Un putto reca la scritta: ” NOS MEDICINAM PARAMUS, DEUS DAT NOBIS SALUTEM” ( noi prepariamo le medicine, Dio ci dia la salute ). Anche al giorno d’oggi i frati, come circa 400 anni or sono, propongono rimedi medicali, sciroppi e liquori, io che soffro di artrosi cervicale, consigliato da un mio amico , ho provato una pomata che ha un nome non troppo simpatico si chiama ” Artiglio del Diavolo “, anche l’odore non é accattivante, ma pare che su di me funzioni e se non guarisce almeno attenua il dolore.

Nella foto interni della farmacia

PRIMA DEL MOTTARELLO C’ERA IL MACALLE’

Io abito in centro, quando sono stufo del traffico caotico della città, me ne vado a Nervi e nei suoi magnifici parchi riesco a rilassarmi e per un po’ di tempo staccare la spina dai casini che tutti noi dobbiamo affrontare quotidianamente. Giorni fa a Nervi sono riuscito miracolosamente a trovare un posteggio in viale Franchini, questo mi ha dato l’opportunità di fermarmi a prendere un gelato da “Giumin “, questo bar gelateria ha una storia singolare che ritengo vi possa interessare. Tutto iniziò all’inizio del secolo scorso, Gerolamo Boero detto ” Giumin ” era un bambino volenteroso, studiava e lavorava nella bottega di sua nonna Caterina, una latteria rinomata che serviva tutti gli alberghi e le pensioni di Nervi a quel tempo numerose. Giumin consegnava il latte ai clienti, sino a che nel 1934, all’età di soli 11 anni, gli venne in mente che con quel latte così buono avrebbero potuto produrre gelati. I gelati vennero subito apprezzati e richiesti da numerosi clienti, il segreto di questo successo fu l’uso di ingredienti di ottima qualità tipo il latte proveniente da Sant’Ilario ed i limoni della zona. Al tempo della guerra d’ Abissinia, Giumin s’inventò il ” Macallé “, chiamato così a ricordo d’una vittoria italiana in Africa, il Macallé, antesignano del Mottarello, era ed é un delizioso gelato di nocciola ricoperto da uno strato di finissimo cioccolato. Dopo la scomparsa della nonna nel 1948 Giumin e suo fratello Angiulin ristrutturarono il locale che diventò un bar e gelateria. Oggi che molte cose del passato non sono più, il gelato di Giumin si può gustare ancora e far pensare ai tempi che furono, certamente meno tecnologici e veloci, ma più umani.

SAN FRANCESCO DI CASTELLETTO

Del convento e della chiesa di San Francesco di Castelletto, edificati nella seconda metà del XIII secolo, in seguito all’avvento delle leggi napoleoniche (1798 ) ed alla successiva demolizione della navata destra, della navata centrale e del transetto, del tempio dedicato al Poverello d ‘Assisi resta ben poca cosa. Lo spazio ricavato venne trasformato in un giardino, un’ angolo di verde che fu usato in primis come museo archeologico all’aperto, atto ad accogliere i resti scultorei di altri edifici medioevali demoliti a seguito della trasformazione urbanistica creatasi con la costruzione delle strade nuove, in un secondo tempo queste testimonianze del passato architettonico antico vennero consegnate al museo di Sant’Agostino. I lavori intrapresi bel biennio 2014- 2015 furono invece impostati a mettere in evidenza quanto restava in sito della chiesa di san Francesco, ad iniziare dalle colonne e dalle arcate che dividevano quella centrale da quella di sinistra ed a recuperare quanto é emerso dagli scavi, una serie di capitelli di fogge ed epoche diverse che mettono in evidenza la stratificazione cronologica di quest’area. Quella scalinata che vedete nella foto e la piazzetta soprastante segnano il punto in cui era posizionato l’altare maggiore. Concludendo una chiesa fantasma, che però fa ancora parlare di se.

“A CA’ DO DRIA” NON SI MANGIA, SI SUONA!

Era da poco passato il mezzogiorno, e mi son trovato a percorrere la via dei Macelli di Soziglia, dove da molti anni macelli non ce ne sono più e dove qualche macellaio ancora resiste alla pesante concorrenza dei supermercati. Ogni tanto ci passo perché mio padre nella “piazzetta” aveva una piccola bottega dove, da bambino, mia madre ed io andavamo a prenderlo alla sera. Quel giorno ho visto per la prima volta ” A Cà do Dria ” ( la casa di Andrea ) ma contrariamente alla canzone di Faber, non era una trattoria ma un negozio di strumenti musicali. Questo spazio, oserei dire unico, visto che i Gaggero da molti anni hanno chiuso le loro botteghe, ha un sapore strano, di cose perdute e poi ritrovate, il sapore d’una poesia di Guido Gozzano, dell’amore verso le rose che non colsi e le cose che potevano essere e non sono state. La bottega, stracarica di strumenti musicali di tutti i generi, era aperta ed io ci sono entrato dentro, ho chiesto informazioni su questo negozio contraddistinto dal numero 34 R. Andrea Incandela liutaio e musicista lo ha creato con uno scopo ben preciso : recuperare strumenti musicali dismessi, malconci e/o abbandonati nelle soffitte e riportarli a nuova vita con la vendita dei quali finanziare iniziative benefiche e manifestazioni musicali, inoltre far si che questo posto incredibile diventi un centro di aggregazione per giovani e per i diversamente giovani ( si perché io penso che se uno ama la musica vecchio non lo diventerà mai ), concludendo, uno spazio in cui ci si può esibire da soli o con altri per il puro piacere di condividere una passione. Da ragazzo componevo canzoni e suonavo la chitarra, ogni tanto la suono ancora, obbiettivamente trascurando gli studi, per la qual cosa fui sonoramente bocciato, al che mia madre mise fine alla mia carriera di cantautore dicendomi che o mi mettevo a studiare seriamente o mi avrebbe rotto la chitarra in testa, e dato che mia madre era una donna di parola, la mia carriera artistica é finita lì a 17 anni.

Sant’Ilario protettore degli esiliati

“….appena scesa alla stazione/ del paesino di Sant’Ilario/ tutti si accorsero con uno sguardo/ che non si trattava d’un missionario…”.il paesino Sant’ Ilario, reso famoso anche ai “foresti ” ( non genovesi ) dalla celebre canzone “Bocca di Rosa ” di Fabrizio De André, si trova nell’estremo lembo di Genova a Levante, qui fu edificata una cappella in onore di Sant’ Ilario nel XII secolo, la cappella fu poi ristrutturata come una chiesa a tre navate nel corso del XVII secolo ma fu nel ‘700 e nell’800 che l’edificio sacro fu abbellito con marmi, dorature ed ornati, questo tempio é dotato di ben due sacrestie una del 1639 e l’altra del 1770, al suo interno ha otto artistici altari in marmo dei quali, quello dell’altar maggiore, risale al ‘600, in passato fu depredata di molte opere d’arte, ma nonostante ciò, fu dichiarata monumento nazionale nel 1934. Adesso vi voglio raccontare chi era questo santo proveniente da Poitiers, Ilario nacque da una famiglia gallo romana di culto pagano intorno al 315 dopo Cristo, studioso di filosofia, nel ricercare il senso della vita si avvicinò al Vangelo di Cristo sino alla sua conversione ed alla scelta della vita monastica, nonostante fosse sposato e con prole, fu acclamato vescovo di Poitiers dai suoi concittadini, in questa veste combatté le eresie d’ogni sorta instancabilmente, ma questo suo protagonismo non piacque all’imperatore Costanzo II che lo esiliò dalla sua terra natale, per questo, quando fu fatto santo, lo elessero protettore degli esiliati. Povero Sant’ Ilario nell’ultimo secolo del ‘900 e all’inizio del terzo millennio sta facendo straordinari su straordinari. Una curiosità, Sant’ Ilario fu il primo ” Innografo”, cioè il primo a comporre inni sacri. Se non ci siete mai stati andateci, facendo attenzione alla strada a doppio senso di marcia piuttosto stretta, dalla collina di Sant’ Ilario si vede uno splendido panorama della costa ligure.