UN CHIOSTRO PARTICOLARE

La Chiesa di Santa Maria di Castello, nel medioevo, fu usata dai vescovi di Genova come cattedrale estiva. Conosciuta in primis come Santa Maria di Castro perché collocata sulla collina che dominava il porto vecchio, lì dove sorgeva il “Castrum “, la fortificazione che diede il nome ad uno dei sestieri della Genova antica. La chiesa fu consacrata alla Virgo Gloriosa nel 1237 ma già nel 658 era presente in loco un tempio longobardo dedicata alla beata Maria Vergine , quindi, probabilmente, questa chiesa fu la prima a Genova dedicata a culto mariano. Nel 1442 la chiesa passò ai Domenicani che costruirono, oltre che il loro convento anche tre chiostri, il terzo dei quali fu edificato tra il 1492 ed il 1513, proprio di questo vorrei scrivere, questo complesso ha ripreso vita recentemente, creando una serie di servizi per la crescita formativa e culturale. L’idea ” Al Chiostro “nacque per essere uno spazio in cui ritrovarsi e dedicarsi del tempo. Il sito, da sempre ambiente di studio, ( anticamente qui fu lo” Studium” una sorta di facoltà di teologia per i frati ) viene utilizzato nei piani superiori come spazi pensati per abitare, conoscere e scambiare opportunità per coloro che a Genova vivono, studiano o ci lavorano.

MEZZARO O MEZZERO per me pari sono

Nel centro storico di Genova e più precisamente in piazza San Lorenzo dove inizia la via di Scurreria la nuova, c’é una bottega che é lì da soli 224 anni, più che una bottega un’istituzione quella della famiglia ” VIVARA “, lì potrete trovare una vasta esposizione di Mezzari o Mezzeri che dir si voglia, ma cosa sono i Mezzeri genovesi? Il Mezzero trae la sua origine dagli antichi tessuti indiani detti ( palampores ) che furono fatti conoscere agli europei dalla Compagnia delle Indie Orientali a partire dal XVII secolo. In Italia e , particolarmente a Genova, dove le navi provenienti dalle Indie fecero scalo, il mezzero ebbe un successo enorme di pubblico per la sua leggerezza, per le sue tinte variegate e per la sua versatilità in utilizzo, da copriletto ad arazzo, oppure come scialle da indossare coprendo il capo, ciò é evidente in numerosi dipinti e stampe dell’epoca e persino nelle memorie di Giacomo Casanova, che soggiornò nella nostra città nel 1761. A seguito di questa moda sorsero in città diverse fabbriche manifatturiere che lavoravano i mezzeri adattando i disegni tradizionali indiani ai colori ed al gusto italiano. I Mezzeri che oggi vengono proposti dai Vivara si richiamano alla più bella tradizione indo- genovese, la maggior parte ha nel suo disegno l’albero della vita declinato poi in numerose varianti, come in quello splendido mostrato nella foto dove si scorge dietro l’albero il porticciolo di Portofino. Essendo curioso per mia natura, ho letto la storia di questa famiglia proveniente da Né ,un paesino dell’entroterra di Chiavari, e ho ammirato la determinazione di questa nel resistere a guerre, carestie, disgrazie e disavventure di tutti i generi rimanendo sempre fedele alla loro storia ed alla, diremmo oggi, resilienza mostrata con dignità e fierezza, perché alla fine la “Famiglia ” è quella che ci da la forza di vivere la nostra vita, a tal proposito pubblico una poesia che ho letto alla fine del libro scritto da S. Rebora sulla ditta “Giovanni Rivara fu Luigi “.

La famiglia ha in sé un elemento di bene/ raro a trovarsi altrove, la durata./Gli affetti vi si estendono intorno lenti, inavvertiti/

ma tenaci e durevoli siccome l’edera intorno alla pianta;/vi seguono di ora in ora/s’immedesimano taciti con la vostra vita/

Voi spesso non li discernete, perché fanno parte di voi/ma quando li perdete,/sentite come se un non so che d’intimo,/

di necessario al vivere vi mancasse.

DA ARMAIOLI A RISTORATORI

Nel centro storico di Genova c’é un ” caruggio ” con un nome singolare “Canneto il lungo “, il toponimo deriva dal fatto che anticamente qui scorreva un rivo che aveva folti canneti sulle sue due sponde, quest’area nel medioevo era contraddistinta da numerose botteghe di spadai ed armaioli ora del tutto scomparsi, queste botteghe avevano solitamente nei loro fondi dei magazzini dove conservavano la merce o i laboratori dove rifinivano i manufatti. Oggi percorrendo questo lungo caruggio sono arrivato ad una graziosa piazzetta detta ” Dell’Amico ” dove c’é una trattoria in cui si possono gustare prodotti della cucina ligure o anche un semplice aperitivo, ci sono tavoli all’aperto e anche i “fondi ” sono predisposti per la ristorazione. Non so dirvi se il cibo é buono, mi riprometto di andarci e poi ve lo saprò dire, il personale é giovane e simpatico. Ops! dimenticavo il locale si chiama ” Il Tondin” se qualcuno c’é già stato ci racconti la sua esperienza ed io lo ringrazio anticipatamente anche a nome dei miei 4 lettori.

STORIA D’UN ALBERO MALEDETTO

Nell’anno del Signore 2001 segnalai alla polizia locale ed all’Azienda Servizi territoriali Genova, che un albero, nato sul ciglio del muraglione sovrastante la scalinata di San Bartolomeo, stava danneggiando la struttura muraria provocando distacchi di pietrisco che avrebbero potuto provocare danni a cose e persone. In quell’occasione, mi fu assicurato che, data l’incontestabile pericolosità del sito, sarebbero intervenuti con immediatezza, infatti l’albero fu tagliato ma dalle sue radici ne nacque un altro. Siamo nel terzo millennio e oggi, nel giugno 2026, la situazione sarebbe comica se non fosse drammatica per una donna invalida che ha come unica uscita in strada un cancello posto a metà di questa scalinata, l’albero é stato tagliato nuovamente, ma il muraglione ammalorato e pericolante non é stato riparato, il perché ce lo ha piegato un poliziotto, pare che ci sia un rimpallo di responsabilità tra il Comune e la Curia che sarebbe proprietaria della piazzetta dove nacque l’albero perché facente parte del sagrato della chiesa di san Bartolomeo degli Armeni. Finale della storia , la polizia locale ha transennato l’area “pericolosa” e da tre anni la situazione non é cambiata; da tempo, la signora anziana che, per sua sventura, abita a metà di questa scalinata, avendo difficoltà motorie, per poter salire le scale le abbisogna un corrimano che , disgraziatamente, rimane proprio dalla parte della scala che é stata transennata, é vero si tratta solo d’una persona che per salire in corso Solferino deve chiedere a qualche passante volenteroso che l’aiuti a salire le scale, però nella “Smart City “immaginata dalla nostra sindaca Salis, io non riesco a comprendere come si possa tollerare tutto questo, e poi c’é un antico detto che dice . ” Chi salva una persona salva tutto il mondo”.