LA CUPOLA SALVAGO UN’ARCHITETTURA ISPIRATA DAL MARE?

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La cappella dei Salvago della chiesa di Santa Maria della Cella di Sampierdarena (GE),  è sormontata da una cupola  descritta così dal Ratti nel 1780: ” una bellissima architettura tonda con istucchi d’ottimo gusto”, mentre l’ Alizeri nel 1875 così la descrive: ” ..una gentil cupolina tutta mossa a rilievi di lacunari e rosoni”. L’ artefice sembra esser stato Giovanni Battista Castello detto “Il Bergamasco “( 1509 – 1569)  che tante testimonianze delle sue capacità artistiche  lasciò a Genova  nei palazzi di via Garibaldi. Si tratta sicuramente d’ una  costruzione molto particolare  e guardandola dal basso verso l’alto sembra lo scheletro d’un riccio di mare, un omaggio al mare dunque, mare che, prima del periodo industriale, faceva di Sampierdarena e delle sue  le sue spiagge il  posto prediletto dai genovesi per fare il bagno d’ estate.

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Charles Dupaty e Genova

vista del palazzo dal giardino pensile

Nel 1785 Charles Dupaty, giurista, letterato e scrittore francese, nelle sue “Lettres sur l’ Italie ” così descrive Genova: “Esco dai palazzi… sono sconvolto, colpito e rapito, non mi riconosco più. Ho gli occhi pieni d’oro, di marmi, di cristalli…in colonne, capitelli,ornamenti d’ogni genere, d’ ogni forma… se volete vedere la più bella strada che ci sia al mondo, andate in ” Strada Nuova ” ( ora Via Garibaldi  *) a Genova, una folla di palazzi che se la battono per ricchezza, altezza, volume, mostrando i loro portici, le facciate, i peristili che brillano di uno stucco bianco, nero, di mille colori. Sono dei quadri esteriormente.

* nota di chi scrive

Nella foto il Palazzo Lomellino di via Garibaldi visto dal suo splendido  giardino pensile.

UNA MADONNA PER DIVERSE VOCAZIONI

tomaso orsolino

Nella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena (GE) e più esattamente nel secondo altare della navata sinistra commissionata nell’anno 1602 dal nobile Castellino Pinelli, sopra l’ altare si trova una statua secentesca in marmo bianco di Carrara attribuita a Tomaso Orsolino  ( 1587-1675). la statua  originariamente rappresentava una Madonna del Carmine ma fu adattata successivamente al culto del Santo Rosario., la serie delle quindici tavolette poste a corona nella nicchia con dipinti i “Misteri del Rosario” sono state attribuite al pittore Domenico Fiasella detto il Sarzana ( 1589-1669).

C’ERA UNA VOLTA IL PRESEPE D’UN RE

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C’era una volta un re…così potrebbe iniziare questa storia,un re d’un regno circondato da montagne innevate al quale, per una serie di circostanze, fu regalata Genova ed i suoi possedimenti. Questo re commissionò a Giobatta Garaventa ( Genova 1777-1840), scultore su legno che aveva sin dall’ inizio del secolo XIX un know how di grande prestigio circa la creazione di statuine presepiali, un presepio monumentale composto di statue di grandi dimensioni ( 40-50 cm. h. ) in legno scolpito ed intagliato dipinto in policromia che in origine era composto da ben 87 pezzi tra personaggi ed animali di cui ancora 85 esistenti. Si presume che il reale committente fosse Vittorio Emanuele I e che il presepe fosse destinato alla chiesa di San Filippo di Torino, la sua realizzazione risalirebbe al primo quarto del XIX secolo, proprio quando al Regno di Piemonte e Sardegna fa annessa Genova, il condizionale è d’obbligo perché sin d’ora non è stato trovato alcun carteggio in merito a questa opera post-maraglianesca della quale si persero le tracce sin dall’inizio del secolo scorso fino ad arrivare al 2013 quando, in un’asta, fu messo in vendita l’intero presepe che fu acquistato da un privato ma vincolato dalla Soprintendenza per il suo valore storico artistico.

Oggi solo 27 pezzi degli 85 esistenti sono stati restaurati ed esposti nel salone da ballo del palazzo Reale di Genova dove resteranno in visione ai visitatori del Palazzo sino al 25/3/2018.

Oltre che il restauro delle parti lignee realizzato con grande perizia  dall’ atelier di Nino Silvestri e quello dei tessuti da parte del laboratorio Arachne, il suggestivo allestimento è stato curato da Giulio Sommariva in collaborazione con gli allievi dei corsi di scenografia e decorazione dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.

PALAZZO DUCALE UNA PRIGIONE DORATA

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Il Palazzo Ducale di Genova, che dovrebbe chiamarsi più correttamente Dogale in quanto sede dei Dogi genovesi,  ebbe la sua origine nel periodo che va dal 1291 ed il 1308. Con la riforma politica attuata da Andrea Doria, i dogi da nomina “perpetua” diventarono biennali, tuttavia, dopo la loro elezione, aveva inizio la “reclusione” del Doge al quale era concesso di uscire dal palazzo solamente in cinque occasioni all’anno ed a date prefissate, per cerimonie ufficiali, e talvolta, ma in rare circostanze, per eventi eccezionali, sempre comunque sottoposti all’inflessibile cerimoniale, paradossalmente, anche in caso d’un parente gravemente ammalato, per poterlo visitare al Doge occorreva un decreto del Senato. Tutto quanto sopra aveva lo scopo di non distogliere la massima autorità della Serenissima Repubblica dalle cure del governo, in pratica però il Doge non appena eletto diventava un “prigioniero di stato”. Scaduto il mandato biennale l’ ex Doge doveva per tutto il resto della sua vita improntare la sua esistenza ad una sobria austerità, per cui la suprema carica di rettore dello Stato non da tutti era ambita specialmente alla fine del XVIII secolo quando Genova era in piena decadenza, anzi  molti eran disposti a fare carte false pur di non essere eletti.

“TORRETTA” UN MARCHIO PRESTIGIOSO

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A Genova sin dal 1200  le leghe che venivano usate dagli argentieri per la fabbricazione di oggetti sacri e profani dovevano essere uguali il più possibile a quelle delle monete in circolazione. Tali monete, che potevano essere d’oro, argento o rame, coniate nel palazzo della Zecca, dovevano avere un peso ed un titolo ( rapporto tra metallo nobile e non ) prestabiliti, a questi lo stato dava un valore legale, conseguentemente anche le verghe d’oro e d’argento provenienti dalla Zecca di Genova avevano le stesse caratteristiche delle monete e su di esse veniva posto il marchio della città che garantiva la purezza del metallo nobile. Questo marchio a partire dal 1200 raffigurò un castello stilizzato composto di tre torri, delle quali la centrale più alta, questa marchiatura fu mediata da quella che compariva sul recto delle prime monete d’argento coniate dalla Zecca di Genova e rappresentava simbolicamente l’ antica forma Civitatis Januae già presente sul sigillo plumbeo del Comune, come emblema della città. Tradizionalmente l’ immagine sopra descritta viene associata al “Castrum” ossia alla prima roccaforte posta sul colle di Sarzano nel IX secolo a difesa del nucleo abitato, probabilmente, invece, si ricollega ad un uso alto medioevale di rappresentare la città come una forma chiusa con una grande porta e torri laterali. Il punzone con cui venivano marchiati i metalli era chiamato “Griffo” presumibilmente perché il Grifone, animale fantastico metà leone e metà aquila era ed è tuttora associato allo stemma della città di Genova, successivamente esso venne chiamato in modo improprio “Torretta” ,termine convenzionale ormai accettato e condiviso da tutti……( da Rovereto e il suo territorio di F. Burlando ed. De Ferrari )

Gli oggetti d’ argento punzonati “Torretta” sono tra i più ricercati sul mercato collezionistico ed antiquario, nella foto coppia di doppieri genovesi punzonati Torretta e datati 1819 di collezione privata genovese in vendita a euro 6.000,00 se interessati contattatemi  e- mail maurosilvio.burlando@gmail.com

 

IL COMPLESSO DI SANT’IGNAZIO

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Il complesso di Sant’ Ignazio, attuale sede dell’ Archivio di Stato, ha la sua origine da  una villa sub urbana genovese del XV secolo, ristrutturata dalla famiglia De Franceschi nel XVI secolo con Andrea Semino ( Genova 1526 – 1594 ) e la sua bottega incaricati di affrescare l’ intera magione con episodi di storia romana e con iconografie ispirate dalle ” Metamorfosi ” di Ovidio; nel 1659, acquistata dai gesuiti per farne la sede del loro noviziato, fu ampliata con la costruzione d’ una chiesa ( oggi sala per le conferenze )e da diversi muri perimetrali che chiusero la vista a mare, nel 1773 passò alle monache agostiniane sino ad arrivare al 1810 quando, con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, fu adibita a caserma e tale rimase per molti anni; con i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ormai ridotto in rovina, fu abbandonato l’ intero complesso alle ortiche, sino ad arrivare al 1986 quando si iniziò il restauro degli edifici per poterli adibire alla conservazione del patrimonio cartaceo dell’ Archivio di Stato Genovese. Oggi è meta di tanti studiosi che indagano sulla storia della Serenissima Repubblica di Genova, le ” filze ”  cartacee (°),  conservate in locali privi di luce e di umidità, se messe una dietro l’ altra formerebbero una catena lunga 40 chilometri.

filze

(°) la conservazione dei documenti cartacei in filze risale al ‘400, consisteva nel prendere i fogli di carta straccia ripiegarli e forarli con un ago e corda legandoli insieme in modo da formare dei gruppi omogenei.