UN COMO’ PER IL DUCA DEGLI ABRUZZI

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Nel Palazzo Reale di Genova, visitando la mostra “Il Duca e il mare” nella quale è possibile visitare gli appartamenti di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, nel cosiddetto “Studio del Re ” ho visto uno splendido comò genovese della fine del XVIII secolo. Il mobile in stile neoclassico ha il fronte a due cassetti e due tiretti soprastanti sostenuti da una catena, sostegni a piramide rovesciata desinenti verso il basso con puntali in bronzo, le ferramenta sono in bronzo dorate al mercurio probabilmente francesi, i montanti sono sporgenti rispetto al corpo del mobile che si presenta lastronato  a lisca di pesce con preziose essenze lignee brasiliane e filettato in bois de violette, il piano è  in marmo. Una curiosità: il piano dei mobili del ‘700 realizzato in marmo era costosissimo, tanto che il grande  Giuseppe Maggiolini da Parabiago realizzava i suoi comò privi di piano, perché se il committente optava per il piano in marmo il costo del mobile aumentava in maniera più che significativa.

C’era una volta Santa Maria Della Pace

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A Genova c’ era una volta una chiesa intitolata a Santa Maria della Pace, questo tempio si trovava nel quartiere di San Vincenzo vicino alla Porta degli Archi oggi non più esistente. La chiesa fu chiusa nel 1810 per le leggi di soppressione napoleoniche ed infine demolita completamente nell’ultimo quarto del XIX secolo, ma, come affermato  dal Lavoisier:  ” nulla si crea,  nulla si distrugge e tutto si trasforma”, ritroviamo nella chiesa di San Teodoro a Di Negro uno splendido gruppo scultoreo in legno dipinto in policromia realizzato da Anton Maria Maragliano ( 1664-1739 ) databile al primo quarto del XVIII secolo rappresentante la Madonna Immacolata con angioletti che originariamente apparteneva alla chiesa di Santa Maria della Pace.

MIGLIAIA DI EX VOTO PER LA MADRE DI DIO

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La cima del monte Figonia, che sorge alle spalle di Genova nella valle del torrente Polcevera, era anticamente un terreno lasciato libero per i contadini del luogo che lì potevano fare fieno e tagliare legna, sulla cima era collocata una vecchia torre d’avvistamento che aveva la funzione di segnalare alle popolazioni del litorale l’ arrivo delle feluche dei pirati barbareschi provenienti dalla Corsica, qui nel 1640 un contadino di nome Benedetto Pareto, mentre si riposava dopo aver fatto fieno, vide un’ apparizione in cui una bellissima Signora gli disse d’ essere la regina del Cielo e gli indicò il punto nel quale costruire una cappelletta a Lei dedicata. Oggi il Santuario della Madonna della Guardia è uno dei luoghi dedicati alla Madre di Dio più famosi d’ Italia, la devozione nei confronti della Madonna, già molto radicata nei genovesi, si evidenzia in questo sito visitando le stanze degli ex voto in cui tantissime persone hanno voluto lasciare testimonianza di gratitudine nei confronti di Maria per grazie ricevute,  migliaia di cuori d’ argento furono fusi anni addietro e trasformati negli splendidi porta ceri   dell’altar maggiore.

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UN CAMINO MONUMENTALE PER ELEONORA DORIA E GIOBATTA GRIMALDI

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A Genova, nel salone principale  del Palazzo detto “della Meridiana” posto nell’omonima piazza costruito su commissione di Giovanni Battista Grimaldi e la sua sposa  Eleonora Doria nel settimo decennio del XVI secolo, fu costruito un imponente camino monumentale da Giovanni Battista Castello detto “il Bergamasco” la cui decorazione interna è costituita da una fascia di piastrelle  che si rifanno alla tradizione dei laggioni di matrice islamica, sull’opera sono presenti gli stemmi delle famiglie Grimaldi e Doria, i montanti sono costituiti da due telamoni antropomorfi desinenti nella parte inferiore con una zampa di leone, la  maestosa cimasa  ha al centro  Giove re degli dei che stringe nella sua mano destra una saetta ed ai lati due figure femminili.

UNA VILLA IN STILE TUDOR PER IL MARCHESE SERRA

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Nei dintorni di Genova, tanti anni or sono, vicino al rio Comago, sorgeva la villa Pinelli Gentile circondata da nove ettari di terreni agricoli, nel 1851 il marchese Orso Serra di ritorno da un viaggio londinese effettuato in occasione dell’Esposizione Universale, ispirandosi ai disegni di un cottage in stile Tudor tratto dall” Encyclopaedia of Cottage, farm and Villa Architecture” di J. C. Loudon, dopo aver acquisito la proprietà del complesso, fece ricostruire la villa  in stile neogotico con  un prospetto tricuspidato e con vicino una torre medioevale, i terreni circostanti furono ripensati come un parco all’inglese. La villa si specchia in un grande lago dando alla sua immagine un che di magico, mentre i cigni osservano distrattamente le persone che visitano questo posto incantevole apparentemente disattenti a tutto quello che li circonda.

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IL “DRAMMA ETERNO” DI MONTEVERDE

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Oggi 5 Giugno 2017 è l’ ultimo giorno della settimana dei cimiteri storici europei, a Genova nel cimitero monumentale di Staglieno, tra i tanti capolavori conservati, voglio ricordare il monumento funebre della tomba Celle realizzato da Giulio Monteverde  (1837 – 1917 )  in cui è evidente la carica “simbolista” voluta dare dall’artista a  questa sua scultura datata 1893. Il simbolismo fu un movimento culturale nato in Francia nel XIX secolo del quale Baudelaire pubblicò ” il manifesto “, gli artisti simbolisti cercavano di superare la pura apparenza delle cose trovando un legame tra il dato oggettivo e i sentimenti soggettivi, tentando così di ritrovare la spiritualità che esiste nella cruda realtà ma fa parte del regno dell’invisibile. Il gruppo scultoreo è intitolato “Dramma eterno” e si ispira alla contraddizione simbolista tra il bellissimo corpo femminile rappresentante la vita   che cerca di liberarsi dall’abbraccio del macabro scheletro velato che rappresenta la morte, non c’ è speranza di redenzione in quest’ opera ma solo la disperazione di dover accettare l’ ineluttabilità del destino che tocca ad ogni essere umano.

UNA VILLA PRINCIPESCA PER CAROLINA DI BRUNSWICK

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Nella Villa Rosazza che i Dinegro fecero costruire nel XVI secolo su un’ altura dominante il porto di Genova, risiedette dal 1815 Carolina figlia del duca di Brunswick Wolfenbuttel che a 27 anni si sposò con il trentatreenne  principe di Galles poi incoronato re del Regno Unito con il nome di Giorgio IV. Il principe aveva fama d’ essere un “tombeur de femmes”  e di avere il vizietto di bere in maniera spropositata, comunque sta di fatto che dopo la nascita di una bimba la coppia praticamente si separò di fatto alimentando il “gossip” delle cronache mondane dell’ epoca.  Carolina compì numerosi viaggi prima di approdare a Genova  dove stette sino alla morte del re Giorgio III, nel 1820 tornò in Inghilterra sperando d’ essere incoronata regina ed invece a Londra dovette subire un processo durato cinque mesi che si risolse con un non luogo a procedere ma che le rovinò definitivamente la reputazione già abbastanza deteriorata dalle avventure amorose che le erano state appioppate,  vere o presunte  che fossero,  negli anni precedenti, per questo gli inglesi le rifiutarono l’incoronazione e lei preferì ritornare nel suo ducato dove pochi mesi dopo morì forse per una crisi cardiaca.

LUCA BAUDO GENOVESE D’ADOZIONE PER AMORE DI BIANCHETTA

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Il pittore novarese Luca Baudo nato nel settimo decennio del XV secolo, venne a Genova e qui conobbe Bianchetta sorella del pittore Giovanni Barbagelata, s’ innamorò di lei, la sposò e fu attivo nella nostra città sino alla fine del primo decennio del secolo XVI, ancora oggi è visibile nella chiesa di San Teodoro a Dinegro  una pala del Baudo commissionata dai Lomellini proprio per quel tempio, dove è conservata da 520 anni, la pala rappresenta Sant’ Agostino in trono con a sinistra Santa Monica ed a destra Sant’ Ambrogio, in questa sua opera datata 1497 è di tutta evidenza il tratto pittorico della sua maturità dove l’ impianto iconografico è più semplice e monumentale rispetto ai suoi lavori giovanili  che tendevano  ad avere  una decorazione sovrabbondante ed iper-descrittiva.

LAGGIONI E AZULEIOS PER LA CAPPELLA DEI SALVAGO

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Nella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena ( Genova ), dietro all’altare del Rosario vi è l’ antica cappella gentilizia dei Salvago oggi Battistero, le pareti sono un’interessante testimonianza di come la maiolica ispano/moresca abbia influenzato i manufatti prodotti a Genova e nei suoi possedimenti sin dal XVI secolo. Il nome maiolica deriva dall’isola di Maiorca da cui proveniva  la maggior parte delle terracotte smaltate usate per le decorazioni parietali e pavimentali. Gli Azulejos  erano appunto delle mattonelle in terracotta smaltata liscia o in rilievo che avevano decori diversi visibili su un insieme di manufatti accostati gli uni agli altri che davano luogo ad un  disegno  particolare,  contrariamente ai “laggioni ”  creati nostri “figuli” (  fabbricatori di  mattonelle e stoviglie cioè i lavoranti della cosiddetta “arte sottile “) che   avevano solitamente dei decori che  potevano esser visibili sul singolo pezzo).

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VITTORIO EMANUELE II RE GALANTUOMO MA NON TROPPO…

monumento a Vittorio Emanuele II primo rè d' Italia

Una delle più belle piazze di Genova è certamente quella dedicata a Luigi Emanuele Corvetto, politico genovese ai tempi della occupazione napoleonica, al centro della piazza, posta sopra un grande basamento marmoreo, troneggia la statua equestre del re Vittorio Emanuele II realizzata dallo scultore milanese Francesco Barzaghi che fu inaugurata nel 1886, la dedica che si legge sul monumento recita testualmente: ” I Genovesi al re Vittorio Emanuele II” e sin dall’inizio fu pesantemente contestata dalla popolazione stante che il re in una lettera indirizzata al generale Lamarmora definiva i genovesi:”….vile ed infetta razza di canaglie.. ” Ma per capire come mai il re avesse tanta acredine nei confronti dei genovesi occorre fare un passo indietro nel tempo, nel 1815 durante il Congresso di Vienna,  le nazioni che sconfissero Napoleone Bonaparte decretarono la fine della gloriosa Repubblica Genovese annettendo la città e tutti i suoi territori al regno di Piemonte e Sardegna, dopo la fine miseranda della prima guerra di indipendenza, quando il re del Piemonte Carlo Alberto abdicò a favore di suo figlio Vittorio Emanuele, i genovesi si sollevarono contro le autorità piemontesi di occupazione riuscendo a liberarla, ma il 5 aprile 1849, coadiuvati dalla flotta inglese che impediva rifornimenti dal mare, le truppe piemontesi comandate dal generale Alfonso Lamarmora forti di 30.000 uomini riuscirono a sfondare le difese dei cittadini genovesi e irruppero come un torrente in piena  nella città saccheggiando, rubando, violentando ed uccidendo uomini, donne, vecchi e religiosi che si trovarono davanti, fu a questo punto che il re “Galantuomo” scrisse al suo generale una lettera complimentandosi per la vittoria conseguita contro la città ribelle della quale trascrivo la parte più significativa: “…spero che la nostra infelice nazione aprirà finalmente gli occhi e vedrà l’ abisso in cui s’ era gettata a testa bassa…che ella impari ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità e a odiare questa vile e infetta razza di canaglie di cui essa si fidava e nella quale, sacrificando ogni sentimento di fedeltà, ogni sentimento d’ onore, essa poneva tutta la sua speranza…”

A pochi metri di distanza dal monumento,  nella chiesa dei Padri Cappuccini e più precisamente nelle catacombe di questo tempio secentesco, c’è una cripta celata da una lastra  senza nome dove riposano in eterno tutti quegli eroi dimenticati che cercarono invano di riconquistare la perduta libertà.

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UN SOFFITTO A VOLTA SORPRENDENTE

ALLEGORIA DELLA PACE

A Genova contraddistinto dal n. 2 di via Garibaldi già Via Nuova, vi è il palazzo commissionato da Pantaleo Spinola all’architetto Bernardo Spazio sostituito alla morte di questo avvenuta nel 1563 dal maestro Gio. Pietro Orsolino. Oggi  è la prestigiosa sede del Banco di Chiavari e della Riviera Ligure. Al primo piano nobile vi sono due sale disposte simmetricamente, in una di queste tra il sesto ed il settimo decennio del XVII secolo il grande interprete della pittura barocca genovese Domenico Piola coadiuvato da Paolo Brozzi che immaginò una sorprendente impaginazione architettonica, realizzò un grande affresco sulla volta rappresentante “l’ Allegoria della Pace “, riconoscibili tra gli dei dell’ Olimpo: Ercole con la sua clava e Giano (Janus), il dio dalle due facce, una rivolta verso il passato ed una verso il futuro che  alcuni storici affermano abbia dato il nome alla città.

GIUSEPPE BENETTI (1825-1914) UNO SCULTORE GENOVESE

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A Genova, il cimitero monumentale di Staglieno, uno dei più famosi al mondo, è un vero e proprio museo dell’ arte statuaria auto celebrativa della nuova classe aristocratico borghese che si era creata dopo la proclamazione del Regno D’ Italia. Il sito, per la sua grandiosa dimensione, sin dall’inizio del suo esistere, ebbe visitatori illustri, Nietzsche, Maupassant, Twain e la principessa Sissi,  sono solo alcuni dei tanti personaggi storici che si soffermarono ad ammirare la statuaria delle grandi gallerie di questo cimitero disseminato di viali alberati lungo la collina che fanno da cornice a questa città dei morti. Tra i tanti artisti ai quali fu commissionata la realizzazione d’ una tomba monumentale ci fu Giuseppe Benetti ( Genova 1825-1914), discepolo del Varni alla Accademia Ligustica,  il quale fu inizialmente portato a  rappresentare modelli accademici per poi aggiungere progressivamente ad un marcato realismo il profilo psicologico ed emotivo dei personaggi rappresentati, come ad esempio nella “tomba Piaggio” qui pubblicata, realizzata in marmo bianco di Carrara nel 1873.

I MAESTRI ANTELAMI A SANTA MARIA DI CASTELLO

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Santa Maria di Castello fu il primo tempio Mariano di Genova, si hanno notizie documentate di questa chiesa sin dal 658 d. C. fu ricostruita nel XI  e successivamente nel XIII secolo, per molto tempo ebbe la funzione di cattedrale estiva essendo posizionata nella zona sopraelevata del Castrum, era più facilmente difendibile quando era più facile per le feluche saracene attaccare la città.  I Magister Antelami  contribuirono significativamente alla costruzione ed alla sistemazione interna di questa bella chiesa museo. Gli Antelami, giunti a Genova verso la fine del XI secolo, provenivano dalla regione montuosa che è collocata tra il lago di Lugano e quello di Como, furono loro ad importare in città lo stile architettonico romanico, si costituirono come una corporazione di costruttori e lapicidi utilizzando ampiamente materiale romano di scavo  appartenente a templi ed ad altri complessi architettonici,  reimpiegandolo, come per esempio in questa chiesa, con le grandi  colonne di granito  e capitelli corinzi risalenti al III secolo dopo Cristo nella navata centrale.

UN CRISTO ROMAGNOLO IN UN MUSEO GENOVESE

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A Genova, in Piazza Sarzano, dove nel medio evo venivano organizzati tornei tra cavalieri, vi é il Museo di Sant’ Agostino, nella parte dedicata alla pittura medioevale troviamo questo dipinto ad olio su tavola di pioppo risalente alla fine del XV secolo, le caratteristiche iconografiche e stilistiche hanno fatto attribuire questo Cristo morto sorretto dagli angeli all’ ambito di Bernardino e Francesco Zaganelli attivi in Emilia Romagna tra il XV e l’ inizio del XVI  secolo, questi due fratelli originari di Cotignola          ( Ravenna ), furono a capo d’ una fiorente bottega e la loro poetica, seppur legata alla cultura romagnola/ferrarese e veneta, risentì anche della cultura nordica, dovuta al fatto che la loro città ( Cotignola ) fu assoggettata agli Sforza e quindi ebbe numerosi contatti con Milano e Pesaro, centri nei quali la cultura fiamminga ebbe grande fortuna, anche in questo dipinto la scena rappresentata è tipicamente nordica.

UN NINFEO DEDICATO AI CULTORI DEL VINO

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In fondo al giardino pensile del palazzo di Nicolosio Lomellino in via Garibaldi a Genova vi è un bellissimo ninfeo il cui soggetto dionisiaco sarebbe stato ispirato da Domenico Parodi ( Genova 1670- 1742), secondo il Magnani, in un nicchione con stalattiti e vascone in pietra di Finale, è posto un grande gruppo in stucco che raffigura un grande Sileno che versa da un’anfora l’ acqua della fonte  ( il vino ) nella bocca d’ un Bacco ebbro; con questa coreografia lo spazio esterno si sposa con la tematica iconografica della sala con Bacco che incorona Arianna affrescata dallo stesso Parodi nell’ appartamento di via Garibaldi.

C’ERA UNA VOLTA LA BELLA ELENA

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In via Garibaldi, già via Nuova, il primo palazzo sulla sinistra andando verso Piazza della Meridiana è sede del Banco di Chiavari, originariamente il palazzo apparteneva al marchese Benedetto Spinola che sulla terrazza fece costruire questo ninfeo monumentale formato da concrezioni e conchiglie poste come tessere d’ un mosaico che mostrano una città in fiamme, nel mezzo era posto un gruppo scultoreo realizzato da Pierre Puget (  Marsiglia 1620 – 1694) il grande scultore barocco francese,  gruppo che rappresentava il rapimento di Elena di Troia acquistato dal Comune di Genova nel 1964 ed oggi conservato nel museo della statuaria e dell’ arte medioevale di Sant’ Agostino in piazza Sarzano. l’ opera scolpita dopo il 1683, fu forse realizzata in collaborazione, ma ciò non toglie nulla alla splendida e complessa composizione, se mai qualche perplessità lo può dare lo sfondo che rappresenta una città in fiamme, ora noi sappiamo che Elena fu consenziente nel seguire Paride a Troia e quindi la città rappresentata non può essere Sparta, per cui l’ ipotesi più verosimile è che il gruppo statuario  non rappresenti il rapimento di Elena ma la riconquista della bella Elena da parte del marito Menelao dopo che gli achei avevano messo a ferro e fuoco la città di Priamo.

 

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UNA SIBILLA A PALAZZO REALE

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A Genova, nel salotto della regina di Palazzo Reale, fa bella mostra di se questo dipinto del pittore emiliano Ercole de Gennari ( 1597-1658) rappresentante la ” Sibilla Cumana ” realizzato verso il 1650. Singolare la leggenda che narra la sorte di questa donna bella e sfortunata, Deifobe, così si chiamava, greca di nascita andò a Cuma città della Campania vicina ai Campi Flegrei ed arrivata al lago d’ Averno  vicino al comune di Pozzuoli prese residenza, si fa per dire, in una caverna conosciuta come l’ antro della Sibilla, dove esercitava la sua professione di oracolo ispirata dal dio Apollo, trascriveva i suoi vaticini in esametri su foglie di palma le quali, alla fine della predizione venivano portati via dai venti. Questa sacerdotessa di Apollo fu una delle più importanti figure profetiche dell’ antichità,  faceva i suoi vaticini in stato di trance ed era temuta e rispettata, aveva però un  handicap: era bellissima, così bella che Apollo si innamorò di lei e le chiese d’ avere un rapporto d’ amore, lei prese con una mano una manciata di granelli di sabbia e chiese al dio di farla vivere un anno per ogni granello, Apollo accondiscese alla sua richiesta, ma a questo punto la bella Deifobe ci ripensò e non ne volle sapere di concedersi al dio, allora  Apollo, che come sua sorella Diana era piuttosto vendicativo, la fece vivere ma non le diede il dono della giovinezza, così La nostra povera sibilla pluricentenaria incartapecorì sino a diventare tanto piccola da restare solo ” voce”.  La morale può essere scherza coi tuoi ma lascia stare gli dei.

L’ESALTAZIONE DELLA VENDETTA IN UN AFFRESCO CINQUECENTESCO

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Tra i palazzi dei “Rolli” dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, vi è quello di Gerolamo Grimaldi edificato tra il il 1536 ed il 1544, chiamato più tardi Palazzo della Meridiana. Il salone principale fu affrescato e decorato su commissione del figlio di Gerolamo Gio Battista Grimaldi che a partire dal 1565 incaricò Giovanni Battista Castello detto ” Il Bergamasco ” di realizzare la composizione degli spazi che furono poi concretamente realizzati  da Antonio da Lugano. Gli affreschi con le storie di Ulisse furono dipinti dal pittore Luca Cambiaso ( Moneglia 1527 – El Escorial 1585) che impresse ai personaggi che compongono la scena centrale dipinta sul soffitto un forte dinamismo realizzato sia con sapienti giochi prospettici,  con un attento studio della luce, nonché con un accurato esame dei rapporti tra le figure e lo spazio, riuscendo a dare corposità e profondità ad una superficie piana. L’ affresco centrale rappresenta Ulisse che con l’ aiuto della dea Minerva e di suo figlio Telemaco uccide con l’ arco, che solo lui sapeva tendere, i pretendenti alla mano di sua moglie Penelope e del suo trono, i cosiddetti Proci. Il Nostro realizzò le sue figure come fossero ritratti ad olio,  così come la natura morta rappresentata con estrema cura nonostante fosse destinata ad esser contemplata dai fruitori posti in basso  a molti metri di distanza.

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particolare del dipinto di Ulisse che saetta e Proci

ROLLI DAYS E NON SOLO……

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IN OCCASIONE DELLE GIORNATE DEI “ROLLI”  ( 1 E 2 APRILE 2017 ) NELLE QUALI MOLTE DELLE DIMORE NOBILIARI GENOVESI PUBBLICHE E PRIVATE SARANNO APERTE ALLA POPOLAZIONE, SARA’ POSSIBILE ANCHE VISITARE LA PRESTIGIOSA COLLEZIONE D’ ARTE DELLA BANCA CARIGE, NELLA FOTO” VENERE ED AMORE ” DIPINTA DAL PITTORE GENOVESE GIOVAN BATTISTA PAGGI (GENOVA 1554 – 1627 ) NATO DA UNA NOBILE FAMIGLIA CHE NON DISDEGNAVA IL COMMERCIO, INTRAPRESE LA CARRIERA ARTISTICA CONTRO IL PARERE DI SUO PADRE, FU PERSEGUITO PER OMICIDIO, PER QUESTO FUGGI’ DA GENOVA E VISSE PER MOLTI ANNI A FIRENZE ALLA CORTE MEDICEA. ARTISTA COLTO ED AMICO DI UOMINI DI LETTERE, RITORNATO A GENOVA SI AFFERMO’ COME RAPPRESENTANTE D’ UNO STILE PITTORICO CARATTERIZZATO DALL’ UNIONE  DEL TRADIZIONALE  STILE DEL CAMBIASO   CON IL TARDO MANIERISMO TOSCANO.

UNA PASSAGGIO PER ACCEDERE ALLA GENOVA SOTTERRANEA

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A Genova, in corso Andrea Podestà, sopra il Ponte Monumentale che divide la centralissima  via XX Settembre, esiste un tombino dal quale si può accedere all’interno del ponte, da qui inizia un vero e proprio viaggio nella Genova sotterranea, non consigliabile a chi soffre di claustrofobia perché alcuni passaggi sono alti poco più d’ un metro ed occorre percorrerli a carponi, questa Genova segreta che pochi conoscono è  piena di cunicoli e grotte che conducono a chilometri di tunnel dei quali solo una piccola   parte é visitabile su prenotazione presso un gruppo che organizza visite guidate, per informazioni digitare info@crig.it

CARMELITANI V/S GESUITI BOTTE SENZA ESCLUSIONE DI COLPI

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Nel primo quarto del XVIII secolo i Carmelitani vollero costruire una chiesa nella strada Balbi  proprio a ridosso del Collegio dei Gesuiti ( ora sede dell’ Università di Giurisprudenza) con gran dispetto di questi ultimi che cercarono in ogni modo di intralciare i lavori di costruzione, naturalmente a Genova nacquero due partiti: quello del popolo che parteggiava per i Carmelitani e quello dei nobili che teneva per i Gesuiti, la discordia ebbe tanta eco da ispirare anche un poemetto satirico del Buttari : “… le berrette, i Cappucci, i Preti, i Frati,/ le liti, le discordie e le contese,/l’ assalto, le percosse e l’ altre imprese,/che non s’ udiron mai nei tempi andati;/le Scuole chiuse e i Gesuiti armati/gli Scalzi del Carmelo alle difese,/le mura diroccate ai due del mese,/il concorso del Volgo e de’ Soldati,/il Grandinar de sassi in nuovi e rari/ordigni che in mezz’ora opraro tanto/con abbater le fabbriche e i ripari…”, purtroppo tra una sassaiola e l’ altra un converso dei Carmelitani fu colpito in pieno petto da un colpo d’ ariete e rischiò di morire, per cui la vertenza andò a processo, ed i giudici ritenendo risibili le ragioni dei Gesuiti ( la nuova costruzione avrebbe tolto loro l’ aria ) nel 1725 riconobbero il diritto dei Carmelitani ad innalzare la nuova chiesa. Nella foto il maestoso scalone d’ ingresso del collegio dei Gesuiti con a lato  due leoni giganteschi disegnati da Domenico Parodi e  realizzati all’inizio del XVIII secolo in marmo bianco di Carrara.

L’ AMICIZIA FAVORISCE IL GENIO

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Anton Maria Maragliano ( Genova 1664 –  1739 ) fu ed è uno tra i più apprezzati scultori su legno della ” Genova barocca”, l’ amicizia che lo legò al grande pittore Domenico Piola, che aveva casa e bottega a Genova in Salita San Leonardo, gli permise di crescere artisticamente, infatti il Nostro, utilizzando i disegni usciti da ” Casa Piola “, ebbe la possibilità di dare tridimensionalità  ai progetti pioleschi  pieni di grazia e di elementi scenografici che egli seppe magistralmente interpretare con le sue sculture in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia.  Nella Foto viene mostrato un particolare della cassa processionale dedicata a Sant’ Antonio Abate  realizzata dal Maragliano nel 1703 ed acquistata nel 1874 dalla Confraternita di Sant’Antonio Abate e  San Paolo Eremita per l’ oratorio di Sant’Antonio di Mele ( Genova ).  La nascita di questa Casaccia ( Confraternita ) risale al 1536 quando il vicario dell’ arcivescovo di Genova Marco Cattaneo diede facoltà ai cittadini di mele di istituirla in onore di Sant’Antonio.

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Cassa processionale di Sant’Antonio Abate  ( particolare di un angelo )

 

 

Henry Thomas Peters an english man bancalaro

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Henry Thomas Peters nato a Windsor nel 1792 giunse a Genova all’età di 25 anni,  impiantò una fabbrica di mobili in via Balbi condotta con tecniche d’ avanguardia ed  in breve tempo divenne famosissimo e, pur essendo mazziniano, ebbe come clienti anche “Casa Savoia” che gli commissionò molti mobili, come per esempio il sediame mostrato nella foto che è a tutt’oggi collocato nella sala delle udienze di palazzo reale in via Balbi. Peters fu un personaggio veramente difficile da raccontare, né ben si comprende come abbia raggiunto in breve tempo fama e fortuna, dato l’ atteggiamento dei genovesi nei confronti dei “foresti ” ( forestieri ), comunque sta di fatto che il Nostro guadagnò somme spropositate che gli consentirono  di fare una vita da gran signore, sino a che, dissipatore per sua natura, non si ridusse in miseria, la sua azienda fallì e lui finì in prigione. Più che per il suo stile, che richiama quello francese ed inglese del primo quarto del XIX secolo, è ricordato, come sopraddetto, per l’ introduzione di tecniche industriali nell’ebanisteria genovese e per la raffinata qualità dei suoi mobili da molti imitati ma mai eguagliati.

STORIA D’ UN RAPIMENTO RAPITO

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Uno dei capolavori più significativi dell’ arte pittorica del periodo barocco a Genova è il celeberrimo ” Ratto di Proserpina ” di Valerio Castello ( Genova 1624 – 1659 )  conservato nel Palazzo Reale in via Balbi. Il dipinto acquistato dalle Regie Finanze nel 1821 per arredare una sala dell’ antico palazzo Balbi Durazzo comprato da casa Savoia per farne la loro sede di rappresentanza, fu requisito nel 1929 dall’allora ministero per l’ Educazione Nazionale e collocato a Roma in Palazzo Madama dove restò per quasi settant’anni. Il grande dipinto ( cm. 147 x cm. 217 ), grazie all’interessamento di Luca Leoncini allora conservatore di Palazzo Reale di Genova, fu restituito nel 1996  e ricollocato nella Sala delle Udienze dove il sovrano riceveva dignitari, ambasciatori e coloro ai quali era stata accordata udienza. L’ iconografia si rifà ad uno dei miti dell’ antichità classica: Proserpina figlia di Cerere  dea delle messi venne rapita da Plutone dio degli inferi che si era innamorato di lei dopo che  Proserpina  rifiutò inorridita le sue avances perché di sposare il dio del regno dei trapassati  non ne aveva nessuna voglia, né aveva voglia di passare tutta l’ eternità nel suo regno oscuro. Chi scrive riusci a reperire in una prestigiosa   mostra d’ antiquariato di Firenze un bozzetto dell’ opera sopra descritta.

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LA BASILICA DEI CONTI DI LAVAGNA

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Il borgo dove venne costruita la basilica dei Fieschi si trova a pochi chilometri dal centro  di Lavagna, è un sito particolare, consiglio di visitarlo in un giorno feriale, quando non c’è molta gente, per ritrovare lo spirito di tranquillità e di meditazione che ispira questo luogo. La basilica fu eretta nel XIII secolo da Sinibaldo Fieschi , eletto pontefice col nome di Innocenzo IV, presenta una facciata rivestita sulla sommità a fasce di marmo bianco e d’ ardesia estratta dalle vicine cave della val Fontanabuona dove i conti Fieschi avevano i loro possedimenti, al centro un rosone in stile gotico-romanico ed un portale caratterizzato da un’ architrave e da un affresco del XIV secolo. Il campanile è formato da una massiccia torre quadrangolare alleggerita da polifore, la basilica, da lontano, ci appare come una nave  arenata in un mare di viti e d’ olivi.

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UNA MADONNA ERRANTE

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In cima alla salita Martin Piaggio, che i genovesi continuano a chiamare salita dei Cappuccini, sopra ad un pilastro marmoreo, fa bella mostra di se una statua della Madonna regina di Genova con la corona  imperiale sulla testa e lo scettro stretto nella mano destra. L’ opera, attribuita allo scultore  Tommaso Orsolino ( Genova 1587 c. – 1675 ), fu realizzata certamente dopo il 25 marzo 1637, data nella quale la Serenissima Repubblica di Genova elesse la Madonna quale sua regina e protettrice. Originariamente la statua non era lì dove oggi la possiamo ammirare, ma era posta sulla porta di Ponte Reale posta nell’omonima via, dalla quale venne rimossa nel 1840. Il Ponte Reale aveva la funzione di collegare il Palazzo Reale con la darsena e la ferrovia in modo da evitare agli augusti personaggi ed ai loro ospiti il traffico della zona portuale, fu completamente demolito nel 1964  per la costruzione della    ” Sopraelevata ” .

 

LE CATACOMBE DEI FRATI CAPPUCCINI

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Con l’ editto di Saint Claud Napoleone Bonaparte nel 1904 stabilì che le tombe dovessero esser poste fuori delle città in pubblici cimiteri e che le lapidi dovessero essere tutte uguali in modo da osservare il principio dell’ egalité propugnato dalla rivoluzione del 1789, per i morti illustri fu creata una commissione che doveva decidere se scolpire o meno  sulla tomba un epitaffio. Le norme vennero di lì a poco applicate anche al regno d’ Italia creando molto malcontento, vi ricordate del carme ” I Sepolcri ” di Ugo Foscolo ? . A Genova l’ uso d’ aver sepoltura in chiesa era molto diffuso tra le classi abbienti che imperterrite continuarono a perpetrarlo alla faccia degli editti di Napoleone, ad esempio se andate a visitare la chiesa dei Cappuccini di Genova intitolata alla S.S. Concezione, vedrete che il pavimento è letteralmente formato da lapidi, alcune poste anche a parete come quella di Nina Giustiniani che ebbe la sventura d’ innamorarsi di Camillo Benso conte di Cavour quando già era maritata col vecchio marchese, il quale venuto a conoscenza della tresca amorosa, ritenne opportuno rinchiudere la moglie nel suo palazzo di via Garibaldi, mettendo in giro la voce che era pazza, una prigione dorata dalla quale Nina si liberò gettandosi dalla finestra dell’ avito palazzo, ma tornando alla nostra chiesa, vi troveremo un falso confessionale che cela una botola chiusa a chiave, sotto di essa è posta  una scala che porta alle catacombe di questo tempio ed alla sua cripta dove per centinaia di anni furono sepolti i confratelli che facevano parte del convento, ma anche i cittadini genovesi  e non solo che continuarono a farsi seppellire in questo luogo sacro. Cosa singolare è riscontrare su diverse lapidi l’ assenza di simboli cristiani, ma scolpiti nel marmo compassi, ali spiegate, piramidi e l’ occhio onniveggente che contraddistinguono i membri delle sette massoniche.

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SINIBALDO SCORZA NOBILE PITTORE

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Sinibaldo Scorza nato a Voltaggio nel 1589, paese dell’ oltre giogo che a quel tempo apparteneva alla repubblica genovese, era di nobile famiglia legata ai Fieschi di Lavagna, si trasferì giovanissimo nella bottega genovese del Paggi, ma più che da questo maestro egli rimase affascinato dall’arte  dei fiamminghi che erano presenti a Genova in quel tempo  in particolare Jan Roos,  Snyders e dal veneto Jacopo Bassano; l’ ammirazione per questi maestri lo indirizzarono verso una pittura naturalistica di paesaggio e di animali, scelta non facile allora, perché i pittori di genere erano considerati minori rispetto a quelli di         ” Storia “. Viaggiò a Torino dove il duca di Savoia lo nominò pittore di corte, scoppiata la guerra tra i Savoia e Genova, fu accusato di alto tradimento e si rifugiò a Roma dove ebbe l’ occasione di conoscere altri pittori d’ oltralpe, che gli consentirono di approfondire i suoi studi sul naturalismo fiammingo, infine, scagionato dalle accuse,  ritornò a Genova dove si stabilì  sino alla morte che lo spense alla giovane età di soli 42 anni nel 1631. Il dipinto mostrato nella foto, appartenente al Museo dell’ Accademia Ligustica di Belle Arti, ci  mostra un pastorello il quale  suonando uno strumento a fiato guarda le sue greggi, questo ramino  sembra appartenere all’ ultimo periodo del pittore, la sua firma, presente sull’opera, venne messa in luce durante un restauro  effettuato presso l’ Accademia. Questa ed altre opere di questo artista, ingiustamente poco valutato sino a non molti anni fa, sono esposte nel Palazzo della Meridiana di Genova nella bella mostra a lui dedicata dalla mia amica Anna Orlando ” SINIBALDO SCORZA favole e natura all’alba del barocco “,

LA CONFRATERNITA DI SANTA ZITA

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Le Confraternite a Genova erano gruppi di persone riunite sotto forma di associazioni laiche con finalità spirituali e caritative. Per svolgere la sua attività ciascuna Confraternita disponeva d’ una cappella ed  aveva a capo un priore ed un ecclesiastico; fra il 1480 ed il 1582 in città esistevano già 134 Confraternite, ognuna aveva un Santo Patrono al quale era intitolata una cappella – oratorio detta ” Casaccia “. Attualmente le Confraternite che operano sotto l’ Arcidiocesi genovese sono ben 180, la tradizione delle processioni devozionali è l’ occasione per le Confraternite di sfilare per le strade indossando i caratteristici abiti che le contraddistinguono .

Nella foto l’ abito dei confratelli di Santa Zita e del S.S. Sacramento ed anime purganti, composto da una cappa bianca ( la cappa è una veste di taglio largo e semplice destinata a ricoprire tutta la persona) il colore distingueva il servizio e lo scopo sociale, in questo caso il suffragio ai confratelli defunti , il mutuo soccorso e la cura dei pellegrini e dei malati poveri. Il tabarro che era una corta mantella di velluto, raso o seta spesso ricamato con fili preziosi. Il cordone invece è  destinato a legare la veste e ricorda l’ antico uso penitenziale di percuotersi durante i giorni della passione di Cristo ed infine il cappuccio che non era indossato come copricapo ma allo scopo di non permettere di riconoscere l’ identità del confratello che svolgeva il servizio, essendo questo prestato per penitenza e non per acquisire popolarità o meriti, inoltre rendeva i confratelli tutti uguali senza distinzione sia gli aristocratici, sia i popolani.

C’ERA UNA VOLTA S.MARIA DEI SERVI

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La guerra non guarda in faccia nessuno, uccide i buoni ed i cattivi, distrugge gli arsenali e le chiese lasciando dietro di se solo polvere e rovina, sia per i perdenti di turno, sia per i vincitori, la guerra è un controsenso, eppure ancora oggi gli uomini continuano a farla, perché evidentemente la “Storia ” non è sufficiente per dimostrarne l’ inutilità.                        A Genova, tra il colle di Carignano e quello di Morcento, proprio alle spalle del grattacielo progettato dal Piacentini  in   piazza Dante, là dove scorreva il rio Torbido, c’era una volta una chiesa dedicata a Santa Maria dei Servi, detta così perché furono i padri “Serviti ” a ricostruirla in stile gotico nel 1327. In quel punto esisteva già dal XII secolo un luogo di culto dedicato a San Girolamo che venne demolito per edificare il nuovo tempio. Durante il secondo conflitto mondiale la chiesa venne completamente distrutta da un bombardamento alleato e solo nel 1972, nel moderno quartiere della Foce, fu costruita una nuova chiesa dedicata a Santa Maria dei Servi dove sono stati riposizionati i pochi reperti rimasti della antica chiesa come il frammento dell’ affresco di controfacciata mostrato nella foto sopra raffigurante la Madonna del Santo Amore attribuibile ad un pittore ligure / lombardo e databile al terzo decennio del ‘400, e l’ altare  maggiore  distrutto in mille pezzi  ma ricomposto con  grande perizia ed amore dai restauratori della Soprintendenza di Genova.

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UN DIPINTO MISTERIOSO

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A Genova, vicino alla fermata del metrò di Sarzano, vi è l’ ingresso del museo di Sant’ Agostino, qui nel settore dedicato all’arte medioevale si può ammirare una misteriosa tavola riportata su tela che raffigura La Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista, Erasmo, Chiara e Francesco d’ Assisi. Il dipinto datato 1466 è firmato ” Leonardo da Papia ” che i critici in primis avevano individuato in Leonardo Vidolenghi pittore pavese, attribuzione peraltro incerta. Opera dunque datata e firmata ed allora vi chiederete perché misteriosa? ebbene la risposta è che di questo dipinto non si conosce la provenienza, né la committenza e neppure la sua collocazione originaria, opera indubbiamente interessante in cui elementi tardo gotici coesistono con altri rinascimentali, ad esempio in una elementare prospettiva il Nostro realizza un’ iconografia su di un unico pannello invece di indirizzarsi verso la struttura tradizionale del polittico suddiviso in scomparti, collocando i personaggi rappresentati in una nicchia avente la parete di fondo decorata con azulejos (*), che erano comuni a Genova come rivestimento parietale in epoca rinascimentale, l’ impiego dell’arco a tutto sesto poi è utilizzato come raccordo spaziale tra l’ osservatore ed il dipinto come fosse una cornice.

(*) Le azulejos sono un tipico ornamento dell’architettura portoghese e spagnola consistente in piastrelle di ceramica non molto spesse e con una superficie smaltata e decorata.

UN GIARDINO CONCEPITO COME UN’OPERA TEATRALE

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La Villa Durazzo Pallavicini a Pegli ( Genova ) è giustamente famosa per il suo parco che il marchese Ignazio Pallavicini fece progettare dallo scenografo del teatro Carlo Felice Stefano Canzio, i lavori si protrassero per sei anni dal 1840 al 1846 e realizzarono un’ opera considerata uno dei più bei giardini romantici ottocenteschi, un parco concepito come un’ opera teatrale in tre atti con un prologo introduttivo ed un epilogo, ogni atto è composto di quattro scene composte da architetture, torrenti, fontane, laghetti, piante esotiche ed autoctone, scelte una per una per le loro caratteristiche compositive o evocative, si passa da luoghi ombrosi ed inquietanti ad altri sereni e luminosi, da scenografie neoclassiche ad ambientazioni medioevali ed esotiche, vivendo un racconto che porta ad un unico filo conduttore. Nel primo atto si invita il visitatore ad abbandonare le preoccupazioni quotidiane per immergersi nella natura, nel secondo atto viene rappresentata la storia rievocando eventi ispirati al mondo cavalleresco medioevale, il terzo atto è quello della purificazione, attraverso una grotta che rappresenta gli inferi si arriva alla scenografia del lago grande che rappresenta il “Paradiso ” che dovrebbe essere il fine ultimo della nostra esistenza.

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Un ringraziamento alla signora Sara Caprini e all’ ” Arco di Giano ” che mi hanno fornito le belle foto pubblicate in questo post

UNA GALLERIA REGALE

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A Genova, a pochi passi dalla Stazione di Porta Principe, vi è lo splendido palazzo Balbi Durazzo acquisito da casa Savoia all’inizio del XIX secolo come dimora di rappresentanza, qui é la famosa  “Galleria degli Specchi” che aveva nelle sue decorazioni un programma moraleggiante, infatti gli dei rappresentati negli affreschi di Domenico Parodi ( 1672-1742) realizzati nel primo 700 : Venere, Bacco ed Apollo sono le divinità pagane ritenute responsabili della rovina dei grandi regni dell’ antichità ( Assiro, Persiano e Greco-Romano ), l’ affresco del centro della volta mostrato nella foto rappresenta la toeletta di Venere.

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Mèghi a Megùin de Zena ( medici e mediconi di Genova ) contro a peste

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A Genova nel 1515  alla foce del torrente Bisagno, dove oggi è il complesso della Fiera del Mare,  fu ultimato un Lazzareto usato per ricoverare i malati di ” morbo pestifero “. Oggi di questo edificio non resta più niente, anche se, a detta degli storici, era amplissimo. Il Lazzareto si era reso necessario, come detto sopra, per cercare d’ isolare la peste che nel 1656 fece 92.000 vittime riducendo alla metà la popolazione di Genova. Bartolomeo Alizeri ” fisico e medico de primari del grande spedale di Pammatone ” pubblicò un libro a proposito di come ci si doveva comportare in caso di contagio o per evitarlo, la peste fu da lui definita ” un tossico”  fra i veleni corrosivi, fermentativi e vaporosi, per evitarlo i medici, preti e farmacisti, che erano le categorie più esposte al contagio, non dovevano indossare indumenti di lana per il dimostrato loro potere di trattenere il sale venefico e contagioso, dovevano indossare una casacca di tela cerata ed un cappuccio forato all’altezza degli occhi ed una maschera sulla bocca contenente sostanze odorose quali timo, rosmarino e salvia, in mano era d’ obbligo tenere delle palle con balsami, anche queste per allontanare il pericolo di contagio ( da lì forse nacque il detto non raccontiamoci delle palle! ) e come dieta “pesce” perché Aristotele aveva affermato che i pesci erano immuni alla peste. Le cure che andavano per la maggiore erano: la somministrazione di pietre preziose finemente polverizzate dagli ” Speziali “, i massaggi alla regione cardiaca con l’ olio di scorpione….. le piaghe poi venivano lavate con l’ aceto e poi medicate con un miscuglio di sale comune e fuliggine da camino…. da evitare assolutamente gli amuleti perché indegni per dei buoni cristiani.

Nella foto una sala del museo di Palazzo Tursi dedicata agli speziali ed ai cerusici.

 

PICCIONI MONUMENTALI

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Gli italo argentini regalarono a Genova il monumento equestre del generale Manuel Belgrano ( 1770-1820) che dal 1927 troneggia su una base di granito rosso delle Ande in Piazza Tommaseo. Belgrano, il cui padre era Ligure di Oneglia, oltre ad essere generale, fu patriota,  creatore della bandiera dell’ Argentina ed uno dei principali artefici della indipendenza e dall’affrancamento dalla corona spagnola del paese sud americano, pochi sanno che  esiste un altro monumento uguale  nella città argentina di Rosario da Fé. Detto ciò è un peccato che i piccioni di Genova, da quando hanno saputo di vivere nella città che ha dato i natali a Cristoforo Colombo, come affermato dal mio amico Roby Carletta nel suo libro “Genovesi quelli del belandi”.. la fanno cadere dall’alto… e posizionati sull’austero monumento aspettano pazientemente che un malcapitato ci passi sotto per bombardarlo senza pietà.

 

UN ARCILE OSPEDALIERO

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Il grande arcile, in mostra nel Museo dei Beni Culturali Cappuccini di Genova, apparteneva in origine all’antico ospedale di Pammatone oggi non più esistente. L’arcile era un mobile destinato a custodire la farina o le granaglie ed era  caratterizzato da un piano sagomato a schiena d’asino, desume il suo nome dal latino medioevale,  la sua tipica forma   imitava le sepolture gotiche ad arca. L’ arcile mostrato nella foto, realizzato in legno di noce, risale alla metà del XVII secolo ed ha del miracoloso che sia arrivato fino a noi uomini e donne del terzo millennio, infatti questi mobili d’ uso comune erano destinati a diventare legna da caminetto quando perdevano la loro utilità.

CIAETI (chiacchere) PERICOLOSI

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Se a Genova visiterete il Palazzo Ducale ( oddio dovrebbe chiamarsi Dogale dato che era il luogo dove risiedeva il Doge, suprema autorità della Serenissima Repubblica di Genova ), entrando nel Palazzo dall’ingresso posto in Piazza De Ferrari, prima del grande atrio voltato progettato dal Vannone alla fine del XVI secolo, vi troverete nel ” Cortile Minore ” realizzato a cielo aperto, qui incastonato nella parete di sinistra vedrete una specie di buca per le lettere con scritto sopra :” Avvisi alli Illustrissimi Supremi Sindicatori “, cosa serviva?  ebbene chiunque poteva scrivere una lettera firmata o anonima denunciando delitti veri o presunti, anche se non direttamente a conoscenza dei fatti, il tipico modo di dire dei genovesi  m’ han vouxou dì  ( ho sentito dire in giro ), così gli armigeri venivano inviati a casa del denunciato, lo accompagnavano nel palazzetto criminale o alla torre Grimaldina dove c’ era un locale chiamato “Examinatorio” qui il malcapitato veniva coscienziosamente torturato dai giudici ( sempre forestieri per garantire l’ imparzialità del giudizio ) fino alla piena confessione, che, dopo mezzora di “corda “(*) arrivava puntualmente.

(*) La ” Corda ” consisteva nel legare le braccia del’ imputato dietro la schiena con ai piedi dei pesi più o meno gravi   ed alzare il corpo di strappo a qualche palmo da terra.

VALERIO CASTELLO PROFETA DEL GUSTO BAROCCO

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antichita-burlando-bis                                                                                                            Antichità Burlando  Via Roma  55 r   Genova ( anno 1997)

UN VAN DICK IN MOSTRA

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Nel museo Beni Culturali Cappuccini di Genova, in occasione del Natale  è stata allestita una mostra : ” Contempliamo il Presepio, la bellezza di Maria nell’arte” dal 3 Dicembre al 2 febbraio 2017, se la visiterete avrete la possibilità di vedere un dipinto di collezione privata  del grande pittore fiammingo Antoon Van Dick ( Anversa 1599 – Londra 1641 ) rappresentante La Madonna con il Bambino e San Giuseppe, oltre ad altri preziosi reperti inerenti all’Avvento.

DAI BRIGNOLE ALLE BRIGNOLINE

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Il presepe del signor Checco Brignole fu donato al convento di Nostra Signora del Rifugio in Monte Calvario dove le suore Brignoline lo hanno amorevolmente conservato per centinaia di anni, si tratta d’ un eccezionale complesso di figure presepiali di grandi dimensioni composte da manichini lignei articolati più una decina di animali interamente  intagliati e dipinti  in policromia.. Nonostante la grande qualità delle figure, questo presepe è poco conosciuto, fu attribuito per molto tempo alla bottega del Maragliano, ma al di là delle vesti sontuose dei signori e quelle misere dei popolani che richiamavano esplicitamente la moda in auge nel genovesato nel XVIII secolo, nulla riconduceva questo straordinario presepe a Genova sotto l’ aspetto formale, per esempio a differenza dal genovese dove le figure sono così caratterizzate da formare veri e propri ” tipologie di personaggi ” immediatamente riconoscibili, in questo presepio le figure sono tanto particolareggiate da formare quasi una galleria di ritratti, l’ autore, con compiaciuto distacco, realizzò i suoi personaggi con un verismo sconcertante mettendo impietosamente in evidenza rughe e deformità patologiche. Queste considerazioni di carattere stilistico e formale ricondussero questo presepio ad una bottega napoletana attiva nell’ultimo quarto del XVII secolo, forse quella di Nicola Fumo ( 1647-1725 ) uno dei più importanti scultori napoletani  del periodo tardo barocco.

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nella foto un nano moro del seguito del Re mago Baldassarre

IL PRESEPE DELLA DUCHESSA

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La duchessa Maria Brignole Sale e suo figlio Filippo De Ferrari commissionarono a Voltri     ( Genova )   un ambiente appositamente destinato  all’esposizione del loro presepio che fu donato al Santuario di Nostra Signora delle Grazie nel 1873. Questo presepio composto da numerose  statuine di scuola genovese e napoletana realizzate nel XVII, il XVIII ed il XIX secolo, si presentava in uno stato di grave deterioramento; grazie al contributo della Compagnia di San Paolo ed alla partecipazione di numerose associazioni culturali, commerciali e da privati, si è potuto procedere al restauro delle statuine, alcune delle quali vengono presentate al pubblico nella mostra ” Legno, stoppa, crine e tessuti preziosi, il Presepe della duchessa di Galliera a Palazzo Spinola ”  dal  16 Dicembre 2016 al 5 Gennaio 2017. La differenza sostanziale tra le statuine genovesi e quelle partenopee sono i materiali usati per animare i diversi personaggi, le genovesi avevano il corpo, la testa e le membra in legno intagliato e scolpito mentre le napoletane avevano il corpo in canapa  con le mani, i piedi e le teste in terracotta dipinta.                                                                                                     Alcune statuine genovesi , secondo lo storico Sommariva, sono da attribuirsi a Pasquale Navone ( Genova 1746 – 1791 ).

La Galleria Nazionale di Palazzo Spinola è  nel centro storico di Genova in Piazza Pellicceria

IL SALOTTO DELLA PACE

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Dalla Stazione Principe di Genova comincia la via Balbi percorrendo la quale si arriva a Piazza della Annunziata, a metà strada sulla nostra destra troviamo lo straordinario palazzo Balbi – Durazzo, oggi museo, comunemente conosciuto come Palazzo Reale dopo che i Savoia l0 acquistarono nella prima metà del XIX secolo per farne la loro sede di rappresentanza. Il palazzo è d’ una bellezza fascinosa  essendo riuscito  a preservare molti dei suoi ambienti dai danni inferti dal tempo e dagli uomini, come per esempio il cosiddetto ” Salotto della Pace ” che prende il nome dall’affresco della volta rappresentante in allegoria l’ abbraccio della Pace con la Giustizia, realizzato dal pittore genovese Domenico   Parodi ( 1672 – 1742 ) che lo portò a termine alla fine del suo percorso artistico, le riserve che si trovano ai lati della volta furono invece dipinte dal pittore bolognese Jacopo Antonio Boni  ( 1688- 1766 ) e rappresentano l’ allegoria delle  quattro stagioni, da notare che gli stucchi rococò, parzialmente dorati in oro zecchino, furono realizzati contemporaneamente ai dipinti ed avevano una  duplice funzione: decorativa e di raccordo spaziale ai dipinti.

UN MACABRO TROFEO PER LA TORRE GRIMALDINA

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Nell’aprile dell’ anno del Signore 1507 a Genova ci fu una ribellione contro la repubblica aristocratica ed i francesi, i cittadini incoronarono doge un popolano di nome Paolo da Novi, ma nello stesso mese i nobili ripresero il sopravvento e misero una taglia di 800 ducati per chi avesse consegnato loro il doge eletto dal popolo, intanto il nostro Paolo,visto che tirava brutta aria, cercò di fuggire per mare alla volta di Roma, per far ciò si imbarcò sulla nave d’ un camogliese, un certo Corsetto, il quale fece finta di assecondarlo ma, essendo a conoscenza della taglia, lo imprigionò e poi lo consegnò ai francesi che lo riportarono a Genova, qui, dopo un processo sommario al quale presenziò rivestito di stracci che lo avevano obbligato ad indossare per disprezzo, fu condannato a morte per alto tradimento, e per far si che la ribellione non si ripetesse mai più,  come monito ai popolani riottosi, oltre ad essere decapitato, il suo corpo fu squartato in quattro pezzi da esporre nei diversi quartieri della città, la sua testa doveva invece esser posta sulla sommità della torre Grimaldina come macabro trofeo.  La Torre Grimaldina risalente ad epoche remote sino al XIV secolo fu chiamata ” Torre del popolo” e venne usata come carcere sino al 1930.

IL DISCEPOLO CHE SUPERO’ IL SUO MAESTRO

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Gregorio De Ferrari nato a Porto Maurizio ( Imperia ) nel 1647 dopo un alunnato dal Fiasella durato un lustro, soggiornò a Parma nel periodo che va dal 1669 al 1673, lì conobbe il Baciccio ed i dipinti del Correggio che su di lui ebbe un’ influenza riscontrabile in molti dei suoi lavori di frescante. Il suo barocco personalissimo, pur essendo talvolta simile a quello del suocero e suo maestro  Domenico Piola, si staccò decisamente dallo stile di quest’ ultimo per arrivare ad un rococò d’ una luminosità diffusa dove i personaggi sono proiettati in spazi aperti movimentati  in maniera convulsa e vertiginosa dalla sua vibrante pennellata.  A partire dal 1686 Gregorio è impegnato con il Piola nella decorazione del secondo piano nobile del palazzo Rosso di Genova per la committenza di Gio Francesco I Brignole – Sale, nel salotto con sulla volta affrescata ” L’ allegoria della Primavera” realizzata da lui, trionfano al centro dello spazio incorniciato dagli stucchi di Giacomo Maria Muttone la dea Venere, che con atteggiamento seducente trionfa su Marte dio della guerra, mentre Eros a  cavallo d’ un cigno da fuoco ad alcune fiaccole e tutto intorno ninfe e putti festanti giocano tra i fiori.

L’ARABA FENICE GENOVESE

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A Genova, prima che fosse costruito il ponte monumentale alla fine dell’800, quando esisteva al suo posto la porta di Santo Stefano, nota ai più come porta degli  Archi che consentiva l’accesso alla città dalle cinquecentesche mura progettate dall’Alessi, la via XX Settembre non esisteva ancora, si chiamava via Giulia e nel secondo tratto, superato il fornice della grande porta, si restringeva notevolmente sino ad arrivare a Piazza San Domenico, l’ attuale Piazza De Ferrari. In quel tratto di strada esisteva una chiesa costruita nel 1650 per desiderio del nobile genovese  Gio Tomaso Invrea  dedicata alla Nostra Signora del Rimedio, che per esigenze urbanistiche fu demolita nel 1896. Fino a qui nulla di nuovo sotto il sole, i genovesi, per mancanza oggettiva di spazio, erano specialisti nel demolire e ricostruire , alcune volte con risultati abbastanza discutibili. Bene chi non conosce il mito dell’ araba fenice che giunta alla fine della sua vita bruciando rinasceva dalle sue  fiamme? ebbene questo tempio nel 1899 fu ricostruito così com’era in Piazza  Alimonda indimenticabile nella memoria collettiva per i tragici accadimenti del luglio 2001 durante il G8 di Genova.

CONOSCETE MONSIEUR LACROIX?

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Nelle vite dei pittori, scultori ed architetti genovesi  del Soprani- Ratti edito nel 1769 si legge: verso la fine dell’ ultimo scorcio di secolo ( stiamo parlando del 1600 ) * venne a Genova il signor Lacroix nativo di Borgogna, scultore il cui nome è appresso noi di gran risonanza, costui fu molto eccellente nello scolpire immagini di crocifissi onde le fatture di lui sono tenute in gran pregio. Egli ne formò dei bellissimi in avorio ed alcuni in legno di giuggiolo, lavori, che nelle case dei nostri cittadini, come cose rare li custodiscono. In quei lavori si scorge la diligenza all’ ultimo grado portata e l’ intelligenza condotta ad un modo così perfetto che sembra nulla potervisi desiderare di più.  E’ anche da notarsi che le misure di dette sue immagini d’ ordinario non eccedono la grandezza di un palmo e mezzo ( un palmo genovese è uguale a 25 cm. circa ) * …..Di grandezza maggiore dei nominati crocifissi dovette farne qui uno : ed è quello che sta locato al principale altare dell’ ampia chiesa della Nunziata del Guastato….

Oggi questo crocifisso è visibile nella chiesa sopra menzionata nella cappella di nostra Signora della Mercede, oltre alla sua provenienza dalla Francia  poco si sa del Lacroix, neppure il nome se non l’ iniziale C.  non si conosce la data di nascita ne dove morì, insomma un grande artista che sembra non aver voluto lasciare alcun segno del suo esistere se non un capolavoro che riesce a commuovere chi lo guarda.

  • nota di chi scrive

Andare al “Reginetta “? meglio di no!

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A Genova in via Tomaso Reggio c’è una costruzione dove oggi è l’ Archivio Di Stato, anticamente era ubicato lì il Palazzetto Criminale  dove le celle erano chiamate con nomi decisamente gradevoli come per esempio: Reginetta, Diana, Canto e Stella, gradevoli per il nome, non certamente per chi doveva soggiornarvi ed udire il pianto dei detenuti e le urla di chi subiva i suplizi. Il palazzo esercitava le sue funzioni dalla fine del ‘500, aveva 32 celle  delle quali 18 segrete dedicate agli “ospiti ” che non si desiderava pubblicizzare, 11 palesi e 3 riservate alle signore. Alle finestre erano collocate robuste inferiate di ferro e non c’ era  nessun sistema per chiuderle in modo da proteggersi dal freddo, i letti erano inesistenti, ci si poteva coricare per terra sulla paglia, sempre che il detenuto potesse pagarne l’ acquisto, per pranzo e cena veniva somministrata una pagnotta  di scadente qualità qualche volta accompagnata da una scodella di zuppa d’ olio e acqua  chiamata “opera pia ” fornita da particolari istituzioni religiose.

UN’ESTASI INDIMENTICABILE

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Honoré Pellé, artista nato a Gap nel sud della Francia nel 1641, giunse a Genova presumibilmente nel settimo decennio del XVII secolo, non ci sono cartolari che possano attestare un discepolato presso la bottega di Pierre Puget il cui principale committente fu il marchese Francesco Maria Sauli, tuttavia è probabile che ciò sia avvenuto perchè proprio  il Sauli giudicò il suo primo lavoro documentato e quando il Puget rientrò definitivamente in Francia, il Pellé aprì a Genova una sua bottega dove era possibile lavorare il marmo, il legno e fondere metalli; abitava in via Balbi vicino alla chiesa della S.S. Annunziata del Vastato, e in questo tempio, nella cappella posta nel transetto destro dedicata a Sant’ Antonio da Padova ( o se preferite  da Lisbona dove il santo nacque ),  c’ è un ” S. Antonio da Padova in estasi ” in legno intagliato, scolpito, dipinto in policromia e parzialmente dorato che è stato a lui attribuito, ( attribuzione non da tutti condivisa ) che ci mostra  come  questo maestro  avesse assimilato in pieno la lezione barocca.

ACASEUA DE ZENA ( ACQUASOLA DI GENOVA )

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A Genova, collocata sopra un’altura soprastante la centralissima Piazza Corvetto, l’ Acquasola era uno dei luoghi preferiti dai genovesi per fare passeggiate o per portare a spasso i bambini nel secolo scorso. L’ area dove sorge l’ attuale parco poggia su una parte delle mura del 300. Nel XVII secolo questo sito venne chiamato ” I Muggi ” ( I Mucchi ) perchè fu usato come discarica della terra e delle pietre di risulta prodotte dalla realizzazione della Via Nuova ( ora via Garibaldi ); nel periodo della grande pestilenza che colpì Genova nel 1657, l’ area venne usata per la realizzazione di fosse comuni dove vennero sepolte le migliaia di vittime del contagio. Finalmente  alla fine del terzo decennio del XIX secolo sotto la direzione del Barabino l’ area fu finalmente adibita a parco pubblico. In questo luogo, di nascosto, si riunivano di notte presso una panchina prestabilita i rivoluzionari ” Carbonari ” quali  i fratelli Ruffini, Mazzini e Bixio, si parlava di libertà e di repubblica in un periodo in cui ciò significava essere condannati a morte o nella migliore delle ipotesi alla prigione per molti molti anni. Di giorno invece il parco era usato per giochi di varia natura  tipo pallone e pallamaglio, quest’ ultimo giudicato deleterio per la frequenza con la quale venivano colpiti in viso o in testa gli ignari passanti ed anche per cavalcate che talvolta mettevano a rischio la vita dei poveri pedoni data la velocità che alcuni giovani  imponevano alle loro cavalcature.

A GENOVA C’ERA UNA VOLTA IL GHETTO

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Dopo l’ epidemia di peste del 1656 che aveva decimato la popolazione, per favorire la ripresa degli affari, fu favorito l’ insediamento in città degli ebrei e così nel 1660 nacque il primo ghetto genovese. Il ghetto era collocato nell’ area tra vico del Campo, vico Untoria e piazzetta dei Fregoso mentre la Sinagoga sorgeva tra vico del Campo chiamato anticamente ” Vico Degli Ebrei ” e Vico Untoria, tutta l’ area era circondata da cancelli di ferro le cui porte venivano chiuse dai Massari dall’una di notte fino all’alba, in modo da impedire rapporti d’ amicizia con i cristiani e peggio ancora commerci sessuali. In città non si ebbero mai persecuzioni vere e proprie, ma, a date scadenzate dalle autorità ecclesiastiche, gli ebrei, le ragazze erano esentate, venivano scortati  da truppe mercenarie nella chiesa di San Siro o in quella delle Vigne  ad ascoltare sermoni obbligatori, quando uscivano dalla chiesa, seppur scortati, erano oggetto di dileggio, urla, fischi, bersagli per frutta marcia e talvolta lordure di tutti i generi…. alla faccia della tolleranza.

IL TRIBUNALE DELL’ INQUISIZIONE A GENOVA

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A Genova, nella centralissima Piazza De Ferrari lì dove oggi è il teatro ” Carlo Felice” c’ era una volta l’antico convento di San Domenico che fu la sede del Tribunale dell’ Inquisizione; con la riforma protestante la mole dei processi aumentò considerevolmente, ma quasi sempre questi si conclusero con lievi condanne, altro discorso fu per i reati di stregoneria, nel 1492, mentre Colombo si apprestava a scoprire il nuovo mondo, a Genova veniva prescritto che la colpevole venisse: ” scoiata per la terra, aut sia marchata cum ferro ardente in lo volto, aut tagiato lo naso o una delle orechie, o cavato un oiho a iudicio et arbitrio del podestà ” . Alla fine del XVI secolo il Daneo ci racconta che, nella sola città di Genova, in soli tre mesi, furono condannate a morte più di cinquecento persone accusate di questo delitto, i roghi per le malcapitate venivano generalmente predisposti in piazza Banchi, dove le poverette, dopo aver subito torture inenarrabili, venivano bruciate tra il gran tripudio della popolazione.

UN SANTO PARAFULMINI IN UN CARUGGIO GENOVESE

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San Vincenzo Ferrer sacerdote spagnolo nato nel 1350 a Valenza operò strenuamente per l’ unità della Chiesa all’ epoca divisa dallo scisma d’ occidente con un papa a Roma ed uno ad Avignone, morì in Bretagna nel 1419, veniva invocato contro i fulmini ed i terremoti. Nel centro storico di Genova e più precisamente nel Vico degli Orti di Banchi, c’ è una bella edicola marmorea datata 1747 dedicata a questo santo  frate domenicano.

SAN FRUTTUOSO DI CAMOGLI

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L’ abbazia di San Fruttuoso di Camogli, situata nell’omonima baia all’interno del parco di Portofino, è accessibile solo dal mare o percorrendo impervi sentieri all’interno del parco. Si tratta d’ un complesso medioevale la cui costruzione iniziò nel X secolo, la cupola medio bizantina è decorata con 17 preziose arcatelle in pietra del monte, mentre la grande torre nolare ottogonale  realizzata nel X secolo è forse l’ aspetto architettonico più interessante dell’ intera costruzione.                                                                                                                                    Posto nella baia di San Fruttuoso a circa 17 metri di profondità, è la statua bronzea del Cristo degli abissi alta due metri e mezzo circa realizzata dallo scultore Guido Galletti, per la fusione furono impiegate campane, eliche di sommergibili, medaglie ed altri elementi navali, da molti anni  è diventata una meta obbligata per tutti coloro che amano il mondo subacqueo.

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Alberto da Genova ignorante ma santo

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Alle spalle di Sestri Ponente ( Genova ), sopra una collina è l’ eremo di Sant’ Alberto da Genova, di questo santo, la cui data di nascita secondo alcune fonti sarebbe indicativamente alla fine del 1100, non si conosce il luogo di nascita, si suppone sia il genovesato, ne si conosce l’ anno della sua morte, praticamente di questo santo si sa poco e niente; da giovanissimo faceva il pastore, poi entrò a far parte dell’ abbazia di Sant’ Andrea che era posta tra Sestri Ponente e Cornigliano, scelse la regola cistercense  e presumibilmente, trovandosi a disagio  in mezzo a confratelli colti ed istruiti mentre lui non aveva ricevuto alcun tipo di istruzione, preferì lasciare il convento dedicandosi ad una vita solitaria e di preghiera, si ritirò quindi  in una grotta sulle pendici del monte Contessa in un pianoro chiamato “la Rocca ” e lì visse da eremita sino alla fine della sua vita in odore di santità. Il primo luogo di culto fu eretto a soli due decenni dalla sua morte lì dove oggi è il Santuario a lui dedicato.

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UNA “CONVERSIONE DI PAOLO “DI VALERIO CASTELLO

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A Genova, nella Galleria Nazionale di Palazzo Spinola in Piazza Pellicceria, è conservata, in deposito dalla chiesa di Santo Stefano, questa pala d’ altare raffigurante la conversione di San Paolo del pittore Valerio Castello ( Genova 1624 – 1659 ). Valerio la realizzò verso la fine degli anni 40 del XVII secolo per la chiesa di San Paolo di Pré, in seguito alla soppressione dell’ edificio sacro l’ opera passò nel 1797 alla chiesa di Santo Stefano. In questo dipinto si notano l’ utilizzo di modelli compositivi ripresi dalle opere di Rubens e più precisamente dal ritratto equestre di Giò Carlo Doria dal quale in nostro ha ricavato la postura del cavallo impennato. Anche in quest’ opera si può notare lo stile assolutamente ” moderno ” di questo artista che nel suo atelier formò pittori quali Stefano Magnasco, Giovanni Battista Merano e Bartolomeo Biscaino, la peste si portò via questo grande pittore  all’ età di soli 35 anni, ma nonostante la brevità della sua vita, il numero delle sue opere giunto sino a noi è grande e testimonia come al suo tempo, come del resto in seguito, Valerio abbia avuto grandi estimatori.

UN BERNARDO STROZZI IN BANCA

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A Genova la chiesa di Santa Sabina, o meglio quello che resta di questo tempio dalle origini antichissime, è oggi inglobata in una agenzia d’ una banca genovese; nella zona ove era l’ abside si può ammirare una pala d’ altare raffigurante “l’ Annunciazione ” realizzata nel terzo decennio del XVII secolo dal pittore genovese Bernardo Strozzi ( Genova 1581 – Venezia 1644 ). Singolare che in una chiesa ” mancata ” l’ unica opera d’ arte rimasta sia quella d’ un frate ” mancato “, dico ciò perché lo Strozzi per potersi affermarsi pienamente come artista, dovette fuggire dal suo convento genovese e rifugiarsi a Venezia dove restò per tutto il resto della sua vita.

San Pietro di Rovereto

_20160822_085229 San Pietro di Rovereto si trova sull’antica strada romana che anticamente veniva percorsa dai pellegrini diretti a Roma, è un insediamento molto antico, vicino alla sua chiesa aveva anche un ospitale per dar ricovero ai viandanti, oggi la strada litoranea lo ha tagliato fuori dal traffico caotico della Riviera del Tigullio, ed è rimasto lì sulla cresta della collina con le sue case affrescate e la sua chiesa, sospeso sopra il suo splendido golfo, ignorato dai turisti che d’estate si spostano da una spiaggia all’altra di questo angolo di paradiso.

LA SALA DI PARIDE

IMG_20160807_083027A pochi passi dalla stazione marittima di Genova è la casa reggia del principe Andrea Doria, qui,in una sala oggi adibita a camera da letto, detta sala di Paride per il grande riquadro del soffitto che rappresentava appunto” il giudizio di Paride” distrutto dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale,  vi sono conservati tre dipinti del ciclo di nove tele eseguite dal pittore genovese Domenico Piola in occasione del matrimonio celebrato nel 1671 tra Gio Andrea III Doria ed Anna Panphilij nipote del papa Innocenzo X. I dipinti sono allegorie tese ad esaltare le virtù della stirpe dei Doria nella musica ,nelle arti e nella guerra, intorno all’ aquila araldica dello stemma di famiglia sono rappresentati putti che sembrano giocare con i simboli delle arti. Non meravigliatevi se il letto è corto, a quei tempi si dormiva alla francese cioè seduti. IMG_20160807_083332

UNA CAPPELLA SCONOSCIUTA AI PIU’

S.Maria di Castello 4 particolare della sacrestia

Nell’ antica chiesa di Santa Maria di Castello a Genova e più precisamente in Sacrestia, troviamo un grande ambiente arredato con una serie di armadi secenteschi in legno di noce intagliato e scolpito con il motivo tipico genovese  del quadrifoglio stilizzato, uno di questi cela una porta per mezzo della quale si accede all’antica cappella Ragusea voluta dagli abitanti della città  di Dubrovnik ( l’ antica Ragusa ) che a Genova avevano  fondaci ed interessi commerciali. In questo ambiente vi sono custodite alcune opere d’ arte tra cui un polittico  della bottega di Ludovico Brea databile al primo 500 raffigurante la conversione di San Paolo al centro.

conversione di Saulo Ludovico Brea primo 500

DUE DIPINTI NAPOLETANI IN UNA COLLEZIONE PRIVATA GENOVESE

strage degli innocenti

Onofrio Avellino ( Napoli 1674 c. – Roma 1741 ) fu fratello di Giulio Giacinto anch’ egli pittore, giovanissimo entrò a far parte della bottega del celeberrimo artista napoletano Luca Giordano detto ” Luca fa presto ” per la velocità e la bravura con cui portava a termine grandi composizioni pittoriche e lì restò sino al compimento del diciottesimo anno d’età; doveva aver acquisito una perizia eccezionale se, secondo il De Dominici ,pur così giovane, alcune sue opere vennero al tempo vendute come autografe dello stesso Giordano. Nel 1692 Onofrio passò alla scuola di Francesco Solimena ( 1657 – 1747), che influì in modo determinante sul suo stile, infatti, anche durante il soggiorno romano iniziato verso la fine del secondo decennio del 700 ed i contatti con l’ ambiente artistico locale legato ai modi del Maratta, il Nostro non abbandonò mai gli stilemi pittorici e talvolta anche gli schemi compositivi del Solimena. A Roma continuò a tenersi in contatto con l’ ambiente artistico napoletano e ciò, come già detto, è evidente nelle poche opere dell’ artista giunte sino a noi. In questa coppia di dipinti en pendant olio su tela ( cm. 86,5 x cm. 72 ) d’ una collezione privata genovese riferibili senza alcun dubbio all’ Avellino, riscontriamo lo stesso interesse per le architetture classicheggianti che tanto hanno contraddistinto le sue opere da cavalletto, quel suo contrapporre agli scorci d’azzurro intenso del cielo le dominanti bianche e ocra dei colonnati al di sotto dei quali si muove una moltitudine di personaggi. Questi due dipinti sono, a nostro avviso, databili al periodo maturo dell’ artista e più precisamente al periodo in cui fu suggestionato, seppur in minima parte, dal barocco romano del Maratta, ciò è facilmente riscontrabile paragonando queste nozze di Cana con quelle facenti parte della collezione Terruzzi esposte nella Villa Regina Margherita di Bordighera, dove la composizione, pur rispettando gli stilemi caratteristici di questo maestro, appare più simmetrica e meno articolata, una narrazione più semplice e se vogliamo meno coinvolgente nei confronti del fruitore, che ci fa pensare ad un artista non ancora al massimo delle sue potenzialità. Più vicina a questi nostri è la ” cena a casa di Simone ” che la casa d’ aste Christie’s di Roma presentò nel 2001, anche in questa iconografia possiamo notare una dinamica dell’ immagine che rende la narrazione più fluida e naturale. Singolare è poi l’ uso che Onofrio fa nei suoi dipinti dei preziosi inserti di natura morta che vengono usati come quinta teatrale assieme alle architetture; anche in questo dipinto sono evidenti i toni bruni quasi monocromi con cui questo artista contraddistingue la sua poetica.

nozze di Cana

GLI ARGENTI TORRETTA

paliotto del XVIII secolo

A Genova sin dal 1200 le leghe che venivano usate dagli argentieri per la fabbricazione di oggetti sacri e profani dovevano essere uguali, il più possibile, a quelle delle monete in circolazione; tali monete, che potevano essere in oro, argento o rame,coniate nel palazzo della Zecca, dovevano avere un peso ed un titolo ( rapporto tra metallo nobile e non )prestabiliti, a questi lo stato dava un valore legale. Conseguentemente anche le verghe d’ oro e d’ argento, che provenivano dalla Zecca di Genova, avevano le stesse caratteristiche delle monete e su di esse veniva posto il marchio della città, che garantiva la purezza del metallo nobile. Questo marchio a partire dal 1200 raffigurava un castello stilizzato composto da tre torri, delle quali la centrale più alta; questa marcatura fu mediata da quella che compariva sul recto delle prime monete d’ argento coniate dalla Zecca di Genova e rappresentava simbolicamente l’ antica forma Civitatis Januae già presente sul sigillo plumbeo del Comune, come emblema della città ….

Da “Rovereto e il suo territorio” – la marchiatura degli oggetti d’ argento genovesi.       di Ferruccio Burlando ed. De Ferrari

Nella foto, Paliotto in argento fuso, sbalzato, cesellato e parzialmente dorato detto           ” Paliotto della Madonna ” che si può notare al centro entro una riserva sagomata a cartiglio, opera d’ un anonimo argentiere genovese dell’ inizio del XVIII secolo marchiato con ” La Torretta “, esposto nel tesoro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova.

LA MAIOLICA LIGURE

Savona fine 600

Piatto in maiolica avente il diametro di cm. 35,4 ; nel cavetto e sulla tesa decoro a tappezzeria costituito da paesini, leudi e motivi fitomorfi stilizzati in monocromo blu su fondo berettino ( azzurro ) al verso marchiato ” Stemma di Savona ” databile alla fine del XVII secolo.( collezione privata Burlando Genova ).

Nel polo museale di Via Garibaldi e più precisamente a palazzo Tursi, si possono ammirare un gran numero di questi manufatti che resero famosa la produzione ligure in Europa per la loro lucentezza e per la bravura dei ” figuli ” (artigiani), alcuni di loro  grandi artisti come Guidobono e Boselli che crearono delle vere e proprie opere d’ arte.

maioliche savonesi

A Compagnia dell’ agùo

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Leggendo sui quotidiani i fatti di cronaca nera,  restiamo stupiti dal fatto che talvolta siano proprio i giovani provenienti da famiglie abbienti gli autori di delitti efferati,  mi sono ricordato d’un fatto di cronaca genovese risalente al 1506, molto vicino al teppismo così ben illustrato dal film ” Arancia Meccanica ”  di Stanley Kubrick, la zona dove venivano perpetrate le violenze è quella di Piazza Banchi nel centro storico di Genova,  il gruppo selvaggio era chiamato “Compagnia dell’ agùo”, i giovani aristocratici che facevano parte di questa vera e propria associazione a delinquere s’ erano fatti fare a Milano degli stiletti dalla lama lunga due palmi e sottile  come un ago appunto, sull’impugnatura s’ erano fatti incidere la scritta ” castiga villani ” con questi pugnali, approfittando della folla che sempre si radunava in piazza, colpivano gli ignari passanti al minimo pretesto e se questo non avveniva lo creavano loro.

IL FANTASMA DI SAN DONATO

navata centrale chiesa di san Donato

A Genova, nella antica  chiesa di San Donato costruita alla fine dello stradone di Sant’Agostino, appoggiato ad una colonna della navata centrale, secondo un’antica leggenda, ogni tanto apparirebbe un fantasma vestito di rosso e con l’ aria pensosa. Come del resto molti degli spettri nostrani, non è per niente comunicativo, il fantasma apparirebbe in autunno e molti pensano si tratti dello spirito senza pace di Stefano Raggi, che nel 1650 abitava in un edificio vicino alla chiesa. Il Raggi era un uomo tutto d’un pezzo e certo non le mandava a dire, quando qualcosa gli andava di traverso armava i suoi sgherri e se c’ era da tirare qualche archibugiata anche agli sbirri della Serenissima Repubblica  non se ne faceva un problema, ma essendo inviso a molti per la sua prepotenza e tracotanza, fu denunciato di alto tradimento ai Supremi Sindicatori che lo fecero imprigionare. Stefano provò in tutti i modi a dimostrare la sua innocenza, ma quando capì che era tutto inutile, si fece portare da sua moglie  in carcere uno stiletto celato dentro un crocifisso e con quello si uccise.

UN SANTUARIO PER LA REGINA DI GENOVA

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La Madonna venne incoronata regina di Genova il 25 marzo 1637, non furono ragioni strettamente religiose che portarono a questo avvenimento ma anche politiche, infatti Papa Urbano VII nel 1630 emanò una bolla con la quale veniva stabilito che nelle processioni si dovesse riconoscere la precedenza agli Stati monarchici rispetto alle repubbliche, così, con una grandiosa cerimonia in Cattedrale, il cardinale Gio Domenico Spinola incoronò la madre di Cristo regina della città. Il Santuario di Oregina deve il suo nome al fatto che entrando in chiesa i fedeli salutavano l’ immagine della Madonna con questa invocazione: ” O Regina ! “. La prima comunità monacale si stabilì in Oregina nel 1634 con l’ arrivo di quattro eremiti, che pare avessero ottime ragioni per prediligere l’ isolamento, il loro priore Guglielmo Musso da Voltri era fuggito da Venezia per evitare la forca, e gli altri tre avevano  nei loro armadi parecchi scheletri da tenere nascosti, comunque a questi subentrarono i Minori osservanti dopo che il Musso fu arrestato dalla Santa Inquisizione e la sua comunità dispersa. Un tempio vero e proprio sorse solo  alla metà del XVII secolo ed i fedeli aumentarono a dismisura dopo che nel 1746 il guardiano del convento vide l’ Immagine della Madonna alla luce d’ una luna infuocata e la Santa Caterina Fieschi che la implorava di salvare la città dagli austriaci, cosa che avvenne puntualmente.

UN CICLO DEI MESI DI 750 ANNI FA

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Nella casa dei canonici della cattedrale di Genova, oggi Museo Diocesano, vi è in una stanza un apparato decorativo assai singolare: disegni a losanghe rosse e blu si estendono dal pavimento al solaio, in alto è posto un fregio figurato per immagini databile alla seconda metà del XIII secolo che, nonostante le lacune, costituisce un’ importante testimonianza nell’ iconografia rappresentante le raffigurazioni dei mesi dell’anno. In un tipico stile romanico- gotico la narrazione inizia con la rappresentazione del mese di gennaio impersonificato dal dio Giano Bifronte assiso regalmente con altri personaggi e seguito da figure di cacciatori con le loro prede; un uomo incappucciato che pota un arbusto rappresenta il mese di febbraio; un gruppo di pescatori che tirano faticosamente una rete colma di pescato  rappresenta marzo; tre figure che banchettano ad una mensa  e due tosatori di pecore aprile; il ciclo si conclude con il mese di maggio dove un uomo con una tunica bruna reca in mano un ramoscello fiorito, vi è un nobile cavaliere, musici e danze di dame. Una cosa che colpisce immediatamente è che in nessuna di queste pitture è contemplato l’ aspetto del  “Sacro”, quindi è presumibile pensare che questi ambienti originariamente non fossero abitati da prelati o personaggi comunque legati a voti ecclesiastici ma da laici.

GENOVA DA…MARE

la lanterna de zena

Non si può non amare Genova, bisogna amarla a tutto respiro

con tutti i suoi contrasti, i suoi umori, odori,colori forti

in tutte le sue stagioni ove si nasconde e svela.

Amarla nelle sue giornate di pioggia battente sui muri di pietra

col mare gonfio di rabbia, la stessa degli ombrelli della gente che corre e si scontra,

amarla con quei suoi squarci di luce immersi nell’ombra dei caruggi,

coi gatti padroni del cielo sui tetti ed i cornicioni gravidi di colombi

e piccioni a filo d’ aria, e i gabbiani impazziti che giocano sulle strade

lontani dal mare. Amarla con le sue ultime luci della sera

sulle ardesie luccicanti delle case come dorsi di acciughe lampeggianti nell’acqua.

Amarla e basta, senza tante parole, in silenzio così, con quel sapore

di vento e di sale di quando si mangia la focaccia sulla spiaggia davanti al mare.

Da ” Ricordati di me ” scritti d’ amore di Roby Carletta

UN CASTELLO PER L’ ASSICURATORE

castello de albertis

A Genova il castello Mackenzie, situato nel quartiere residenziale di Castelletto a 100 metri sul livello del mare, è uno dei più riusciti tentativi di revival dello stile medioevale alla fine del XIX secolo. Il castello fu commissionato dall’assicuratore fiorentino Evan Mackenzie  che vi abitò con la sua famiglia per 27 anni e realizzato dall’architetto Gino Coppedé, al tempo ancora sconosciuto, che dopo quest’ opera assunse grande notorietà, tanto che questa sua formula ” eclettica ” riscosse grande fortuna a Genova e numerose furono le costruzioni che sorsero in città all’inizio del XX secolo ispirate allo stile medioevale. Per alcuni fu ostentazione di mostruosa ricchezza, per altri un tributo al Kitsch, comunque resta pur sempre una testimonianza di quel periodo romantico dove l’ età dell’ oro era stata riconosciuta nel ” Rinascimento “.

 

GENOVA MATRIGNA

monumento a C.Colombo

E’ cosa risaputa che Genova nei confronti dei suoi figli molte volte fu più matrigna che madre, anche di quelli che raggiunsero grande fama come Cristoforo Colombo. L’ inaugurazione d’ un monumento in piazza Acquaverde dedicato al grande navigatore risale solo al 1862. La realizzazione del grande gruppo scultoreo venne affidato a ben otto scultori, la statua principale fu realizzata da Lorenzo Bertolini ( 1777 – 1850 ) alla sua morte sostituito dal suo discepolo Pietro Freccia che di lì a poco morì e fu sostituito a sua volta  dal Franzone. Le quattro statue poste sopra plinti alla base sono figure allegoriche che rappresentano la Nautica, la Religione, la Prudenza e la forza.

IL SANTUARIO CHE NON VUOLE VEDERE..

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Santa Brigida nata presso Uppsala in Svezia nel 1303, rimasta vedova si dedicò alla vita ascetica e contemplativa, fu terziaria francescana e fondò l’ ordine religioso del S.S. Salvatore. In pellegrinaggio verso Roma si fermò a Genova per un certo periodo, e presso le mura della Chiappe, avrebbe espresso una terribile profezia: ” Un giorno il viandante che passerà dall’alto dei colli che recingono Genova, accennando con la mano i lontani cumuli di detriti, dirà: laggiù fu Genova ” e la chiesa  della Madonnetta  avrebbe la facciata principale rivolta verso la montagna proprio per non vedere la rovina della  sua città.

ANCHE GLI ARTISTI VANNO FUORI DI TESTA OGNI TANTO

Nella prima cappella della navata destra della chiesa della Nostra Signora del Carmine a Genova, vi è una pala d’ altare che raffigura il beato Simone Stock che riceve lo scapolare dalla Madonna, questa iconografia fu ispirata da un sogno che Simone avrebbe fatto prima di entrare nel’ Ordine dei Carmelitani. Il grande dipinto fu commissionato al pittore Pietro Paolo Raggi ( Genova 1627 – Bergamo 1711 ) che da imitatore del Grechetto passò ad una personale interpretazione del barocco genovese simile a quella del Guidobono; orbene il Raggi, mentre stava dipingendo questa tela, non si sa per quale ragione, andò fuori di testa, prese una sedia, la fece roteare e la scagliò contro il suo dipinto danneggiandolo gravemente, più tardi cercò di ripararlo  ma il risultato non fu ottimale.  Ipotizzo che forse allora come ora farsi pagare dai committenti non doveva essere cosa facile

Pietro Paolo Raggi San Simone Stock riceve lo scapolare dalla Madonna

LA FONTANA DELLA SFIGA

fontana di via carcassi

A Genova, in via Carcassi lungo le cinquecentesche mura dell’ Acquasola, poco prima di giungere alla porta detta dell’ Olivella, c’ è un’ antica fontana, l’ acqua di questa fontana è nelle credenze della gente carica d’ energie negative …. probabilmente perché molto vicina ad un luogo che era servito come improvvisato cimitero degli appestati ed anche perché lì vicino anticamente  c’ era un bosco che era chiamato ” Il bosco del Diavolo ” un sito dove venivano praticati antichi riti pagani, nessuno si ferma vicino a questa fontana, solo le auto vi passano veloci dirette verso via XX Settembre o Corso Andrea Podestà, i più felici di questa situazione sono i piccioni genovesi che, non essendo superstiziosi, ne hanno fatto il loro bagno pubblico.

UNA CASA PER IL PADRE DELLA PATRIA

casa di andrea doria

A Genova, la casa di Andrea Doria in Piazza San Matteo fu eretta nel sesto decennio del XV secolo, fu donata ad Andrea dai genovesi in occasione del fatto che egli fu l’ artefice della liberazione della Repubblica dalla dominazione francese, in quell’ occasione, con un atto ufficiale, gli fu conferito il titolo di Padre e Liberatore della Patria. Peraltro il Doria in questo palazzo mai abitò, preferendo, nei suoi rari momenti di inattività, risiedere nella casa reggia che s’ era fatto costruire a Fassolo, appena fuori dalle mura cittadine, dove aveva anche un approdo privato per le sue galee da combattimento. La casa, chiamiamola di città, mostra elementi architettonici e decorativi nuovi ed antichi ed influenze artistiche  toscane, francesi, venete ed orientali fuse insieme.

LA STATUA DI ” ROMA ETERNA “

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In fondo al Salone della Stazione Marittima di Genova è stata collocata la statua di “Roma Eterna ” che fu scolpita da A. Zanelli ( 1848 – 1942 ) per essere posizionata nel salone di prima classe del transatlantico “Roma ” orgoglio della marineria italiana. La statua fu ritrovata da Francesco Scotto dopo 50 anni di abbandono e di oblio, restaurata e riportata all’ antico splendore dalla Stazione Marittima Porto di Genova con la collaborazione della Rochem Marine s.r.l. Per un’ opera salvata tante sono andate perdute….. aveva ragione Indro Montanelli quando affermava : ” un popolo che ignora il proprio passato, non saprà mai nulla del proprio presente.”

 

UNA CONSOLLE CON UN PIANO GIOIELLO

tavolo da muro

Nel Palazzo di Ridolfo e Gio. Francesco Brignole Sale, da tutti conosciuto con il nome di ” Palazzo Rosso ” posto nella splendida via Garibaldi di Genova già via Nuova, dichiarata patrimonio dell’ umanità dall’ UNESCO, vi sono ancora al suo interno alcuni arredi originali come per esempio il tavolo da muro o consolle che dir si voglia mostrato nella foto, è un mobile in legno intagliato, scolpito e dorato a zecchino realizzato da un bancalaro ( falegname ) genovese nella prima metà del XVIII secolo, il piano del mobile impiallacciato in ametista avente il bordo in bronzo dorato fu pagato nel 1739 ad  un artigiano romano di nome  Ludovico Francesco Perini. I Tavoli da muro, che erano molto in voga nelle case patrizie del 700,   non avevano un utilità pratica se non la funzione di esporre oggetti che dimostrassero la grandeur della famiglia proprietaria, per esempio le porcellane provenienti dalla Cina per  la loro bellezza e la  difficile reperibilità.

A ZENA NO SE CACCIA VIA NINTE

TESTA IN CASSETTA

Traduco per i foresti ( a Genova non si butta via niente ), emblema di questo atteggiamento è la cosiddetta ” testa in cassetta ” uno dei prodotti regionali più antichi,  la testa in cassetta o sopressata che dir si voglia, è un prodotto che si ottiene lavorando tutte le parti meno nobili del maiale , tipo la lingua, le cotiche, il grasso e la cartilagine della testa, l’ impasto viene cotto in calderoni e riposto in stampi sagomati a cassetta, da qui il nome, a cui vengono aggiunti aromi quali il rosmarino e l’ alloro, una vera squisitezza.

UN MENHIR IN MEMORIA DEGLI SCOIATTOLI CHE NON SONO PIU’

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Passeggiando nei magnifici parchi di Nervi ( Genova ) in una bella giornata di sole, mi è capitato di passare sotto quest’ albero morto da tempo, è lì, in mezzo ad un prato come un menhir di pietra,  anche se non più vivente, ancora stupisce la sua grandezza ed imponenza, chissà forse fu  ucciso da un fulmine, Tomaso Buzzi diceva che gli alberi colpiti  dal fulmine sono sacri, come sacro è il suolo che li circonda, perché sono la testimonianza di come talvolta il cielo tocca la terra. Ed allora vorrei dedicare questo monumento naturale agli scoiattoli grigi dei parchi di Nervi, perseguitati,catturati e deportati chissà dove,  perché avrebbero contribuito ad estinguere la specie autoctona rossa.  Alla fine della storia  nei parchi scoiattoli non se ne vedono più ne rossi ne grigi e amen.

 

UN PITTORE OLANDESE A GENOVA

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UNA SCALA MOZZAFIATO

torre di s. andrea

A Genova nel 1155 furono edificate le torri della Porta Soprana o Superana che dir si voglia, dette anche di Sant’ Andrea dal nome del colle dove furono costruite, i genovesi le edificarono in occasione della costruzione della cinta muraria eretta per prevenire un attacco da parte del’ esercito del’ imperatore Federico Barbarossa, il quale  aveva detto di voler radere al suolo la città e sterminare i suoi abitanti perché avevano avuto l’ ardire di non volersi sottomettere alla sua autorità. Le torri  sono sagomate a ferro di cavallo  ed hanno al’ interno una scala a chiocciola per la quale si arriva sino in cima, i più ardimentosi, se non soffrono di vertigini, si possono cimentare in questa impresa.

UNA GIOVANE CARA,ONESTA E GRAZIOSA

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Nel centro storico di Genova e più precisamente nella Via di Pré, vi é una chiesetta dedicata a San Sisto papa e martire, proprio qui nel’ anno 1736 il commediografo veneziano Carlo Goldoni, che era presente in città per una tournée, si sposò con la genovese Nicoletta Connio da lui definita nelle sue memorie” una giovane cara, onesta e graziosa, che mi indennizzò di tutte le male azioni fattemi dalle donne… “. A Genova Goldoni si trovò benissimo perché, oltre che  trovare l’ amore della sua vita, vinse  con un ambo ben cento doppie….Aveva conosciuto Nicoletta in Vico Sant’ Antonio dove viveva in un appartamentino, lei abitava nella casa di fronte,  Goldoni con una scusa avvicinò il padre, che era uno dei quattro notai del banco di San Giorgio, se lo fece amico proprio per poter corteggiare la figlia.

LA LOGGIA DEGLI EROI

loggia degli eroi

Pietro Bonaccorsi detto Perin del Vaga discepolo di Raffaello, i ritrovò disoccupato  da quando Roma, dove egli lavorava per il Papa, fu messa al sacco dai lanzichenecchi del’ imperatore Carlo V che, pensando alla città eterna come alla culla della corruzione del cristianesimo, misero a ferro e fuoco Roma compiendo atti di barbarie inaudite nel 1527. Il nostro Perino quindi accettò entusiasta l’ invito di Andrea Doria che lo contattò perché gli costruisse un grande palazzo a Fassolo, fuori delle mura di Genova, su di un podere acquistato dai Lomellini.  Nel palazzo fu realizzata una loggia detta “Degli Eroi” affrescata da Perin del Vaga,  che ci mostra una serie di personaggi vestiti da antichi romani, sono i dodici membri più importanti della stirpe dei Doria che diedero fama e gloria alla famiglia, queste grandi figure furono ispirate dalle statue dei duchi delle cappelle medicee di Firenze  realizzate da Michelangelo e sono legate le une alle altre dalla sequenza ritmica della gestualità che è forse l’ invenzione più originale del’ artista, ricorrente sugli scudi l’ emblema del’ aquila coronata  simbolo araldico dei Doria.

LO CHIAMAVANO TESTA DI MAGLIO

gio battista carlone

Nel’ anno del Signore 1099 Guglielmo Embriaco,  valente condottiero genovese, armò alcune galee ( secondo l’ annalista Caffaro erano solo due  ) ed al comando di poche centinaia di soldati fece rotta verso la Terra Santa dove Goffredo di Buglione, a capo di una coalizione di stati, combatteva contro i saraceni per liberare il Santo Sepolcro.  Giunto che fu al porto di Giaffa,  saputo che una potente flotta nemica sarebbe piombata su di loro, per non far cadere nelle loro mani le sue navi, le fece smontare ed insieme al sartiame le fece trasportare fin sotto le mura di Gerusalemme assediata dallo esercito crociato, quindi, con il legname trasportato, fece fabbricare delle macchine d’ assalto per mezzo delle quali i soldati cristiani riuscirono a penetrare nella città e Gerusalemme cadde, forse proprio in quel’ occasione gli fu dato il nomignolo di ” Caput Mallei ” ( Testa di Maglio ). Goffredo di Buglione, grato per il determinante aiuto del’ Embriaco e dei suoi balestrieri, consentì che sopra la porta del Santo Sepolcro venisse scritto ” Praepotens Genuensium Praesidium ” a ricordo del’ incredibile ingegno ed ardimento dei Genovesi. Questa gloriosa vicenda della prima crociata fu celebrata dal pittore Giovanni Battista Carlone ( Genova 1592 – Torino 1677 ) che realizzò un grande dipinto a fresco nella Cappella del Palazzo Ducale di Genova nel sesto decennio del XVII secolo.

 

 

RISSEU DE ZENA

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I risseu sono composizioni pavimentali realizzate accostando delle pietre arrotondate solitamente di colore bianco e nero in modo da creare disegni di varia natura, sono tipiche di Genova, uno degli artisti più noti fu Armando Porta che ricostruì nel 1965 il risseu che decorava la parte interna del cortile del convento delle Turchine di Castelletto collocato tra corso Carbonara e corso Firenze oggi  non più esistente nel   giardino del Palazzo  Reale in via Balbi.

PER PROTEGGERE GENOVA NON BASTAVA SAN GIORGIO

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Nel Palazzo Ducale di Genova, in cima alla rampa di sinistra dello scalone per mezzo del quale si accede alla magnifica sala detta del Maggior Consiglio, fu realizzato un affresco dal pittore sarzanese Domenico Fiasella tra il 1653 ed il 1655. Sullo sfondo del dipinto in basso è visibile la Lanterna di Genova con sopra Dio Padre con in grembo il Cristo circondato dalla Madonna  che dal 1637 fu incoronata regina della città, il fatto non ebbe solo valenza  religiosa ma politica, infatti da quel giorno alla corona ducale fu sostituita  quella reale, sottolineando così la totale  indipendenza della ” Repubblica “. A destra  San Giovanni Battista,  in basso  a sinistra San Giorgio che storicamente fu il primo patrono di Genova e dal’ altro lato San Bernardo da Chiaravalle. Tutti questi     ” Protettori ”  non bastarono di fronte a Napoleone ed al suo esercito che alla fine del XVIII secolo  scrissero la parola fine alla libertà della gloriosa repubblica genovese annettendola alla Francia.

LA REGATA DELLE ANTICHE REPUBBLICHE MARINARE

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Nella Stazione Marittima di Genova è esposta la barca che viene usata in occasione della storica regata delle antiche repubbliche marinare, fu costruita a Venezia nel sesto decennio del secolo scorso come del resto le altre tre, per Genova come polena venne posto un drago, le barche ad otto vogatori ed un timoniere gareggiano ogni anno a turno nelle varie città, in mare ad Amalfi e Genova, in laguna a Venezia e lungo l’ Arno a Pisa.

IL DERBY: UNA FESTA PER GENOVA

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Il Genoa cricket and football club è una società sportiva nata nel 1893 da genitori foresti ( stranieri ) infatti fu fondata da un gruppo di inglesi che viveva a Genova, la Sampdoria o più semplicemente  Samp è una società calcistica creata nel 1946 dalla fusione della Sampierdarenese  fondata nel 1891 e dalla società sportiva Andrea Doria sorta nel 1895, due squadre quindi dal grande passato e si spera dal’ ancora  più grande futuro. Le diverse tifoserie sono divise da un sentimento molto vicino a quello dei Montecchi e dei Crapuleti di Verona, sempre pronte allo sfottò ed alla rissa, purtroppo alle volte non solo verbale, eppure sopra tutto dovrebbe prevalere un sentimento comune che è di appartenenza alla medesima città ed allora al prossimo derby W il Genoa, W la Samp e soprattutto W GENOVA  che é la vostra città e che il ” Derby ” sia una festa per tutti e non un incubo.

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RAFFAELE DE FERRARI ASSASSINO PER SBAGLIO

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In Piazza De Ferrari, ombelico della città di Genova, vi è una sontuosa dimora già appartenuta ai Doria e poi acquistata dai De Ferrari Galliera. Raffaele De Ferrari qui nacque nel 1803 e mai più avrebbe immaginato che la Piazza San Domenico, così si chiamava allora, sarebbe stata intitolata in suo onore, anzi per la verità nel 1828, sposato da poco con la marchesina diciottenne Maria Brignole Sale,  esercitandosi in casa al tiro alla pistola accadde diciamo una ” disgrazia ” quando un servitore ebbe la malaugurata idea di attraversare la traiettoria del suo proiettile e ci restò secco. Dato l’ illustre e ricchissimo personaggio,  tutto fu messo presto a tacere, la famiglia dell’ ucciso fu indennizzata e Raffaele se la cavò con tre mesi di domicilio coatto nella sua splendida villa di Voltri. Tuttavia, dato che le malelingue ne dicevano di tutti i colori, la coppia preferì trasferirsi a Parigi dove per le sue indubbie capacità Raffaele seppe accumulare una  vera fortuna. Tornò a Genova superati i settant’ anni e senza batter ciglio offrì alla sua città la cifra allora spettacolare di 20.000.000 di lire in oro per la costruzione di grandi moli foranei ed insieme alla moglie si impegnò in tantissime opere di misericordia, così tante che i genovesi vollero a lui intitolare la piazza più bella della città.

L’ALLUME.. NEL MEDIOEVO POTEVA FARE LA DIFFERENZA!

LAZZARO DORIA

Questa grande scultura  realizzata in marmo bianco nel’ ultimo quarto del XV secolo attribuita a Giovanni Gagini ( 1449 c. – 1506 c. ) che fu uno degli artisti d’ origine lombarda attivi a Genova nella seconda metà del 400, era la lastra tombale del monumento funebre, oggi smembrato, di Lazzaro Doria, importante personaggio pubblico  e mercante che doveva la sua agiatezza al’ allume. Nel Medioevo, l’ allume  era un prodotto molto importante di cui la Repubblica di Genova aveva una sorta di monopolio, grazie al fatto di possedere in Anatolia una colonia a Focea che disponeva di grandi riserve minerarie di questo prodotto, in pratica l’ allume,  che è un sale misto di alluminio e potassio, veniva  usato come fissante nei colori  dei tessuti e nella concia delle pelli, in medicina veniva usato invece  come emostatico. La statua, che in origine era collocata in una  cappella nella  Certosa di San Bartolomeo di Rivarolo, oggi è conservata nel museo di Storia medioevale di Sant’ Agostino di Genova.

LA CHIESA INFERIORE DI S. GIOVANNI DI PRE’

chiesa inferiore

A Genova Il complesso di San Giovanni Evangelista di Pré é composto da due chiese sovrapposte l’ una all’ altra e da un ospitale destinato originariamente a ricoverare i pellegrini diretti in Terra Santa. Alla chiesa inferiore si accede attraverso un portale aperto nel porticato posto sotto il fianco destro del complesso, come la chiesa superiore, lo spazio si presenta a tre navate delimitate da colonne marmoree terminanti con capitelli cubici con volta a crociera,  la chiesa è praticamente integra nel suo stile tardo romanico con i muri perimetrali realizzati in pietra nera di promontorio  dai Magister Antelami nel XII secolo. Nel’ edificio sono ancora visibili affreschi bizantini che rappresentano Santi diaconi e Serafini databili alla seconda metà del secolo XIII.

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Gian Luigi Fieschi congiurato sfortunato

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Il 2 Gennaio dell’ anno del Signore 1547, i Fieschi, potentissima famiglia genovese, capitanati da Gian Luigi Fieschi, capo della casata, ordirono una congiura contro i loro rivali Doria che li avevano messi in ombra, nelle ore serali repentinamente furono occupate le porte della città e la Darsena dove erano ancorate le galee della famiglia rivale, Giannettino Doria, erede della dinastia  designato da Andrea, fu ucciso da un colpo d’ archibugio non lontano dal palazzo di Andrea Doria, il fattore sorpresa si rivelò determinante e i seguaci dei Doria stavano per soccombere quando accadde l’ ineluttabile: nel’ attraversare la passerella che conduceva alla galea ammiraglia,  Gian Luigi Fieschi cadde in mare e, trascinato dal peso dell’ armatura, andò a fondo come un incudine affogando in poco più di due metri d’ acqua, privati del loro capo, i Fieschi furono sopraffatti dai Doria e la congiura fallì miseramente. La Vendetta d’ Andrea fu terribile tutti i capi della casata meno uno furono impiccati, il corpo di Gian Luigi fu lasciato lì dove era caduto sott’ acqua per diversi mesi a far pasto ai pesci, tutte le proprietà dei Fieschi vennero confiscate e le loro case distrutte compresa quella magnifica che possedevano in cima al colle di Carignano, la furia vendicatrice d’Andrea Doria si fermò solo davanti alla chiesa gentilizia della famiglia rivale intitolata a  S.Maria in via Lata ed ancora oggi è lì con le sue antiche pietre a parlarci d’ un congiurato sfortunato.

ANDREA DORIA O COMANDANTE

palazzo doria

A pochi passi dalla Stazione Marittima di Genova è la villa reggia di Andrea Doria, voluta dal grande condottiero come casa di rappresentanza atta ad accogliere i suoi illustri ospiti.  Nella sala detta di Psiche, è custodito un suo ritratto quando doveva avere circa 60 anni. La prima volta che lo vidi fu nel 2008 nelle sale di Palazzo Venezia a Roma nella mostra monografica dedicata al pittore Sebastiano del Piombo ( Venezia 1485 c. – Roma 1547 ) allievo di Giambellino e del Giorgione, che visse in primis a Venezia e poi si trasferì a Roma al seguito di Agostino Chigi che fu il banchiere del Papa. In questo austero ritratto,  tra il nero della veste  ed i grigi dello sfondo, spicca il viso di Andrea, mi colpì la resa psicologica al personaggio  data da questo grande maestro, che con sapienti tocchi di pittura ci mostra un volto dal grande carisma ed anche spietato con i suoi nemici; al tempo, Andrea fu nominato da papa Clemente VII comandante supremo della flotta pontificia, i trofei navali all’ antica dipinti sotto il ritratto alludono probabilmente alle sei galee messe al suo comando, l’ opera, realizzata ad olio su tavola è da datarsi al 1526.

L’ ANTICO GHETTO DI GENOVA

PIAZZA DON GALLO

Dopo l’ epidemia di peste che decimò la popolazione genovese nel 1656, si volle favorire l’ insediamento a Genova degli ebrei, questo fatto, insieme ad altre misure, favorì la ripresa dei commerci e degli affari. Il ghetto genovese era situato tra vico del Campo, piazzetta dei Fregoso e vico Untoria, la zona venne circondata da cancellate in ferro con due soli varchi che venivano chiusi di notte e riaperti di giorno, a mantenerli chiusi pensavano ” i Massari ” che erano i tenutari delle chiavi, si faceva ciò per impedire intese amorose o la nascita d’ amicizie con i cristiani, comunque in città non si verificarono mai le manifestazioni d’ intolleranza contro gli ebrei come avvenne invece per esempio in Spagna ed in Francia, però da noi gli  ebrei erano costretti obbligatoriamente a sorbirsi un sermone nella chiesa di San Siro o in quella delle Vigne a intervalli decisi dal’ autorità ecclesiastica, in quelle occasioni  venivano scortati fuori dal ghetto dalle guardie ( solitamente mercenari tedeschi ) e portati in chiesa poi, finito il sermone, venivano ricondotti al ghetto mentre una folla di sfaccendati li insultava , li spintonava ed alle volte tirava loro verdure marce, bucce di frutta ed altre sozzure, alla faccia della tolleranza.

COLLEZIONISTI NON SI NASCE …SI DIVENTA

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Quale è il sentimento, il desiderio, la motivazione o quantaltro che spinge una persona a collezionare dipinti antichi ? francamente non lo so, è un discorso molto soggettivo, c’ è chi lo fa per fare un investimento, chi per la gioia di possedere un bene che altri non potranno mai avere, gli inglesi per esempio avevano i cosiddetti ” cabinet painting ” ( dipinti  che il possessore poteva guardare e poi rinchiudere in armadi sotto chiave ), c’ è chi li ama perché nel dipinto ritrova qualcosa che ha dentro, ma non è mai riuscito ad esprimere  etc. etc. io, ovviamente parlo a titolo assolutamente personale, li ho collezionati quando riuscivo a capire il messaggio che attraverso il tempo l’ artista aveva cercato di trasmettere ai suoi contemporanei ed a quelli che sarebbero venuti dopo di loro. La mostra” Uomini e Dei” di Anna Orlando mette in luce come anche oggi il collezionismo sia diffuso, ed è un’ occasione importante per vedere dipinti che per la prima e forse l’ ultima  volta, sono  esposti al pubblico, perché facenti parte di collezioni private non destinate alla pubblica fruizione. Andatela a vedere ne vale la pena.

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Giovanni Battista Castiglione detto il Grechetto ( Genova 1609 -Mantova 1664 ) Giacobbe incontra Rachele al Pozzo,  collezione privata Banca CARIGE di Genova

A LANTERNA DE ZENA

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L’ aspetto attuale del faro di Genova ” A Lanterna de Zena ” risale al 1549, con la più che rispettabile altezza dei suoi 127 metri sul livello del mare, ancora oggi, s’ innalza superbo su quel che resta del promontorio di Capo di Faro. La ” Lanterna ” riuscì a scampare al bombardamento delle navi di Luigi XIV re di Francia, nonché ai terribili bombardamenti del secondo conflitto mondiale, nel’ immaginario collettivo rappresenta la città. La prima erezione d’ una torre sul promontorio di Codefà ( così veniva chiamato ) risale al 1128, nulla si sa del nome del costruttore, secondo una leggenda sarebbe stato ucciso a torre ultimata per impedirgli di costruirne una consimile per qualche città marinara concorrente, o secondo altri, per evitare di saldargli l’ oneroso compenso pattuito, ora dato che questa drastica soluzione risulta narrata anche in leggende di molte altre splendide costruzioni italiane, difficilmente può esser presa sul serio, altrimenti sarebbe stato ben difficile nei tempi antichi trovare architetti disponibili a progettare opere pubbliche.

UN’ EDICOLA PREZIOSA

edicola palazzo san Giorgio bottega dello Schiaffino primo 700

Nella facciata nord del Palazzo San Giorgio di Genova è incastonata come una pietra preziosa un’ edicola dedicata alla Madonna Immacolata, è un trionfo in marmo di Carrara realizzato dalla bottega degli Schiaffino, operanti a Genova dalla fine del XVII secolo alla prima metà del XVIII; la perfetta simmetria dell’ opera la fa datare  al’ inizio del XVIII secolo, siamo ancora molto lontani dalla estrosità e dalla libertà espressività del rococò.

GRECHETTO PITTORE GENIALE

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Giovanni Benedetto Castiglione detto ” Il Grechetto ” ( Genova 1609 – 1695 ) fu forse l’ artista più interessante del secondo seicento genovese anche se percorrerà lunghi periodi della sua esistenza prima a Roma e poi a Mantova presso la corte dei Gonzaga. Questo grande maestro riuscì con la sua pittura a miscelare mirabilmente quanto acquisì dalla pittura fiamminga, da quella veneta, dal barocco del Bernini e del Poussin, sino ad inventare uno stile originalissimo che lo rende  il più riconoscibile tra gli artisti della Genova barocca. Il primo periodo della sua avventura artistica, quello prettamente genovese per intenderci, fu contraddistinto dal’ influenza che su di lui ebbe Sinibaldo Scorza da Voltaggio grande pittore di paesaggio ed animalista, è il periodo in cui dipinse temi biblici, particolarmente i viaggi dei grandi patriarchi della storia d’ Israele, che gli consentirono di  rappresentare animali diretti verso mete ideali accompagnati da un coacervo di utensileria domestica come pentole e vassoi in rame, corde, gabbie e vasellame la cui precisa descrizione trascende la sacralità del soggetto. In questo dipinto conservato al Museo Dell’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova in Piazza De Ferrari,viene mostrato l’ ingresso degli animali nell’ Arca di Noé, anche qui è costante un risultato di gran naturalezza, una specie di umanizzazione degli animali, altra sua caratteristica peculiare, ed un dinamismo impostato come se anche i fruitori dell’ opera fossero invitati a parteciparvi.

ARAZZI DA FAVOLA

alessandro magno

A pochi passi dalla stazione ferroviaria di Genova Principe, c’ è la splendida dimora rinascimentale voluta da Andrea Doria, qui nel salone detto ” Dei Giganti ” ci sono due splendidi arazzi che narrano le gesta di Alessandro Magno. I due manufatti furono tessuti con filati d’ oro e d’ argento uniti a seta e lana, realizzati verso il 1460 a Tournai nel ducato di Borgogna, facevano parte d’ un ciclo di arazzi appartenenti al duca Filippo il Buono. I due arazzi misurano quasi 40 metri quadrati e raffigurano numerosi episodi della vita e della leggenda di Alessandro, considerato dai duchi di Borgogna ” il perfetto cavaliere “. Il primo, mostrato nella foto, descrive alcune scene della giovinezza dell’ eroe, l’ arrivo del cavallo antropofago Bucefalo  domato da Alessandro che ne fece la sua cavalcatura, la battaglia contro Pausania, il feritore di  suo padre Filippo di Macedonia, la sua uccisione e la successiva incoronazione del giovane re. Una curiosità: il profilo fisionomico di Alessandro Magno in questi due bellissimi arazzi è quello del duca Filippo il Buono.

Lorenzo De Ferrari e la Galleria Dorata

sala d' oro Lorenzo de ferrari 2Lorenzo de Ferrari ( Genova 1680 – 1744 ) figlio di Gregorio, a nostro avviso,uno dei piu’ grandi se non il piu’ grande pittore della Genova barocca,  fu allievo del padre che lo istrui’ attraverso lo studio dei maestri seicenteschi presenti nelle collezioni genovesi, il suo stile si avvicina a quello del padre influenzato pero’ dallo stile marattesco  imperante a Roma che egli apprese in un suo soggiorno romano. la piu’ famosa delle sue imprese pittoriche e’ la grande decorazione della ” Galleria Dorata ” del palazzo Carrega Cataldi di via Garibaldi oggi sede della Camera di Commercio di Genova, con le storie di Enea mediate dall’ Eneide di Virgili, realizzata probabilmente con la collaborazione del ticinese Diego Carlone per l’esecuzione degli stucchi e terminata nel 1744. Nella foto Enea con l’ ulivo sacro, affresco della lunetta della testata est.

LA RELIQUIA DI SAN LORENZO

reliquia di san lorenzo

Il museo del tesoro della cattedrale di San Lorenzo di Genova fu inaugurato nel 1956 dal cardinale Giuseppe Siri, questo nuovo allestimento, progettato da Franco Albini, era ed è considerato uno dei più significativi esempi espositivi ispirato ai moderni criteri di museologia in un ambiente antico, fonti luminose nascoste guidano lo sguardo dello visitatore alla scoperta dei preziosi oggetti esposti, che nella penombra degli ambienti sotterranei rifulgono quasi magicamente donando al riguardante un’ esperienza indimenticabile. Nella foto il reliquario a statua di San Lorenzo opera d’ un anonimo orafo genovese in argento fuso, sbalzato e cesellato databile al terzo decennio del XIX secolo.

UN ANGELO NAPOLETANO VERACE A GENOVA

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Nella città vecchia, scendendo alla fermata del metrò di Sarzano, si accede all’ omonima piazza, una delle più antiche di Genova, dove nel XII secolo si organizzavano gare di giostra tra  cavalieri e se le suonavano di santa ragione per conquistare il favore di un potente o il sorriso d’ una dama; proprio di fronte alla fermata della Metropolitana si accede al museo di storia medioevale di Sant’ Agostino, dove, tra i tanti tesori conservati, vi è questo gigantesco angelo custode in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia e parzialmente dorato attribuito ad Aniello Stellato, scultore napoletano attivo nella prima metà del XVII secolo.

UN FONDO ORO DI ANTONIAZZO ROMANO

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Antonio Aquili detto Antoniazzo Romano ( Roma 1430 c.- 1508 c. )  oltre che realizzare prestigiose commesse, dipinse anche numerose tavole destinate alla devozione privata, come ad esempio questo fondo oro conservato nel museo di Sant’ Agostino di Genova. L’ opera realizzata a tempera su tavola, databile tra il 1475 ed il 1480, raffigura una Madonna con il Bambino che cammina su una balaustra, la scena è illuminata  da una luce ultraterrena realizzata grazie all’ impiego del fondo oro, questa impostazione iconografica dà l’ impressione al riguardante di vedere la scena sacra attraverso una finestra immaginaria.

MACCHINE D’ ALTARE

macchine d' altare

Nel XVIII secolo la celebrazione liturgica si modificò fino a trasformarsi in quello che fu definito come ” Theatrum Sacrum ” nel quale i fedeli sono contemporaneamente spettatori ed attori. Anche a Genova, nelle occasioni solenni, venivano coinvolti pittori, carpentieri, intagliatori, fabbri, argentieri e tappezzieri, cui era affidato il compito di creare ” Macchine d’ Altare ” talvolta di dimensioni colossali realizzate con materiali poveri quali cartapesta, legno, stucco e dipinti a sguazzo. Di questi splendidi allestimenti oltre a rare immagini, resta quasi niente se non alcuni arredi e suppellettili create per l’ occasione, il cui scopo, specie nell’ epoca “Barocca”, era quella di stupire e nello stesso tempo esaltare la grandezza della chiesa di Roma. Nella foto un altare allestito nel Museo Diocesano.

JACOPO DA VARAGINE E LA SUA “LEGENDA AUREA “

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Jacopo da Varagine ( Varazze ) nacque tra il 1228 ed il 1229 e morì a Genova nel 1298, fu un personaggio importante non solo dal punto di vista religioso, fu arcivescovo di Genova dal 1292, ma anche politico, cercò di mettere pace tra le fazioni dei Ghibellini e dei Guelfi le cui lotte sconvolgevano il centro cittadino, sino a degenerare da parte Guelfa nell’ appiccare il fuoco al tetto della cattedrale di San Lorenzo a cui Jacopo dava una profonda valenza civica ed identitaria nella sua fusione simbolica con il Comune. Uomo di pace, storiografo, agiografo fu il vero creatore del mito delle origini di Genova con il suo scritto: ” Cronaca della Città di Genova dalle origini al 1297 ” oltre che della ” Legenda Aurea ” che ebbe diffusione europea e che influenzò per secoli L’ iconografia cristiana.

Il suo sepolcro era collocato nella chiesa di San Domenico, distrutta per volere del re di Piemonte e Sardegna Carlo Felice che in quell’ area fece edificare il teatro che porta il suo nome. Originariamente l’ arca dedicata a Jacopo era posta nel coro di sinistra rispetto all’ altar maggiore, probabilmente il sarcofago era inserito entro un’ edicola ma di questa non resta traccia, la statua funeraria in marmo bianco apuano databile alla fine del XIII secolo, fu fatta da un anonimo artista genovese e conservata nel museo d’ arte medioevale di Sant’ Agostino.  Oggi é visibile nella bella mostra allestita nella chiesa sconsacrata di S. Agostino ” Genova nel Medioevo. una capitale al tempo degli Embriaci “.

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Jacopo da Varagine ( Varazze ) particolare del sarcofago

” Le Casacce” un pretesto per darsele di santa ragione

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Cristo Moro di Domenico Bissone

Quando vennero emanati i decreti sulle processioni nel 1530 a Genova di Casacce ve n’ erano 20 distribuite tra i vari quartieri della città; ma che cosa erano le Casacce? in pratica ad ogni Casaccia corrispondeva un’ Oratorio ed il nome pari derivi da questa sorta di accomunare i vari casati, infatti la Casaccia era di fatto un insieme di confraternite caratterizzate da una sede comune ch’ era appunto l’ Oratorio  e da uno stile processionale particolare che le caratterizzava dalle altre. A Genova le più trendy, oggi diremmo così, erano quelle di Sant’ Antonio abate della Marina con il loro  ” Cristo  Bianco ” scolpito da Anton Maria Maragliano e quella di San Giacomo delle Fucine con il loro ” Cristo Moro ” scolpito da Domenico Bissone. Le processioni persero pian piano il carattere di manifestazioni di devozione popolare per diventare vere e proprie ostentazioni di sfarzo e di bravura e forza da parte dei portatori dei Cristi che talvolta raggiungevano o superavano il quintale di peso. Questi eventi  generavano un vero e proprio ” Tifo ” tra gli spettatori divisi tra le diverse ” Casacce ” che, non di rado, degenerava in vere e proprie risse da strada, con conseguenti facce ammaccate e teste rotte.

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Cristo Bianco di Anton Maria Maragliano

 

UNA RISURREZIONE DI LUCA CAMBIASO

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Questa grande pala olio su tavola fa parte d’ una coppia  di dipinti ( l’ altro è la “Trasfigurazione “) realizzati dal pittore Luca Cambiaso ( Moneglia 1527 – El Escorial 1585 ) visibili nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni di Genova. Pur restando un pittore di maniera, Luca matura a Genova una personalità originalissima risultato d’ una  applicazione intellettuale che lo porterà, specialmente nei suoi disegni, ad anticipare di qualche secolo l’ esperienza cubista, Sgarbi lo definisce . ” …oltre che un pittore modernissimo, un visionario del manierismo… “.

I SEPOLCRI DI GENOVA

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Nel Medio Evo a Genova era già diffusa la tradizione dei cosiddetti “Sepolcri ” ( altari della deposizione ). L’ uso di addobbare un altare dopo la liturgia del giovedì santo si affermò sin  dalla seconda metà del XV secolo, voluto dalle confraternite dei disciplinati che erano dei movimenti di devozione popolare. Gli altari prescelti venivano e vengono addobbati con stoffe, fiori, candele e grano appena germogliato che rappresenta la rinascita. Così come il seme deve morire per dar vita alla spiga anche Cristo morì per per costruire un nuovo mondo fondato sull’ amore.

Nella foto il ” Sepolcro ” allestito nella chiesa del Gesù in Piazza Matteotti

UN CRISTO PER SANT’ ANTONIO

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Nel 1769 Carlo Giuseppe Ratti nel suo ” Vite dé pittori, scultori ed architetti genovesi ”  scrisse: “….Bellissimo é quello ( il crocifisso ) che posseggono i confratelli dell’ oratorio pur dedicato a Sant’ Antonio in sulla strada Giulia ( attuale via XX Settembre). Antonio Maria Maragliano fece questo capolavoro intagliato e scolpito nel legno nel periodo che intercorre tra il 1710 ed il 1715, per la confraternita di Sant’ Antonio abate, una, se non la più antica, delle ” Casacce” liguri della quale si hanno notizie sin dal 1232. L’ oratorio di via Giulia fu demolito a seguito dell’ allargamento della strada che doveva diventare via XX Settembre, ed in seguito  i confratelli trovarono una nuova sede in quella ch’ era stata la chiesa gentilizia dei Fieschi da molti anni in disuso, l’ unico edificio dei Fieschi che non venne distrutto dai Doria per vendicare la congiura di Gianluigi Fieschi che voleva distruggere la casata dei Doria filo spagnoli per far entrare Genova nell’ orbita francese. Maragliano o Maraggiano, come lo chiama il Ratti, riesce ancora oggi a stupirci per la capacità di farci provare emozioni di fronte alle sue sculture realizzate con un verismo impressionante. La chiesa dove si trova questa splendida opera d’ arte e quella di Santa Maria in Via Lata a Carignano.

IL CENACOLO DI PALMIERI

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Nella basilica di Santa Maria Assunta in Carignano ( Genova ) il alto, sopra i pilastri che fanno da cornice all’ altare maggiore, vi sono due dipinti di Giuseppe Palmieri ( 1677 -1740 ), uno di questi è l’ ultima cena di Cristo, il momento rappresentato è  quello in cui Gesù disse ai suoi discepoli : ” Uno di voi mi tradirà “. Il Palmieri ben rappresenta lo sgomento e lo stupore degli astanti che lo interrogano in merito a questa tremenda rivelazione, mentre un cagnolino spunta da sotto la tovaglia speranzoso che qualcuno si ricordi di lui. Palmieri non ebbe una vita facile, rimasto orfano in giovane età  non potendo la madre mantenerlo, si accompagnò ad un non identificato pittore toscano che lo portò con se in Sicilia, ritornato a Genova, l’ amicizia con Domenico Piola lo aiutò a trovare committenti disposti a farlo lavorare, il Ratti nel suo ” Vite dei Pittori genovesi ” afferma che se non fosse stato afflitto da un endemico bisogno di denaro sarebbe diventato uno splendido pittore, ma dovendo mantenere più di venti persone tra figli e nipoti, dovette necessariamente dipingere in fretta , trascurando il disegno per accelerare il momento di poter pretendere l’ agognata mercede e sfamare la sua numerosa famiglia.

STORIA D’ UN AMORE SFORTUNATO

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Luca Cambiaso ( Moneglia 1527 –  El Escorial 1585 ) celeberrimo pittore,  tra i numerosi capolavori che a Genova dipinse vi è questa ” Pietà “, che si può ammirare nel terzo altare di sinistra della basilica di Santa Maria Assunta in Carignano;  pochi sanno che la Maddalena di quest’ opera d’ arte ha le fattezze di Argentina Schenone. Luca  rimasto vedovo,  s’ era innamorato perdutamente della sua bella cognata Argentina, ma a quel tempo, secondo il diritto canonico allora vigente, le nozze tra cognati erano vietate perché il rapporto era considerato incestuoso. Invano il povero Luca cercò di farsi fare dal pontefice Gregorio XIII un permesso per superare la legge, così andò a lavorare in Spagna per l’ imperatore Filippo II, sperando che questi intercedesse per la sua causa, ma invano,  egli non poté mai coronare il suo sogno d’ amore ed a Madrid, lontano dalla sua patria, secondo quanto ci è stato tramandato morì di crepacuore.

UN POVERO SANTO

padre santo

Fra Francesco Maria da Camporosso, paesino in provincia d’ Imperia, detto Padre Santo al secolo Giovanni Croese  nacque nel 1804, da ragazzo aiutò il padre contadino e pastore, nel 1822 si fece terziario francescano ed iniziò il suo noviziato sino a diventare questuante, le sue doti d’ altruismo nei confronti delle famiglie in difficoltà, specie per quelle dei marinai e degli immigrati in America, lo resero famoso soprattutto nell’ area portuale di Genova. Era un uomo pieno di compassione nei confronti dei  più poveri e dei diseredati tanto da essere chiamato dalla gente  Padre Santo,  ma inflessibile nei confronti di se stesso, si infliggeva continue penitenze, dormiva su nude assi e mangiava solo pane raffermo inzuppato nell’ acqua,   la sua figura emaciata era riconoscibile da lontano, sempre scalzo, vestito di abiti rattoppati e stracciati. Morì nel 1866 ucciso da una terribile epidemia di colera offrendo la sua vita in olocausto perchè Dio facesse finire il flagello che tanti genovesi uccise. Il suo corpo è conservato in un’ urna di cristallo nella chiesa della S.S. Concezione in una cappella a lui dedicata. Il papa Giovanni XXIII lo proclamò santo nel 1962.

DOMENICO PIOLA PITTORE INSIGNE

domenico piola

Domenico Piola ( Genova 1627 – 1703 ) nacque a genova da Paolo Battista, fu avviato all’ arte pittorica dal padre e dal fratello maggiore Pellegro, dopo l’ uccisione del fratello avvenuta in tragiche circostanze, nel 1640 andò a fare apprendistato nella bottega del Capellino, dopo circa 4 anni lasciò il suo maestro per dedicarsi allo studio delle opere di Perin del Vaga e del Castiglione che lo influenzò sia sui temi iconografici, sia nell’ arricchimento d’ un segno più incisivo nella dinamica compositiva, poi avvenne l’ incontro con Valerio Castello dal quale mutuò i suggerimenti decorativi ed un nuovo modo d’ intendere gli effetti scenografici dello spazio, già in questa fase si evidenziano il disegno preciso nella definizione del segno e delle ombreggiature che caratterizzerà tutta la sua produzione. Dopo la precoce morte del Castello, gli succedette in molte importanti commissioni. Nel nono decennio del XVII secolo, dopo il bombardamento di Genova da parte della flotta francese, intraprese un viaggio che lo portò a Milano, Bologna e Asti, quindi nel 1685 ritornò a Genova ed aprì un atelier in vico San Leonardo a cui furono commissionate numerose opere sia a cavalletto, sia a fresco. Nella grande decorazione preferiva i temi mitologici che gli consentivano di sbizzarrirsi in una linea sinuosa,  fluente e monumentale, per contro la qualità delle sue opere a cavalletto denota quasi sempre una raffinata capacità pittorica, soprattutto in quelle meno macchinose come il “Rapimento d’ Europa” mostrato nella foto facente parte della collezione CARIGE. La collaborazione con il giovane Gregorio De Ferrari portò al suo linguaggio una più fresca e sciolta leggerezza, nonché un disegno più disinvolto ed un colore più leggero e meno corposo, ma Gregorio intendeva lo spazio come dimensione aperta, cosa che il Piola non recepì mai appieno, infatti il nostro restò sempre vincolato al culto del disegno che non accetta del tutto la libertà d’ uno spazio senza limiti,  inoltre  non seguire certe regole ” Accademiche ” non rientrava nella sua cultura pittorica. Oltre che dai pittori che ammirava, la sua poetica fu influenzata da scultori quali il marsigliese  Pierre Puget  e Filippo Parodi che portò a Genova la superba esperienza barocca recepita nella  bottega romana del Bernini di cui fu discepolo. Concludendo, dal settimo decennio del XVII secolo per circa vent’ anni questo insigne maestro ed il suo atelier furono gli indiscussi arbitri della Genova barocca.

CAMILLO DE LELLIS CHI ERA COSTUI?

san camillo 1

Camillo De Lellis nato a Bucchianico nel 1550 sino all’ età di 25 anni si dedicò al mestiere delle armi e condusse una vita dissoluta, non si conoscono le ragioni della sua conversione, sta di fatto che si fece frate cappuccino e successivamente a Roma fondò la Congregazione dei Chierici Regolari Ministri degli infermi, i cosiddetti Camilliani, consacrati alla cura ed all’ assistenza dei malati. A Genova in Portoria, soffocata da nuove strutture in ferro cemento, c’ è la  chiesa a lui dedicata  detta di Santa Croce e San Camillo edificata negli ultimi 30 anni del XVII secolo su di un precedente Tempio sempre a lui intitolato risalente al 1602. I Camilliani si distinsero a Genova come in altre città per l’ assistenza ai malati incurabili, nell’ epidemia di peste che flagellò la città negli anni 1656 – 1657 ne morirono ben 37.  I Camilliani vengono anche chiamati Cruciferi per la croce rossa che hanno cucita sul petto.

GUIDOBONO PRETE PITTORE

Abramo ed i 3 angeli

In questo dipinto realizzato da Bartolomeo Guidobono detto il Prete di Savona  ( Savona 1654 – Torino 1709 ) nel 1694 c., si legge un episodio tratto dalla Bibbia e più precisamente dalla Genesi, tre viandanti compaiono ad Abramo improvvisamente ed egli, riconoscendoli come esseri sovrannaturali, li accolse prostrandosi ai loro piedi, chiamò la vecchia moglie Sara  e le chiese di portare cibo per rifocillarli, uno di questi era l’ angelo di Dio se non Dio stesso, che gli predisse la nascita di un figlio, seppur così avanti negli anni e la rovina della città di Sodoma. Guidobono con la sua pittura brillante esalta le figure che sembrano possano staccarsi dalla tela sulla quale sono dipinte, anche qui, come in altre sue opere da cavalletto, ci mostra una pittura raffinata piena di trasparenze  e d’ una graziosità correggesca, sempre in grado d’ immergere il riguardante in un’ atmosfera di attesa d’ un qualche avvenimento che deve accadere, sospesa tra il mito e la realtà. Questo capolavoro è conservato a Genova  nel museo di Palazzo Rosso in via Garibaldi.

IL MISTERO DELL’ ICONA PERDUTA

dormizione della Vergine

Il Colle di Montallegro che si eleva oltre 600 metri sul livello del mare domina Rapallo ed il golfo del Tigullio, qui nel lontano 1557 un contadino di nome Giovanni Chichizola ebbe una visione, La Madonna gli apparve e gli chiese di erigere una chiesa a Lei dedicata in quel luogo, poi gli mostrò una fonte e lì vicino un’ icona che la rappresentava nell’ atto della dormizione ( secondo la tradizione la Madonna non morì ma si addormentò e fu assunta in cielo ) circondata dagli apostoli con al centro la Trinità immaginata come tre persone sovrapposte in una. Il contadino si precipitò a Rapallo e con il curato ritornò sul monte, il religioso prese l’ icona e la rinchiuse in canonica , ma l’ indomani l’ icona non c’ era più e più tardi fu ritrovata sul monte vicino alla fonte, allora il curato la riprese e con una solenne processione la riportò a Rapallo,la espose in chiesa per l’ intera giornata ed alla fine la chiuse a chiave in una cassapanca, il giorno seguente con sommo stupore constatarono che l’ icona non c’ era più, era nuovamente comparsa vicino alla sua fonte, per cui i rapallesi cominciarono a costruire un santuario nel luogo dove la Madre di Dio aveva indicato. Alcuni anni dopo un capitano di mare proveniente da Ragusa ( l’ attuale Dubrovnik ) si riparò nelle acque di Rapallo per sfuggire ad una tempesta e con il suo equipaggio si recò al santuario di Montallegro per rendere grazie alla Madonna , lì giunti riconobbero l’ icona come quella che 17 anni prima era misteriosamente scomparsa dalla loro città, e pretesero fosse a loro restituita, i magistrati genovesi interpellati per dirimere la vertenza, stabilirono che l’ icona dovesse esser resa ai Ragusani ed i rapallesi con dispiacere la consegnarono, la nave riprese il mare ma dopo poche miglia l’ icona scomparve dal luogo sicuro dove era stata riposta e ricomparve sul monte, a questo punto anche i ragusani si convinsero che l’ icona lì doveva rimanere.

Il Santuario di Nostra Signora di Montallegro è una delle basiliche mariane più visitata della Liguria ne è testimonianza l’ enorme quantità di ex.voto presenti nella basilica, l’ icona, posta sopra il tabernacolo dell’ altar maggiore della chiesa, è impreziosita da uno splendido panneggio barocco in  argento donato nel 1743 dal nobile rapallese Tommaso Noce.

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ALESSANDRO A PALAZZO TURSI

arazzo  con Alessandro che taglia il nodo di Gordio

La storia illustrata da questo arazzo che arreda una parete di Palazzo Tursi a Genova risale all’ VIII secolo a.C., L’ oracolo di Telmisso antica capitale della Licia, predisse che il primo uomo che fosse entrato in città sopra un carro tirato da buoi sarebbe diventato re. Il primo fu un povero contadino di nome Gordio che così fu incoronato re ed il suo figlio adottivo Mida, fece erigere un tempio nel quale mise il carro legato ad un palo con un intricatissimo nodo, con la convinzione che , così facendo, il potere regale sarebbe rimasto per sempre nelle mani della sua famiglia. La profezia divina diceva anche che chi fosse riuscito a sciogliere il nodo gordiano, fatto con robusta corda di corteccia di corniolo, sarebbe diventato imperatore dell’ Asia minore. Nel 332 a.C. arrivò lì Alessandro con il suo esercito macedone, provò a sciogliere il nodo ma invano, allora estrasse la spada è lo tagliò a metà con un fendente, ancora oggi si dice ” soluzione alessandrina ” quando si vuol risolvere un problema in modo netto e veloce. Ritornando al nostro arazzo  che narra l’ episodio sopra descritto, fu tessuto alla metà del XVII secolo e proviene dalla città di Bruxelles da un artista ad oggi non ancora identificato  che si è siglato C.D.P.

LA DAMA RUBATA

dama cattaneo con la figlia

Tanti tanti anni or sono, in una mia vita precedente, lavorai nel palazzo Balbi Cattaneo che allora era la sede della ” Levante Assicurazioni “. Anche a quel tempo ero appassionato d’ arte antica e quando vidi un ponteggio nel grande salone del piano nobile del palazzo, non seppi resistere, mi ci arrampicai sopra e scattai una fotografia al grande quadro che troneggiava sopra una delle pareti, in quel momento passò L’ Amministratore delegato che guardandomi con gli occhi sgranati mi disse: ” Burlando cosa ci fa là sopra appollaiato come un gufo? “, si perché in quei tempi lontani gli amministratori delegati conoscevano per nome tutti i loro sottoposti, ed io risposi un poco imbarazzato : ” Dottor Rizzo fotografo per i posteri ” lui si mise a ridere e mi rispose : ” allora vada anche nel mio ufficio, che ho dei bei soprapporta da immortalare “.  Anni dopo, nel 1995, La Levante Assicurazioni si trasferì in Viale Brigate Partigiane, il palazzo fu abbandonato e poi nel 2001 venduto all’ Università degli studi di Genova. Nel 1997 la quadreria che decorava le pareti del piano nobile fu rubata, tra cui anche il quadro di una dama  della famiglia Cattaneo con la figlia che io avevo fotografato, allora andai dal nucleo dei Carabinieri che si occupano della tutela del patrimonio artistico e a mani del comandante Salvatore Distefano consegnai le mie foto a colori, loro le avevano già, ma erano vecchie foto sgranate in bianco e nero. Dopo poco tempo seppi che parte dei quadri erano stati recuperati in un container in porto pronti per esser spediti oltremare, tra quelli recuperati, c’ era anche la mia dama con la sua bambina che, dopo un accurato restauro, è tornata ad abbellire il salone di palazzo Balbi Cattaneo ora Aula Magna dell’ Università. Il dipinto è stato attribuito dalla critica moderna a Gio Enrico Vaymer  valente ritrattista genovese che lo avrebbe dipinto nel III decennio del XVIII secolo.

CARICAMENTO … E NON SOLO

CARICAMENTO

La Piazza Caricamento fu realizzata nel 1839 e destinata, a partire dalla metà del secolo XIX, al carico e scarico delle merci giunte in porto dalle navi. nel secolo scorso i convogli ferroviari arrivavano sin qui. Oggi è un grande spazio aperto, in parte pedonalizzato, antistante il porto antico ristrutturato da Renzo Piano in occasione delle Colombiane del 1992, uno spazio adibito a mercati stagionali ed etnici, c’ è una giostra per i bambini e un poco defilata la statua bronzea di Raffaele Rubattino, imprenditore ed armatore genovese, si quel Rubattino che si  fece rubare per finta  le sue due navi Piemonte e Lombardo da Giuseppe Garibaldi che così potè imbarcare i suoi 1000 garibaldini e compiere l’ impresa della conquista del Regno delle due Sicilie, dichiarando alle pubbliche autorità che il lestofante gliele aveva rubate ( maniman non fosse riuscito nell’ intento… ) salvo poi ritrattare, a cose finite, la sua dichiarazione dichiarandosi un vero patriota, un autentico uomo del nostro tempo……….

VOUET UN CARAVAGGISTA PARIGINO

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Simon Vouet ( Parigi 1590 – 1649 ) soggiornò a lungo in Italia, a Genova fu attivo dal 1620 al 1622, lasciandoci diverse opere che testimoniano la forte influenza che su di lui ebbe Caravaggio. Oltre che la drammatica pala della crocifissione ancor oggi visibile nella navata destra della chiesa del Gesù a Genova, abbiamo  questo David vincitore con  la testa del gigante filisteo  Golia, quest’ opera da cavalletto, è stata definita il più caravaggesco dei suoi dipinti conosciuti,  infatti come nei dipinti del Merisi  anche qui co-protagonista della scena è ” La Luce”,  la figura spicca nettamente dal fondo scuro illuminata di sbieco, lo sguardo di David rivolto verso sinistra  non è trionfante, ma quasi attonito ed incredulo per la grande impresa compiuta con l’ aiuto di Dio, non c’ è emozione in questo volto, solo la consapevolezza di essere non l’ artefice ma lo strumento voluto dal Signore per conseguire una grande vittoria sui nemici del suo popolo ed anche  un’ aspettativa di qualcosa che deve ancora accadere. Questo splendido dipinto  é conservato nella pinacoteca del Museo di Palazzo Bianco nella Via Garibaldi di Genova.

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI

Gio.Andrea Doria

La gigantesca statua di Gio Andrea Doria realizzata da Taddeo Carlone ( 1543 – 1613 ) era posta a lato della maestosa scalinata che da accesso al Palazzo Ducale in Piazza Matteotti, troneggiava su un grande plinto in marmo e lì restò sino a che, sulla scia della rivoluzione francese, nel 1797 il popolo si sollevò contro la Repubblica e si accanì contro questa statua e quella di Andrea Doria abbattendole ambedue e trascinandole per le vie della città come spregio al potere aristocratico. Le statue furono decapitate e mutilate degli arti che non furono più ritrovati, restarono solo i torsi che  oggi malinconicamente accolgono i visitatori di  Palazzo Ducale collocati  alla fine della prima rampa di scale all’ interno del grande palazzo.

UN PORTALE DI PACE GAGINI

via posta vecchia 16 Jacopo spinola

Nel centro storico di Genova in via Posta Vecchia al n. 16, c’ è l’ antico palazzo di Jacopo Spinola costruito intorno al 1531 accorpando due case medioevali. Oggi è una abitazione  divisa in appartamenti, ma ha conservato lo splendido portale in marmo realizzato da Pace Gagini con stipiti modellati a candelabri ed un soprapporta che raffigura in alto rillievo il trionfo della potente famiglia degli Spinola.

LUXORO …UN MUSEO A CAPOLUNGO

orologio notturno

Il Museo Luxoro, collocato nell’ estrema propaggine dei parchi di Nervi a Capolungo, è famoso per le sue collezioni di statuine del presepe, di acquesantine d’ argento del 700, di mobili genovesi barocchetto e di orologi d’ epoca, quello mostrato nella foto è un orologio notturno – diurno a proiezione con il trionfo della sapienza, realizzato da Giuseppe Campani ( 1635 ? – 1715 ) in pero ebanizzato, intagliato, bronzo fuso, mostra sul quadrante un rame dipinto da un pittore romano della fine del XVII secolo. Il Campani fu attivo presso la corte pontificia, dove con i suoi fratelli, realizzo vari tipi di orologi anche monumentali, l’ orologio a proiezione, come quello del LUXORO proiettava di notte l’ immagine del quadrante su una parete grazie ad una lente anticipando la lanterna magica settecentesca. Di questo tipo d’ orologio del Campani sono noti due soli esemplari al mondo, quello del museo proviene dalla villa Brignole Sale di Genova Voltri.

SPORCARE LE STRADE DI GENOVA NEI TEMPI ANTICHI NON CONVENIVA

 

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A Genova, in via Tommaso Reggio c’ è il palazzo dell’ Archivio di Stato, una volta questo luogo ospitava il cosiddetto Palazzetto Criminale, vi erano celle dal nome ameno come ” Stella “, ” Reginetta “, ” Balorda ” e ” Balordetta ” in totale 32 di cui 18 segrete e 11 comuni oltre che 3 riservate al gentil sesso. C’ era anche lo    ” Examinatorio” al pian terreno dove i giudici ricorrevano spesso e volentieri alla tortura per far confessare i malcapitati, non era necessario commettere crimini efferati per subire punizioni esemplari, bastava per esempio aver sporcato le vie di Genova con rifiuti o immondizie, oppure aver scritto sui portoni o sui muri delle case altrui   con la vernice insulti o sconcezze , se i trasgressori venivano sorpresi dalla guardia cittadina, venivano portati al palazzetto criminale, dove, quando andava bene, li marchiavano con ferri roventi o li condannavano alla ” corda ” dove i poveracci erano legati con le mani sul dorso e sollevati a strappo da terra con  pesi legati ai piedi.

Il dipinto del pittore fiammingo Cornelis De Wael ( Anversa 1592-1653 ) facente parte della serie delle sette opere di misericordia dipinte da questo maestro per il marchese Grimaldi verso il 1640, s’ intitola ” visitare i carcerati ” , De Wael, come un vero e proprio cronista del suo tempo, ci mostra con un verismo sconcertante quella che era la quotidianità al Palazzetto Criminale. Quest’ opera è custodita a Genova nel Museo Di Palazzo Bianco in Via Garibaldi.

 

la” Coena Domini ” del santuario di Nostra Signora delle Grazie

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Nel Santuario di Nostra Signora delle Grazie, collocato sull’ antico percorso della strada romana tra Rapallo e Chiavari, in un lunettone posto nel presbiterio della chiesa, vi è un’ ultima cena dipinta a fresco da Teramo Piaggio da Zoagli collaboratore di Luca Cambiaso nel quarto decennio del XVI secolo. Questa è una delle poche pitture di questo edificio sacro che si è ben conservata, le altre si sono degradate a seguito di infiltrazioni d’ acqua dal tetto  a cui si è rimediato solo nel 1990, quando ormai gran parte degli affreschi erano irrimediabilmente danneggiati.  Tuttavia questo santuario, raggiungibile percorrendo L’ Aurelia in direzione verso Genova fino alla galleria di Chiavari e da lì seguendo una derivazione lato mare  per circa 300 metri, vale la pena d’ una visita.

UN ARTISTA PROIETTATO NEL FUTURO

banner magnasco

Può un artista essere proiettato nel futuro? se ciò fosse possibile Alessandro Magnasco ( 1667 – 1749 ) fu certamente uno di questi; visse ed operò a cavallo tra il secolo XVII ed il XVIII, eppure la sua visione artistica, come quella d’ un altro genio della pittura chiamato ” El Greco “, andò oltre i confini di quello che era il loro mondo e, quasi come un esperimento alchemico, la sua poetica attraversò il tempo e lo spazio anticipando di secoli il modo di dipingere.

A Genova, nel museo di Palazzo Bianco è stata allestita una mostra per celebrare questo artista reduce dei successi conseguiti a Parigi, dove nelle Gallerie Canesso nei mesi scorsi fu allestita una mostra di opere di questo straordinario pittore integrando dipinti di collezione pubblica con quelli di collezione privata.

Andarla a vedere é un’ esperienza imperdibile per appassionati e non.

DOMENICO PARODI ARTISTA ECLETTICO

 

 

d.parodi e f.biggi
Domenico Parodi nato a Genova nel 1672, ormai conosciuto ed apprezzato pittore e frescante, ereditò nel 1702 la fiorente bottega scultorea del padre Filippo alla sua morte, nella disgrazia, fu doppiamente fortunato, perché insieme ai ricchi committenti del padre, acquisì anche la collaborazione di valenti scultori come Francesco Maria Biggi ( Genova 1676 – 1736 ) che nell’ ombra avevano coadiuvato Filippo in molte sue opere e continuarono a farlo per il figlio, anzi per quest’ ultimo, molte volte realizzavano l’ intera scultura dal bozzetto ideato da Domenico,  come quella mostrata nella foto che si trova a Genova nel museo di Palazzo Rosso in via Garibaldi, che ci mostra un Romolo e Remo allattati dalla lupa.

LA MADRE DEI CRETINI E’ SEMPRE INCINTA

antonio van dick

Nella mia lunga carriera di mercante d’ arte antica e di perito per i beni d’ antiquariato del Tribunale di Genova, ne ho viste di tutti i colori, famiglie che per dividersi un’ eredità si sono spartite le sedie, le posate, i servizi da caffè  diminuendone vistosamente il valore, mai mi era capitato di veder tagliato un dipinto; questo bellissimo ritratto di fanciullo del pittore fiammingo Anton Van Dick ( 1599 – 1641 ) è una delle più infelici trovate che potessero mettere in pratica i suoi possessori, infatti il quadro fu tagliato forse in occasione d’ una divisione di proprietà, ad una parte toccò il fanciullo ed all’ altra la dama della quale si intravedono i drappeggi della gonna che scende verso il pavimento e della quale più nulla si sa. L’ opera pittorica realizzata nel periodo genovese del pittore è conservata nella ” Galleria Nazionale ” di Palazzo Spinola in Piazza Pellicceria a Genova.

O SANTO MANDILLO

santo mantillo

Tra i tanti tesori conservati a Genova, alle volte ignorati o sconosciuti ai suoi stessi abitanti, forse uno dei più preziosi è il cosiddetto ” Santo Mandillo “, il nome genovese deriva dal greco Mandylion che significa un telo o una sorta di fazzoletto, in genovese ” mandillo ” appunto. Questa antichissima icona fu portata a Genova nel 1362 da Leonardo Montaldo comandante di due galere, che la ricevette in dono dall’ imperatore d’ oriente Giovanni V Paleologo come riconoscimento per aver liberato possedimenti bizantini caduti in mano ai turchi. Questa immagine di Cristo sarebbe stata quella originale dipinta da Anania, su ordine del re di Edessa, avente come modello lo stesso Gesù, che per facilitare il compito al pittore, dopo essersi bagnato il volto, l’ avrebbe asciugato con il lino sul quale Anania avrebbe riportato le fattezze del Salvatore.  Il Santo volto è stato oggetto di ricerche storiche e materiche, prima di tutto si è accertato che l’ Immagine è stata realizzata a tempera a uovo, similmente ai ritratti d’ epoca imperiale romana, sotto la pittura esiste effettivamente  un lino che è incollato ad una antichissima  tavoletta di cedro inserita in un più ampio supporto sempre in legno sul quale fu inserito un prezioso ornato in filigrana di oro ed argento decorato con una serie di dieci formelle a sbalzo che narrano le vicende del Sacro Volto, un vero e proprio capolavoro d’ oreficeria bizantina, a Genova fu costruita una preziosa teca  d’ argento all’ inizio del XVII secolo dove la reliquia è custodita che 100 anni dopo fu ulteriormente arricchita con pietre preziose incastonate in un supporto d’ argento e oro  fungente da cornice. Questo tesoro è custodito nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni  ed esposto ai fedeli nelle settimane che precedono la Santa Pasqua.

UNA PRIGIONE DORATA

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Il palazzo Ducale era la residenza del Doge della Serenissima Repubblica di Genova, dal momento della sua investitura aveva inizio il suo obbligo a non uscire dal palazzo, nel corso di un anno gli era consentito uscire solo in cinque occasioni o in casi eccezionali, in quel frangente occorreva un decreto del Senato per poter lasciare il palazzo, questa regola mirava ad ottenere che il Doge non si distraesse dalla cura del governo..concludendo un vero e proprio prigioniero di stato che oltretutto era soggetto a grandiose spese di rappresentanza che erano tutte a suo carico ( proprio come avviene oggi nella politica ) per l’ altissimo onore che gli era stato riservato eleggendolo all’ alta carica. Dopo la designazione fatta da un congresso di massimi dignitari, il nuovo Doge, che  dopo la riforma voluta da Andrea Doria restava in carica per due anni, in gran pompa doveva giurare con la mano destra sul Vangelo che bene avrebbe operato nel solo interesse della Patria e solo allora veniva riverito da tutti i dignitari laici e religiosi, dopo di ché, sempre a sue spese, organizzava un grande ricevimento a cui erano invitati i nobili ed i senatori nonché gli alti prelati, anche il popolino poteva presenziare ai festeggiamenti però a loro non veniva offerto neppure un bicchiere d’ acqua come oggi farebbe la “Protezione civile “.

UNA CAPPELLA DIMENTICATA

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A Genova all’ inizio della  circonvallazione a monte, c’ é l’ antica  chiesa di San Bartolomeo degli Armeni fondata nel 1308 da monaci basiliani fuggiti dalla Montagna Nera dell’ Armenia meridionale invasa dai Turchi. Restaurando la sacrestia della chiesa, sotto diversi strati di intonaco, sono stati rinvenuti, nel vano antecedente la Sacrestia vera e propria, dei bellissimi affreschi narranti episodi della vita di Cristo. Le pitture murali, seppur danneggiate da secoli di oblio, sono ancora in parte leggibili e databili alla fine del 400. Guardando l’ antica planimetria del complesso religioso, si è capito che questa ante-sacrestia fu un’ antica cappella dedicata alla Madonna. Nella foto pubblicata si nota   Cristo confortato da un angelo nel giardino degli ulivi la notte antecedente la sua passione con gli apostoli dormienti.

UN SANTUARIO CONTRO LA PESTE

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Alle spalle di Sestri Ponente ( Genova ), sul cucuzzolo del monte Gazzo alto 421 m. sul livello del mare, c’ è un luogo di culto molto caro ai Sestresi: il Santuario di Nostra Signora della Misericordia, qui fu collocata una gigantesca statua della Madonna con di fronte un belvedere da cui si può ammirare uno splendido panorama che spazia dal promontorio di Portofino alla costa savonese. Tutto iniziò nel 1645 quando sulla vetta del monte venne posta una grande croce di legno perché fosse visibile ai sestresi della costa e li proteggesse. Dopo l’ epidemia di peste della metà del 600 che decimò la popolazione, fu promosso un pellegrinaggio penitenziale sul monte Gazzo e molti portarono con loro pietre e calce, il frate Giovanni Maria Mencone, aiutato da tanta gente e da suoi confratelli, modellò la grande statua della Madonna alta 5 metri e mezzo ed atteggiata così come l’ aveva descritta il beato Antonio Botta che l’ aveva vista in una visione. Intorno a questa statua nel 1700 fu costruita una cappella ed intorno a questa un piccolo borgo ed un posto di ristoro per i pellegrini.

UNA SANTA ARISTOCRATICA

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A Genova, nella chiesa della Santissima Annunziata di Portoria e più precisamente nella terza cappella a destra, è collocato il mausoleo di Caterina Fieschi Adorno, donna di nobile nascita dedicò 32 anni della sua vita alla cura dei malati, fu canonizzata nel 1737. In una teca di bronzo e cristallo è conservato il suo corpo incorrotto sorretto da un gruppo marmoreo realizzato da Francesco Maria Schiaffino nel 1738, le quattro figure allegoriche del complesso statuario rappresentano L’ Amor Divino, la Fortezza, la Penitenza e l’ Obbedienza. Oggi la chiesa è da tutti conosciuta come Santa Caterina da Genova.

GLI ARAZZI DELLA BATTAGLIA DI LEPANTO

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Giovanni Andrea I Doria commissionò una serie di arazzi a Bruxelles per celebrare la grande vittoria riportata dalla flotta cristiana contro i turchi a Lepanto nel 1571. I disegni preparatori furono commissionati a Lazzaro Calvi, mentre le cornici furono eseguite da Luca Cambiaso, l’ intero ciclo fu consegnato ai Doria nel 1591. Ancora oggi, nella casa reggia di Andrea Doria a Fassolo ( Genova ), è possibile ammirarli, la sequenza degli episodi rappresentati inizia con la partenza della flotta cristiana dal porto siciliano di Messina, di cui pubblico la foto. Il Papa Pio V riuscì a costituire una Sacra Lega riunendo sotto un’ unica bandiera la Spagna e, incredibilmente, Genova e Venezia, che per una volta smisero di bastonarsi vicendevolmente per combattere insieme contro l’ Impero Ottomano ed insieme, riportarono una strepitosa vittoria, ancora una volta possiamo dire che l’ antico detto ” l’ unione fa la forza ” fu e resta valido.

GENOVA BAROCCA

Filippo Parodi

Il Barocco è una parola utilizzata per indicare un movimento che interessò le arti decorative nonché l’ architettura dall’ inizio del XVII secolo sino al primo quarto del XVIII, nacque a Roma come reazione alla riforma di Martin Lutero per celebrare i fasti della chiesa cattolica, i principali artefici di questa nuova corrente artistica furono i tre B e cioè Borromini, Bernini e  Betrettini conosciuto come Pietro da Cortona. All’ inizio il nome barocco fu usato in senso dispregiativo, baroque in francese significa stravagante e bizzarro, in spagnolo barroco significa  una perla irregolare non ben formata. Il barocco abbandona il ” classicismo ” per adottare schemi nuovi il cui intento é stupire. Caratteristica peculiare di questo stile é la grandiosità e la magnificenza che si ritrova dai mobili, ai dipinti e nelle sculture come questo Giovanni Battista gigantesco scolpito in marmo bianco di Carrara da Filippo Parodi nel 1667 che si trova in un nicchione  posto in un  pilastro laterale collocato intorno alla scenografica cupola centrale della basilica  di Santa Maria Assunta di Carignano a Genova.

PIANTE ESOTICHE NEI PARCHI DI NERVI

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Passeggiando tra gli alberi secolari dei parchi di Nervi, non è raro imbattersi in specie tropicali trapiantate qui da tempo immemorabile e che qui hanno trovato un habitat conforme alla loro esistenza, Nervi infatti, per la sua particolare conformazione geologica, ha una temperatura superiore alle medie stagionali di Genova, pur essendo  completamente esposta alle correnti meteo marine. Nella foto una grande Araucaria del Brasile che con i suoi rami sembra voler afferrare il cielo.

UN BATTESIMO DI CRISTO INDIMENTICABILE

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Se visitate il centro storico di Genova,  andate a vedere la chiesa di Santa Maria delle Vigne, questo tempio mariano ha uno splendido interno, tra le tante opere d’ arte che si possono ammirare,  vi è questo fonte battesimale, un gruppo scultoreo realizzato nel 1697 da Anton Domenico Parodi in marmo bianco di Carrara, che rappresenta il battesimo di Cristo da parte di San Giovanni Battista, le figure principali sono sovrastate da un gruppo di angioletti, dallo Spirito Santo in forma di colomba e da Dio Padre all’ apice della composizione, l’artista lo  immagina come un vecchio canuto  che con le sue braccia spalancate idealmente abbraccia e fa sua tutta la scena circostante.

SILVESTRO LEGA GRANDE TRA I PITTORI DI MACCHIA

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Nella villa Grimaldi Fassio dei parchi di Nervi,  che custodisce una superba collezione di dipinti del XIX secolo, troviamo questo struggente ritratto femminile circondato da edera, l’ immagine ci suggerisce sensazioni di rimpianto, di malinconica attesa e di tenace desiderio di fedeltà a qualcuno o a qualcosa, non é dato saperlo. Il dipinto firmato in basso a destra, fu realizzato da quello splendido interprete della pittura di macchia che fu Silvestro Lega, emiliano di nascita ma toscano di adozione.

LA VILLA DEI GRIMALDI FASSIO

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Inserita nel giardino che fa parte oggi dei parchi di Nervi( Genova ), la villa Grimaldi Fassio si dice risalga al XVI secolo, anticamente la via Capolungo si chiamava via Grimaldi, gli armatori Fassio furono gli ultimi proprietari privati del luogo che venne ceduto al comune di Genova nel 1979. Oggi la bella costruzione contiene il museo d’ arte moderna e specificatamente la collezione Frugone e  qui, in questa splendida cornice, vengono organizzate  mostre e convegni.

UN PITTORE CHE ISPIRA DOLCEZZA

bernardo castello 1590 particolare

Nel centro storico di Genova, nella chiesa gentilizia dei Doria dedicata a San Matteo, in fondo alla navata destra c’ é una pala d’ altare dipinta da Bernardo Castello ( Genova 1557 – 1629 ). Bernardo realizzò un gran numero di questi soggetti con minime varianti, le sue opere sono caratterizzate da un rigore formale mitigato da una dolcezza che é la caratteristica peculiare della sua poetica, come in questo gruppo sacro in cui il bambino Gesù porge una ciliegia a san Giovannino, trasformando con questo semplice gesto la sacra conversazione in qualcosa di più intimo e famigliare.

IL COMO’ A RIBALTA CON ALZATA UN’ INVENZIONE GENOVESE

doppio corpo genovese

  • Il comò a ribalta con alzata chiamato impropriamente trumeau é un mobile creato dalla bravura e dalla fantasia  dei bancalari ( falegnami ) genovesi, fu pensato come mobile multifunzionale, nel senso che il fronte a tre cassetti ed un tiretto veniva usato come contenitore di biancheria o altro, la ribalta celava uno scarabattolo con uno sportelletto centrale e cassettini laterali atti a contenere servizi da scrittura, l’ alzata aveva alla sua base due tiretti dove venivano posti i candelieri che rifrangevano la luce negli  specchi delle due ante e conteneva al suo interno cartonier e scomparti  per conservare la corrispondenza. Questo mobile nasce all’ inizio del settecento nel periodo che gli antiquari definiscono ” barocchetto genovese “. Il mobile mostrato nella foto, che fa parte degli splendidi arredi del museo Luxoro di Nervi, è databile al primo quarto del XVIII secolo, in quel periodo definito dai più come Luigi XIV, il mobile é lastronato in palissandro e filettato in bois de rose,  il fianco mosso ed il fronte a doppia mossa, nonché la tipica aletta laterale,  caratterizzano il mobile del primo 700  genovese. Il mobile curvilineo, che in questo periodo interessò anche la Francia ed altri paesi d’ Europa, fece definire questo periodo come ” Le siècle de la femme”.

ROCCO UN SANTO LAICO

san Rocco

Rocco da Montpellier visse nel XIV secolo, ad un certo punto della sua vita intraprese un pellegrinaggio verso Roma e giunto che vi fu, si dedicò alla cura degli appestati. Colpito anch’  esso dal morbo,  si rimise in cammino verso la sua patria, ma presto le forze lo abbandonarono, stava per morire quando un angelo del Signore lo guarì miracolosamente ed un cane gli procurò il cibo per continuare il suo cammino. Dopo la sua morte,avvenuta in circostanze poco chiare, il suo culto si diffuse velocemente anche il Liguria dove ciclicamente la popolazione era colpita dal flagello della peste. Nella foto una scultura del santo in legno scolpito, dipinto e parzialmente dorato di Anton Maria Maragliano ( Genova 1664 – 1739 ) proveniente dalla chiesa dei S.S. Nicolò ed Erasmo di Voltri         ( Genova ) e conservata nel Museo Diocesano di Genova.

LA MADONNA DELLA CASTAGNA

madonna castagna

All’ inizio del XIX secolo, un muratore trovò tra le rovine del convento dei padri minori del Chiappeto una tavola con sopra dipinta una Madonna con il bambino Gesù sovrastata da due angeli, la prese e la portò al parroco della chiesa di Santa Maria della Castagna a Quarto ( Genova ), Castagna perché in questa area La famiglia dei Castagna aveva terreni e proprietà compresa l’ attuale villa Quartara. L’ immagine sacra firmata da Andrea da Asti e datata 1424 fu nel 1936 collocata all’ apice dell’ altar maggiore spodestando la precedente Madonnina in legno dipinta in policromia che secondo una leggenda fu rinvenuta nella cavità d’ un albero di castagno. La devozione  nei confronti della Madonna delle Grazie crebbe e si radicò nella zona di Quarto, al punto che le fu attribuita la protezione dall’ epidemia di colera  che fece strage tra gli abitanti di Genova all’ inizio del XIX secolo lasciando incolumi tutti gli abitanti della zona.

LA MADONNA DEL MONTE FIGOGNA

santuario della Madonna della guardia

Il monte Figogna sorge alle spalle di Genova nella Val Polcevera che domina con i suoi oltre 800 metri sul livello del mare. Alla  fine del XV secolo un contadino di nome Benedetto Pareto ebbe una visione, La Madonna gli comparve chiedendogli di erigere in suo nome una cappella in quel luogo.  La cima del monte era terreno lasciato libero per i contadini del luogo che lì andavano a far fieno e anticamente era usata come postazione di vedetta per sorvegliare il mare, avvertendo  il popolo con dei falò all’ avvicinarsi di navi nemiche, da qui il nome ” della guardia “. Tornando al nostro Pareto, questi dopo l’ apparizione corse dalla moglie e le raccontò l’ accaduto, ma la donna non gli credette e lo derise, dopo poco tempo però Pareto cadde malamente da un albero ed in fin di vita rivide la Madonna che gli richiese nuovamente  di costruirle una chiesa sulla sommità del monte e miracolosamente lo guarì, di lì a poco la devozione per la Madonna della Guardia si estese per tutta la Val Polcevera sino a Genova ed al genovesato, oggi questo Santuario è la più importante chiesa mariana della Liguria. Interessante visitare gli ambienti dove sono stati posti gli ex voto che sono innumerevoli.

LA CAPPELLA DEI DORIA

cappella

A Fassolo, vicino alla Stazione Marittima di Genova, in quella che fu la dimora del principe Andrea Doria, originariamente non c’ erano ambienti stabilmente dedicati a sacre funzioni. Nel periodo in cui visse Giovanni Andrea I, al contrario, vi erano numerose cappelle, oggi solo una  conserva la connotazione originaria, il dipinto sopra l’ altare che rappresenta il martirio di san Giuliano  è del grande pittore barocco genovese ma naturalizzato romano, perché a Roma visse e produsse gran parte dei suoi capolavori, Giovanni Battista Gaulli detto Baciccio.

UN CROCIFISSO DI 700 ANNI FA

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A Genova, nel museo d’ arte medioevale di Sant’ Agostino, si trova questo crocifisso d’ un anonimo artista romanico del XIII secolo, fu realizzato in legno di pioppo, scolpito e dipinto anche al verso, quindi é presumibile pensare che fosse destinato ad esser visto a 360 gradi, forse alcuni particolari farebbero pensare ad un’ epoca ancora più antica, quali la postura  frontale del Cristo ed il perizoma a ” due stoffe “, in primis la critica l’ aveva attribuito  ad uno scultore di scuola francese, ma dopo il restauro effettuato a metà degli anni ’70 del secolo scorso si é preferito ricondurre l’ opera ad uno scultore romanico d’ area forse toscana.

STORIA D’ UN DIO BRUTTO E D’ UNA NINFA INFELICE

A Genova, in quello scrigno di tesori che è il palazzo Spinola di Piazza Pellicceria, vi sono delle sale dedicate al grande pittore barocco Gregorio De Ferrari ( Porto Maurizio 1647 – Genova 1726 ). In un grande telero dipinto ad olio è rappresentato il mito di Pan e Siringa mediato dalle Metamorfosi di Ovidio, una favola singolare che originò la parola ” timor panico “. Pan era nato da un rapporto amoroso tra il dio Ermes ed una ninfa, quindi un semidio anche lui, ma brutto, ma così brutto, che persino sua madre dopo il parto quando lo vide fuggì terrorizzata abbandonandolo al suo destino, infatti il bambino aveva più sembianze caprine che umane, aveva le zampe di capra, le zanne sporgenti dalla bocca e le corna, oltre che pelosissimo, ciononostante Pan crebbe ed ebbe un posto tra gli dei dell’ Olimpo perché era un tipo gioviale e simpatico. Un giorno vedendo una ninfa di nome Siringa se ne innamorò perdutamente, ma quella quando lo vide scappò veloce come il vento terrorizzata dal suo aspetto, alla fine giunse sulla riva del fiume Ladone e si rese conto che Pan l’ avrebbe presa, allora pregò le Naiadi ( ninfe dei fiumi ) d’ aiutarla e quelle la trasformarono in canne palustri, invano Pan cercò di abbracciarla, gli restarono tra le braccia solo un fascio di canne che mosse dal vento mandavano un suono delicato, così il dio ne tagliò alcune e si costruì uno strumento musicale che chiamò Siringa in ricordo del suo amore perduto.

gregorio de ferrari

IL CASTELLO DI SAN GIORGIO

castello di san giorgio

Il castello di San Giorgio, chiamato anche castello Brown dal nome del console che trasformò l’ area circostante in uno splendido giardino mediterraneo, domina la baia di Portofino, anticamente sulla sua terrazza erano piazzate le artiglierie che difendevano il borgo sottostante dagli attacchi dei saraceni, che frequentemente battevano le coste liguri mettendole a ferro e fuoco, violentando le donne e riducendo gli uomini in schiavitù. Il maniero è raggiungibile dalla salita che conduce alla chiesa di San Giorgio, le prime notizie relative a questa struttura difensiva si hanno nel XV secolo, ma sembra che prima comunque ci fosse in loco una torre d’ avvistamento. La proprietà del complesso è oggi del Comune che lo usa per esposizioni e mostre temporanee.

UN POSTO CHE DONA FELICITA’

piazza enzico bassano

A Genova, sotto la chiesa di Sant’ Antonio di Boccadasse , c’ è la piazza Enrico Bassano, da lì si vede la spiaggetta,  i gozzi allineati come soldatini e l’ antico borgo con le sue case dai colori corrosi dal vento e dalla salsedine. Quando molti anni or sono dovetti lasciare Genova per ragioni di lavoro, non appena potevo tornare, venivo qui, mi sedevo su uno scoglio e guardavo il mare, credo che basti questo a  donare felicità.

UN CAPPUCCINO COSI’ COSI’

bernardo strozzi

Bernardo Strozzi, detto il Cappuccino o il prete genovese nacque  a Genova da una famiglia indigente nel 1581, aderì all’ età di soli 17 anni all’ ordine dei frati cappuccini non per vocazione ma per bisogno, nel 1625 fu accusato di pratica illegale della pittura e messo in carcere per tre anni, dopo di che fu rinchiuso in un convento dal quale non poteva uscire, con uno stratagemma riuscì a fuggire trovando asilo e protezione a Venezia dove le locali autorità, di fronte alle pressanti richieste di estradizione portate avanti dai genovesi, risposero “PICCHE “. Il Soprani nel 1768 nella sua “delle vite de’ pittori genovesi… ” bene evidenzia la rabbia impotente dei suoi superiori : ….usarono costoro ogni arte, ed industria, per riavere il fuggitivo.Ne fecero diligenti ricerche, ricorsero a tribunali, spedirono esploratori a rintracciare di lui: ma tutto indarno; acciocché egli ritiratosi in casa d’ un amico fu da costui tenuto in luogo d’ asilo; e poscia occultamente imbarcato per Venezia, dove giunto con efficaci lettere di raccomandazione,  anche allora evidentemente  non se ne poteva fare a meno (*), trovò protettori potenti, che lo assicurarono da ogni molestia…

Nella foto la bella Madonna orante  di Bernardo Strozzi che è custodita a Genova  nel museo di Palazzo Spinola in Piazza Pellicceria.

(*) nota di chi scrive

 

 

 

 

UN TRITTICO D’ ECCEZIONE

adriaen ysenbrant

Girovagando nel centro storico di Genova, se un sabato pomeriggio alle ore 16:30 vi trovate in via di Fossatello, imboccate vico San Pancrazio vi troverete nella piazza omonima dove sorge il tempio eretto in onore di questo Santo martire. La chiesa è il tempio gentilizio dei cavalieri di Malta ed è aperta solo nel giorno di sabato per la celebrazione della messa delle ore 17:00. Dell’antichissima chiesa originaria resta quasi niente, l’ultima distruzione avvenne durante i bombardamenti alleati dell’ultima guerra mondiale, al suo interno però, dietro all’ altar maggiore, è conservato un trittico fiammingo di straordinaria bellezza. Il grande dipinto fu attribuito al pittore fiammingo Adriaen Ysenbrant dalla Carla Cavelli Traverso, attribuzione per la verità non da tutti condivisa, che lo avrebbe dipinto nei primi trent’anni del XVI secolo. Leggendo il trittico da sinistra verso destra notiamo sull’anta sinistra San pietro con in mano le chiavi del Regno Celeste ed il testo della leggenda aurea scritta da Jacopo da Varagine (Varazze) da cui sono stati tratti gli episodi salienti della vita di questo santo bambino martirizzato all’età di quattordici anni durante le persecuzioni ai cristiani fatte per ordine dell’ imperatore Diocleziano nel terzo secolo dopo Cristo. Al centro San Pancrazio con un falcone allusivo alle sue origini nobili, con Diocleziano prostrato ai suoi piedi, in mezzo Cristo sovrastato dallo Spirito Santo e dal Padre Eterno, con a destra San Giovanni Evangelista con una coppa in mano da cui fugge un mostriciattolo, allusivo al fatto che un sacerdote del tempio di Diana ad Efeso cercò di avvelenarlo senza riuscirvi, sullo sfondo la città di Roma dove avvenne il martirio della quale si riconoscono alcuni monumenti. Nell’anta destra San Paolo con la spada sempre presente nella sua iconografia. Concludendo un’opera veramente straordinaria.

UNA CHIESA PER CHIRURGHI E BARBIERI

santi Cosma e Damiano

Ai piedi della collina di Castello, in un’ area dove era presente un insediamento romano, in pieno centro storico di Genova, da oltre 900 anni è la chiesetta dedicata ai santi Cosma e Damiano. I due santi furono medici, vissero nel III secolo dopo Cristo ed esercitavano la loro professione in Cilicia dove vennero uccisi durante le persecuzioni contro i cristiani voluta dall’ imperatore Diocleziano. I Barbieri ed i chirurghi fecero realizzare in questa chiesa i loro sepolcri. La chiesa in stile romanico presenta una facciata a capanna e sul suo basamento mostra diverse tombe, una delle quali del XIII secolo è detta tomba del Barisone. Veramente singolare l’ accostamento dei chirurghi con i barbitonsori, questi ultimi infatti non dovevano praticare studi particolari per esercitare la loro arte, anzi erano quasi tutti analfabeti, oltre che tagliare barbe e capelli potevano effettuare salassi, che al tempo erano ritenuti salutari per curare determinate malattie. I chirurghi di allora non potevano esigere il pagamento dei loro onorari se non a guarigione avvenuta del paziente, per cui, molto spesso, restavano senza mercede……….