A BANDEA DE SAN ZORZO ( la bandiera di san Giorgio)

torre grimaldina bis

Il salvifico vessillo della vera croce, così veniva definita la bandiera di Genova da Jacopo da Varagine nella sua “Legenda aurea”, fu usato sin da tempi remoti, quando l’esercito bizantino stazionava a Genova nel VII secolo ed aveva portato con se il culto per San Giorgio, un soldato romano vissuto alla fine del III secolo dopo Cristo in Cappadocia che,  convertitosi al cristianesimo, fu giustiziato sotto l’ imperatore Diocleziano perché si rifiutò d’adorarlo come fosse una divinità. La bandiera, composta da una croce rossa in campo bianco, sventolava sopra le galee della Repubblica Genovese e questo presto diventò sinonimo di potenza  e predominio sui mari, tanto che il re d’ Inghilterra Riccardo I Plantageneto, ricordato come Riccardo Cuor di Leone, chiese al doge di Genova di concedergli l’ uso del vessillo genovese per le sue navi, cosa che gli venne accordata dietro il pagamento d’ un tributo annuale, a proposito è da qualche secolo che l’ Inghilterra non paga il tributo e considerando anche gli interessi maturati  viene fuori un bel gruzzoletto. Molti credono che l’ emblema dei soldati crociati partiti alla volta della Terra Santa per liberarla dall’occupazione mussulmana  fosse la croce rossa in campo bianco ma così non fu, ogni nazione aveva una croce di diverso colore, gli inglesi per esempio portavano una croce bianca in campo rosso, i fiamminghi l’ avevano verde, i tedeschi nera in campo bianco, gli italiani gialla o azzurra ( curioso che i giocatori della squadra di calcio della Nazionale italiana vengano chiamati ” Azzurri”)  ed i genovesi rossa.

pe Zena e pe san Zorzu

Litografia raffigurante la battaglia della Meloria tra galee Genovesi e Pisane presa da: ” Storia popolare di Genova ” di Mariano Bargellini edito da Enrico Monni  nel 1869

 

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UN CROCIFISSO IMPRESSIONANTE

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Nel centro storico di Genova vi è la bella chiesa gentilizia della famiglia Spinola dedicata a San Luca, qui nella cappella della Vergine addolorata già detta del “Crocifisso” è un Cristo crocifisso in legno intagliato e scolpito dipinto in policromia dello scultore Domenico Bissone (*) che  fu commissionato all’artista da Gio Domenico Spinola, impressionante per il realismo con cui fu realizzato, l’ artista in quest’opera esalta i simboli della sofferenza ed esprime il culmine del dolore dell’uomo Dio, ( …quando giunsero nel luogo detto Cranio là crocifissero Lui e i due malfattori… Luca 23.3).

(*) Domenico Bissone ( 1597 – 1645 ) figlio di Francesco Gaggini fu chiamato Bissone dal suo luogo di nascita, trasferitosi a Genova ebbe una bottega nella contrada detta “Scuteria” dove fu  chiamato Domenico da Bissone. Nel 1607 gli fu commissionata una cassa processionale per l’oratorio di santa Croce di Sarzana andata perduta, questa opera  gli diede notorietà e fama, numerose “Casacce ” ( oratori ) gli commissionarono lavori d’ogni genere, forse il più famoso dei quali è ” Il Cristo Moro “, un Cristo crocifisso intagliato e scolpito in legno di giuggiolo eseguito per l’ oratorio di San Giacomo della Marina  oggi esposto nella chiesa di San Donato nel centro storico di Genova.

UNA MADONNA GRAZIOSA DI LUCA

 

particolare

Nella bella chiesa di Santa Maria della Cella a Sampierdarena (GE) vi è una pala d’altare che raffigura La Vergine con il Bambino Gesù, San Giovanni Battista, angeli ed in alto Dio Padre. Il dipinto databile all’inizio degli anni 60 del ‘500 è stato realizzato da Luca Cambiaso ( Moneglia 1527- El Escorial 1585), nella foto mostro il particolare più interessante dell’opera pittorica che ci illustra quanto il Correggio lo abbia influenzato in questo periodo.  Il Nostro, rinunciando ad ogni enfatizzazione,  esprime qui una poetica tesa ad una perfetta integrazione tra lo spazio naturale e le figure disponendole nella profondità dello spazio collegando i vari livelli con i loro movimenti, l’angioletto in primo piano  genera attenzione nei confronti del fruitore dell’opera, mentre  la protagonista assoluta di questo capolavoro è la Madonna, mediata dalla Madonna di Bruges di Michelangelo, che ci viene rappresentata con il braccio sinistro posto sull’elemento geometrico formato da un cubo di pietra. La Vergine, con la sua naturalezza, mitiga il geometrismo tendenziale del Cambiaso e lo porta al punto d’arrivo d’una ricerca cominciata agli inizi degli anni cinquanta , una grazia ed una delicatezza tipicamente Correggesca  che qui raggiunge il suo apice, definita dal Magnani  d’una ambigua precarietà.

UN MONUMENTO PER IL BUFFONE DI DIO

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Nel centro storico di Genova e più precisamente in via Lomellini dichiarata patrimonio dell’umanità dall’ UNESCO, c’è una chiesa dedicata a San Filippo Neri. Filippo nato a Firenze nel 1515,  ancora giovane si trasferì a Roma che a quel tempo era in preda alla miseria ed alla corruzione, prese i voti nel 1551 e si dedicò alla missione evangelica di aiutare i ragazzi di strada e ricondurli sulla retta via con metodi a quel tempo assolutamente avveniristici, infatti non percosse o castighi venivano usati per correggere i ragazzi, ma il divertimento, il gioco ed il canto che avvenivano in quello che poi  sarebbe diventato l’ Oratorio. Il papa Gregorio XIII innalzò questo istituto in Congregazione   nel 1575, alcuni anni  dopo la morte di Filippo Neri avvenuta nel 1595, egli fu proclamato santo, venne chiamato il Buffone di Dio  oltreché il Santo dell’allegria. La chiesa Genovese a lui dedicata  fu edificata per volere di Camillo Pallavicini  su progetto di Pietro Antonio Corradi, finita nel 1676  è sicuramente tra i più importanti esempi del barocco genovese, tra le opere d’arte ivi custodite  spicca un gruppo scultoreo  in marmo di Carrara composto dalla statua di San Filippo  sull’altar maggiore  opera dello scultore carrarese  Domenico Guidi ( 1625-1701 ) posta sopra una gloria d’ angeli  opera scultorea del francese Onorato Pellé (1641 -1718) emblematiche dello stile barocco genovese.

LE PORTE DELLA SALA DORATA

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Nella metà del XVI secolo il ricchissimo Tobia Pallavicino si fece costruire a Genova in Via Nuova      ( ora via Garibaldi) uno stupendo palazzo progettato da Giovanni Battista Castello detto “Il Bergamasco”, che oltre ad essere architetto fu anche pittore (  lui fu l’artefice degli affreschi sul soffitto dell’ingresso ) . Tobia aveva fatto la sua fortuna avendo ottenuto il monopolio del commercio dell’allume di Tolfa che al tempo era una sostanza imprescindibile per la conservazione dei pellami. Nel 1704 il palazzo fu acquistato dalla famiglia Carrega che diede il via ad una serie di lavori di ristrutturazione e d’ampliamento affidando la decorazione a Lorenzo De Ferrari                ( Genova 1680 c. – 1744)  che qui coadiuvato da Diego Carlone per gli stucchi, creò il suo capolavoro “La Galleria Dorata”,  un ambiente raffinato e particolare per la sua unicità, infatti in questo salone gli affreschi del Nostro mediati dall’Eneide di Virgilio, il mobilio e le suppellettili formano un unicum di grazia e bellezza, il top del barocchetto genovese. Ma, purtroppo, le cose belle piacciono e sono oggetto di rapina,  così due splendide porte in specchio e bronzi dorati ed una consolle sono solo copie delle originali che furono portate a Parigi nel XIX secolo e lì ancora oggi custodite.

LA CACCIA AD UN AFFRESCO PERDUTO

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Luigi Centurione, che nel terzo decennio del XVII secolo era proprietario del Palazzo Lomellino di via Garibaldi,  nel 1623 si rivolse a Bernardo Strozzi,  al tempo frate cappuccino che come pittore era grandemente apprezzato da committenti pubblici e privati, per affrescare il primo piano nobile del suo palazzo.  Lo Strozzi  avrebbe dovuto portare a termine il suo lavoro in diciotto mesi ma alla data del 24 novembre 1625 l’ artista, in un documento indirizzato al Senato della Repubblica, si lamenta di non esser stato ancora adeguatamente pagato. Il Centurione di fronte all’impudenza dello Strozzi che aveva osato, diciamo così sputtanarlo, di fronte ai maggiorenti di Genova, accusò il pittore di non aver rispettato il contratto ” né nei tempi,né nel lavoro, né per altra cosa…” così si aprì un procedimento legale che comportò la brusca interruzione del lavoro del pittore ed il Centurione fece in due sale picchettare e scialbare alcuni affreschi che non gli piacquero,  mentre tenne quelli realizzati nella sala centrale. Quando, all’inizio del XVIII secolo, la proprietà del palazzo passò ai Pallavicini, per dare maggior importanza al secondo pino nobile, i nuovi proprietari fecero ampliare lo scalone che lo collegava al primo piano e questa ristrutturazione comportò l’ innalzamento d’un nuovo muro portante che restrinse la sala centrale che fu conseguentemente controsoffittata nascondendo gli affreschi dello Strozzi dei quali si perse la memoria. La storica dell’arte Mary Newcome ed il Merlano nel 2004 ebbero l’ intuizione di far fare un foro nella controsoffittatura e si accorsero che questa aveva preservato dai rigori del tempo gli affreschi del grande pittore genovese ritenuti perduti, riportandoli alla luce. L’iconografia  dell’opera si ispira alla Fede che sbarca nel Nuovo Mondo ( L’ America ) e nei pennacchi, a scene della vita degli indios  tra cui anche alcune di cruento cannibalismo.

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IL PALAZZO SQUARCIAFICO

 

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…in piazzetta Squarciafico ( ora Invrea * ) è un palazzo del quondam Ippolito Invrea: in esso dentro nel portico e nella facciata ha dipinte immagini di Dei col Ratto delle Sabine sotto il fregio il già mentovato Ottavio Semino, a cui servirà sempre di gran lodi l’abbaglio o vero o esagerato del celebre Giulio Procaccino il quale,come narra il Soprani,osservando le dette pitture a quei di sua comitiva disse: ” Avete voi si bell’opra di Raffaello e prima d’ora non me la faceste vedere?”. Queste facciate dipinte sono un glorioso reliquato del buon gusto del secolo decimoquinto e ovunque se ne rinvengono fanno un decoro pubblico….è gran danno che invece di rimettersi questo bel modo si vada piuttosto estinguendo e anziché far dipingere nuovamente si imbianchi il dipinto. Così si legge nella Descrizione della città di Genova redatta da un anonimo nel 1818 a proposito del Palazzo Squarciafico che nel XIX secolo era proprietà della famiglia Invrea che poi diede il nome alla piazza. Il palazzo fu edificato nel 1565 su preesistenti palazzi medioevali dei quali ne ingloba una torre.  Singolare il fatto che l’ anonimo scrittore evidenziasse con rammarico l’ atteggiamento dei genovesi più portati a rifare che a restaurare.

 

* nota di chi scrive