MARC’ANTONIO FRANCESCHINI ed i FILIPPINI

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Il pittore Marc’Antonio Franceschini ( Bologna 1648 – 1729 ) dopo esser stato allievo di Giovanni maria Galli, divenne uno dei collaboratori più apprezzati di Carlo Cignani, sotto la direzione di questo insigne maestro il Nostro dipinse ad olio ed a fresco molte opere a Bologna, Modena, Piacenza ed a Reggio Emilia, riscuotendo fama e consensi. Nel 1714 si trasferì a Genova con suo figlio Giacomo, Giacomo Boni ed il quadraturista Mario Hoffner perchè i “Filippini”  gli diedero l’ incarico di affrescare la volta del tempio dedicato a San Filippo Neri in Via Lomellini, inoltre il Franceschini avrebbe dovuto dipingere otto tele che avrebbero dovuto illustrare la vita del santo,  tele che il Nostro realizzò a tempera, per completare il lavoro impiegò sei mesi, oltre all’affresco della volta che  celebra la Gloria di San Filippo Neri, sono suoi anche i medaglioni laterali monocromi ed i quadri sotto il cornicione che illustrano alcuni episodi della vita del santo.

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QUARTO DEI MILLE

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Nel 1915,  a Quarto ( Genova ) sul capo di fronte allo scoglio da cui si imbarcarono nel 1860 i mille soldati volontari al seguito di Giuseppe Garibaldi diretti a Marsala, fu eretto un gruppo monumentale in bronzo realizzato dallo scultore Eugenio Baroni ( Taranto 1880 – Genova 1935 ) per ricordare ai posteri l’evento. Il monumento fu inaugurato alla presenza delle massime autorità cittadine  e di Gabriele D’Annunzio che tenne un discorso commemorativo. Il Baroni, allievo di Scanzi all’ Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, fu influenzato nella sua arte da Rodin e dal simbolismo di Leonardo Bistolfi per giungere poi ad uno stile impregnato d’un espressionismo molto personale. Non molti anni or sono, i nomi di quei garibaldini che per puri ideali accettarono di sacrificarsi per una patria che ancora non esisteva, sono stati impressi in una stele bronzea inchiavardata sugli scogli antistanti al mare così come aveva auspicato Cesare Abba.  20190303_162144

C’ERA UNA VOLTA IL DIO PENN

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Borzonasca è un paesino che fa parte della città metropolitana di Genova, è collocato nell’alta valle Sturla, lì dove il torrente omonimo confluisce nel torrente Penna, confina con il parco naturale dell’Aveto, recentemente assunto all’onore delle cronache per i branchi di cavalli selvaggi che vi vivono. Borzonasca fu dominio dei conti Fieschi di Lavagna che qui costruirono roccaforti e castelli, perché questa zona era strategica essendo un crocevia tra la costa ed il retroterra. Qui, presso la frazione di Borzone, a metà strada tra l’abbazia di Sant’Andrea ed il paese di Borzonasca, c’è una incisione rupestre tra le più grandi di Italia, un’incisione che lascia senza fiato. Una leggenda locale afferma che i monaci della vicina abbazia, una volta all’anno, si recavano sotto questa rupe a pregare, perché in questo viso scolpito nella roccia riconoscevano le sembianze del Cristo. L’incisione rupestre fu scoperta in data relativamente recente,  all’inizio si pensò che fossero stati i monaci della vicina abbazia a scolpire la roccia, ma quando gli studiosi fecero un esame accurato della rupe, con immenso stupore, si resero conto che questo enorme manufatto risaliva a diverse migliaia d’anni fa, probabilmente all’epoca paleolitica, quindi molto prima che i romani conquistassero la Liguria, quando le popolazioni celtiche che qui vivevano adoravano il dio delle montagne chiamato Penn, ( il monte Penna era ritenuto la sua casa) e prima che questo mito fosse sostituito da quello di Giove Pennino. Un’altra cosa mirabolante è che al verso di questa roccia pare sia scolpito un altro viso, come fosse un Giano bifronte, si sarebbe appurato ciò mediante l’uso di un drone, ma questo onestamente non l’ho appurato di persona ma mi è stato detto da un personaggio incontrato in loco. 

LA RIVOLUZIONE DI CARAVAGGIO

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A Genova è stata allestita una splendida mostra nel palazzo della Meridiana dal nome: “Caravaggio e i Genovesi, Committenti, collezionisti, pittori” curata da Anna Orlando, una storica dell’arte che, oltre ad essere una studiosa stimata a livello internazionale, è anche una profonda conoscitrice del patrimonio collezionistico privato. La mostra, pur non essendo grande, ( le opere esposte sono una trentina) è interessantissima perché mostra alcuni dipinti inediti  di collezione privata per la prima volta esposti al pubblico.  La Orlando, partendo dal presupposto che il patriziato genovese fu tra i principali committenti del grande pittore lombardo, asserisce che: ” La rivoluzione di Caravaggio è fatta di luce, di realismo, di teatralità e di enfasi” e questo potente messaggio pittorico non poteva essere ignorato sia dai pittori che lo conobbero personalmente nel suo soggiorno romano, sia da quelli che videro le sue opere straordinarie nelle case dei Giustiniani, dei Doria e degli Imperiale. Caravaggio soggiornò a Genova nel 1605 ed anche se la sua presenza in città fu di breve durata, la poetica caravaggesca ed il suo modo di far pittura conquistarono senza se e senza ma quella parte di collezionisti aperti ad una nuova visione che non fosse quella del tradizionale tardo manierismo imperante a Genova all’inizio del XVII secolo, così vicino a ” l’Ecce Homo”  attribuito al Caravaggio,  troviamo opere dei liguri Strozzi, Fiasella, Assereto e tanti altri che, per la bellezza dei dipinti esposti, vi lasceranno senza fiato. Nella foto un olio su tela di Bernardo Strozzi detto il Cappuccino o il prete genovese ( Genova 1581 – Venezia 1644  ) di proprietà del Museo dell’ Accademia Ligustica di Belle Arti in mostra al Palazzo della Meridiana.

SANTA CATERINA ED IL MIRACOLO DEL SUO CORPO INCORROTTO

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Forse non tutti sanno che nelle chiese genovesi sono conservati i corpi incorrotti di un beato e di tre santi, uno di questi appartiene a Santa Caterina da Genova. Caterina nacque nel 1447 a Genova da una delle più nobili famiglie della Repubblica “I Fieschi”, pur avendo sin da giovane espresso il desiderio di ritirarsi in convento, il padre la diede in sposa appena diciassettenne a Giuliano Adorno a cui non diede eredi. Ad un certo punto della sua esistenza ebbe una visione in cui Cristo la esortava a cambiare il suo stile di vita e da allora Caterina si dedicò anima e corpo alla cura ed all’assistenza dei malati sino alla sua morte avvenuta nel 1510. Caterinetta, così veniva chiamata dai suoi conoscenti, venne messa in una cassa di legno nella chiesa dell’ospedale di Pammatone e murata in un punto dove era malauguratamente stata posta una condotta d’ acqua che perdeva e che alla fine fece tanto gonfiare il legno da scoperchiare la cassa, singolare è la descrizione di come fu rinvenuto il corpo dopo diciotto mesi dalla morte: la cassa di legno era marcita ed i vermi avevano divorato i vestiti e le tele che fasciavano il corpo di Caterina  ma questo risultava incorrotto e con la carne così palpabile che in toccarla pareva carne disseccata…. Dopo la sua canonizzazione nel 1738 il corpo di Santa Caterina fu posto in un’ urna di cristallo e bronzo sorretto da un complesso monumentale in marmo realizzato da Francesco Maria  Schiaffino visibile nella chiesa della S.S.Annunziata di Portoria.

ANSALDO PRECURSORE DEL BAROCCO

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Andrea Ansaldo nato a Voltri (GE) nel 1584 fu definito dal Soprani “pittore prospettico” per la sua grande abilità di costruire lo spazio sia nelle sue opere da cavalletto, sia nella pittura a fresco, suo primo maestro fu Orazio Cambiaso, figlio del grande Luca, del quale si sa poco e niente, poi vengono le influenze dei toscani che passarono da Genova come il Lomi  ed il Passignano ed anche i  lombardi, che fecero grande la pittura milanese del primo ‘600, quali il Cerano, il Morazzone ed il Procaccini ed infine i grandi maestri fiamminghi che, attratti dal mecenatismo  delle famiglie genovesi, soggiornarono a periodi alterni nella nostra città. il Nostro è il pittore che meglio esprime il passaggio tra la vecchia scuola e le nuove tendenze che porteranno alla rivoluzione barocca.  All’inizio Ansaldo privilegia la centralità della figura,  come nel Sant’ Erasmo di Voltri, poi lo schema iconografico si fa più libero ed al grande interesse per l’intensità del colore e per le preziosità delle vesti e dei gioielli, si unisce una poetica in cui è presente un forte contrasto chiaroscurale. Andrea Ansaldo fu l’ artefice degli affreschi della cupola della chiesa dell’Annunziata del Vastato, e guardando quest’opera magistrale si può affermare senza ombra di dubbio che questo maestro realizzò la prima grandiosa affermazione dello stile barocco a Genova. Nella foto la Salomè custodita nel museo di Palazzo Bianco di Via Garibaldi a Genova. A Cadice in Spagna, nella cattedrale vecchia,  si trova una  pala d’ altare a lui attribuita in cui è rappresentato un San Sebastiano, qui i contrasti luce ombra hanno il sopravvento sul colore, la scena è scarna, l’ attenzione del fruitore è concentrata sul martire che è l’ unico protagonista della scena e  l’ angelo dipinto in secondo piano non fa che esaltarne la figura.  L’atto di morte del pittore redatto nel 1638,  che si trova nella chiesa di Santa Maria Maddalena di Genova lo definisce: ” Pictor egregius et magnae existimationis” .

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UNA CONVERSIONE CAPOLAVORO

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Nel centro storico di Genova, a metà di via san Luca, vi è una piazzetta nascosta dove è uno dei più bei palazzi della città : il Palazzo Spinola di piazza Pellicceria sede della Galleria Nazionale. Oggi 25 Gennaio si festeggia la conversione di San Paolo e per me è occasione per presentarvi questo bel dipinto conservato in questa prestigiosa casa museo, si tratta d’ una grande pala d’altare realizzata dal pittore Valerio Castello                ( Genova 1624 – 1659 ) negli anni 40 del ‘600 per la chiesa di San Paolo di Prè oggi non più esistente, nel 1797 il grande dipinto fu portato nella chiesa di Santo Stefano dove purtroppo fu danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ciononostante, il genio di questo artista, prematuramente stroncato dal’epidemia di peste che a metà del secolo XVII  decimò la popolazione di Genova e uccise gran parte dei pittori protagonisti della svolta artistica generata dalla influenza che ebbe Rubens ed i pittori fiamminghi sugli artisti locali, il genio  del Castello dicevo affiora prepotentemente in questo quadro dove è raffigurata la conversione di Paolo sulla via di Damasco,   un’iconografia ed un modulo compositivo in parte ispirato dalle opere del grande maestro fiammingo, specialmente dal ritratto equestre di Gio Carlo Doria dal quale il Nostro ha mediato l’energica postura del destriero.