
Nel XVII secolo una epidemia di peste colpì la città di Genova, quando scoppiò nel 1655 ebbe effetti terrificanti giacché su una popolazione di 90.000 persone ne uccise ben 80.000 lasciandosi alle spalle una spaventosa carestia per la mancanza di uomini dediti al lavoro e la cessazione quasi totale delle attività di commercio. Il numero dei poveri e dei disperati divenne così elevato che il noto filantropo genovese Emanuele Brignole insieme ad Oberto Torre pensarono di finanziare un’idea che prevedeva, su progetto dell’ architetto Stefano Scaniglia da Sampierdarena, la costruzione d’ un grande albergo destinato ad ospitarli. Nel 1661 la prima parte dell’ edificio fu completata grazie alle 100.000 lire versate dal Brignole per finanziare l’ opera ed alla sua morte egli lasciò metà del suo patrimonio a questa nuova istituzione creata poco fuori delle mura di Genova sulla collina di Carbonara. Il Brignole volle esser sepolto sotto una lapide senza nome nella chiesa del complesso vestito con gli abiti dei ricoverati. Oggi l’ Albergo dei Poveri è sede della facoltà di Giurisprudenza e di Scienze Politiche dell’ Università di Genova.

L’ albergo dei Poveri in una litografia acquarellata del Durau realizzata nella prima metà del XIX secolo











Ritratto di Nicolò Paganini esposto nello spazio a lui dedicato a Palazzo Tursi nella Via Garibaldi di Genova.




















Particolare del volto della statua funeraria di Jacopo da Varagine
particolare dell’autunno di Francesco Da Ponte
























Azulejos (particolare)





































Valerio Castello ( 1624-1659) nato a Genova, figlio del pittore Bernardo Castello, non fu certamente influenzato dai modi di dipingere del padre che morì quand’egli aveva solo cinque anni, anzi la madre cercò d’ indirizzarlo verso gli studi letterari, molto presto però, a detta del Soprani, i suoi interessi si rivolsero verso l’ esercizio della pittura per la quale dimostrò sin da giovanissimo grande inclinazione. I suoi primi maestri furono il Fiasella e Gio. Andrea De Ferrari, ai quali però non può considerarsi debitore se non per la tecnica meccanica di preparare i colori e le tele, infatti nel panorama artistico culturale del tempo in cui visse, egli può ben essere considerato un attento autodidatta rivolto a cogliere ogni espressione artistica fuori dalla ristretta e provinciale area del genovesato. Perin del Vaga ed il Procaccini, poi la grande lezione di Rubens e Van Dick ed ancora il Correggio ed il Parmigianino, fecero maturare il suo genio libero ed indipendente che lo portò a realizzare nuove ed ardite soluzioni formali, quel gusto del non finito pieno d’ una sensualità non priva d’ un certo languore, un segno grafico spezzato e guizzante che rappresenta quasi una firma nelle sue opere. Valerio fu un artista dal tratto veloce, tanto che alcuni suoi contemporanei criticarono il suo disegno, a loro avviso poco corretto, quasi bozzettistico, non capendo che la sua sensibilità poetica lo portava a privilegiare la ritmica composizione dei volumi che non l’ ottica verità del particolare. Tutto ciò lo portò a creare uno stile nuovo e personalissimo che si staccò nettamente dalla cultura post-controriformistica della prima metà del XVII secolo, quasi un profeta pre-settecentesco e del gusto Barocco. Nei lavori di questo artista si riscontra una perfetta fusione tra scenografia ed azione, colmi di quel sentimento romantico che era insito nel suo animo, condizionato solo dalla sua libertà creatrice, libertà che lo portò a realizzare in un vertiginoso lirismo opere insigni che in un tumultuoso serpeggiare di linee curve e spezzate sfacevano i volumi per divenire simboli pittorici d’ una rappresentazione poeticamente illusoria. La morte lo colse alla giovane età di soli 35 anni, ucciso dalla grande pestilenza che alla metà del 1600 decimò la popolazione di Genova, nonostante ciò possiamo affermare che non solo nelle opere di Gregorio De Ferrari e di Alessandro Magnasco, ma in gran parte della produzione europea del XVIII secolo è riconoscibile l’ impronta di questo grande maestro genovese.
Antichità Burlando Via Roma 55 r Genova ( anno 1997)




















San Pietro di Rovereto si trova sull’antica strada romana che anticamente veniva percorsa dai pellegrini diretti a Roma, è un insediamento molto antico, vicino alla sua chiesa aveva anche un ospitale per dar ricovero ai viandanti, oggi la strada litoranea lo ha tagliato fuori dal traffico caotico della Riviera del Tigullio, ed è rimasto lì sulla cresta della collina con le sue case affrescate e la sua chiesa, sospeso sopra il suo splendido golfo, ignorato dai turisti che d’estate si spostano da una spiaggia all’altra di questo angolo di paradiso.
A pochi passi dalla stazione marittima di Genova è la casa reggia del principe Andrea Doria, qui,in una sala oggi adibita a camera da letto, detta sala di Paride per il grande riquadro del s






















Jan Van Huysum ( Amsterdam 1682 /1740 ) Natura morta in posa , olio su tela . Questo artista olandese si specializzò nella produzione di paesaggi arcadici e di nature morte floreali, la puntuale descrizione dei frutti in primo piano, dei fiori nonché del vaso in terracotta decorato con dei puttini e l’ attenzione per il particolare, sono propri della pittura nordica di questo genere, per molti anni considerato Minore dagli accademici. Questa tela, caratterizzata, da una raffinata gamma cromatica, fu realizzata nel primo quarto del XVIII secolo come del resto quella conservata nel Rijksmuseum di Amsterdam molto simile a questo bel dipinto visibile alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola di Piazza Pellicceria a Genova.





















Lorenzo de Ferrari ( Genova 1680 – 1744 ) figlio di Gregorio, a nostro avviso,uno dei piu’ grandi se non il piu’ grande pittore della Genova barocca, fu allievo del padre che lo istrui’ attraverso lo studio dei maestri seicenteschi presenti nelle collezioni genovesi, il suo stile si avvicina a quello del padre influenzato pero’ dallo stile marattesco imperante a Roma che egli apprese in un suo soggiorno romano. la piu’ famosa delle sue imprese pittoriche e’ la grande decorazione della ” Galleria Dorata ” del palazzo Carrega Cataldi di via Garibaldi oggi sede della Camera di Commercio di Genova, con le storie di Enea mediate dall’ Eneide di Virgili, realizzata probabilmente con la collaborazione del ticinese Diego Carlone per l’esecuzione degli stucchi e terminata nel 1744. Nella foto Enea con l’ ulivo sacro, affresco della lunetta della testata est.













